Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) - 18

Süzlärneñ gomumi sanı 4355
Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1603
42.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
58.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
66.0 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
Härber sızık iñ yış oçrıy torgan 1000 süzlärneñ protsentnı kürsätä.
italki
aveva Carlo più di tre mila cavalieri da opporre ai cinque mila di
Corradino; ma un vecchio barone francese, Alardo di San Valerì, che
tornava allora di Terra santa, gli suggerì un pericoloso, e fors'anco
crudele stratagemma, che compensò l'inferiorità del numero. Così
consigliato da San Valerì, Carlo divise la sua armata in tre corpi;
formò il primo di Provenzali, di Toscani e di Campagnani sotto il
comando di Enrico duca di Cosenza che perfettamente rassomigliava a
Carlo, e che fece vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il
secondo corpo di Francesi capitanati da Giovanni di Crari, e mandò
questi due battaglioni, quasi formassero soli tutta l'armata, a
custodire il ponte e difendere il piccolo fiume che traversa il piano di
Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di San Valerì, Guglielmo di
Villehardovin, principe della Morea, ed ottocento cavalieri, il fiore di
tutta l'armata guelfa, si nascose in una angusta valle per dare addosso
ai nemici in sul finire della battaglia.
[316] Matteo Spinelli di Giovenazzo, il più antico storico che
scrivesse in lingua italiana, condusse un giornale fino alla vigilia
di questa battaglia, ove pare che restasse morto. Il giornale è
scritto in dialetto pugliese, assai diverso dal toscano, onde
Muratori credette necessario di stamparlo colla traduzione latina.
Vi si conosce l'odierno dialetto di Napoli, _t. VII Rer. Ital._
Corradino, poi ch'ebbe riconosciuti i due corpi, che supponeva formare
tutta l'armata guelfa, divise la sua per nazioni in tre corpi. Egli col
duca d'Austria prese il comando de' Tedeschi, affidò quello
degl'Italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli Spagnuoli ad
Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il fiume alla testa de' suoi
valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti,
come pure poco dopo il corpo de' Francesi. I Ghibellini erano talmente
superiori di numero, che l'armata nemica si vide in breve distrutta o
posta in disordinata fuga. Carlo che dall'alto di un colle vedeva
l'uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare
in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente
conoscendo la natura de' Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro
vittoria, non gli permise di muoversi. In fatti i Tedeschi trovando sul
campo di battaglia il corpo d'Enrico di Cosenza cogli ornamenti reali,
lo supposero lo stesso Carlo, onde parendo loro d'avere ottenuta intera
vittoria, e di non avere più nulla a temere, si sparsero per la campagna
per saccheggiare il campo nemico.
Quando Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di
battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell'inseguire i
fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di
sostenere l'urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: «Fate
adesso suonare la carica, che giunto è l'istante opportuno.» Infatti
questi ottocento scelti e freschi cavalieri spingendosi in mezzo ad
un'armata di cinque mila uomini oppressi dalla fatica, e talmente
dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e
disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro. Carlo era
sì poco aspettato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel campo
di battaglia, si credette da coloro che l'occupavano, che fosse un corpo
dell'armata di Corradino che aveva inseguiti i nemici, e non si posero
in sulle difese per fargli fronte. I Francesi, vedendo rialzata
l'insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e
per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella
di Corradino[317]. I baroni che gli stavano appresso non vedendo alcun
mezzo di restaurare la battaglia, lo consigliarono a mettersi in salvo
co' suoi soldati, onde misurarsi un'altra volta, e non rimanere morto o
prigioniere. Corradino, il duca d'Austria, il conte Galvano Lancia, il
conte Gualferano ed i conti Gherardo e Galvano di Donoratico di Pisa
fuggirono assieme; ed a stento Alardo di San Valerì contenne i Francesi
che volevano inseguirli; perciocchè se essi dal canto loro rompevano
l'ordinanza, avrebbero potuto essere egualmente disfatti: poco mancò
pure che nol fossero da Enrico di Castiglia, che tornò co' suoi
Spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi ancora furon rotti, e Carlo
si tenne fino a notte ordinato in battaglia, per non compromettere la
sua vittoria.
