Annali d'Italia, vol. 2 - 69

Süzlärneñ gomumi sanı 4341
Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1557
41.4 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
55.9 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
64.5 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
Härber sızık iñ yış oçrıy torgan 1000 süzlärneñ protsentnı kürsätä.
italki
titolo per mostrare un'indipendenza dai romani pontefici: titolo
continuato dipoi per connivenza anche ne' successori cattolici, e non
solo ne' vescovi di Aquileia oggidì abitanti in Udine, ma in quelli
ancora di Grado, che furono una sezione della chiesa aquileiense, la
dignità de' quali ultimi fu poi nel secolo decimoquinto, trasferita nei
vescovi di Venezia. Ma intorno a questa disputa è da vedere quanto ha
scritto il padre de Rubeis[2866] dell'ordine dei Predicatori. Ed ancor
qui può parere che il cardinal Baronio, fuor di tempo, faccia da
interprete dei giudizii di Dio, quasichè Dio in vendetta di questi
scismatici (parla di Aquileia e di Milano) chiamasse in Italia la gente
fiera de' Longobardi, e consumasse e divorasse le loro diocesi colle
spade di que' Barbari crudeli, quando all'incontro Roma restò intatta
dal furor di costoro. Ma per disgrazia tutto il contrario avvenne. Non
si sa che i vescovi e popoli scismatici patissero tante calamità, quante
ne immagina il padre degli Annali ecclesiastici. Anzi, siccome osservò
il cardinal Noris[2867], più orgogliosi divennero da lì innanzi, e si
fortificarono maggiormente nel lor scisma i vescovi prevaricatori
sottoposti al dominio longobardico, perchè non più temevano del braccio
secolare di chi comandava in Roma. E, per lo contrario, furono messi a
sacco tanti altri paesi d'Italia e disfatte tante città, ch'erano
ubbidientissime al romano pontefice. Nè fu già presa Roma dai
Longobardi, pure patì anche essa innumerabili insulti e danni da que'
Barbari, come abbiamo da san Gregorio Magno e da altre memorie di questi
tempi. Oltre di che lo stesso Baronio[2868] riconosce gl'imperadori
d'Oriente, allora padroni di Roma, _quibusvis Barbaris adversus Romanos
truciores_. Or veggasi, come ben cammini il volere con tanta facilità
entrare ne' gabinetti di Dio. Abbiamo poi da Agnello Ravennate[2869],
che nell'anno V di Giustino secondo, principalmente spettante all'anno
presente, fu spaventosamente afflitta l'Italia tutta dalla pestilenza
dei buoi. Il che vien confermato da Mario Aventicense[2870], con
aggiungnere che perì anche una gran quantità di persone da dissenterie e
vaiuoli.
NOTE:
[2863] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 26.
[2864] Cassiod., lib. 9, epist. 15.
[2865] Du-Chesne Scriptor. Rer. Franc., tom. 1, pag. 874.
[2866] De Rubeis, Dissert. et Monum. Ecclesiae Acquilejensis.
[2867] Noris, Dissertat. de Synodo V cap. 9, §. 3.
[2868] Baron., Annal. Eccl. ad ann. seq. 571.
[2869] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.
[2870] Marius Aventicensis, in Chron.


Anno di CRISTO DLXXI. Indizione IV.
GIOVANNI III papa 12.
GIUSTINO II imperadore 7.
ALBOINO re 3.
L'anno V dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Continuò ancora nell'anno presente il re _Alboino_ l'assedio di Pavia.
