Gli eretici d'Italia, vol. III - 41

Süzlärneñ gomumi sanı 4314
Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1921
32.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
46.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
52.8 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
Härber sızık iñ yış oçrıy torgan 1000 süzlärneñ protsentnı kürsätä.
cattolico della valle, sospettando gli avesse egli denunziati. Giovanni
XXII, in un breve dell'8 luglio 1332 all'inquisitore Alberto di
Castellaro marsigliese, movea lamenti del crescere dei Valdesi in
Piemonte, e massime di Pietro Martino pastore, e designava
provvedimenti. Nel 1354 Giacomo, principe di Acaja residente a Pinerolo,
ordinava a Balangero Rorenco ed Ueto suo nipote, signori della Torre,
d'imprigionar quanti Valdesi cogliessero nella valle di Luserna[377].
Nel 1365 il giorno della Purificazione: fu da essi ucciso nel convento
de' Francescani di Susa Pietro Cambiano de' Predicatori, che aveva
acquistato il feudo di Ruffia. Antonio Pavoni domenicano, inquisitore in
Savigliano, mentre quivi predicava la domenica in Albis del 1374, fu da
essi ucciso e straziato. Scoperti gli uccisori, il conte di Savoja
ordinò ne fosse diroccata la casa con divieto di riedificarla, nè di
coltivarne i campi: se essi fossero côlti, venissero menati per tutto il
Piemonte con abito ignominioso e le mani al tergo, e posti sulle porte
d'ogni chiesa in tempo delle festive funzioni, poi chiusi in carcere
finchè avesser la pena meritata[378]. Nel 1370 essendo aumentati tanto
da non bastarvi le produzioni del paese, molti Valdesi migrarono, e
forse fu allora che stabilirono colonie nelle Calabrie e nella Puglia.
Regolavansi essi sotto la direzione di anziani, detti _barba_, cioè zii,
carezzevole nome di famiglia, donde trassero il titolo di _Barbetti_.
Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d'idolatrici, pretendeano
aver conservata la integrità dell'evangelica predicazione; ma non
intricandosi in sottigliezze dogmatiche, stavano paghi di poter credere
e adorare come la coscienza lor dettava; e così poco dissentivano dalle
credenze cattoliche, che, quavolta non avessero barbi, o troppo rozzi
nelle cose dell'anima, chiedeano sacerdoti nostri.
Andavano alcuni frati ad apostolarli, e san Vincenzo Ferreri nel 1403
scriveva al suo generale qualmente avesse predicato in Piemonte e in
Lombardia: «Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la
parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna,
Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre fiate, e sebbene il paese sia
zeppo d'eretici, il popolo ascoltava la parola di Dio con tal devozione
e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti
dover ricomparirvi per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a
preghiere di molti, e per tredici mesi non cessai d'annunziarvi il
Vangelo. Penetrai nel Monferrato e in paesi subalpini, dove ho trovato
molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino;
e Dio sorreggeva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano
principalmente da profonda ignoranza e difetto d'istruzione: molti
m'assicurarono che da trent'anni non aveano inteso predicare se non
qualche ministro valdese, che solea venirvi di Puglia due volte l'anno.
Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a
rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici, che alcuni
riposano tranquillamente nei ricchi palazzi, altri vogliono esercitare
il ministero soltanto nelle grandi città, lasciando perir le anime, che
sprovedute di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell'errore,
muojono nel peccato... In val di Luserna trovai un vescovo d'eretici,
che avendo accettato una conferenza con me, aperse le luci al vero, e
abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de' Valdesi e di
quanto feci per distruggerle, nè delle abominazioni d'un'altra setta in
una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui
questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali
insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese,
ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire.
Della riconciliazione de' Guelfi e Ghibellini e della generale
pacificazione dei partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la
gloria»[379].
