Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) - 14

Süzlärneñ gomumi sanı 4178
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55.3 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
64.8 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
Härber sızık iñ yış oçrıy torgan 1000 süzlärneñ protsentnı kürsätä.
italki
e sopra alcuni punti di disciplina. _Vita Innoc. III, ex anonim.
Synchrono a Balutio edita, et rursus Scrip. Ital. t. III, p. I, p.
486, § 2._
Enrico VI aveva prima di morire ottenuto dai principi di Germania
l'elezione del figliuolo Federico I in re dei Romani, onde assicurargli
con tale atto la successione all'Impero; pure, morto Enrico, niuno si
prese cura dei diritti che poteva aver acquistati all'Impero questo
fanciullo; e la corona non fu contrastata che tra due pretendenti,
Filippo, duca di Svevia, il maggiore de' fratelli d'Enrico VI, ed Ottone
allora duca d'Aquitania, figliuolo d'Enrico il leone, già duca di
Baviera e Sassonia[297]. Filippo Augusto, re di Francia, si dichiarò a
favore del primo; e Riccardo cuor di leone, re d'Inghilterra, per
l'altro; ed amendue sostennero il loro protetto con tutti i loro tesori
e tutte le loro forze, sicchè l'uno e l'altro furono dichiarati
imperatori dal proprio partito; Filippo di Svevia dal ghibellino, ed
Ottone dal guelfo; ciò che accrebbe a dismisura l'animosità delle due
parti; le quali riputando legittima l'elezione dei proprio capo, presero
a difenderla con lunghe e sanguinose guerre, che tutte occuparono le
forze della Germania. Finchè queste durarono, i diritti degl'imperatori
in Italia non ebbero chi li difendesse.
[297] Innocenzo, tutore del giovinetto principe, si credette
obbligato di porre sulla bilancia ancora i diritti del suo pupillo.
Abbiamo di lui uno scritto intitolato: _Deliberatio Domini papæ
super facto de tribus Electis_; e conchiude in favore d'Ottone.
_Annales Eccles. Oderici Raynaldi ad an. 1290. § 26_, e seguenti _p.
51. t. XIII_.
Innocenzo non tardò a conoscere i vantaggi della presente sua
situazione, e tutto si ripromise dal suo coraggio in così favorevoli
circostanze.
Le prime sue cure furono rivolte all'interna amministrazione di Roma:
sotto il pontificato di Celestino III, l'autorità del senato era stata
dai papi definitivamente riconosciuta e fissatane la costituzione con un
atto da noi altrove indicato[298]; ma i Romani non ebbero appena
ottenuto il privilegio per cui avevano tanto tempo combattuto, che se ne
mostrarono disgustati, e vollero dopo un anno imitare ciò che vedevano
praticarsi dalle altre città: soppressero allora l'autorità nazionale
del loro nuovo consiglio, per surrogargli un magistrato straniero e
militare, che sapesse con maggior vigore frenare le sediziose passioni
de' nobili: diedero a questo magistrato il titolo di senatore; e lo
collocarono nel palazzo medesimo che occupava il senato in Campidoglio,
attribuendogli tutti i poteri del soppresso corpo[299]. Benedetto
Carissimo fu il primo senatore di Roma, cui succedette Giovanni
Capoccio; e ne' quattro anni della loro amministrazione, i Romani
s'impadronirono della città di Tusculano, lungo tempo oggetto della loro
gelosia, e la distrussero interamente[300]; sottomisero tutta la
campagna marittima e tutta la Sabina, e costrinsero le piccole città di
queste due province a ricevere i giudici ed i podestà dalle loro mani.
Ma quando fu creato papa Innocenzo, il popolo incominciava ad essere
geloso dell'autorità sovrana esercitata sopra di lui da un magistrato
straniero, ed aveva chiesta al nuovo pontefice una distribuzione di
danaro. Era questa come prezzo del giuramento d'ubbidienza a san Pietro,
che il popolo era contento di dare in occasione di una nuova elezione.