Potrebbe poi essere che circa questi tempi seguisse ciò che narra il
suddetto Agnello[2871], con dire, che dopo avere i Longobardi fatte
delle scorrerie in Toscana fino a Roma, diedero alle fiamme _Pietra
Pertusa_, fortezza inespugnabile, in questi tempi, e nominata più volte
da Procopio. Era situata questa presso il fiume Metauro di sotto da
Urbino sopra un sasso scosceso. Aggiugne il medesimo autore, che
impadronitisi i Barbari anche del _Foro di Cornelio_, città detta
Flamina, la fortificarono a tutto lor potere. Questa dal castello ivi
fabbricato, che per testimonianza di Paolo Diacono, fu appellato
_Imola_, prese poi il nome che, ha tuttavia. Ma s'è così, par ben
difficile a credere che i Longobardi si lasciassero addietro la città di
Bologna senza impadronirsene. Alcuni scrittori moderni rapportano la
suddetta edificazion d'Imola ai tempi di Clefo successor d'Alboino; ma
neppur essi hanno pruove sicure di questo tempo. Non è improbabile (e
pare che Leone Ostiense ve lo additi) che circa questi medesimi tempi i
Longobardi, conquistato _Benevento_ colla maggior parte di quel che ora
si chiama regno di Napoli, quivi fondassero l'insigne e vasto ducato di
Benevento, con esserne creato primo duca _Zottone_. Questa opinione
piacque a Scipione Ammirato, e fu insinuata dal padre Antonio
Caracciolo, fondandola eglino sull'aver detto Paolo Diacono, che questo
Zottone tenne quel ducato per lo spazio di vent'anni, combinando poi tal
asserzione colla cronologia de' susseguenti duchi. Nondimeno il vero è
che neppur Paolo Diacono ben conobbe il principio del ducato
beneventano. E però tanto meno è a noi permesso di scoprirlo con
certezza, mancandoci tante storie ed aiuti, che pure restavano a' tempi
di Paolo. Che se Camillo Pellegrino[2872] credette e volle far credere
che i Longobardi, venuti in aiuto di Narsete contra de' Goti, avessero
piantate le fondamenta di questo ducato, a me non sembra degna una tal
opinione di quel cospicuo letterato, sì occhiuto in tanti altri punti di
storia quale egli fu. Si sa che Narsete cacciò tosto fuori d'Italia gli
ausiliarii Longobardi, perchè troppo maneschi e rapaci. Godeva in questi
tempi una tollerabil pace l'imperio d'Oriente, benchè governato da
_Giustino_, principe di poca levatura, e che sembra aver troppo
negligentate le cose d'Italia. Per poca avvertenza di lui, o de'
ministri suoi, come s'ha da Evagrio[2873] e da Teofilatto[2874]
istorici, si ruppe la pace fra i Greci e i Persiani, con insorgere una
guerra funestissima, la quale per venti anni durò, e riuscì un seminario
di calamità per le provincie poste fra i due avversarii imperii.
NOTE:
[2871] Agnell., ibidem.
[2872] Peregrinus, in Dissert. de origin. Ducat. Beneventani.
[2873] Evagr., lib. 5, cap. 7.
[2874] Theophilactus, lib. 3, cap. 8.


Anno di CRISTO DLXXII. Indizione V.
GIOVANNI III papa 13.
GIUSTINO II imperadore 8.
ALBOINO re 4.
L'anno VI dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

L'assediata città di Pavia si sosteneva tuttavia contra del furore de'
Longobardi; ma potrebbe essere ch'ella si rendesse ai medesimi verso il
fine del presente anno, perchè ignoriamo il tempo in cui fu dato
principio a quell'assedio. Paolo Diacono[2875] attesta ch'esso durò _per
tre anni ed alquanti mesi_. Se nel settembre dell'anno 569 avessero
cominciato i Longobardi a stringerla, verisimil sarebbe la sua caduta
nel cadere di questo anno. Sia ad altri lecito il differirla ai primi
mesi del seguente. Abbiamo dunque dal suddetto Paolo che quella città,
dopo sì lunga ed ostinata difesa, finalmente per mancanza di viveri aprì
le porte ad _Alboino_. Nel voler egli entrare per la porta orientale di
san Giovanni, sotto d'essa gli cadde il cavallo; nè questo si voleva
rizzare, per quanto il re adoperasse gli sproni, e il suo cavallerizzo
colla frusta il percotesse. Allora uno dei suoi uffiziali, persona
timorata di Dio, gli disse: _Ah, signore, vi sovvenga che giuramento
abbiate fatto. Guastatelo, ed entrerete nella città. Questo povero
popolo è popolo cristiano_. Il giuramento, dianzi fatto da Alboino in
collera, era di mettere a fil di spada tutti i Pavesi, perchè non
s'erano in tanto tempo voluti mai rendere. Ritrattollo Alboino, ben
conoscendo che all'adempimento d'esso non era tenuto; ed allora,
balzando tosto in piedi da sè il destriero, entrò il re nella città
senza far male ad alcuno, e andò a stanziare nel palazzo già fabbricato
dal re _Teoderico_. Tornato intanto il cuore in corpo ai cittadini,
concorsero tutti a ringraziarlo e a riconoscerlo per loro principe.