Con così cristiana carità operavano i missionarj, nè però credasi che
supplizj mancassero, e ventidue Valdesi furono arsi in Cuneo il
1442[380]. Il sabato 5 settembre 1388 in Torino frate Antonio di Settimo
da Savigliano, inquisitore nell'alta Lombardia, proferì condanna contro
Catari, Patarini, Speronisti, Leonisti, Arnaldisti, Circoncisi,
Passaggini, Gioseffini, Franceschi, Bagnoresi, Comisti, Berrucaroli,
Curamelli, Varini, Ortolani, Sacatensi, Albanesi, Valdesi e d'ogni altro
nome. Già nel VOL. I, pag. 86 riferimmo questo processo, il quale fu
fatto senza tortura, e i castighi consistevano nell'obbligar a portare
sulla veste due croci gialle lunghe un palmo e larghe tre dita, e con
queste assister alla messa grande e alla predica, e pagar alquanto. Ai
relapsi confiscavansi i beni, ed erano rimessi al castellano di Asti e
di Pinerolo per punizione severa. Molt'altre volte bestemmiatori e
relapsi troviamo puniti di multe pecuniarie: nel 1272 Pasqueta di
Villafranca fu condannata in quaranta soldi perchè _faciebat sortilegia
in visione stellarum_: in quaranta fiorini Antonio Carlavario nel 1363,
accusato d'aver fatto scendere la gragnuola in Pinerolo leggendo libri
di necromanzia; e nel 1386 in cenventi fiorini d'oro trentadue uomini
della valle di San Saturnino, che credeano per incanto far sanare le
loro bestie in un'epidemia[381].
Verso il 1440 eransi introdotti altri eretici, causando gran
perturbazione; e pigliato ardire, inveivano contro i parroci cattolici,
dicendoli ignoranti e che traevano le anime e i corpi in perdizione; due
ne malmenarono; uccisero il curato di Angrogna che ne ribatteva i
sofismi; batterono quel di Fenile; assalirono quel di Campilione ed
altri. Non volle soffrirli impuniti il vescovo di Torino, che nel 1446
inviò frà Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di soldati, _et si
non fuissent milites qui eum custodiebant,_ dice un cronista, _una cum
multis aliis bonis catholicis non redisset vivus_. Trovò quasi tutti i
valligiani dati all'eresia, e molti relapsi. Tenne anche colloquj, e
avendo invitati in Luserna quanti _voleano seco disputare_, con trecento
e più Valdesi ci venne il vecchio barba dottissimo Claudio Pastre, che
nè convinse nè resto convinto. Costui altre eresie predicava contro
l'incarnazione del Figliuol di Dio e la presenza reale, e teneva
adunanze fin di cinquecento eretici, i quali gl'inquisitori o
respingevano o assediavano o beffavano. L'inquisitore non volendo usare
altre armi che le ecclesiastiche, nè potendo procedere singolarmente
contro tanti, pronunziò interdetta la valle, che durò così dal 48 al 53,
quando tornatovi frà Buronzio e convertitine alcuni, questi supplicarono
perdono da Nicolò V, che in fatti ordinò ai vescovi di Torino e Nizza
riconciliasse tutti quelli che abjurassero. E ne fu più di tremila, e il
vescovo gli accolse e regalò, ma impose che quelli che ricadessero
perderebbero i beni. Ciò non impedì che molti e presto ritornassero al
Vomito[382].
Fu sotto questo vescovo Ludovico da Romagnano, che, avendo alcuni ladri
rubato un ostensorio colle sacrosante specie, il giumento che le
portava, passando per Torino, si buttò a terra, e l'ostia elevossi
luminosa (6 giugno 1453): miracolo sin ad oggi festeggiato.
Questi ed altri prodigi di quel tempo non tolsero che i Valdesi
persistessero nell'errore; onde nel 1475 si decretò che nessun contratto
con essi avesse valore e frà Giovanni d'Aquapendente curava che i
magistrati a ciò s'attenessero.
Il 23 gennajo dell'anno seguente, Jolanda, sorella di Luigi XI, vedova
del beato Amedeo di Savoja e tutrice di Carlo, d'accordo coi vescovi
ordinava ai castellani di Pinerolo e Cavour e al podestà di Luserna
facessero osservare gli ordini dell'Inquisizione, e adoprassero tutte le
vie per ricondurre i Valdesi alla Chiesa cattolica. V'andò poi
inquisitore Alberto de' Capitanei, arcidiacono cremonese, i cui rigori
eccitarono a resistere; da Pietro Revel d'Angrogna nel 1487 fu ucciso il
Negro di Mondovì, e malmenate le truppe venute per opprimerli.
