Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) - 07

Süzlärneñ gomumi sanı 4304
Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1596
40.8 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
57.9 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
65.6 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
Härber sızık iñ yış oçrıy torgan 1000 süzlärneñ protsentnı kürsätä.
italki
Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può
allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla
giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di
esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il
cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici
della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni
non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra
un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso
convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie,
fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio,
senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle
dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più
suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le
due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare
in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con
energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti
dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.
[110] Qui l'autore confonde l'abuso che in alcun tempo fecero della
religione cattolica i principali prelati, valendosi dell'ignoranza
de' popoli superstiziosi, colla natura della religione medesima; la
quale, fondata sopra la divina rivelazione, è ben lontana dal
chiedere il sagrificio della ragione, volendo anzi che la
_sommissione de' fedeli sia ragionevole_. _N. d. T._
Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla
fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi
negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a
Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo
addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di
onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di
accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di
divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini.
Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase
alcun tempo.
[111] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VIII, c. 4, t. XIV, p.
920. — Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, 30, 592._
Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale,
era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva
Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli
legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora
viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico
figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo
testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli.
Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di
una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo
che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È
probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui
sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno
e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico
re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de'
Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il
giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e
Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del
1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per
venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.
[112] Vedasi il testamento di Federico II presso _Lunig. Codex
Italiæ Diplomat. t. II, p. 910_, oppure presso il _Giannone l. XVII,
c. 6, t. II, p. 617_.
[113] Se crediamo a Matteo Paris, Federico d'Antiochia sarebbe morto
prima di suo padre. _An. 1249, p. 665._
Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca
Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da
Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare
l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la
sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze
per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo
scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a
portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere
veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo
all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata
composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee
metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò
a Siponto nella Capitanata.
[114] _Monac. Patav. in Chron. p. 685._
[115] _Flamin. del Borgo Diss. V dell'Istoria pisana, p. 285._
Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il
regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era
stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la
sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso
carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche
de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani
dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè
ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia,
nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli;
Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de'
ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che
non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle
marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non
aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto
il suo regno.
[116] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo, t. VII, p. 1069._
Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi
acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare
il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun
padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente
facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al
fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che
doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I
conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e
che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato
della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli
co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni
di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que'
gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e
Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non
ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi
a ridurre queste due città.
[117] _Nicolai de Jamsilla t. VIII, p. 505 e 506._
Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva
procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla
solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone
dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio
le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le
due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero
della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse
gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.
[118] _Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x._ — Dice
Matteo Paris che in tempo delle negoziazioni, Corrado fu avvelenato
dai partigiani del papa, e che a stento si sottrasse alla morte.
_An. 1252, p. 725._
Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere
soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze
andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città,
dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico
uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da
una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè,
incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di
capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non
volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i
Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco,
e spianare le mura della città[119].
[119] _Matteo Spinelli Diurnal, p. 1071. — Sabas. Malaspina Hist.
Sicula l. I, c. 3, p. 789. — Barthol. de Neocastro Hist. Sicula, c.
I, t. XIII, p. 1016._
La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di
soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e
conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così
vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma
tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo
della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per
diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa
italki
politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou,
ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.
[120] _Nicolaus de Curbio, Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x. —
Raynald. 1253, § 2-5, p. 623, 625._
Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi
predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi
diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo
di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora
l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva
sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva
rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò
Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la
corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello
d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le
guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte
militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere
una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo
ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso
conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai
montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete
speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie,
aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio
della Sicilia.
[121] _Mathæi Paris Hist. Angl. (Continuatio) ad an. 1253, 1254, p.
761._ Matteo Paris si era proposto di terminare la sua storia
coll'anno 1250, onde terminando il venticinquesimo mezzo secolo,
ricapitola gli avvenimenti degli ultimi cinquant'anni, e chiude le
sue osservazioni con una specie di epilogo, _p. 697_. A fronte di
ciò io penso che lo stesso Paris sia il continuatore della storia.
Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa,
e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla
necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata
delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul
parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima
moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado
alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a
dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì
repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj
del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono
apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto
fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali
d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III
stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al
fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo,
conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto
sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle
istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua
sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi
tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori
esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa,
ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli
avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi
dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della
Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla
morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno,
fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che
lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare
in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca
di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in
fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo
raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso
principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il
marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo
avevano in grandissima stima.