Ancor qui merita d'esser osservata la clemenza d'Alboino, tuttochè
barbaro. Se si avesse a prestar fede a Mario Aventicense[2876] poco
avrebbe goduto il re Alboino della sua terrena felicità, scrivendo egli
che nell'anno presente, correndo la _indizione quinta_, seguì la sua
morte. Anche l'abbate Biclariense[2877] sembra del medesimo parere. Ma
il cardinal Baronio, anticipando ancora questo tempo, fa terminare la
vita di Alboino nell'anno precedente 571, fondandosi sulle parole di
Paolo, che scrive essere durato il regno d'Alboino _per tre anni e sei
mesi_, e deducendo questi tre anni e mesi sei dall'ingresso de'
Longobardi in Italia, cioè dall'anno 568. Perchè noi tutti ci troviamo
qui nel buio, ed in ogni sentenza occorrono delle difficoltà; però è
permesso a ciascun di seguitar l'opinione che gli sembra più verisimile.
Quanto a me, rapporterò all'anno seguente la morte d'esso re, che certo
non può essere accaduta nell'anno 571, come si figurò il Baronio,
quantunque paia assistere alla di lui opinione il suddetto Mario, che
posticipa d'un anno altri avvenimenti, d'allora, e sia per lui Agnello
Ravennate, le cui parole riferirò fra poco.
NOTE:
[2875] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 27.
[2876] Marius Aventicensis, in Chron.
[2877] Abbas Biclariensis, in Chron.


Anno di CRISTO DLXXIII. Indizione VI.
italki
GIOVANNI III papa 14.
GIUSTINO II imperadore 9.
CLEFO re 1.
L'anno VII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Mette il cardinal Baronio nell'anno precedente la morte di papa
_Giovanni III_, per avere anticipato di un anno la sua creazione.
Pretende il padre Pagi[2878], a cui tengo dietro anch'io, ch'egli
compiesse la carriera del suo pontificato e della sua vita nell'anno
presente a dì 13 di luglio. Dopo la di lui morte restò vacante gran
tempo la cattedra di san Pietro, nè in quest'anno fu eletto altro papa;
o, se fu eletto, non venne consecrato: segno che Roma dovea trovarsi in
grandi angustie e confusioni, a cagione de' Longobardi, i quali
infestavano i suoi contorni, ed arrivarono talvolta fino alle porte di
essa città. Ma troppo scarse son pervenute a noi le notizie degli
avvenimenti funesti di questi tempi. Paolo Diacono ne seppe poco
anch'egli: eppure non abbiam se non lui che ci abbia conservata qualche
memoria d'allora, ma senza distinguere gli anni, di maniera che per
istabilire il tempo preciso di que' pochi fatti che restano, bisogna
camminare a tentone. Ora dico che verisimilmente nell'anno presente,
oppure nel susseguente, succedette la morte del re _Alboino_. Non
abbiamo altro lume per assegnar questo tempo, se non le poche parole di
Paolo Diacono, che scrive aver egli regnato in Italia _tre anni e sei
mesi_. Dopo aver noi veduto ch'egli solamente nel settembre dall'anno
569 entrò in Milano, e spese _tre anni e qualche mese_ per ridurre alla
sua ubbidienza Pavia, non resta luogo a credere ch'egli fosse levato di
vita nell'anno 571, come s'avvisò di dire il cardinal Baronio, perchè
sarebbe morto prima d'aver preso Pavia. Difficilmente ancora per la
medesima ragione si può fissar la sua morte nell'anno 572. Mario
Aventicense e l'abbate Biclariense, citati dal padre Pagi per tale
opinione, han troppo slogate l'ossa in questi tempi. Di Mario lo
confessa lo stesso Pagi. E il Biclariense, mettendo la morte di
_Cunimondo_ re dei Gepidi un anno prima della morte del re Alboino, fa
conoscere quanto poco sia da fidarsi di lui ne' fatti de' Longobardi. Il
Sigonio poi lo rapporta all'anno 574, e concorre nel medesimo parere il
padre Pagi, con allegare Ermanno Contratto[2879] e Sigeberto[2880], che
appunto ne parlano a quell'anno. Anzi dic'egli che niuno meglio d'esso
Ermanno ha inteso quello che volle dir Paolo Diacono, notando all'anno
571 la resa di _Pavia_, ed aggiugnendo che Alboino _sedem ibi regni
statuens tres annos et sex menses in Italia regnavit_. Ma questo non può
sussistere, cioè che dalla presa di Pavia cominciasse l'epoca del regno
di Alboino, essendo per le cose dette chiaro che non potè quella città
venire alle mani de' Longobardi nell'anno 571, e su tal supposto sarebbe