Violentemente li perseguitò il beato Aimone Tapparelli d'Azeglio
inquisitore nel 1495. Margherita di Foix, vedova del marchese di
Saluzzo, si accontò col vescovo di questa città per escluderli dal
marchesato nel 1499; onde i Valdesi si restrinsero nelle valli. Per
quanto vi si tenessero tranquilli gli alpestri silenzj non sempre li
sottraevano a sospetti e animadversioni de' governi, massime per parte
della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo VIII avea tolto a
perseguitarli, e papa Innocenzo VIII eccitato i credenti contro questi
_aspidi velenosi_; e il legato condusse un esercito nelle placide valli
d'Angrogna e Pragelato. Al suo rincalzare alcuni abjurarono, altri si
ridussero fra monti più inaccessi: ma re Luigi XII, dopo presane
informazione, ebbe ad esclamare: «Son migliori cristiani di noi».
Giudice incompetente! Ma nel 1517, Claudio Seyssel arcivescovo di
Torino, venerato per sapienza, e per incarichi affidatigli da Luigi XII
e Francesco I, avendoli conosciuti nella visita pastorale, s'adoprò a
ricercare fin nella radice gli errori, e convertire i Valdesi, che
giudica una genia abjetta e bestiale, avente appena tanta ragione che
basti a distinguere se bestie o uomini sieno, se vivi o morti: e quindi
non occorre con essi alcuna disputa formale. Pure ne divisa le dottrine,
e non sono quelle che poi professarono i Riformati. La principale
consisteva nel far dipendere l'autorità del ministero ecclesiastico dal
merito delle persone, nè poter consacrare e assolvere chi non osserva la
legge di Cristo; in conseguenza non doversi obbedir al papa e ai
prelati, perchè si sono distolti dalla via degli apostoli; e Roma,
carica d'ogni mal mendo, è la meretrice dell'Apocalisse. Ben soggiunge
che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non
ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel
che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti
teologi arrivano a comprenderlo».
Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la
più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come
mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli
altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le
chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna,
come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto
la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha
interamente rejetto?»[383].
Bossuet che, nella _Storia delle Variazioni_, esibì pur quelle de'
Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495
nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è
l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa
i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi
«predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini
proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il
corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea
tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per
ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai
cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera,
mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla
teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche
gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di
assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una
moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un
_Pater_, un _Credo_, non mai l'_Ave Maria_; proibito il giurare; non
doversi invocare i santi nè pregar per i morti.
Così seguitarono a vivere e credere fin quando, mal per loro, ebbero
contezza della Riforma predicata da Lutero. Ad abbracciarla non erano
spinti per riazione, come gli Svizzeri e i Tedeschi. Invitati però da
questi, nel 1530 deputarono Pietro Masson, Giorgio Morel e Martino Gonin
loro barbi, a conferirne in Basilea con Ecolampadio, a Strasburgo con
Bucer, a Berna con Bertoletto Haller ed altri campioni. Ai quali
esposero come essi praticassero la confessione auriculare; i loro
ministri vivessero celibi; alcune vergini facessero voto di perpetua
castità.
A chi le negazioni protestanti appoggiava sugli usi del primitivo
cristianesimo, spiacque il riconoscere che questi pretesi contemporanei
degli apostoli discordassero in punti così controversi, e che
prendessero scandalo delle asserzioni di Lutero contro il libero
arbitrio. Pietro Gilles loro storico nota che que' maestri gli
ammonirono di tre cose; 1º di alcuni punti dottrinali, ch'e' riferisce,
sui quali voleano si riformassero; 2º di meglio disciplinare le
assemblee; 3º di non permettere più che membri della loro chiesa
assistessero alla messa, nè aderissero in verun modo alle superstizioni
papali e ai sacerdoti cattolici[384].