Innocenzo accondiscese alla domanda, ma rese il giuramento più
obbligatorio di quello che si usava in uguale circostanza, ed
approfittando della momentanea avidità de' cittadini, fece nominare un
nuovo senatore scelto tra le persone a lui ben affette[301]; obbligò il
prefetto della città, ufficiale dell'imperatore, a prestargli
vassallaggio, ed a ricevere da lui una nuova investitura della sua
carica; finalmente scacciò da tutte le città del patrimonio di san
Pietro i giudici e podestà nominati dal popolo, nominando altri in loro
luogo; e per tal modo s'arrogò la sovranità di una provincia conquistata
colle armi de' Romani.
[298] Fu l'anno 1191. La carta trovasi nella _Diss. XLV, Antiqu.
Ital. M. Ae. t. IV, p. 35_.
[299] _Storia diplomatica dei senatori di Roma di Antonio Vitale,
Roma 1791 2 vol in 4.º t. I, p. 76. — Michel Conrigio Curtius
Comment. de senatu Rom. post tempora reip. liberæ l. VII, c. 4. §
187. p. 282. Genevæ 1769. — Vita Innoc. III, p. 487. ubi per errorem
nuncupatur Benedictus Cariscus vice Carissimi._
[300] _Corrad. Ab. Usperg. Chron. p. 303._ Gli abitanti di Tusculano
si riunirono ancora sotto capanne fatte di frasche e formarono una
borgata al disotto dell'antica loro patria, cui rimase poi sempre il
nome di Frascati.
[301] _Vita Innocent. III, § 8. p. 487._
Durante il regno d'Innocenzo, l'amministrazione di Roma provò qualche
altra rivoluzione: i Romani alternarono a vicenda il governo d'un solo e
di più senatori, come i loro antenati avevano alternato tra i consoli ed
i tribuni dei soldati; ma del 1207 fissarono definitivamente colla
mediazione d'Innocenzo quegli attributi del senatore, che fino all'età
nostra sonosi con leggerissime modificazioni conservati[302]. Supremo
capo della giustizia, della polizia e del poter militare, aveva egli
solo la rappresentanza del governo; ed uguale ai podestà delle altre
città, altro non mancavagli per diventar tiranno, che maggior durata
nell'impiego e l'appoggio di una delle due fazioni, cui la sua nascita
rendevalo quasi sempre straniero. Intanto il pontefice occupavasi della
compilazione del giuramento che questo primo magistrato doveva prestare
in sue mani; nel quale, per non disgustare i Romani, non si faceva alcun
cenno di quella sovranità cui sordamente aspirava, ma che ben sapeva che
il popolo non avrebbe voluto riconoscere; e altresì non permise che tale
giuramento potesse allegarsi in pregiudizio de' suoi diritti[303]. Il
senatore s'obbligò adunque soltanto verso il papa «a non attentare nè
coi fatti, nè coi consigli alla di lui vita o all'amputazione delle sue
membra, promettevagli di manifestargli le trame contro di lui ordite, di
cui avesse conoscenza, di mantenerlo con tutte le sue forze in possesso
del papato e dei diritti regali che si trovassero effettivamente
appartenere a san Pietro; finalmente di provvedere alla sicurezza de'
cardinali e delle loro famiglie in tutte le parti di Roma e della sua
giurisdizione.»
[302] _Storia de' senatori di Roma d'Antonio Vitale._
[303] Questa formola di giuramento è testualmente riportata nella
storia diplomatica dei senatori di Roma, _p. 82_.