morto Alboino nel 575, o nel 576. Ermanno ci dà anche la morte di
Sigeberto re de' Franchi in esso anno 574; eppure il padre Pagi, e la
corrente de' letterati il fa morto nell'anno 575. Quanto allo storico
Sigeberto, a cui dà tanta autorità il padre Pagi, che vuole s'abbiano a
correggere gli errori di Paolo Diacono con quanto lasciò scritto esso
Sigeberto, strana è questa pretensione. Nè Sigeberto nè Ermanno
Contratto ebbero davanti agli occhi, in iscrivendo de' Longobardi, se
non l'unico Paolo Diacono. E di sopra all'anno 551 vedemmo rapportata,
con solenne errore, da esso Sigeberto la morte di Alboino re de'
Longobardi all'anno 543.
Quanto a me dunque crederei più probabile (come ancora la credette il
padre Bacchini) che seguisse la morte violenta del re _Alboino_
nell'anno presente 573. Essendo in questi tempi Milano metropoli e capo
della Liguria, da che riuscì ad Alboino di entrarne in possesso,
verisimilmente fu egli allora acclamato re. E contando dal dì 4 di
settembre dell'anno 569, in cui succedette la presa di Milano, _tre anni
e sei mesi_ ch'egli regnò, viene a cader la sua morte nell'anno presente
573, correndo tuttavia l'anno quarto del suo regno. Agnello
Ravennate[2881] scrive che Alboino fu levato dal mondo _imperante
Justino II, anno VI jussu uxoris suae Rosmundae IV kalendas julias_.
Secondo i conti nostri, l'_anno sesto_ di Giustino II imperadore correva
nell'anno 571. Però, a tenore delle ragioni addotte, non si può
abbracciare la di lui opinione. Probabilmente quel testo è scorretto, e
in vece di _anno VI_, Agnello avea scritto _anno VIII_. Notissima è la
cagione e la maniera della morte di Alboino; tuttavia il corso della
storia richiede che ancor io ne faccia menzione[2882]. Trovavasi questo
re vittorioso in Verona, dove un giorno fece un solenne banchetto ai
suoi uffiziali. Aveva egli fatto legare in oro il cranio del nemico
_Cunimondo_ re dei Gepidi, da lui ucciso in battaglia, e in quello
beveva: barbarica galanteria ed invenzione, di cui è buon testimonio
Paolo Diacono, che giura d'aver veduto il medesimo teschio, mostratogli
dal re _Ratchis_. Riscaldato il re barbaro dal vino, bestialmente invitò
_Rosmonda_ sua moglie a bere allegramente in quella funesta tazza,
perchè berrebbe in compagnia di suo padre. Era ella, siccome altrove
dicemmo, figliuola del medesimo estinto re Cunimondo. Fu questa una
stoccata al cuore della misera principessa, laonde inviperita cominciò
tosto a macchinarne la vendetta: e comunicato il suo pensiero ad
_Elmigiso_, scudiere, e fratello di latte d'Alboino, fu consigliata ad
adoperar _Perideo_, uomo di gran forza, per levar di vita il marito. Ma
non bastando le parole ad indurre Perideo a tentare un tal misfatto, la
regina prese un altro spediente. Sapeva ella qual amicizia passasse fra
una sua cameriera e Perideo; perciò concertò con essa di prendere
segretamente il di lei luogo, allorchè Perideo venisse a giacere con
lei. Credendosi Perideo d'essersi trovato colla solita amica, restò ben
sorpreso, quando la regina gli si scoprì qual era con soggiugnere, che
dopo un tal delitto altro non restava, se non che o egli ammazzasse
Alboino, od Alboino, avvisato del fatto, levasse lui di vita. Elesse
Perideo il primo partito. Or mentre Alboino nel dì 28 di giugno era il
dopo pranzo ito a dormire, Rosmonda, levate prima l'armi dalla camera e
legata ben bene la spada del marito, acciocchè non potesse nè adoperarla
nè sguainarla, e chiuse l'altre porte, affinchè non si sentisse il
rumore, introdusse Perideo nella stanza. Al primo colpo svegliatosi
Alboino corse alla spada; ma ritrovandola sequestrata prese uno scabello
e fece quanta difesa potè; ma in fine alle tante ferite stramazzò privo
di vita. Divolgatasi la di lui morte, infiniti furono i lamenti e i
pianti de' Longobardi, veggendosi tolto un sì bellicoso principe,
universalmente amato e riverito dalla sua nazione. Fu data sepoltura al
suo corpo, e racconta Paolo Diacono che a' suoi dì, circa l'anno 770,
_Giselberto_ duca di Verona, fatto aprir quell'avello, ne estrasse la
spada e gli ornamenti regali, con andarsi poi vanamente vantando d'aver
veduto il re _Alboino_.