Del resto da nessun autore trapela che avessero una confessione canonica
di fede; sicchè quelle che si producono è presumibile venissero
compilate dopo la riforma loro, per la quale cessarono d'essere quel che
prima, e si misero sull'orme de' Protestanti, mentre volentieri si
spacciano per loro precursori. Lo stesso Beza confessa che i Valdesi
aveano «imbastardita la purezza della dottrina», e declinato dalla pietà
e dalla dottrina[385]; e il protestante Scultet, nel riferire la loro
conferenza con Ecolampadio[386], fa da uno dei deputati confessare che
fin allora aveano riconosciuto sette sacramenti; ma ripudiavano la
messa, il purgatorio, l'invocazione dei santi; i ministri erano in
supremo grado ignoranti, siccome persone costrette a vivere di lavoro
onde di limosine, e non da essi, ma da preti romani riceveansi i
sacramenti, del che domandavano perdono a Dio, perchè non poteano di
meno; ch'essi ministri non menavano moglie, ma spesso fornicavano, e
allora restavano esclusi dalla società dei barbi e dal predicare. E per
loro istruzione domandavano non solo «se al magistrato sia lecito punire
i criminali di morte», ma anche se sia permesso uccider il falso
fratello che li denunziava, attesochè, non avendo giurisdizione fra
loro, quest'unica via trovavano a reprimerli; se gli ecclesiastici
potessero ricever doni, e tenere cosa alcuna in proprio; se accogliere
la distinzione del peccato in originale, veniale, mortale; se i bambini
di qualunque nazione sono salvati pei meriti di Cristo; se gli adulti
che manchino di fede possono giunger a salute in qualunque religione.
Sopratutto mostravansi colpiti da ciò che in Lutero aveano letto sulla
predestinazione e il libero arbitrio, «mentre credeano che gli uomini
avessero naturalmente alcuna forza e virtù, la quale, eccitata da Dio,
avesse qualche valore, conforme alla parola _Battete e vi sarà aperto_.
Che se i predestinati non posson divenire riprovati e viceversa, a che
tante prediche e scritture? a che, se tutto arriva per necessità?»
Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il
quale, penetrato nella val d'Aosta allorchè abbandonò la duchessa di
Ferrara, diede calda opera perchè que' valligiani abbracciasser la sua
credenza, e sottraendosi a Savoja, si fondessero coi Cantoni protestanti
svizzeri. Gli stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536,
presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica.
Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl'indusse a
pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire
calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio
della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e
credere alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede,
nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.
Era questo veramente il simbolo antico? o è vero quel che sopra vedemmo
asserito, che da prima ammettessero l'efficacia delle opere?
Quando ai novatori rinfacciavasi d'esser nati jeri, importantissimo
riusciva l'accertar questi punti, e quindi se ne discusse con
quell'accannimento, che sempre offusca la verità. I più recenti negano
che i Valdesi derivassero da Claudio di Torino, nè che la _confessio
fidei_ sia del 1120, bensì posteriore al colloquio con Ecolampadio[387],
e che poc'a poco eransi allontanati dalla Chiesa cattolica.
Nell'assemblea che i Valdesi tennero per sei giorni in Angrogna a mezzo
settembre 1532 fu proposta un'unificazione, i cui punti erano:
1. Che servire a Dio non si può se non in ispirito e verità;
2. che quei che furono o saranno salvati, sono eletti da Dio prima della
creazione;
3. che riconoscer il libero arbitrio è negar la predestinazione e la
grazia di Dio;
4. che si può giurare, purchè chi lo fa non pigli il nome di Dio invano;
5. che la confessione auricolare ripugna alla Scrittura; bensì è
lodevole la confessione reciproca e la riprensione secreta;
6. non v'è giorni prefissi al digiuno cristiano;
7. la Bibbia non proibisce di lavorar la domenica;
8. nel pregare non occorre articolar le parole, nè inginocchiarsi o
battersi il petto;
9. gli apostoli e i padri della Chiesa usarono l'imposizione delle mani,
ma come atto esterno e arbitrario;
10. i voti di celibato sono anticristiani;
11. i ministri della parola di Dio non devono andar vagando e mutare
dimora, se pure nol richieda il ben della Chiesa;
12. per provvedere alle famiglie, essi possono godere altre rendite,
oltre i frutti dell'apostolica comunione;
13. soli segni sacramentali sono il battesimo e l'eucaristia.
Non tutti però convennero in tali articoli; e nominatamente li
ricusarono i barbi Daniele di Valenza e Giovanni di Molines, che
ritiratisi dal sinodo, passarono in Boemia; primo scisma fra' Valdesi,
dedotto principalmente da ciò, che «alcuni pensarono, coll'accettare
tali conclusioni, si degradasse la memoria di quelli che fin allora
aveano condotto la loro chiesa».