[317] _Gio. Villani l. VII, c. 27, p. 250 e seg. — Ricordano
Malaspina c. 192, p. 1013. — Sabas Malasp. Hist. Sic. l. IV, c. 9 e
10, p. 845._ — Lettera di Carlo a Clemente IV del giorno in cui
seguì la battaglia. — _Raynal. 32, 33, p. 164. — Ricobald.
Ferrariensis Hist. Imp. t. IX, p. 136. — Chron. F. Francis. Pipini
l. III, c. 7, t. IX, p. 682. — Guglielmo di Nangì Gesta S. Lodov.
Presso Duchesne Hist. Fran. Scrip. t. V, p. 378-382._ — La battaglia
ebbe luogo la vigilia di san Bartolomeo 23 agosto 1268.
Corradino fuggendo aveva sperato di trovare il grosso della sua armata
ch'era piuttosto dispersa che disfatta; ma quel paese, che gli si era
mostrato prima favorevole, andavasi contro di lui dichiarando di mano in
mano che aveva avviso della sua rotta. Enrico di Castiglia fu fatto
prigioniero e consegnato a Carlo dall'abate di Monte Cassino, cui aveva
chiesta ospitalità. Corradino, giunto coi suoi amici alla torre d'Astura
in riva al mare, lontana quarantacinque miglia dal campo di battaglia,
si fece dare una barca per passare in Sicilia; ma Giovanni Frangipani,
signore d'Astura, gli tenne dietro con un'altra barca, e, fattolo
prigioniero, lo condusse nel suo castello. Stava il Frangipani dubbioso
se dovesse accettare il danaro offertogli per la libertà de' suoi
prigionieri, quando si vide assediato dall'ammiraglio di Carlo, e
forzato di rimetterli nelle sue mani. Ricevette dal re francese in
premio della sua viltà un feudo presso Benevento.
La disfatta di Corradino non doveva mettere fine nè alle sue sventure,
nè alle vendette del re. L'amore del popolo pel legittimo erede del
trono era così manifesto, che Carlo temeva di nuove rivoluzioni finchè
il principe fosse vivo; onde Carlo coprendo la sua diffidenza e la sua
crudeltà colle apparenze della giustizia, determinò di far morire sul
patibolo l'ultimo rampollo della casa Sveva, l'unica speranza del
partito ghibellino. A tal fine adunò in Napoli due sindaci o deputati di
ciascheduna città di Terra di Lavoro e del Principato[318]; le quali
erano le province a lui più devote e più abbondanti di Guelfi. Eretta
quest'adunanza in tribunale, chiese una sentenza di condanna contro
Corradino e tutti i suoi partigiani. Ma a fronte della parzialità con
cui era stato formato questo tribunale, ed a fronte del timore, che
poteva ispirare a' suoi membri il conosciuto carattere del tiranno, la
maggior parte di loro non vollero macchiarsi di tanta infamia.
[318] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. IV, c. 16, p. 851._
Mentre Carlo abbassavasi vilmente alle funzioni d'accusatore, e
rinfacciava il suo rivale d'essersi ribellato contro di lui, suo
legittimo sovrano; di avere fatto alleanza co' Saraceni, e di avere
saccheggiati i monasterj; Guido di Sucaria, famoso legista, che sedeva
tra i giudici, prese la parola per difendere l'accusato. Mostrò che
Corradino trovavasi sotto la salvaguardia che le leggi della guerra
accordano ai prigionieri; che il suo diritto al trono, che aveva cercato
di far rivivere, era abbastanza plausibile perchè, senza delitto,
potesse tentare di farlo valere; che i disordini della sua armata non
gli potevano altrimenti essere imputati che al capo d'un'armata ben
affetta ed amica alla Chiesa si potevano imputare i sacrilegi e le
infamità da quella medesima armata in simil guisa commessi; per ultimo,
che l'età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, quand'anche non
avesse alcun diritto alla protezione della giustizia. Un sol giudice
provenzale, suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conservarono il
nome, osò votare per la morte di Corradino; altri si ridussero ad un
timido e colpevole silenzio; e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo
giudice, fece da Roberto di Bari, protonotaro del regno, pronunciare la
sentenza di morte contro lo sventurato principe e tutti i suoi
compagni[319]. La sentenza fu comunicata a Corradino mentre stava
giocando agli scacchi. Gli si lasciò poco tempo per disporsi alla morte,
ed il giorno 26 ottobre, fu con tutti i suoi compagni condotto sulla
piazza del mercato di Napoli presso al mare: Eravi il re Carlo con tutta
la sua corte, ed un'immensa folla di popolo circondava il vincitore ed
il re condannato.