In ricompensa di così nera azione Rosmonda prese per marito Elmigiso, e
tentò anche di farlo re. Ma insospettiti, o pure chiariti i Longobardi
che dalla mano loro fosse venuto l'assassinio di Alboino, non solamente
si opposero all'innalzamento di costui, ma ancora pensavano di levargli
la vita. Allora Rosmonda segretamente mandò a Ravenna a pregare l'esarco
Longino, che le inviasse una barca con uomini fedeli; il che egli
puntualmente eseguì. In essa dunque di notte nel mese d'agosto entrata
Rosmonda, se ne fuggì a Ravenna, conducendo seco il nuovo marito
Elmigiso e tutto il tesoro dei re longobardi. Furono essi ben accolti da
Longino. Ma non andò molto, che l'astuto Greco invaghitosi di Rosmonda,
giovane avvenente, e più delle sue ricchezze, cominciò ad esortarla di
voler prendere lui per marito, con liberarsi da Elmigiso, dandole ad
intendere che così diverrebbe regina d'Italia. Non isparse in vano le
sue parole. Aspettò l'ambiziosa Rosmonda che Elmigiso un dì stato al
bagno, ne uscisse, e sotto pretesto di ristorarlo gli porse una tazza di
vino, ma vino avvelenato. Appena ne ebbe egli tracannata la metà, che
s'avvide di aver bevuta la morte. Però sfoderata la spada, e messale la
punta alla gola, l'obbligò anch'essa a bere il resto: con che amendue
caddero morti. È da maravigliarsi come Gregorio Turonense[2883],
scrittore di questi tempi, e poco fa eletto vescovo scriva che Rosmonda
facesse morir di veleno il re marito, e che fuggendo essa con un suo
famiglio amendue furono presi ed uccisi. Merita qui ben più fede Paolo
Diacono, che si servì delle storie di _Secondo_ vescovo di Trento.
Longino inviò poscia a Costantinopoli all'imperadore il tesoro de'
Longobardi, insieme con _Albsuinda_ figliuola del re Alboino, che
Rosmonda sua madre avea menata con seco a Ravenna. Ne ebbe non poco
piacere l'imperadore, e, per attestato di Agnello[2884], accrebbe
all'esarco l'autorità e i salarii. Paolo diacono scrive che quelle
ricchezze furono mandate a _Tiberio_ Augusto. Ma l'ordine dei tempi
richiede che fossero inviate all'imperadore Giustino; e così in fatti
lasciò scritto il suddetto Agnello Ravennate, che pochi anni dopo la
morte di Paolo Diacono compilò le vite degli arcivescovi di Ravenna, che
in questo fatto parla solo d'Elmigiso, e nulla dice di Perideo.
Raunandosi più probabilmente nel mese d'agosto i principali capi della
nazione longobarda in Pavia, e quivi elessero per loro re _Clefo_, ossia
_Clefone_, uno de' più nobili fra loro. Non si sa ch'egli fosse
coronato. Paolo Diacono[2885] scrive che nella funzione di creare i re
longobardi si presentava un'asta al re nuovo, ma senza far parola di
corona o di diadema. Questo re ebbe per moglie _Massana_; e, a riserva
delle sue crudeltà accennate in due parole dal sudetto storico, niuna
altra impresa di lui è giunta a nostra notizia.
