Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 - 03

Edris, indi per un tratto di strada fino all'istante in cui li congedai.
La mia casa, le strade, la moschea, e l'uscita della città erano
affollate di gente, che da ogni banda cercava d'avvicinarmisi per
toccarmi, per chiedermi una preghiera, ec. Dirigendomi al N. giunsi a
mezzogiorno nel mio campo di già stabilito al di là del ponte sulla riva
destra del Sebou, fiume assai considerabile, che scorre all'ouest.

_Venerdì 31 Maggio._
Ci ponemmo in cammino alle otto del mattino, diriggendoci d'ordinario
all'E. N. E., e facendo mille ravvolgimenti nelle montagne, fino alle
due dopo mezzogiorno, che feci alzare le tende in riva al fiume
_Jenaoul_ che scorre con poche acque all'ouest.
Il paese è composto di montagne secondarie, la maggior parte calcaree,
con alcuni tratti di terra coltivata.
Tra gli omaggi che mi furono resi dagli abitanti de' Dovar posti lungo
la strada merita d'essere ricordato il seguente. Io vidi i fanciulli
riuniti per incontrarmi; de' quali colui che precedeva gli altri era
vestito d'una tonaca bianca, con un fazzoletto di seta sul capo, e
portava in mano un bastone alto sette piedi, all'estremità del quale
eravi una tavoletta su cui era scritta una preghiera. Dopo avermi fatto
un complimento studiato, mi baciarono la mano, la stoffa, o ciò che
potevano toccare, e partirono in seguito assai soddisfatti. Quanto era
commovente la loro semplicità! Le madri facevano la scolta per vedere
l'accoglimento ch'io faceva ai loro figliuoli.

_Sabbato primo Giugno._
Alle otto del mattino eravamo già in su la strada andando nella
direzione di E. seguendo più d'un'ora e mezzo il fiume Yenaoul che
scorre lungo la vallata. Si entrò subito dopo nelle montagne, e si
attraversò un piccolo fiume ad un'ora dopo il mezzogiorno. Alle due si
fece alto sulla sponda destra.
Il terreno non diversifica da quello di jeri, se non che la vegetazione
era alquanto più rigogliosa. Vidi molti campi lavorati, ed un solo
dovar.
Il tempo era in parte coperto, ed il termometro nella mia tenda segnava
alle quattro della sera 26 e 7 di Réaumur.

_Domenica 2._
Si riprese il cammino alle sette del mattino seguendo l'andamento di
molte vallate tra montagne di mediocre altezza, ove si dovettero
attraversare ad ogni istante alcuni piccoli fiumi; ed alle quattr'ore ed
un quarto della sera si piantarono le tende presso a Tezza, piccola
città posta sopra una rupe alle falde d'altre montagne più alte al N. O.
Assai pittoresco è il quadro che offre questa città, circondata di
antiche mura, colla torre della moschea che s'innalza fuori delle case
come un obelisco. La rupe è scoscesa in alcuni lati, ed in altri coperta
di piante fruttifere. I giardini ne circondano la base. Da un altro lato
aggiungono varietà alla veduta un ruscello ed altri minori rigagnoli che
si precipitano dall'alto, ed un ponte mezzo rovinato. Una sorprendente
quantità d'ussignuoli, di tortorelle, e d'altri uccelli di varie specie,
rendono questo luogo assai delizioso.
La valle coperta d'abbondante messe, mi convinse che questi abitanti
sono più laboriosi che quelli delle coste del mare.
Il tempo fu sereno, e caldo assai fino all'istante di far alto, in cui
il cielo coprissi di dense nubi; ed appena alzate le tende si udirono
terribili colpi di tuono, e cadde una dirotta pioggia.
Malgrado questo contrattempo, ebbi il vantaggio di poter approfittare
d'un istante in cui il sole apparve tra le nuvole, e trovai la mia
longitudine cronometrica — 6° 0′ 15″ Ouest dell'osservatorio di Parigi.