[319] Molti scrittori accusano Clemente IV di avere consigliato
Carlo a far morire Corradino; volendo alcuni che quando Carlo lo
consultò intorno alla sorte di quel giovane principe, si limitasse a
rispondere: «Ad un papa non conviene dar consiglio intorno alla
morte di chiunquesiasi.» Altri pretendono che rispondesse: _Vita
Corradini mors Caroli, mors Corradini vita Caroli._ Vedasi il
_Giannone l. XIX, c. 4, p. 702_, e gli altri autori da lui addotti
in testimonio della sua sentenza. Tra questi però cita a torto
Giovanni Villani, che dice precisamente il contrario. Ciò non parmi
probabile: Clemente potev'essere crudele per fanatismo, non per
politica; ed inoltre la politica d'un papa non poteva consigliare la
morte di Corradino. Abbiamo una lettera di Clemente a Carlo colla
quale lo consiglia a trattare i suoi sudditi con dolcezza; e molti
italki
scrittori sono di sentimento che si dolesse amaramente della morte
del giovine principe.
Il giudice provenzale che aveva votato per la morte di Corradino lesse
la sentenza portata contro di lui come traditore della corona e nemico
della Chiesa. Giunto al termine della lettura, quando stava pronunciando
la pena di morte, Roberto di Fiandra, il proprio genero di Carlo, si
slanciò sopra l'iniquo giudice, e piantandogli nel petto lo stocco che
teneva in mano, gridò: «Non s'aspetta a te, miserabile, il condannare a
morte così nobile e gentil signore!» Il giudice cadde morto in terra
sugli occhi del re, che non osò mostrarne verun risentimento.
Frattanto Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò
egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò
gridando: «Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la
notizia che ti sarà portata della mia morte!» Poi volgendo lo sguardo
alla folla che lo circondava, vide le lagrime ed udì i singulti del suo
popolo: allora, levatosi il suo guanto, gettò in mezzo a' suoi sudditi
questo pegno di vendetta, e sottopose il capo all'esecutore[320].
[320] Il racconto di questa morte è preso da Riccobaldo ferrarese
che ne riferisce tutte le circostanze dietro l'autorità di uno de'
giudici, amico e compagno di Guido di Sucaria. _Ricob. Fer. Hist.
Imp. t. IX, p. 137._ — Ma io approfittai pure di _Sabas Malasp. l.
IV, c. 16, p. 851_ — di _Ricordano Malaspina c. 193, p. 1014_ — di
_Gio. Villani l. VII, c. 29, p. 253_ — di _Franc. Pipino l. III, c.
9, t. IX, p. 685._ — Bartol. di _Neocastro Hist. Sic. c. 9 e 10_
nasconde al solito la verità sotto ampollose declamazioni. Guglielmo
di Nangì storico francese di san Luigi è il solo che non onori di
una lagrima la morte di Corradino; soltanto la biasima come
impolitica. _Hist. Franc. Script. t. V, p. 382, 383._
Dopo di lui perdettero la testa sopra lo stesso palco il duca d'Austria,
i conti Gualferano, Bartolomeo Lancia, ed i conti Gherardo e Galvano
Donoratico di Pisa. Per un raffinamento di crudeltà volle Carlo che il
primo, figliuolo del secondo, precedesse suo padre e morisse tra le sue
braccia. I cadaveri, giusta gli ordini del re, furono esclusi da ogni
luogo sacro, e sepolti senza veruna pompa sulla riva del mare. Peraltro
Carlo II fece in appresso fabbricare nello stesso luogo una chiesa di
carmelitani, quasi volesse calmare quelle ombre sdegnate.