NOTE:
[2878] Pagius, Critic. Baron.
[2879] Hermannus Contractus, in Chron.
[2880] Sigebertus, in Chronico.
[2881] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.
[2882] Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 2, cap. 28.
[2883] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 41.
[2884] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.
[2885] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 55.


Anno di CRISTO DLXXIV. Indizione VII.
BENEDETTO I papa 1.
GIUSTINO II imperadore 10.
TIBERIO COSTANTINO cesare 1.
CLEFO re 2.
L'anno VIII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Dopo essere stato per _dieci mesi e tre giorni_ vacante il pontificato
romano, per quanto ne scrive Anastasio bibliotecario[2886], fu
finalmente consecrato papa _Benedetto_, primo di questo nome,
cognominato dai Greci _Bonoso_. Crede il padre Pagi che ciò seguisse nel
dì 3 di giugno. Dal cardinal Baronio è riferito all'anno precedente
l'ingresso di questo papa nella sedia di san Pietro. Ad altro poi non si
può attribuire sì gran dilazione in dare a Roma un nuovo pontefice, se
non alle fiere turbolenze di questi tempi per l'invasione de'
Longobardi, e all'abuso introdotto di non poter consacrare il papa
eletto senza l'approvazione degli imperadori, dimoranti allora in
Costantinopoli. In quest'anno appunto, per attestato di Evagrio[2887],
di Teofane[2888] e della Cronica Alessandrina[2889], _Giustino_ Augusto
talmente si conturbò all'udire i progressi de' Persiani, che gli aveano
prese le città di Apamea e Daras, che gli diede alquanto volta il
cervello. Riavutosi dopo qualche tempo, e trovandosi malconcio di
sanità, così persuaso da _Sofia_ Augusta sua moglie, volle provvedersi
di chi l'aiutasse nel governo. E fu questo _Tiberio_, nato nella Tracia,
uomo di bellissimo aspetto, di alta statura, ma, quel che più importa,
dotato di rare virtù. Giustino gli diede il titolo di _Cesare_, e in una
maniera (dice Evagrio) che si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno.
Congregati tutti i magistrati e le persone di corte davanti al palazzo
imperiale, dove intervenne ancora _Giovanni_ patriarca col suo clero,
Giustino, dappoichè ebbe vestito Tiberio colla tonaca cesarea e col
manto di porpora, ad alta voce gli disse: _Guarda, Tiberio, di non
lasciarti ingannare dalla magnificenza di questa veste, nè dalla pompa
delle cose visibili. Io scioccamente incantato da questo splendore, mi
son renduto degno dell'ultimo supplizio. Tocca a te a correggere i miei
falli, servendoti specialmente della mansuetudine e benignità nel
governo de' popoli._ Poi mostrandogli col dito i magistrati, soggiunse:
_Guardati dal creder loro, perchè essi mi hanno condotto nello stato che
vedi._ Aggiunse altre simili parole che trassero le lagrime dagli occhi
di tutti. Teofane scrive aver Giustino dati questi documenti a Tiberio,
non allorchè il dichiarò Cesare (il che si crede fatto nell'anno
presente), ma sì bene allorchè il creò Augusto e collega nell'imperio. E
forse che Evagrio non è discorde da Teofane. Intanto il re Clefo regnava
sopra i Longobardi. Abbiamo da Paolo Diacono che costui specialmente se
la prese contro i _Romani potenti_, cioè contra gli antichi abitatori
dell'Italia, sudditi del romano imperio, con ucciderne molti, e mandarne
molti altri in esilio fuori di Italia. Non ispiega lo storico s'egli
esercitasse questa crudeltà solamente verso i potenti delle città che
andava conquistando, oppur se anco verso gli altri nobili delle città
già conquistate da Alboino. Sappiamo da Gregorio Turonense, storico
allora vivente, che i Longobardi entrati in Italia, _specialmente nei
primi sette anni_, scorrendola, con spogliar le chiese ed uccidere i
sacerdoti, _la ridussero in loro potere_. Paolo Diacono[2890], che,
tessendo la storia de' Longobardi, chiaramente si protesta d'essersi
servito di quella de' Franchi, scritta da esso Turonense, cedette che
questa crudeltà e la _conquista della maggior parte d'Italia_ seguissero
nel _settimo anno dalla venuta d'Alboino in Italia_. E ciò notando egli
dopo aver narrata la morte del re Clefo, v'ha alcuno che si è servito di
quel passo di Paolo per istabilire la cronologia delle azioni de'
Longobardi. Ma, per vero dire, sono assai chiare le parole di Gregorio
Turonense: oppur Paolo non ne intese bene il senso; laonde indarno si
può far qui fondamento per dare un buon ordine alle azioni de'
Longobardi. Possiamo bensì dedurne che nello spazio de' _primi sette
anni_ riuscisse ai Longobardi di occupare la maggior parte dell'Italia,
e che, per conseguente stendessero le lor conquiste in quelle contrade
ancora che oggidì formano il regno di Napoli.