Enrico VI aveva ristabiliti molti de' principali feudi dell'Impero in
Italia: aveva dato a Marcovaldo, suo grande siniscalco, il marchesato
d'Ancona ed il contado di Molise; a Filippo, duca di Svevia, suo
fratello, cui aveva fatto sposare la vedova del figlio del re Tancredi,
figlia dell'imperator Greco[304], aveva accordato il marchesato di
Toscana, ed a Corrado di Svevia, soprannominato _mosca in cervello_, il
marchesato di Spoleti. Porzione di queste province trovavasi compresa
nella pretesa donazione di Carlo Magno, un'altra nell'eredità della
contessa Matilde; e questi due titoli si fortificavano l'un l'altro,
quantunque fino allora non avessero procurato alla santa sede la pretesa
sovranità. Per far valere le sue ragioni, Innocenzo approfittò della
debolezza del partito imperiale in Italia, ed imitando l'esempio
dell'antica Roma che commetteva ai consoli la conquista delle province,
mandò due cardinali preti a sottomettere la Marca, e due altri prelati a
soggiogare il duca di Spoleti[305].
[304] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 41. v. 898._ — _Conrad. Abb.
Usperg. Chron. p. 304._
[305] _Vita Innocentii III, § 9 e 10._
I signori tedeschi che da Enrico VI ricevettero questi feudi, avevano
talmente abusato del loro potere, che i loro vassalli erano tutti
proclivi alla ribellione. Le città che trovavansi comprese nei loro
governi, più piccole e più deboli di quelle di Lombardia, non avevano
ancora osato di aspirare all'indipendenza; e la loro amministrazione
municipale era ancora presso a poco quale si formò nel decimo secolo,
onde lusingavansi di trovare più libertà sotto il governo della Chiesa,
che sotto il dominio di soldati stranieri; e tutte aprirono le porte ai
prelati spediti a ricevere il loro giuramento di fedeltà. Nella prima
provincia, senza per altro rinunciare ai loro governi municipali,
riconobbero la sovranità del papa, Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano,
Iesi, Sinigaglia e Pesaro; nella seconda Rieti, Spoleto, Assisi,
Foligno, Nocera, Perugia, Agubbio, Todi e città di Castello.
Il papa non avrebbe ottenuto di ridurre sotto la sua dipendenza
immediata le città della Toscana: vero è che fino allora ubbidirono
sempre agl'imperatori, ma conoscevano troppo le proprie forze per non
cambiare il presente loro stato con verun altro, quando non si trattasse
di passare a quello di repubblica. Ciò conoscendo il papa,
addirizzandosi loro, dichiarossi il protettore della loro libertà; e
lungi dal riclamare sulle città principali i diritti della contessa
Matilde, il di cui solo nome avrebbe risvegliata la loro gelosia, si
limitò a chiedere la loro assistenza come amiche della religione
italki
ugualmente che della libertà, e protettrici della Chiesa. Di così
dilicato negoziato incaricò Pandolfo e Bernardo.
Questi cardinali s'addirizzarono prima alle città di Fiorenza, Lucca e
Siena, poi al vescovo di Volterra, allora signore temporale di quella
città, ed agli abitanti di Prato e di Samminiato. Loro rappresentarono
che la morte dell'imperatore gli aveva sciolti da ogni obbligazione
verso l'Impero[306], e che avrebbero mancato alla propria saviezza, se
non approfittavano del presente interregno per impedire che un nuovo
imperatore, strascinandole in nuove liti colla Chiesa, non
compromettesse la loro coscienza, e non mettesse in opposizione i loro
doveri verso gli uomini con i loro doveri verso Dio. Sotto il regno
d'Enrico VI, le città toscane avevano avuto cagione di lagnarsi
dell'accrescimento delle imposte e delle concussioni de' suoi ministri
tedeschi; onde acconsentirono di formare un'assemblea dei loro deputati
a san Ginnasio, borgata posta alle falde del monte di Samminiato; ove
cedendo agli stimoli dei due cardinali, s'associarono alla lega toscana
o guelfa, che si rinnovò poi tra di loro un mezzo secolo dopo[307].
Obbligavansi gli alleati di non riconoscere imperatore, re, principe,
duca, o marchese, senza l'espressa e speciale approvazione della Chiesa
romana: promettevano inoltre la vicendevole difesa e la difesa della
santa sede qualunque volta ne venissero richiesti; e di più impegnavansi
di darle ajuto perchè potesse riprendere tutte le parti del suo
patrimonio e tutti i paesi sui quali credesse avere delle ragioni,
tranne quelli che trovavansi di presente occupati da qualcuno degli
alleati.