Incontrai sulla strada molte carovane di Arabi che venivano da Levante,
cacciati dalla carestia che regnava ne' loro paesi: erano composte
d'intere tribù, che conducevano con loro gli avanzi de' loro bestiami, e
tutto quanto possedevano. L'aspetto di tali carovane può dare
un'adeguata idea delle antiche emigrazioni della Palestina e
dell'Egitto, prodotte dalla stessa cagione.
Un colpo di sole sul rovescio delle mani mi cagionò una resipola. Si
gonfiarono assai, e l'infiammazione diventò forte in modo di farmi
soffrire acuti dolori.

_Lunedì 3._
Non diminuendo le mie doglie non feci levare il campo: altronde tutta la
notte e la mattina il tempo imperversò.
Osservai il passaggio del sole di mezzo a grosse nubi, che mi diede la
latitudine al N. di — 34° 30′ 7″; ma quest'osservazione non è
attendibile. La pioggia continuava ancora verso sera con un gagliardo
vento d'O., e la mia mano sinistra proseguiva a tormentarmi.

_Martedì 4._
La dirotta pioggia non ci permise di riprendere il cammino.

_Mercoledì 5._
Alle otto del mattino si partì dirigendoci all'E., attraversando
vallate, salendo e scendendo colline rinfrescate da molli ruscelli. Ad
un'ora ed un quarto essendosi passato un fiume, feci alzare le tende
entro il circondario d'un antico _Alcassaba_ (castello) detto
Temessovín.
Il terreno di questa contrada è tutto composto di argilla glutinosa che
forma le colline e le valli fino ad una grande profondità, poichè io
vidi degli strati verticali di oltre quaranta piedi. Io suppongo essere
il medesimo strato generale, che da una parte va fino alla strada che
conduce da Tanger a Mequinez, e dall'altra va a formare le montagne del
Tetovan.
In questo giorno incontrai una càffila (carovana) proveniente dal
Levante, che conduceva una greggia di più di mille cinquecento capre.
Avevano collocate sopra alcuni camelli una specie di baldacchini o
piccole tende entro le quali stavano le donne ed i fanciulli delle
famiglie più ricche della tribù; le altre camminavano scoperte. Molti
buoi e vacche erano cariche, e portavano, come i muli loro carico sul
dorso.
Questo era l'ordine della marcia. Il bestiame collocato avanti era
diviso in corpi di circa cento capi cadauno, e diretti da quattro o
cinque garzoni, che cercavano di conservare un intervallo di circa venti
passi tra un corpo e l'altro; le tende, gli equipaggi e la maggior parte
delle donne e dei fanciulli collocati sui camelli stavano nel centro;
gli uomini a cavallo e a piedi portando il fucile appeso, formavano la
retroguardia, ed andavano pure dispersi sui due lati.
L'Alcassaba ove noi eravamo accampati è formato d'un quadrato di muri di
425 piedi di fronte con una torre quadrata ad ogni angolo, ed un'altra
nel centro di ogni faccia. Il muro aveva tre piedi di spessezza, ed era
alto diciotto. Da quest'altezza sorge un sottile parapetto
sull'estremità esteriore tutto sparso di feritoj; e la residua grossezza
del muro è il solo spazio su cui devono stare i difensori, che non
possono fare alcun movimento senza pericolo di cadere. Vedesi nel centro
dell'Alcassaba una moschea ruinata, presso alle rovine d'altri edificj.
Varj gruppi, ciascuno di tre o quattro baracche, sono il miserabile
asilo degli abitanti di questa solitudine. Il kaïd dell'Alcassaba che
abita in un dovar distante una lega, venne a complimentarmi, e ad
offrirmi un montone, orzo, latte, ed altre derrate.

_Giovedì 6._
Alle sette ore e mezzo del mattino la mia carovana si avanzava all'Est,
e continuò a tenere la stessa direzione fino alle tre e mezzo della
sera, quando a canto di un povero dovar, ed a poca distanza da alcune
rovine, o informi abituri, feci collocare il mio campo.