Enrico di Castiglia, senatore di Roma, venne risparmiato, sia perchè
cugino del re, sia per rispetto alle istanze fatte dall'abate di Monte
Cassino che l'aveva consegnato. Ma si dovevano ancora versare torrenti
di sangue. I Ghibellini di Sicilia scoraggiati dalla disfatta di
Corradino, furono vinti, e caddero tutti gli uni dopo gli altri in mano
de' Francesi, che li condannarono a morte. Tale fu la sorte de' fratelli
Marino e Giacomo Capece, e di Corrado d'Antiochia, figlio di Federico
d'Antiochia, bastardo di Federico II: il quale i carnefici, dopo avergli
cavati gli occhi, appiccarono[321]: questi ad eccezione dello sventurato
Enzo che ancora viveva nelle prigioni di Bologna, ove morì quattr'anni
più tardi, era l'ultimo de' discendenti illegittimi della casa di
Svevia, come Corradino n'era l'ultimo de' principi. Ventiquattro baroni
calabresi furono presi nel castello di Gallopoli, e condannati
all'ultimo supplicio[322]. Questi esempj di crudeltà erano imitati dai
giudici di più basso rango, che trattavano i plebei come vedevano essere
trattati i grandi. Molti si mandavano a morire, molti erano mutilati,
altri spogliati delle loro fortune, senza neppure essere ascoltati
avanti che fosse pronunciata contro di loro la sentenza. A Roma, fece il
re troncare le gambe a coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, ed in
appresso temendo che la vista di tanti infelici gli suscitasse nuovi
nemici, li fece chiudere in una casa di legno, cui fu appiccato il
fuoco[323]. Guglielmo, detto lo stendardo, uomo di sangue, era stato
mandato in Sicilia per reprimere, o punire i sediziosi. Assediò Augusta
posta tra Catania e Siracusa. Era questa città difesa da mille de' suoi
cittadini in istato di portare le armi, e da duecento cavalieri toscani
del numero di coloro che Capece aveva condotti in Sicilia: la sua
situazione era tale da rendere lungo tempo vani gli sforzi degli
assedianti; ma sei traditori diedero la città nelle mani de' Francesi,
aprendo loro una porta segreta. Gli abitanti di Augusta, sorpresi e
massacrati nelle proprie strade, non poterono opporre veruna resistenza
agli assalitori; pure quando ebbe occupata tutta la città, Guglielmo
pose dei carnefici in riva al mare, e facendoli condurre l'un dopo
l'altro tutti gli sventurati che scoprivansi ne' sotterranei delle loro
case, faceva loro troncare il capo, e gettare i cadaveri nelle
onde[324]. Neppure un solo abitante d'Augusta si sottrasse alla crudeltà
di Guglielmo; i fuggiaschi, ch'eransi affollati in una barca,
affondarono, ed i sei traditori, presi come gli altri da' carnefici,
parteciparono della sventura della tradita loro patria. Corrado Capece
venne consegnato a Guglielmo dagli abitanti di Conturbia, ed appiccato
dopo che gli furono cavati gli occhi. Luceria fu presa dallo stesso
Carlo, poichè la fame ebbe fatti perire la maggior parte de' Saraceni
che la difendevano[325]; e tutte le città e castella delle due Sicilie
tornarono in potere de' Francesi.
[321] _Bartol. de Neocastro Hist. Sic. c. 11, t. XIII, p. 1025._
[322] _Sabas Malaspina l. IV, c. 17, p. 853._
[323] _Sabas Malaspina l. IV, c. 13, p. 849._
[324] _Sabas Malaspina l. IV, c. 18, p. 854._
[325] _Idem c. 19, 20._
Il guanto, che Corradino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura
che fu raccolto da Enrico Dapifero, e portato a D. Pietro d'Arragona,
marito di Costanza, figliuola di Manfredi, come al solo legittimo erede
della casa di Svevia. Forse Corradino volle in fatti, come lo pretesero
i re austriaci ed arragonesi[326], trasferire in tal modo alla loro
famiglia i proprj diritti al trono delle Sicilie, e ratificarne in tal
modo il titolo ereditario; ma pare più probabile ancora, che Corradino,
gettando in mezzo a' suoi sudditi il pegno della sua vendetta,
suggerisse loro di scuotere un odioso giogo e di lavarsi del sangue de'
loro re, del sangue de' loro amici e concittadini, che veniva versato
sulle loro teste. Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla
nazione, ed i vesperi siciliani furono la lenta, ma terribile vendetta
del supplicio di Corradino, della strage d'Augusta, de' torrenti di
sangue sparso dai Francesi nelle due Sicilie.