[306] _Scipione Ammirato Istorie fiorentine l. I, p. 63. anno 1197._
[307] _Dissertaz. sopra l'istoria pisana del cavalier Flaminio del
Borgo. Diss. IV, p. 157. — Vita Innoc. III, § 12, p. 488._
L'atto originale della lega toscana conservato nell'archivio di Fiorenza
venne pubblicato da due storici moderni[308]; ma è cosa sorprendente che
niuno degli storici contemporanei, ad eccezione del biografo d'Innocenzo
III, ricordasse questa lega, per cui ne conosciamo imperfettamente le
condizioni e gli effetti. Pare che le città toscane si fossero
accostumate a considerarsi come un solo corpo dopo che gl'imperatori
stabilirono a san Miniato un commissario[309] destinato a raccogliere le
imposte di tutta la provincia; ebbero dopo tale epoca frequenti adunanze
provinciali, cui ogni città spediva un rettore o deputato. Se crediamo
allo storico di Siena Malavolti[310], questo rettore non aveva alcuna
autorità nella sua patria, ma veniva obbligato da un giuramento a
cooperare nell'adunanza al ristabilimento della pace in Toscana ed al
ben comune di tutta la provincia. Quando i rettori toscani sapevano
esser nata qualche querela tra due città, riunivansi all'istante, e,
quantunque le rispettive comuni fossero impegnate in opposti partiti,
non iscioglievasi l'assemblea, finchè non avesse fatta ogni pratica per
ristabilire la pace; e non riuscendovi, non lasciavano, anche durante la
guerra, di riunirsi i deputati a certi determinati tempi, onde valersi
di ogni nuovo accidente per metter fine alla guerra. La dieta medesima
eleggeva i rettori che dovevano rimpiazzare quelli che cessavano,
ponendo sempre gli occhi sopra persone conosciute le più capaci di
contribuire al mantenimento della pace[311]. Questa continuazione
aristocratica non era pericolosa alla libertà delle repubbliche, da che
i rettori non godevano di alcuna autorità nella loro patria; ed aveva
invece l'avvantaggio grandissimo di conservare, anche in mezzo alle
passioni popolari ed alle rivoluzioni dalle medesime eccitate, l'amore
della pace nell'assemblea, siccome principio vitale della sua esistenza.
Ma l'ambizione delle più potenti città, che risguardava questa
istituzione come un ostacolo alle sue viste d'ingrandimento, non permise
che sussistesse lungo tempo; ed appena una incerta e confusa memoria ce
ne fa conservata da alcuni storici.
[308] Scipione Ammirato è l'autore anonimo _De Libertate civitatis
Florent. ejusque dominii 1722 p. 69_. Io non ho letto l'ultima
opera.
[309] Di là in nome di san Miniato al _Tedesco_, o _dell'allemanno_.
[310] È questi uno de' migliori scrittori di second'ordine, e tra i
non originali. Egli scrisse in sul finire del sedicesimo secolo.
[311] _Malavolti Ist. di Siena. Venez. 1599. p. I. l. IV, p. 44._
La sola città di Pisa rifiutossi di prender parte alla lega proposta dai
deputati pontificj, forse perchè non poteva sperare verun nuovo
privilegio prendendo le armi contro gl'imperatori, da' quali aveva già
ricevute le più ampie prerogative: ed in varie circostanze assai
disastrose mostrò apertamente che la riconoscenza d'un popolo libero è
più potente e durevole di quella dei popoli subordinati al governo di un
solo. Nel 1192 Enrico VI aveva con un memorabile diploma accordato ai
Pisani tutti i diritti regali non solo entro la loro città, ma sopra un
vasto territorio popolato da sessantaquattro tra borgate e
castelli[312]. Aveva inoltre loro cedute in feudo la Corsica colle isole
dell'Elba, di Capraja e di Pianozza; riconfermato il privilegio, di cui
godevano da lungo tempo, di eleggere i proprj consoli e magistrati, ed
espressamente dichiarato essere sua intenzione che i Pisani fossero e
rimanessero liberi, e perciò gli esentava da ogni contributo e
dall'alloggio militare. I Cardinali passarono a Pisa per ridurre que'
magistrati ad entrare nella lega fatta per difendere la Chiesa,
chiedendo loro per primo pegno di sommissione alla santa sede di
rappacificarsi coi Genovesi; ma i Pisani vi si rifiutarono
costantemente[313], e da quest'epoca fino alla caduta della loro
repubblica furono sempre capi della parte ghibellina in Toscana.