Il terreno formato d'argilla pura presentava una vasta pianura, ed un
vero deserto senz'abitanti, e senz'altra verdura che quella d'alcuni
cespugli abbruciati. Alle dieci si passò presso ad una grande cisterna
piena d'eccellente acqua, e verso il mezzogiorno si attraversò un
piccolo fiume.
Il tempo benchè sereno era rinfrescato da un vento d'E.

_Venerdì 7._
Partj alcuni minuti prima delle sette del mattino, e dopo di avere
passato il fiume _Moulovìa_, vidi le ruine d'un Alcassaba. Per lo spazio
di due ore seguitai a tenere la strada al N. E. in poca distanza dal
fiume, indi piegando all'E. continuai fino alle due dopo mezzogiorno.
Passai in seguito presso ad un grande Alcassaba minato, intorno al quale
vedevansi molti dovar: indi dopo aver attraversato il fiume Enzà si
fermò il campo sulla sua sponda.
Profondo è il fiume Moulovìa, ma nel luogo in cui noi lo varcammo,
avendo molta estensione, presenta un buon guado. Egli scorre al N. E.,
le sue acque cariche di melma erano rosse, e dense come quelle del Nilo,
ma lasciate alquanto in riposo sono assai buone. Le rive sono basse e
coperte di alberi nel luogo in cui eravamo jeri.
Il fiume Enzà, oltre d'avere naturalmente poche acque, viene impoverito
di più dai canali che servono all'irrigazione. Era per me un vero
piacere il contemplare in mezzo ad un deserto queste tracce dell'umana
industria. Le sue acque scendono all'O.
A principio il suolo pare una continuazione della stessa pianura
argillosa, deserta, osservata nel precedente giorno. Ma alle dieci del
mattino si discese in un altro paese alternativamente composto di strati
argillosi e calcarei che formano delle colline. A mezzogiorno passai
innanzi ad una montagna che mi sembrò formata di basalto, e che lasciai
sulla diritta. Ad un'ora e mezzo entrai in un bel paese, ben coltivato,
coperto di belle messi nel di cui centro vedesi l'Alcassaba, ed al N.
l'Enzà, sulla di cui riva diritta feci far alto.
Il cielo era mezzo coperto, ed un forte vento di N. E. rinfrescava
l'aria. Questo deserto è noto sotto il nome di _Angad_. Sembra che si
dilati nella direzione di N. O. dall'Alcassaba di Temessouinn fino al
Sud d'_Algeri_.

_Sabbato 8._
La mia gente levò il campo alle sette ore ed un quarto, e prendemmo la
direzione di N. O. seguendo lo stesso deserto. Alle otto trovammo un
ruscello di acqua assai buona. Alle nove e mezzo il paese si andava
restringendo tra piccole montagne calcaree ed argillose. Ad un'ora e tre
quarti dopo mezzogiorno si passò un piccolo fiume, e volgendomi all'E.
camminai alcun tempo lungo la riva destra; alcun tempo dopo si cominciò
a vedere qualche terreno coltivato, ed in seguito un dovar. Alle tre e
mezzo si alzarono le tende vicino ad un Alcassaba, e ad un dovar
chiamato _l'Aaïaun Maylouk_.
Il suolo attraversato questo giorno è a vicenda argilloso e calcareo.
Due linee di montagne che fanno parte del Piccolo-Atlante chiudono
l'orizzonte al N. ed al S.
In tutto questo deserto non si videro altri animali che alcuni piccoli
ramarri, alcuni ragni morti o addormentati sui rami spinosi di una
piccola pianta abbrucciata.