Un'altra professione di fede sporsero al luogotenente del re di Francia
dopo l'editto del 1555, portante che la religione loro e de' loro padri
era rivelata da Dio nel vecchio e nuovo Testamento, e sommariamente
espressa nei dodici articoli del _Credo_; confessavano i sacramenti, ma
non il loro numero; accettavano i quattro Concilj ecumenici Niceno,
Efesino, Costantinopolitano e Calcedonese, il simbolo di sant'Atanasio,
i comandamenti di Dio; riconoscevano i principi della terra, ma non
intendevano obbedir alla Chiesa cattolica e ai decreti di essa.
Pare dunque che gl'insegnamenti ingenuamente scritturali de' barbi non
tenessero di quel dogmatismo assoluto e sistematico, di cui i Riformati
si armarono per combattere la Chiesa romana: poco aveano letto, poco
discusso, difendendosi piuttosto col soffrire e credere; e comportavano
alla Chiesa romana tutto ciò che non urtava il lor senso morale. Ma a
ripudiar ogni accordo con questa gl'indussero Farel e i seguaci di
Calvino, riuscendo a mutarne le credenze più che non avessero ottenuto
tante predicazioni e persecuzioni. E nel 1842 il pastore Paolo Appia
gemeva delle novità introdotte. «Chi voglia ben conoscere la Chiesa
Valdese bisogna la osservi avanti la Riforma, quando non ancor deformata
dalle professioni calviniche. Non fu un bel giorno per essa quello, in
cui il genio colossale ma dialettico di Calvino le impresse il suo
suggello, vigoroso sì, ma duro. Amo meglio i nostri barba, che nelle
caverne o a cielo aperto recitano i passi della Bibbia. Deh perchè gli
Israeliti delle valli non prefersero di rimaner nella loro oscurità,
quali erano prima di quel profluvio di controversie, cioè uomini della
Bibbia, della preghiera, dell'abnegazione, poveri di spirito come quelli
cui appartiene il regno de' cieli?»
Furono i Valdesi che diedero alla Francia la prima traduzione della
Bibbia. Perocchè, avendo veduto come le poche che correvano fossero di
senso e di copia fallaci, indussero Roberto Olivetano, pratico di greco
e d'ebraico, a voltarla in francese. Ed egli l'eseguì in un anno: e «ho
fatto il meglio che potetti, ho lavorato e approfondito il più che seppi
nella viva miniera della pura verità per trarne l'offerta che vi reco, a
decorazione del santo tempio di Dio. Non mi vergogno, come la vedova del
Vangelo, d'aver portato innanzi a voi due soli quattrini, che son tutta
la mia sostanza. Altri verranno appresso, che potran meglio riparare il
cammino, e far più piana la via».
Una colletta per farla stampare fruttò millecinquecento scudi d'oro, e
nella prefazione all'edizione del 1535 diceasi alla nascente chiesa di
Francia: «A te, povera chiesuola, è diretto questo tesoro da un povero
popolo, tuo amico e fratello in Gesù Cristo, e che, da quando ne fu
dotato e arricchito dagli apostoli di Cristo, sempre ne ebbe il
godimento: ed ora volendo regalarti di ciò che desideri, m'ha dato
commissione di cavar questo tesoro dagli armadj greci ed ebraici, e dopo
averlo involto in sacchetti francesi il più convenevolmente che potessi
giusta il dono di Dio, ne facessi presente a te, povera Chiesa, a cui
nulla vien presentato. Oh la graziosa derrata di carità, di cui si fa
mercato sì utile e profittevole! Oh benigna professione della grazia,
che rende al donatore e all'accettante una medesima gioja e
dilettazione!»[388].
Dacchè il contatto de' Riformati li strappò dalla quieta loro oscurità,
i Valdesi fortuneggiarono nelle procelle d'un tempo sospettosissimo.
Subito il parlamento d'Aix e quel di Torino (stando allora il Piemonte
in servitù di Francia) applicarono ad essi le leggi capitali comminate
agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati
spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero
figli, beni, libertà. Forte s'oppose a tali rigori il Sadoleto vescovo
di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano,
ordinò al parlamento di cessar le procedure, e diè loro tre mesi di
tempo per riconciliarsi: ma scorsi questi, Giovanni Mainier barone
D'Oppède, preside al parlamento, lo indusse a dar esecuzione all'editto.