[312] Flaminio del Borgo, _Dissertaz. IV, p. 159_, prometteva di
dare per disteso questo atto nell'appendice n.º 10, ma io credo che
quest'appendice non siasi più pubblicata. Del rimanente il diploma
trovasi impresso nella _Diss. L, p. 473, delle antich. ital._
[313] _Croniche di Pisa di Bernardo Marangoni, Supplement. Florent.
ad Script. Ital. t. L, p. 479._
Mentre Innocenzo III dilatava la sua influenza sulle città libere, non
trascurava i maggiori vantaggi che poteva ottenere nelle due Sicilie,
quasi affatto abbandonate a se medesime. Costanza aveva, morendo,
lasciata al papa la tutela di suo figlio, e poc'anni dopo, avendo le
truppe ai servigi d'Innocenzo battuto un generale tedesco[314],
l'accorto pontefice diede pubblicità ad un testamento d'Enrico VI, che
riconosceva tutti i diritti della santa sede sul regno di Napoli e
poneva il giovinetto Federico sotto la sua protezione. Innocenzo
conosceva tutto il profitto che gli dava la tutela di quel principe che
voleva spogliare. Quando Costanza era ancora viva, egli non aveva
accordata a lei ed al figlio l'investitura della corona di Sicilia, che
dopo averli privati di molte prerogative annesse alla medesima. In forza
del trattato di pace stipulato tra Guglielmo I ed Adriano IV, i beneficj
ecclesiastici del regno non potevano conferirsi dalla corte di Roma
senza l'approvazione del sovrano. Innocenzo rese illusoria tale riserva,
togliendo al nuovo re il diritto di rifiutare l'approvazione che gli
sarebbe chiesta[315]. Dopo ciò diede principio alla tutela del pupillo
unitamente agli arcivescovi di Capoa, di Palermo, di Monreale, ed al
vescovo di Troja, amministratori del regno, dirigendo tutte le loro
operazioni colle lettere che scriveva ogni giorno. Il generale delle
truppe tedesche Marcovaldo, grande siniscalco d'Enrico VI, era rientrato
nel regno quando ebbe avviso della morte di Costanza, sostenendo egli
solo apertamente il partito ghibellino contro il papa[316]. Coll'ajuto
de' Saraceni di Sicilia e de' baroni malcontenti della corte di Roma,
aveva messo insieme un potente partito, che poteva tenere inquieto il
pontefice; il quale, malgrado l'orgoglio con cui comandava ai Siciliani,
aveva poche forze ai suoi ordini. Spedì una volta seicento soldati
all'abbate di Montecassino, perchè potesse difendersi, e duecento ne
mandò un'altra volta in Sicilia, credendola esposta ad essere occupata
da Marcovaldo: a ciò si ridussero i diretti sforzi del pontefice per la
difesa del suo pupillo.