Sopraggiunsi colà nell'atto che gli abitanti facevano la ceremonia d'un
convoglio funebre. Il cadavere posto in parata sopra un luogo eminente
era circondato da una quarantena di donne, che divise in due cori
gridavano in misura avvicendando: _Ah-ah-ah ah_. Tutte le donne del coro
pronunciando il loro _ah_ rispettivo, graffiavansi, e guastavano la cute
del volto in modo che grondavano sangue. Stavano al loro fianco sei
uomini in linea cogli occhi rivolti al paese d'una tribù nemica, che
aveva ucciso l'uomo cui facevansi i funerali: gli altri Arabi a piedi,
che formavano il corteggio, le circondavano interamente.
Rimasero mezz'ora in tale attitudine; e le donne dopo avere continuate
per tutto questo tempo le loro grida e le loro graffiature, separaronsi
dal morto piangendo in battuta. Gli uomini sepellirono il morto nello
stesso luogo, e tutti ritiraronsi senz'altra ceremonia.
Il tempo sempre fresco fu costantemente coperto.

_Domenica 9._
Alle sei ore del mattino si riprese la via verso il N. E. Alle sette ore
attraversammo un fiumicello; e piegando poi all'E. N. E., alle due dopo
mezzogiorno si passò altro fiumicello uguale al primo, ed alle quattro
meno un quarto entrai in _Ouschda_.
Qui il suolo conserva la stessa natura di quello della pianura deserta
di cui abbiamo parlato. Alle otto del mattino vidi per altro una buona
terra vegetale, ma mal seminata. Le due catene d'alte montagne
continuavano a limitare l'orizzonte al N. ed al S. ad una ragguardevole
distanza.
Alle sett'ore e mezzo del mattino avevo scoperto in lontananza sopra una
eminenza presso al cammino due uomini armati a cavallo, che avanzavansi
lentamente verso di noi. Le mie genti incominciavano ad allarmarsi, ma
io li acquietai, e quando giungemmo presso di loro seppimo ch'erano
scolte della tribù nemica che aveva ucciso l'uomo Aaïaun Moylouk, e che
dietro di loro trovavansi le truppe della tribù.
Scontraronsi poi alcuni uomini che mietevano le biade che avevano tutti
presso di loro i cavalli sellati ed imbrigliati. Più lontano vedevasi la
truppa armata.
Alle dieci ore eravamo nel territorio di questa tribù: è questo uno
spazio d'una lega di diametro, tutta coltivata, ed avente più di venti
dovar. Ci vennero incontro quattro uomini armati a cavallo, che mi
chiesero una preghiera, indi mi licenziarono cortesemente. Questa tribù
nominata Mahaïa parvemi composta di gente armigera; e credo che il
Sultano di Marocco non eserciti su di lei un precario potere.


CAPITOLO XVIII.
_Descrizione d'Ouschda. — Difficoltà per proseguire il viaggio.
— Detenzione per ordine del Sultano. — Partenza da Ouschda. —
Avventure del deserto. — Arrivo a Laraïsck e sua descrizione. —
Partenza dall'impero di Marocco._

Ouschda, villaggio che contiene cinquecento abitanti all'incirca, è come
gli altri luoghi popolati che trovai al di qua dell'Alcassaba di
Temessouin, nel deserto d'Angad.
Le case fatte di terra, sono piccole, e così basse che a pena vi si può
stare in piedi. Sono inoltre così succide, e piene d'insetti, ch'io
preferj di rimanere sotto la tenda nell'Alcassaba che è assai grande e
posto a canto del villaggio: passeggiai alcun tempo entro un piccolo ma
grazioso orto di sua pertinenza.
Un'abbondantissima fonte che scaturisce mezza lega al di là d'Ouschda
somministra un'eccellente acqua, ed inaffia gli orti del villaggio.
Offrono questi una bella verdura e varie specie d'alberi fruttiferi, tra
i quali il fico, l'ulivo, la vite, la palma, tengono il primo rango. Il
paese produce pure deliziosi popponi, e carni d'una squisita qualità; nè
può immaginarsi quanto sia delicato il montone del deserto. Questi
animali sono lunghi, magri, hanno poca lana, e vivono in un paese ove
trovano appena di che vivere; ma la loro carne è forse la migliore del
mondo.