Ecco allora una fanatica soldatesca cominciarvi il macello: quattromila
sono uccisi, ottocento alle galere, Cabrières, Merindol e altri venti
villaggi sterminati (1549). Il racconto sente delle esagerazioni
consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e
sanguinaria fosse l'intolleranza, ne fremette la generosa nazione
francese, e il re morendo raccomandava a suo figliuolo castigasse gli
autori di quell'eccesso. Ma quando al parlamento di Parigi fu recata
l'accusa, D'Oppède vi si presentò impassibile come chi ha adempiuto a un
dovere; cominciò la difesa dalle parole «Sorgi, o Signore, sostieni i
nostri diritti contro la gente iniqua», e fu assolto; gli altri pure
uscirono impuniti, di che grave dispetto presero i Protestanti.
Poco a poco rallentatasi la persecuzione, i Valdesi esercitarono anche
pubblicamente il loro culto: nel 1555 fabbricarono il primo tempio in
Angrogna, e sebbene Giovanni Caracciolo, principe di Melfi e duca
d'Ascoli, luogotenente del re di Francia, smantellasse i forti di Torre,
Bobbio, Bricherasio, Luserna, pure sotto la dominazione francese
dilataronsi anche nel marchesato di Saluzzo e ne' contorni di Castel
Delfino, e ricettavano profughi d'Italia, tra cui Domenico Baronio prete
fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il rito
cattolico con quello de' Valdesi; ma fu ricusata come di mera
fantasia[389]. Costui scrisse pure diverse operette latine e italiane
contro la Chiesa cattolica, in una delle quali sosteneva, in tempo di
persecuzione esser dovere di manifestare senza reticenze le proprie
opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.
Non cessavasi di procurare la conversione de' Valdesi colle prediche e
con altri mezzi acconci al tempo, e i decurioni di Torino vigilarono non
poco affinchè non si estendessero in questa città. Al quale intento
scrissero a Pio IV di voler fermamente sino alla morte mantenere la fede
dei loro maggiori: e mandarono supplicando Carlo IX, lor re, non
tollerasse gli scandali che davano i Luterani, e nel 1561 ottennero un
decreto che colà non predicassero ministri eretici, nè tenessero
adunanze pubbliche nè private. Già dal 1532 la città aveva eletto un
maestro che leggesse le epistole di san Paolo, tema delle più consuete
controversie, e nel 1542 ponea che nessuno conseguisse pubblico uffizio
se non fatta professione di cattolica fede. Sette pie persone, quali
furono l'avvocato Albosco, il capitano Della Rossa, il canonico Gambera,
il causidico Ursio, Valle mercante, Bossi sarto, Nasi librajo,
istituirono la Compagnia della Fede, detta poi di san Paolo, che subito
estesa, abbondò in opere di carità, le quali voleva fossero predicazione
viva contro l'eresia. Dell'erezione di questa confraternita ebbe
principal merito frà Paolo da Quinzano bresciano, che avea combattuto i
Luterani fra gli Svizzeri: la storia di essa fu scritta dal famoso
Emanuele Tesauro, e le sante opere ne sono continuate sino ad oggi tra
gli scherni plebei e le difficoltà governative.
Gli annali de' Cappuccini raccontano come Torino, allorchè a Carlo di
Savoja l'aveano tolto i Francesi, molti eretici fra questi custodendo le
porte, insultavano ai Cattolici e massime ai frati, qualora vi
scendevano dalla vicina Madonna del Campo. Un coloro capitano
svillaneggiò un famoso predicatore, il quale mal sopportandolo, cominciò
a dirgli ragioni, e infine gli propose: «Leghiamo insieme le nostre
braccia ignude, e mettiamole sul fuoco. Di quello il cui braccio resterà
illeso, terremo per vera la fede». Ricusò la proposta l'eretico, ma ne
prese tal rancore contro tutti i Cappuccini, che cospirò co' suoi di
assalirne il convento, e trucidarli una tal notte. Lo seppero essi; ma
nè fuggirono, nè si misero in parata di difese; il guardiano li raccolse
in chiesa a pregare pei persecutori, e raccomandare le proprie anime a
Dio. All'avvicinarsi della banda assassina, il guardiano comanda si tiri
il catenaccio e si spalanchi la porta: ma gli aggressori, côlti da
sgomento, quasi da uno stuolo d'armati fossero assaliti, gettansi a
fuggire, e i Cappuccini hanno la palma del martirio senza sangue[390].