[314] _Vita Innoc. III, § 28. p. 494._
[315] _Pietro Giannone istoria civile del regno di Napoli, l. XIV,
c. 3._
[316] _Ib. l. XV. — Ricardi de s. Germano Chron. p. 977._
Dopo aver osservato questa debolezza, i suoi maneggi da capo di partito
nelle città d'Italia, e le armate pontificie che riducevansi a poche
compagnie, fa maraviglia il vedere lo stesso Innocenzo ingrandirsi a
misura che s'allontana dalla sua sede, e parlar da sovrano al rimanente
dell'Europa; ordinare ad Andrea, duca d'Ungheria, di andare in Terra
santa perchè la sua presenza non turbasse il riposo del re suo
fratello[317]; forzare questi a dichiarare la guerra a Culino, signore
della Bosnia per castigarlo d'avere protetti gli eretici[318]; eccitare
i re di Danimarca e di Svezia ad attaccar Suero, re di Norvegia, ed a
spogliarlo della corona[319]; intimare a Filippo Augusto di ritirare dal
monastero, e di ristabilire nei diritti di sposa Ingeburga di Danimarca,
ch'egli aveva ripudiato, sottoponendo all'interdetto tutto il regno
perchè Filippo non l'ubbidiva. Fu questo medesimo pontefice che obbligò
a dichiararsi tributarj della santa sede prima il re di Portogallo[320],
poi il re d'Arragona[321], più tardi il re ed il regno di Polonia[322],
e finalmente quel Giovanni, re d'Inghilterra, che gli giurò
fedeltà[323]. Le scomuniche e gl'interdetti non si resero mai tanto
comuni quanto sotto Innocenzo III; nè altro papa si arrogò mai tanta
parte nel governo temporale dell'Europa. Ma per grandi che fossero i
talenti di questo pontefice, e l'arte sua nel risvegliare e tirar
partito dalla superstizione del secolo, non era certamente in Italia
dove la superstizione potesse renderlo potente; e per questo paese gli
abbisognavano altre armi: non tardò ad avvedersene, e prese ben tosto
miglior partito per fermare i progressi della fazione ghibellina,
cercando in Francia un rivale che potesse un giorno opporre allo stesso
Federico, quando il bisogno lo richiedesse.
[317] _Oderic. Raynald. Ann. Eccles. 1200. § 46, p. 57. — Innocent.
Epist. l. III, ep. 2._
[318] _Ib. 1198, § 71. p. 18. Annalium Raynaldi._
[319] _Ib. 1200. § 9. p. 45._
[320] _Ib. 1198. § 35._
[321] _Ib. 1204. § 72, 73. p. 121._
[322] _Ib. 1207. § 15. p. 155. et Innoc. Epist. l. IX. ep. 217._
[323] _Ib. 1213. § 73.-79. p. 210._
Gualtieri, conte di Brienne, gentiluomo francese, aveva sposata la prima
figlia di Tancredi, ultimo re della razza normanna. Sibilla, vedova di
questo sfortunato monarca, dopo una lunga prigionia in Germania, durante
la quale era morto suo figliuolo Guglielmo, era stata messa in libertà
colle due figlie in conseguenza dei buoni uffici della santa sede.
Questi sgraziati fanciulli erano stati arrestati contro la fede di un
trattato quando Enrico VI conquistò la Sicilia: essi avevano rinunciato
bensì al diritto ereditario della corona, ma a condizione che Enrico VI
loro assicurasse i possessi che aveva il loro padre prima d'essere re,
cioè la contea di Lecce ed il principato di Taranto. In vista di tale
promessa avendo aperte al nemico le porte del palazzo e della rocca di
Palermo, furono posti in prigione[324]. Gualtieri sposo della maggior
figliuola di Tancredi, e suo immediato rappresentante, poteva vantare lo
stesso diritto d'Enrico alla corona di Sicilia; e quando pure per
l'illegittimità di Tancredi si volesse escludere da tale diritto,
Gualtieri domandava almeno d'avere la contea di Lecce ed il principato
di Taranto da Enrico promessi ai figliuoli di Tancredi, come prezzo
della loro rinuncia alla corona. Innocenzo III accolse questa domanda, e
la riconobbe legittima. Persuase Gualtieri a ripassare in Francia per
assoldare una piccola armata; e quando fu di ritorno l'oppose a
Marcovaldo; e così introdusse la prima volta i Francesi nel regno di
Napoli. Non pertanto, quai che si fossero i progetti del pontefice, non
sortirono il desiderato effetto. Gualtieri, dopo aver avuto alcuni
vantaggi, perì in una scaramuccia l'anno 1205[325].