Sia nel villaggio, sia ne' contorni trovansi pochi polli, e nessun
selvaggiume; ma abbondano le carni, il riso, la farina, i legumi.
L'esatte osservazioni astronomiche da me fatte collocano Ouschda nella
longitudine orientale dall'osservatorio di Parigi di 4° 8′ 0″; e nella
latitudine settentrionale di 34° 40′ 54″. In una latitudine così elevata
il clima dovrebb'essere poco diverso da quello d'Europa, ma il deserto
che la circonda ne riscalda l'aria a dismisura. Vi ebbimo non pertanto
alcuni giorni abbastanza freschi nel mese di giugno, totalmente coperti,
ed anche piovosi.
Osservai ad Ouschda un'eclissi della luna. Avrei dovuto fare alcune
altre osservazioni, ma sgraziatamente non mi furono dalle circostanze
permesse, perchè io doveva tutto sagrificare all'oggetto principale del
mio viaggio.
Quando arrivai, il capo ed i principali del villaggio mi avevano
dichiarato ch'io non potrei proseguire il viaggio, perchè in questo
stesso giorno avevano avuto avviso della rivoluzione manifestatasi nel
regno d'Algeri, e che a _Tlèmsen_, o _Tremecèn_ dov'ero io diretto
scorreva il sangue Turco ed Arabo.
Dopo molti discorsi, e dopo avere maturamente riflettuto, mi determinai
di spedire un corriere, che al suo ritorno mi portò la notizia, che i
torbidi nati in Tlèmsen erano sedati, ma che la strada era infestata dai
ribelli che rubbavano ed assassinavano. Chiesi all'istante una scorta al
capo del villaggio, il quale mi rispose non aver forze bastanti, ma che
cercherebbe ad ogni modo di assecondare il mio desiderio.
Avanti che passassero due giorni il capo ed i principali d'Ouschda
fecero venire il _Schèk el Boanani_ che è il capo di una vicina tribù, e
gli proposero di scortarmi a Tlèmsen. In sulle prime il Schek non vi
acconsentì, e dopo avere lungamente discusso l'affare, partì senza nulla
decidere.
Erano già scorsi più giorni in trattative inutili; ed intanto i
rivoltosi erano venuti fino sotto le mura d'Ouschda, tirando alcuni
colpi di fucile che uccisero due uomini. La mia situazione diventava
sempre più difficile, perchè da una parte si esaurivano tutti i miei
mezzi di sussistenza, e dall'altra io non ignoravo che i miei nemici di
Marocco, che avevano saputo rendere sospetto al Sultano il mio lungo
soggiorno di Fez, non ommetterebbero di approfittare di questa
circostanza per calunniarmi: risolsi quindi di montar solo a cavallo per
andare in traccia di Boanani, che aveva il suo dovar alla foce delle
montagne, due leghe distante da Ouschda.
A tale notizia le mie genti si sbigottirono, fuorchè due rinnegati
Spagnuoli, che mi seguirono da Fez, e che in questa difficile
circostanza mi si presentarono, dicendomi; «Signore se voi ce lo
permettete noi vi seguiremo, e divideremo la vostra sorte». Fissai loro
gli occhi in volto, e conoscendoli coraggiosi, gli ordinai di prendere
le armi affinchè uno mi tenesse compagnia, e l'altro rimanesse coi miei
equipaggi.
M'incamminai per sortire accompagnato da uno schiavo fedele detto Salem,
e dal mio rinnegato, ma trovai chiusa la porta delle mura, e circa
quaranta o cinquanta de' principali abitanti determinati di vietarmene
l'uscita.