Quando Torino fu restituita al duca, questi vi trovò molti Ugonotti;
laonde istituì nell'Università una cattedra di teologia per ispiegarvi
le epistole di san Paolo, nel che ebbe grand'ajuto dal gesuita Achille
Gagliardi, dal teologo Lodovico Codretto e dal padre Giovanni Martini,
che scorsero predicando le valli valdesi.
Narrano pure che a Vercelli un cortigiano calvinista, perdendo al
giuoco, entrò furioso nella cattedrale, e percosse di schiaffo
un'effigie marmorea della Madonna. Vi restò l'impronta della mano e del
sangue che ne sprizzò, e il duca Carlo volle che il reo, benchè
appartenente alla Corte, fosse impiccato.
È parimenti narrato che nel castello di Ciamberì, il 4 dicembre 1532, la
sacra sindone, lenzuolo entro cui si crede fosse avvolto Cristo morto,
restasse preservata da un incendio sì forte, che fuse il metallo della
cassa in cui era contenuta: a verificare il qual miracolo, Clemente VII
spedì il cardinal Gorrovedo. Più tardi, cioè nel 1578, quel sacro
lenzuolo fu tolto da Ciamberì perchè correa pericolo d'esser violato
dagli eretici, e portato a Torino dove ottiene costante
venerazione[391].
I Valdesi aveano preso baldanza dai subbugli del paese e dagli
incrementi de' loro religionarj di Svizzera e di Francia, onde il duca
da Nizza pubblicò un editto per frenarne il proselitismo. Furonvi poi
spediti l'inquisitore Tommaso Giacomelli e missionarj, fra cui il
Possevino.
Il Possevino era nato a Mantova nel 1534 da gente nobile ma povera, ed
entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, vi conobbe
quanto di meglio fioriva in Italia, e ne ottenne la stima. Posto abbate
di Fossano, vedevasi aperta innanzi una splendida carriera, ma vi
preferì la faticosa di gesuita, e fu de' più operosi in quella
operosissima società. Non abbiamo qui a raccontare le sue legazioni in
Isvezia, in Polonia, in Ungheria, a Mosca, paesi de' quali diede si può
dire i primi ragguagli; fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in
Francia.
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Çirattagı - Gli eretici d'Italia, vol. III - 42
  • Büleklär
  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 01
    Süzlärneñ gomumi sanı 4243
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1962
    33.8 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 02
    Süzlärneñ gomumi sanı 4434
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1989
    35.3 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 03
    Süzlärneñ gomumi sanı 4227
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1850
    34.6 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4286
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1683
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4387
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1878
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4097
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4421
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1994
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4170
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4292
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4152
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1466
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1565
    33.7 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4318
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1850
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1913
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4224
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1903
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 76
    Süzlärneñ gomumi sanı 4382
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1812
    31.3 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    46.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 77
    Süzlärneñ gomumi sanı 4213
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1802
    23.5 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    32.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 78
    Süzlärneñ gomumi sanı 4163
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1986
    29.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    43.5 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 79
    Süzlärneñ gomumi sanı 4309
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1868
    31.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    45.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 80
    Süzlärneñ gomumi sanı 4149
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1839
    34.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    47.9 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    54.8 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 81
    Süzlärneñ gomumi sanı 4109
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 2002
    30.5 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    44.3 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 82
    Süzlärneñ gomumi sanı 4441
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1596
    39.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    55.6 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 83
    Süzlärneñ gomumi sanı 4098
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1944
    33.5 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    46.9 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 84
    Süzlärneñ gomumi sanı 4118
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 2021
    30.8 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    41.9 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    48.5 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 85
    Süzlärneñ gomumi sanı 4192
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1901
    34.7 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    47.8 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    55.3 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 86
    Süzlärneñ gomumi sanı 3172
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1419
    33.7 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    47.1 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    53.5 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 87
    Süzlärneñ gomumi sanı 2726
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1044
    27.8 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    38.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    43.1 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Gli eretici d'Italia, vol. III - 88
    Süzlärneñ gomumi sanı 66
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 60
    33.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    46.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    51.2 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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