[324] _Richardus de s. Germano Chron. I, p. 975. — Chron. Monast.
Fossae novae, p. 830._
[325] _Chron. Fossae Novae 884. — Richardi de s. Germano Chron. p.
980._
Non trascurava Innocenzo di rialzare anche in Germania il partito
guelfo. Ottone, uno de' pretendenti al trono, apparteneva ad una
famiglia d'ogni tempo ligia dei papi, mentre Filippo di Svevia era d'una
famiglia loro contraria; e però Innocenzo dichiarossi a favore del
primo, e fece osservare che Filippo precedentemente scomunicato per
alcune violenze commesse contro la Chiesa, non aveva potuto senza
scandolo essere considerato eleggibile[326]. Non pertanto dopo alcuni
anni la fortuna della guerra dichiarossi contraria al protetto del papa,
il quale, cacciato di Colonia dal suo rivale, fu forzato d'andare in
Inghilterra a mendicar soccorsi, onde il papa, anteponendo il proprio al
vantaggio d'Ottone, non si vergognò d'entrare in trattative con quel
Filippo medesimo che aveva lungo tempo perseguitato. Per confessione
dello storico ecclesiastico, egli incominciò a riconciliarlo colla
Chiesa[327]. Aggiunge Arnaldo di Lubecca, che Filippo offrì sua figlia
in isposa a Riccardo fratello del papa, dandole in dote la Toscana,
Spoleti e la Marca d'Ancona; finalmente promise di acconsentire che
Ottone venisse designato suo successore, ed eletto re de' Romani[328].
Le trattative quasi a termine ridotte, furono rese inutili dalla morte
di Filippo, ucciso del 1208 nel proprio palazzo da un suo particolar
nemico. Benchè Ottone non avesse alcuna parte in tale attentato, seppe
accortamente approfittarne. Due cose fece egli che gli guadagnarono
l'affetto de' principi di Germania d'ambedue i partiti, e lo fecero di
nuovo proclamare re de' Romani e di Germania dai voti unanimi della
dieta d'Alberstat; sposò la figlia di Filippo, che gli portò un titolo
ai diritti ereditarj della casa di Svevia, e rinunciò formalmente a
tutte le pretensioni sui ducati di Baviera e di Sassonia, de' quali era
stato spogliato suo padre[329].
[326] _Odericus Raynald. Annal. Eccles. 1200. § 26. e seg. p. 51.
1201. § 5. e seg. Otto de sancto Blasio c. 48. p. 905. — Conradus
Abbas Uspergensis p. 305._
[327] _Oderic. Raynald. 1206. § 15. p. 142. et 1207. § 7. p. 154._
[328] _Arnold. Lubec. l. VII, c. 6. — Abbas Usperg. in Chron. p.
310._ L'abbate d'Usperg, contemporaneo e partigiano di Filippo,
scrisse la storia del suo regno con più calore ed interessamento che
non suole trovarsi in altra parte della sua cronaca.
[329] _Id. p. 312. — Otto de sancto Blasio c. 50._
Quando Innocenzo vide Ottone favorito dalla fortuna, non tardò a
cercarne l'amicizia, e con un trattato d'alleanza conchiuso a Spira
prometteva di dare all'imperatore eletto la corona imperiale; ed Ottone
accondiscendeva a tutte le domande che il papa gli faceva a vantaggio
della Chiesa. In tal modo ebbe fine la guerra di Germania dopo un
interregno di dieci anni, di cui il partito guelfo in Italia seppe
valersi utilmente per liberarsi quasi affatto dal dominio dei monarchi
alemanni.