Io li scongiurai di lasciarmi sortire; ma mi risposero tutti ad un
tratto, alcuni colle ragioni, altri colle grida. Io instai, essi
resistettero. Finalmente rivolgendomi al capo, presi una delle pistole
appese all'arcione della mia sella, e con un tuono tra l'amichevole, ed
il minaccioso, gli dissi: «Schek Solimano, noi abbiamo cominciato bene,
ma credo che la voglia finir male. Aprite la porta.» Allora Schek
Solimano aprì la porta, dicendo agli altri: «poichè egli vuol perire,
lasciatelo andare.»
Sortj seguito dal mio schiavo e dal rinnegato, e presi la strada delle
montagne di Boanani. Poco dopo la mia partenza vidi avanzarsi a briglia
sciolta gli stessi abitanti, che venivano per scortarmi: mi
s'avvicinarono scusandosi della loro opposizione, che non aveva avuto
altro scopo, dicevan essi, che il loro attaccamento alla mia persona, ed
il timore di qualche sventura.
Fummo assai ben accolti da Boanani. Si diede premura d'invitarci a
pranzo, e ci trattò lautamente, ma trovava sempre mille ostacoli per
condurmi solo a Tlemsen. Finalmente vinto dalle mie persuasioni e da
quelle di Schek Solimano che in quest'occasione mi servì assai bene,
convenne di accordarsi con il Schek d'un'altra tribù chiamata
_Benisnouz_. Quest'ultimo doveva aspettarmi colla sua gente a mezza
strada per scortarmi fino a Tlemsen, ed il Boanani incaricavasi di
condurmi fino a lui.
Due giorni dopo Boanani venne a dirmi di star pronto per partire
all'indomani. Giunse infatti con circa cento uomini, e sortimmo subito
da Ouschda. Quando eravamo solamente distanti una mezza lega ci vennero
dietro a briglia sciolta due soldati del Sultano, gridando di fermarmi.
Erano seguiti da un corpo di truppa comandato da un ufficiale superiore
della guardia chiamato _El Kaïd Dlaïmì_. Egli mi disse che il Sultano
avendo saputo ch'io era ritenuto ad Ouschda l'aveva spedito per
proteggermi, e per difendermi in caso di bisogno.
Gli risposi che la rivoluzione d'Algeri e di Tlèmsen, ed il brigandaggio
de' rivoltosi essendo le sole cagioni della mia dimora ad Ouschda, io
potevo proseguire senza pericolo il viaggio, perchè il pericolo era
passato, tanto più che mi trovavo scortato dalle tribù dei boananis e
dei benisnouz.
Malgrado le mie rappresentanze Dlaïmi mi disse, che in vista
dell'attuale stato di cose, egli non poteva accondiscendere alla mia
partenza finchè non ricevesse nuovi ordini dal Sultano. Fui perciò
costretto di tornare ad Ouschda, e di scrivere al Sultano. Questi appena
ricevuta la mia lettera, mi spedì due altri ufficiali di scorta con
ordine di condurmi, dicevano essi, a Tanger, ove potermi imbarcare per
il Levante. Tale disposizione Sovrana mi forzò a sortire d'Ouschda con
tutta la mia gente ed i miei equipaggi il giorno 3 agosto alle nove ore
della sera. Ero accompagnato dai due ufficiali, e da trenta _oudaïas_, o
guardie del corpo del Sultano. Io lasciai ad Ouschda il Kaïd Dlaïnci, ed
il rimanente della sua truppa.
Partj così tardi a cagione che Dlaïnci aveva ricevuto avviso che
quattrocento Arabi armati aspettavanmi sulla strada. Fui però obbligato
di lasciare la città segretamente, e senza sapere quale direzione
dovessi tenere fino all'istante della partenza, in cui Dlaïnci l'indicò
ai miei conduttori. Lasciando da banda il cammino frequentato,
attraversammo i campi verso il S. entrando assai avanti nel deserto. La
notte era assai tenebrosa, ed il cielo tutto coperto.

_Domenica 4 agosto._
Dopo aver camminato celeremente tutta la notte, e sormontate delle
montagne, arrivai alle sei del mattino presso le rovine d'un grande
Alcassaba, a' piedi del quale trovammo una sorgente d'acqua ed un grande
dovar.