NOTE:
[2886] Anast. Biblioth., in Benedicto I.
[2887] Evagr., lib. 5, cap. 13.
[2888] Theoph., in Chronogr.
[2889] Chronicon Alexandrinum.
[2890] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 32.


Anno di CRISTO DLXXV. Indizione VIII.
BENEDETTO I papa 2.
GIUSTINO II imperadore 11.
TIBERIO COSTANTINO cesare 2.
L'anno IX dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Secondochè scrive Paolo Diacono, non più che un anno e sei mesi regnò
_Clefo_ re dei Longobardi; e però o sul fine del precedente o pure sul
principio del presente è da credere ch'egli fosse tolto dal mondo.
Principe a noi solamente noto per la sua crudeltà, e non indegno della
morte che gli toccò[2891]. Fu egli ucciso da un suo paggio o famiglio,
senza che a nostra notizia sia giunta la cagione o la maniera di
quest'altro regicidio. Per _dieci anni_ dipoi restò senza re il regno
de' Longobardi, non so se perchè discordassero nell'elezione i primati,
ovvero perchè per allora amassero di non avere un capo che regolasse il
corpo loro, o pure perchè _Autari_ figliuolo del re Clefo paresse loro,
a cagion della sua età, non per anche atto al governo dei popoli,
siccome poi fu creduto da lì a dieci anni. Sappiamo bensì da Paolo
Diacono che in questo decennio la nazion longobarda fu governata da
trentasei duchi, formando essi una repubblica, concordemente regolata da
tante teste, ma comandando cadaun di essi come sovrano a quella città
che gli era stata data in governo, e coll'indipendenza dagli altri.
Zabano signoreggiava in _Pavia_, Alboino in _Milano_, Vallari in
_Bergamo_, Alachiso in _Brescia_, Evino in _Trento_, Gisolfo in
_Cividale di Friuli_, e così altri in altre città. Non si può ben
decidere se i ducati del _Friuli_ e di _Spoleti_ fossero allora formati
con quella ampiezza che certamente ebbero dipoi; nè se fosse per anche
nato il ducato insigne di _Benevento_. Contuttociò fondatamente si può
credere che si fossero già introdotti alcuni duchi, i quali comandassero
a più d'una città. Parleremo tra poco di _Faroaldo primo duca di
Spoleti_. Per altro in somma confusione era per questi tempi lo stato
dell'Italia. Restavano tuttavia in potere dell'imperadore Ravenna con
alcune città circonvicine; Roma col suo ducato, che abbracciava altre
città: Padova, Monselice e Cremona; e nella Liguria Genova con altri
luoghi marittimi. Ritenevano ancora gli uffiziali cesarei alcuni luoghi
nell'Alpi Cozzie, come Susa ed altri siti. Ed è fuor di dubbio che
Napoli con altre città marittime seguitava ad esser fedele
all'imperadore. Possedevano all'incontro i Longobardi le provincie del
Friuli e della Venezia, la Liguria quasi tutta la Toscana e l'Umbria di
qua e di là dall'Apennino, e penetravano nella Puglia e Campania. Sicchè
la misera Italia era divisa e lacerata in varie parti, e per le offese e
difese piena di guai. Attesta ancora Paolo Diacono[2892] che sotto
questi duchi per la loro ingordigia di robe furono uccisi molti nobili
romani, cioè italiani, e che i popoli furono tassati a pagar ogni anno
per tributo la terza parte delle rendite delle lor terre ai Longobardi.