L'incoronazione d'Ottone IV, e la sua discesa in Italia sembravano
promettere nuovi trionfi alla parte guelfa; e certo non aveva mai
regnato altro imperatore più favorevole alla Chiesa romana: ma
gl'interessi della corona erano troppo contrarj a quelli della santa
sede perchè potessero andare lungo tempo d'accordo. In fatti, appena
entrato in Italia, vide Ottone la convenienza di affezionarsi gli
antichi partigiani dell'autorità imperiale; e ben tosto il capo della
casa guelfa, diventato imperatore, si circondò di capitani ghibellini,
mentre il papa opponevagli il giovane Federico, ultimo rampollo del
sangue dei Ghibellini, assistito dai soldati dei Guelfi.
Ottone entrò in Italia del 1209 per la vallata di Trento, ed arrivò in
riva all'Adige ad Orsanigo, territorio veronese, ove aveva ordinato di
raggiungerlo ai principali signori della Venezia, ed in particolare ad
Ezzelino II da Romano, e ad Azzo VI, marchese d'Este[330]. Questi due
gentiluomini che durante l'interregno avevano accresciuta a dismisura la
loro influenza nella Marca, perchè le nemiche fazioni essendo più che
mai riscaldate l'una contro l'altra, i loro capi avevano avuto la
destrezza o la fortuna di far assolutamente dimenticare l'interesse dei
comuni, facendo che le guerre civili si trattassero in loro nome. Le
fazioni nate in ogni città dalla gelosia dei gentiluomini, e dalle mutue
loro violenze, avevano tante cause diverse quante erano le offese che
questi uomini appassionati potevano farsi: ma i due nomi di fresco
introdotti di Guelfi e di Ghibellini legavano le fazioni delle città
vicine. I Salinguerra di Ferrara, ed i Montecchi di Verona dal solo nome
di Ghibellini trovaronsi uniti con Ezzelino; nella stessa alleanza erano
le città di Treviso e di Padova, allora governate dalla medesima
fazione; mentre stavano per l'opposta gli amici d'Adelardo a Ferrara, il
Conte di san Bonifacio a Verona ed a Mantova, i dal Vivario a Vicenza,
ed i nobili di Campo San-Pietro a Padova, tutti alleati del marchese
d'Este.
[330] _Gerardi Maurisii civis vicentini Historia p. 18. Scrip. Rer.
Ital. t. VIII._
Dopo un non lungo esiglio, l'anno precedente era rientrato in Ferrara il
marchese d'Este, e col favore de' suoi partigiani era stato dichiarato
signore di quella città; primo esempio di un popolo italiano che
abbandona i suoi diritti per sottomettersi al potere di un solo[331].
Presso a poco nella stessa epoca, Azzo aveva avuto un'importantissima
vittoria sopra Ezzelino ed il suo partito, e le truppe delle due fazioni
trovavansi nuovamente a fronte quando Ottone scese in Italia. Ezzelino
aveva ottenuto qualche vantaggio sui Vicentini, e sperava d'impadronirsi
ben tosto della loro città; e mentre Azzo era uscito di Ferrara per
soccorrerli, eravi entrato coi Ghibellini Salinguerra, e cacciatine
tutti gli amici del Marchese[332]. L'ordine dato ai due capi di
presentarsi alla corte d'Ottone risparmiò alle città collegate una
sanguinosa battaglia ed un inutile massacro, giacchè un cieco odio, più
assai che i motivi politici, poneva loro le armi in mano.
[331] _Antichità Estensi del Muratori, p. I, c. 39._
[332] _Gerardi Maurisii civis Vincent. His. p. 18, Sc. Rer. It. t.
VIII._
Questi due capi non potevano dubitare del favorevole accoglimento che
loro farebbe l'imperatore. O direttamente o per mezzo de' loro
partigiani, essi governavano tutta la Marca; e sì l'uno che l'altro,
oltre il potere, avevano altri titoli che li raccomandavano a quel
sovrano. Il marchese d'Este era suo parente, siccome discendente da Azzo
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Çirattagı - Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) - 15
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