Si continuò a camminare senza prendere riposo, a seconda dell'andamento
di molte tortuose vallate, in fondo alle quali scorreva un fiume che
quantunque piccolo, non riusciva meno utile per l'inaffiamento de' loro
poderi ai laboriosi abitanti di molti dovar.
In conseguenza di un ordine che avevano i due ufficiali che mi
accompagnavano, da ogni dovar sortivano uno o due Arabi montati ed
equipaggiati, che s'incorporavano alle persone del mio seguito. Arrivato
verso le nove del mattino al luogo in cui terminava il piccolo fiume i
trenta oudaïas si congedarono da me, lasciandomi la scorta degli Arabi
armati sotto il comando dei due ufficiali.
Nell'istante che le guardie del Sultano si ritiravano, diedi alcune
monete d'oro ad uno degli ufficiali per gratificare i soldati, e
continuai il cammino; ma ben tosto avendo udito qualche rumore in sul di
dietro, volsi il capo, e vidi gli oudaïas rivoltati contro i loro capi,
minacciare di massacrarli. Contemporaneamente giunsero due di loro a
briglia sciolta per riclamare, supponendo che gli ufficiali avessero
ricevuto parte del danaro loro destinato. Accorsi verso questa truppa,
cui mi affrettai di far abbassare le armi. Ottenni di rimandarli
tranquilli, e di persuaderli. Durante questa rissa che ci tenne alquanto
inquieti per le tristi conseguenze che poteva avere, niuno pensò a
provvedersi d'acqua; pure incominciavamo ad averne bisogno, e
sgraziatamente io non sapevo che questo era l'ultimo luogo in cui poteva
trovarsene.
Si camminava sempre con celerità temendo l'incontro dei quattrocento
Arabi, dai quali procuravamo di allontanarsi. Per tale cagione si
avanzava a traverso al deserto, invece di tenere la strada. Questo paese
è affatto privo di acqua, non vi si trova un albero, non una rupe
isolata che possa offrire la più piccola difesa contro i raggi d'un sole
infuocato. Una atmosfera perfettamente trasparente, un sole immenso che
ferisce il capo, un terreno bianchiccio, e d'ordinario di forma concava
come uno specchio ardente, un legger vento che abbrucia come la fiamma;
tale è il fedele ritratto dei deserti che noi attraversammo.
Ogni uomo incontrato in questa solitudine viene risguardato come un
nemico. Perciò avendo i miei tredici Beduini veduto, verso il
mezzogiorno, un uomo armato a cavallo, che tenevasi ad una considerabile
distanza, riunironsi all'istante, e partirono come un lampo per
sorprenderlo, mettendo acute grida, interrotte soltanto da motti di
disprezzo e d'irrisione: _Che vai tu cercando fratel mio? Ove ten vai
mio figliuolo? ec._, ed in pari tempo facevansi scherzando passare il
fucile sopra la testa. Il Bedovino trovandosi scoperto approfittò del
suo vantaggio, e fuggì nelle montagne, ove non lo raggiunsero. Fu questo
il solo uomo da noi incontrato.
Intanto e gli uomini e gli animali non avevano quasi nulla mangiato nè
bevuto questo giorno, e dalle nove di jeri sera avevano sempre camminato
senza prendere riposo. All'un'ora dopo mezzogiorno non avevamo più una
gocciola d'acqua, e le mie genti, e le loro cavalcature, incominciavano
a mostrarsi abbattute dalla fatica. Ad ogni passo i muli cadevano col
loro carico; e bisognava rilevarli, e sostenere il carico che portavano.
Questo penoso esercizio consumò le poche forze che ci rimanevano.