Io so che v'ha taluno, a cui per cagion di questo tributo è sembrata ben
deplorabile la condizion dell'Italia dopo la venuta de' Longobardi;
quasi che non vi abbia de' popoli anche oggidì in Italia che, computati
gli aggravii tutti pagano al principe loro eguali, anzi più gravi
tributi. Oltre di che, chi esalta cotanto il governo dei Romani antichi
in paragone di questi Barbari, dovrebbe ricordarsi quanti terreni si
contribuissero una volta per fondar le colonie romane, e quanto maggior
copia parimenti di terreni si sia in que' tempi tolta alle città per
premiare i soldati, e a quanti aggravii fossero anche sotto i Romani
sottoposti i popoli. Ora scrivendo Paolo Diacono che _per hos
Langobardorum duces, septimo anno ab adventu Alboini, Italia in maxima
parte capta est_; e venendo a cadere nell'anno presente il _settimo_
dopo la venuta d'Alboino, pare che il comando sovrano d'essi duchi
avesse principio di qui.
Ho differito fin qui di parlare delle irruzioni fatte dai Longobardi
nelle Gallie, perchè Gregorio Turonense, che ce ne conservò le notizie,
e da cui le prese anche Paolo Diacono, secondo il suo solito, non ne
indica gli anni. Mario Aventicense[2893] ne riferisce una all'anno 568,
cioè a quel medesimo, in cui Alboino entrò colla sua nazione in Italia;
il che difficilmente si può credere. Almen pare che le medesime
succedessero parte sotto _Alboino_ e parte sotto il regno di _Clefo_,
vivente ancora _Sigeberto_ re dei Franchi, il quale nell'anno presente
tolto fu dal mondo. Raccogliesi dunque da esso Turonense (copiato dipoi
da Paolo Diacono) che[2894] _santo Ospizio_, romito chiuso appresso
Nizza di Provenza, predisse la venuta de' Longobardi nelle Gallie, e che
devasterebbono sette città. Giunsero questi Barbari in quelle parti, e
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Çirattagı - Annali d'Italia, vol. 2 - 70
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4176
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1583
    38.5 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 37
    Süzlärneñ gomumi sanı 4285
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1656
    39.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 38
    Süzlärneñ gomumi sanı 4297
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1758
    36.3 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4247
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4207
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1583
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4144
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 42
    Süzlärneñ gomumi sanı 4135
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1404
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4160
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1538
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4192
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4202
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1456
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1577
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4208
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1592
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4237
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1611
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4188
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1513
    39.5 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4172
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1592
    40.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1644
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    54.8 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4271
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1646
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    56.8 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 59
    Süzlärneñ gomumi sanı 4350
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1632
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 60
    Süzlärneñ gomumi sanı 4355
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1595
    41.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    57.1 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 61
    Süzlärneñ gomumi sanı 4427
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1644
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 62
    Süzlärneñ gomumi sanı 4458
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1627
    41.5 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 63
    Süzlärneñ gomumi sanı 4368
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1612
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 64
    Süzlärneñ gomumi sanı 4390
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1611
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4404
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1665
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1706
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4329
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1612
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 68
    Süzlärneñ gomumi sanı 4197
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1608
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4341
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1557
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    Süzlärneñ gomumi sanı 4334
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1639
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    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1570
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    56.6 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 75
    Süzlärneñ gomumi sanı 4252
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1525
    41.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.7 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 76
    Süzlärneñ gomumi sanı 4274
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1654
    38.7 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 77
    Süzlärneñ gomumi sanı 4306
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1535
    42.3 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    58.8 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 78
    Süzlärneñ gomumi sanı 4299
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1642
    42.0 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    57.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 79
    Süzlärneñ gomumi sanı 4207
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1547
    41.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    57.5 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 80
    Süzlärneñ gomumi sanı 4426
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1710
    39.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 81
    Süzlärneñ gomumi sanı 4380
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1575
    39.9 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 82
    Süzlärneñ gomumi sanı 4310
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1539
    41.8 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    57.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 83
    Süzlärneñ gomumi sanı 4290
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1561
    40.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.5 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 84
    Süzlärneñ gomumi sanı 4254
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1577
    40.4 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.6 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    63.9 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 85
    Süzlärneñ gomumi sanı 4332
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1597
    42.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    59.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    65.2 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 86
    Süzlärneñ gomumi sanı 4273
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1550
    41.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 87
    Süzlärneñ gomumi sanı 546
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 336
    58.3 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    65.2 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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