[122] _Mathæus Parisius an. 1254, p. 765._ — Lettera di Corrado _in
additamentis ad Mat. Paris. p. 1113_.
[123] _Ibid. p. 767._
[124] Il 21 maggio 1254. _Nicol. de Jamsilla hist. t. VIII, p. 507._
[125] _Schmidt storia degli Allemanni l. VI, c. 10, t. III, p. 589_;
lo dice Margravio d'Hocherg, ma tutti gl'Italiani lo chiamano
d'Oenburgo.
La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo,
dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie
di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo
primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo
padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane
Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non
sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa,
accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità.
Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla
corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il
dispiacere avutone[130].
[126] _Barth. de Neocastro hist. Sic. t. XIII, p. 1016._
[127] _Ricord. Malasp. hist. Fior. c. 143, p. 974._
[128] _Raynald. an. Eccl. 1254. § 42. p. 644._
[129] _Sabas Malas. hist. Sicula l. I, c. 4, p. 790._
[130] _Math. Paris ad ann. e Giannone hist. civile l. XVIII, c. 2,
p. 631. — Flaminio del Borgo, dissert. V, p. 290._ Niuno scrittore
coetaneo parlò di veleno. _Monac. Patav. l. II, p. 689. — Nicol. de
Jamsilla p. 507. — Diurnali di Matteo Spinelli p. 1071._
Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado,
tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per
raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado,
rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto
commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua
eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi
interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di
Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere
nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni
pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e
rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere,
avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in
appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato,
poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe
accordargli[131].
[131] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 507._
Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche
guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti
del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo
conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi
partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro
quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi.
Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano
Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La
sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui
avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il
primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di
dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si
erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le
redini del travagliato governo.
Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a
mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma
riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto
turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a
condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di
Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che
passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in
ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde
moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso
ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso
e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai
vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non
poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti,
che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che
accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di
aspettare salute dagli avvenimenti.
Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua
dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale
protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva
espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice;
e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo
stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle
sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote,
e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e
devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto
al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del
papa mentre passava il Garigliano[132].
[132] _Nicol. de Jamsilla p. 512. — Diurnali di Matteo Spinelli p.
1073._
Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da
tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del
regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino,
i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi
premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I
Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi,
incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i
baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le
fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo
allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava
questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva
a Borello d'Anglone suo nemico.
Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una
grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore
verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del
principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi
beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo
postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere
possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a
Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta
reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e
partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il
suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che
l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti
ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il
volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da
credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che,
quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo
avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a
presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora
lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un
salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa
fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo.
Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto
parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui
lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua
condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo
contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non
erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di
Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi
sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda
dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa,
sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato
all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte.
Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di
attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi
confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e
risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre
conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni
Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al
papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada
occupata dai suoi nemici.
Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra
avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare
inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano
parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini
napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi
attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a
Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il
marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di
scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna
sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai
cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano,
formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga,
angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente
interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi
fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo
destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così
difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e
precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo
la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il
motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza
appartenente al borgo, senza fare altre novità.
[133] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 523._
Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i
signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai
onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il
principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi,
perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro
tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di
rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo
negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria,
che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali.
[134] _Ibidem p. 524._
D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio,
terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe
dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al
papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si
rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe,
Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli
sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega
guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi.
Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del
papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille
soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre
chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il
principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove
erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per
fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria,
credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse
alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due
scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le
campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che
l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando
furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la
notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria,
diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale,
che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono
alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come
piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa
reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un
poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da
Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136],
e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta.
[135] _Nicolai de Jamsilla historia, p. 529._
[136] Pare che Nicola di Jamsilla fosse del numero de' suoi amici; e
perciò rese così commovente tutta questa narrazione.
Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta
molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua
araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre
mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste
parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero
allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e
che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti
che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci
facciamo mallevadori per la sua persona.»
Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte:
ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del
ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di
quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per
entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri,
che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e
spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi
sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.
Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi
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Çirattagı - Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) - 08
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