Alle due ore dopo mezzogiorno un uomo cadde irrigidito come un morto
spossato dalla fatica e dalla sete. Io mi fermai con tre o quattro de'
miei domestici per soccorrerlo. Si spremette il poco umido che rimaneva
in un otre, e si ottenne d'introdurre poche gocciole d'acqua nella sua
bocca, ma così debole soccorso non produsse verun effetto. Io stesso
incominciavo a provare certa quale debolezza, che accrescendosi a
dismisura mi presagiva la prossima perdita delle mie forze. Abbandonai
quello sventurato, e rimontai a cavallo.
Intanto andavano successivamente cadendo altre persone del mio seguito,
e rimanevano sul terreno abbandonate alla sventurata loro sorte, perchè
la carovana si era già dispersa, _salvisi chi può salvarsi_. Furono pure
abbandonati i muli col loro carico, e vidi due grandi miei bauli in
terra, senza che potessi sapere cosa fosse accaduto alle bestie che li
portavano, giacchè non eravi più alcuno che si prendesse cura de' miei
effetti. Ma io vedevo queste perdite coll'indifferenza medesima che
avrei veduto cose di niuno valore, e passai oltre. Sentivo tremarmi
sotto il cavallo, comecchè fosse il più robusto della carovana. Tutti
camminavamo abbattuti e senza parlare, nè guardarsi in volto: e quando
io mi provavo d'incoraggiare qualcuno ad affrettare il passo, in luogo
di rispondermi mi guardava fissamente, e portava l'indice verso la
bocca, per indicarmi la sete che lo struggeva. Volli rimproverare agli
ufficiali condottieri la poca cura che avevano avuto di provvederci
d'acqua; ed essi ne incolpavano l'ammutinamento degli oudaïas; e
soggiungevano, forse non soffriamo noi pure come gli altri? La nostra
sorte era tanto più spaventosa in quanto che nessuno di noi credeva mai
di poter sostenersi fino al luogo in cui troverebbesi dell'acqua.
Finalmente verso le quattro ore della sera caddi ancor io spossato dalla
fatica e dalla sete.
Steso al suolo, senza sentimenti, in mezzo ad un deserto, circondato da
quattro o cinque uomini solamente, uno de' quali era caduto quando caddi
ancor io, e gli altri tutti incapaci di soccorrermi perchè non sapevano
ove trovare acqua, e perchè altronde non avrebbero avuto forza bastante
per andarne in traccia, sarei indubitatamente perito in quello stesso
luogo coi miei domestici, se un miracolo della Provvidenza non ci
salvava.
Era già passata mezz'ora da che mi trovavo in quello stato, secondo mi
venne dopo riferito, quando si scoperse a molta distanza una grossa
carovana di più di due mille persone che s'avvanzava verso di noi. Era
questa diretta da un marabotto, o santo, chiamato Sidi Alarbi, che
recavasi a Tlésmen, ossia Tremegen, per ordine del Sultano. Vedendoci in
così disperata situazione, s'affrettò di far versare sopra ciascuno di
noi alcuni otri d'acqua.
Poichè me n'ebbero gettato a varie riprese sul volto e sulle mani,
incominciai a rinvenire; aprj gli occhi, e guardando da ogni lato non
potevo conoscere alcuno. Finalmente vidi sette od otto Scheriffi, e
Fakihs, che standomi intorno, mi parlavano amichevolmente. Volevo
rispondere, ma un nodo insuperabile nella gola non permettevami di
articolare una parola, e dovetti supplirvi coi segni, indicando la mia
bocca colle dita.
Si continuò a spruzzarmi d'acqua il viso, le braccia, le mani, e
finalmente potei inghiottirne a diverse riprese alcuni sorsi. Allora
potei pronunciare: _chi siete voi?_ Tosto che mi udirono parlare, mi
risposero con allegrezza. Non temete nulla; lungi dall'essere ladri o
briganti, siamo anzi vostri amici: io sono un tale ec. Allora mi
risovenni della loro fisonomia senza potermi però ricordare i loro nomi.
Mi fu nuovamente gettata addosso dell'acqua, ed in maggiore quantità che
le altre volte; bevetti ancora: e quando videro che incominciavo a