[326] _Giannone Stor. Civile l. XIX, c. 4, p. 705_ e gli altri
autori da lui citati.


CAPITOLO XXII.
_Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. — Eccita la discordia tra
le repubbliche italiane per opprimerle. — Suoi progetti impediti
dai vesperi siciliani._
1268=1282.

Carlo era finalmente giunto a quel grado di potenza cui agognava da
tanto tempo; i due regni di Sicilia gli erano sottomessi; l'erede di
quelle corone sagrificato alla sua politica, la famiglia di Svevia
estinta, non rimanendo che una sola femmina maritata nell'estremità
dell'Europa ad un principe poco ricco e poco potente, femmina che
tirando ogni suo diritto da un bastardo non aveva alla successione che
un titolo di poco superiore a quello del conquistatore. Carlo non era
solamente re delle due Sicilie, ma era il favorito dei papi, che in esso
vedevano l'opera loro; e come amico e figliuolo prediletto della santa
sede esercitava negli stati della chiesa una potenza che niuno secolare
sovrano aveva potuto da lungo tempo acquistarvi. Clemente IV morì un
mese dopo il supplicio di Corradino[327], e perchè in trentatre mesi i
cardinali non gli avevano ancora dato un successore, Carlo approfittò
dell'interregno per accrescere il suo potere negli stati della chiesa.
Clemente gli aveva dati dei diritti sopra la Toscana nominandolo vicario
imperiale di quella provincia; i Guelfi lombardi lo risguardavano come
loro protettore; molte città del Piemonte l'avevano eletto loro perpetuo
signore; e per tal modo il re delle due Sicilie era diventato l'arbitro
di tutta l'Italia.
[327] Clemente IV morì il 29 novembre, e Corradino subì l'ingiusta
sua condanna il 29 ottobre.
Beatrice sua moglie, che per appagare la propria vanità lo aveva
impegnato in così pericolose intraprese, non raccolse il frutto di
quelle vittorie, che aveva così ardentemente desiderate; perciocchè morì
poco dopo la battaglia di Tagliacozzo, e Carlo sposò in seconde nozze
Margarita di Borgogna.
Se Carlo conservò lungo tempo l'acquistato potere, non però fu
soddisfatta la sua ambizione; che dopo tante prosperità non sembrandogli
le due Sicilie uno stato degno di lui, più omai non lo risguardava che
come un mezzo per innalzarsi a maggior grandezza. In vece di appagarsi
dell'alta influenza che aveva acquistata sopra tutta l'Italia, volle
ridurre questa terra in servitù e farne un solo regno il quale gli
somministrasse gli opportuni mezzi a far l'impresa del Levante, che
stavagli altamente a cuore. Si era perciò procacciate segrete
corrispondenze in ogni angolo dell'Italia e della Grecia, tracciandosi
una strada cogli inganni, che poi andava allargando colla crudeltà;
tesori immensi, larghi fiumi di sangue fece spargere ai popoli che
voleva governare; ma invece di ridurli in ischiavitù, gli scosse dal
vergognoso letargo, e chiamò sopra di sè e sopra la sua famiglia la
tarda ma giusta vendetta degli oppressi.
Tra le circostanze, che principalmente favorirono l'ingrandimento della
casa d'Angiò, vuole essere annoverata la caduta de' principali capi del
partito ghibellino in Lombardia, il marchese Pelavicino e Buoso di
Dovara. Ambedue erano stati allievi di Federico II, ambedue compagni
d'armi del feroce Ezelino, finchè, costretti da' suoi delitti,
concorsero anch'essi coi Guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino
era un eccellente capitano, ed era stato uno de' primi a formare un
numeroso e potente corpo di cavalleria, che da lui solo dipendeva; aveva
riunite sotto il suo dominio molte città, che, nominandolo loro
generale, lo avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padrone[328].
L'ambizione di Pelavicino era meno avida e feroce di quella d'Ezelino;
egli non aveva fondato il suo potere coi delitti, nè resolo compiuto,
onde se ne vide spogliato dall'incostanza de' popoli, senza essere in
istato, come Ezelino, di difendere con una lunga guerra gli stati da lui
formati.
[328] Nel medesimo tempo il marchese era stato signore di Cremona,
Milano, Brescia, Piacenza, Tortona ed Alessandria. Inoltre come capo
di partito godeva di una illimitata autorità a Pavia, Parma, Reggio
e Modena. Finalmente, come signore di Milano, le città di Lodi, Como
e Novara dipendevano pure da lui. Perdette le signorie di tante
città tre anni avanti di morire, senza quasi aver potuto combattere
per difenderle. _Chron. Placent. t. XVI. p. 476._
Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di già sottratte alla sua
autorità, quando Corradino attraversò la Lombardia; e solo gli
rimanevano molti castelli assai forti, fra i quali, quello
ragguardevolissimo di san Donnino, solita sua residenza, tra Parma e
Piacenza, il quale si arrese in sul finire del 1268 ai Parmigiani che lo
assediavano, e fu interamente distrutto, ed i suoi abitanti dispersi
nelle vicine terre. Il marchese Uberto, ch'erasi ritirato in un altro
castello, vi morì l'anno susseguente, mentre i Guelfi suoi nemici
stavano per assediarlo[329]. Suo figlio Manfredi continuò la nobile
famiglia de' Pelavicino, che con leggiere alterazione di nome chiamasi
oggi Palavicino; ma quantunque fino a' nostri giorni sia rimasta
feudataria immediata dell'impero, non risalì però mai a quel grado di
potenza, cui l'aveva innalzata il marchese Uberto.
[329] _Chronic. Placent. t. XVI, p. 476. — Chron. Parmen. t. XIX, p.
784. — Campi Cremona Fedele l. III, p. 78._
Buoso di Dovara, lungo tempo collega di Pelavicino, fu forse,
disgustandosi con lui, cagione della comune ruina; giacchè appena stando
uniti erano abbastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso fu
esiliato da Cremona con tutto il suo partito, e morì miserabile dopo
avere compromessa la sua autorità per una insensata avarizia[330].
[330] _Chron. F. Francisci Pipini l. III, c. 45, t. IX, p. 709._
Le città di Lombardia, quasi tutte addette al partito guelfo, parevano,
colla caduta degli antichi loro padroni, ricuperare la perduta libertà;
ma esse avevano perduto nelle precedenti rivoluzioni quell'odio della
tirannia e del potere arbitrario che forma, per così dire, la
salvaguardia delle repubbliche. La passione dominante d'ogni città era
il trionfo d'una fazione, non lo stabilimento d'un conveniente governo;
ed i mezzi, che venivano adottati per conseguire questo scopo, tendevano
di loro natura a distruggere la libertà. Non si può forse
ragionevolmente sperare che una repubblica possa stare senza fazioni; ma
per lo meno sarebbe desiderabile che le fazioni prendessero origine nel
suo seno e che i suoi cittadini non adottassero cause straniere.
Un'interna fazione confonde sempre lo scopo ch'ella si propone colla
speranza d'un miglior governo. Se gli uni si sforzano di far trionfare i
nobili, egli è perchè si lusingano di trovare nell'aristocrazia maggior
forza, dignità, prudenza e tranquillità: se altri esaltano il potere
popolare, vuol dire che si ripromettono nella democrazia maggiore
libertà, indipendenza ed energia. Nè gli uni nè gli altri sceglieranno
scientemente per ottenere l'intento loro mezzi distruttivi dello scopo
che si propongono, e questo scopo è sempre una salvaguardia dello stato
medesimo. Ma quando i cittadini hanno preso parte collo stesso zelo in
una fazione più estesa che la loro patria, in una fazione il cui scopo
trovasi al di fuori di questa, quello è risguardato come un interesse
superiore all'interesse nazionale: allora non sonovi sagrificj che i
cittadini non siano disposti a fare per conseguirlo. Nelle dispute di
religione, in quelle dell'impero e della chiesa, ridurre in servitù la
sua patria, il sottoporla ad un governo violento ma energico, non è già
un distruggere lo scopo propostosi, egli è al contrario un giovare
spesse volte a somministrare più sicuri mezzi per ottenerlo. Le fazioni
furono spinte in Toscana ed in Lombardia ad un egual grado di violenza;
ma nel primo paese erano quelle della democrazia e dell'aristocrazia,
onde fu mantenuta la libertà; nel secondo quelle de' Guelfi e de'
Ghibellini, ed il governo repubblicano fu loro sagrificato.
Carlo d'Angiò, che alimentava le passioni da cui sperava i suoi prosperi
successi, fece adunare a Cremona una dieta delle città guelfe della
Lombardia. La presiedettero i suoi ambasciatori, i quali rappresentarono
alle città, che per non perdere i vantaggi della vittoria che avevano
ottenuta sui Ghibellini, eterni loro nemici, per impedire il
rinascimento di quell'odiata fazione e per dare maggiore forza ed unione
al governo della lega, egli era necessario di nominare un capo.
Pretesero che il re Carlo, il quale andava debitore di ogni suo potere
ai Guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente attaccato al loro partito;
ed in conseguenza domandavano che tutte le città lombarde lo nominassero
loro signore. Vi acconsentirono quelli di Piacenza, Cremona, Parma,
Modena, Ferrara e Reggio[331]; quelli di Milano, Como, Vercelli, Novara,
Alessandria, Tortona, Torino, Pavia, Bergamo, Bologna e quelli del
marchese di Monferrato, risposero, che volevano aver Carlo sempre amico,
padrone mai. Non perciò si sgomentarono i deputati di Carlo, anzi fecero
fante pratiche, che, avanti che terminasse l'anno, i Milanesi e varj
altri popoli acconsentirono a giurare fedeltà al nuovo signore.
[331] _Chron. Placent. t. XVI, p. 476. — Giorgio Giulini memorie t.
VIII, l. LVI, p. 238._
Il re di Sicilia non sarebbesi forse limitato a questi primi successi,
se a tale epoca non fosse stato strascinato da suo fratello san Luigi
nell'ultima crociata, che lo allontanò alcun tempo dalle sue intraprese
sull'Italia.
(1270) Mille cause diverse avevano quasi spento l'ardore per le
crociate; e le più frequenti comunicazioni coi Saraceni avevano assai
diminuito quell'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cristiani
di Terra santa avevano date tante prove di viltà, di perfidia, di
corruzione, che le loro sventure venivano risguardate come una punizione
del cielo. La cieca fede dell'undecimo secolo era stata indebolita dai
nascenti lumi del tredicesimo; ed il generoso cavalleresco sagrificio
dei grandi aveva fatto luogo ad una più astuta politica. L'abuso delle
crociate aveva in sì special modo fatta nascere la diffidenza intorno
all'efficacia delle indulgenze; eransi veduti più volte i papi predicare
la crociata contro i loro particolari nemici, contro principi
commendevoli per virtù e per talenti, contro imperatori che avrebbero
potuto essere l'appoggio della cristianità; onde incominciavasi a
dubitare della santità delle crociate e delle ricompense che potevano
meritare innanzi al tribunale di Dio. Il signore di Joinville,
sollecitato da san Luigi ad accompagnarlo in quest'ultima spedizione,
racconta che gli rispondesse; «che s'egli si esponeva al pellegrinaggio
della croce, ruinerebbe totalmente i suoi poveri sudditi. Inoltre,
soggiunge egli nelle sue memorie, ho udito dire da molti che coloro che
gli consigliarono l'intrapresa della crociata fecero un grandissimo
male, e peccarono mortalmente; perchè, finchè rimase nel regno di
Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi regnava la giustizia; e
tostochè l'ebbe abbandonato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure
grandissimo male per un altro motivo; essendo il detto signore tanto
indebolito e fiacco della persona, che non poteva sostenere veruna
armatura, nè rimanere lungo tempo a cavallo[332].»
[332] _Memorie di Joinville_ — Nella Collezione delle memorie
particolari della storia di Francia, _Ediz. del 1785. t. II, p.
158_.
Qualunque si fosse il sentimento di Joinville e di molti suoi compagni
d'armi, presso ad altri molti le cavalleresche virtù di san Luigi
riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegneva. Non potevasi
infatti lasciar di ammirare questo vecchio monarca, che abbandonava le
cure e la gloria del suo rango, e senza essere scoraggiato dalla
contraria sorte della prima spedizione, imbarcavasi di nuovo con tutta
la sua famiglia per intraprendere una guerra da cui non poteva sperarne
alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la credeva voluta dal suo
dovere e dalla gloria di Dio. Arrivato sulla spiaggia delle Acquemorte e
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Çirattagı - Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) - 19
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4270
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