Annali d'Italia, vol. 2 - 60

Süzlärneñ gomumi sanı 4355
Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1595
41.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
57.1 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
65.3 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
Härber sızık iñ yış oçrıy torgan 1000 süzlärneñ protsentnı kürsätä.
italki
abitanti in quelle parti, non si potè da sì poca gente tentarne
l'acquisto. Però a diritura passarono a Milano, la qual città si
sottrasse, secondo il concerto, all'ubbidienza de' Goti, ed acclamò
l'imperadore per sua mala fortuna, e senza aver prese buone misure.
Altrettanto fecero Bergamo, Como, Novara ed altri luoghi, nei quali
Mandilla inviò picciole guarnigioni, con restargli solamente trecento
uomini per difesa di Milano. Ma appena ebbe Vitige intesa la ribellion
di Milano, che spedì a quella volta _Vraia_, figliuolo d'una sua
sorella, con una sufficiente armata, che di là a non molto s'ingrossò
coll'arrivo di dieci mila Borgognoni. Venivano questi mandati in aiuto
di Vitige da Teodeberto, uno dei re franchi per soddisfare alla
capitolazione tra loro conchiusa nella cessione di sopra accennata degli
stati già posseduti nelle Gallie dagli Ostrogoti. Niuno venne de'
Franchi, e fu anche fatta correr voce che gli stessi Borgognoni di lor
moto proprio, e senza saputa di Teodeberto, erano calati in Italia, per
rispetto che si aveva all'imperadore, e perchè dianzi aveano preso i re
franchi qualche impegno di lega con esso Augusto, giacchè questi, per
maggiormente cattivarsi lo stesso Teodeberto, l'avea probabilmente
adottato, con titolo nondimeno di solo onore, per suo figliuolo, come
abbiamo da due lettere del medesimo re a Giustiniano presso il
Du-chesne[2668], nelle quali il chiama _padre_. Fu dunque stretto di
assedio Milano, senza che si fosse prima provveduto al bisogno de'
viveri; ed essendo sì scarso il presidio imperiale, conveniva che i
cittadini facessero anche essi le guardie alle mura. Non dormiva in
questo mentre Belisario. Lasciata una lieve guarnigione in Roma, con
quanta gente avea s'inviò sul fine di giugno alla volta della Emilia.
Gli si renderono Todi e Chiusi con restar prigionieri i presidii gotici,
che egli appresso mandò in Sicilia. Giunse in questi medesimi tempi per
mare nel Piceno un rinforzo inviato da Giustiniano in Italia,
consistente in cinque mila Greci pedoni, e circa due mila Eruli. Ne era
condottiere _Narsete_, uno de' primi uffiziali dell'imperadore, uomo di
gran coraggio ed attività, tuttochè eunuco. Unitosi con lui Belisario
nella città di Fermo, tenuto fu consiglio e perchè si ricevette avviso
da Giovanni assediato in Rimini, ch'egli non poteva più di sette giorni
sostenere la città per mancanza di viveri, fu risoluto di marciare a
dirittura colà. Ma non aspettarono i Goti l'arrivo dei Greci per
ritirarsi dall'assedio. Insorsero poi gare ed emulazioni fra Belisario e
Narsete; e perchè non andavano d'accordo ne' consigli, si divisero.
Nulladimeno impensatamente riuscì a Belisario d'impadronirsi d'Urbino, e
a Narsete d'entrare in Imola ed in altri luoghi dell'Emilia, ma non già
di Cesena, sopra cui fu fatto un vano tentativo. Infierì in quest'anno
un'orrenda carestia per tutta l'Italia, di modo che, per attestato di
_Dazio_ arcivescovo allora di Milano, citato fuor di sito dall'autore
della Miscella[2669], assaissime madri mangiarono i lor figliuolini,
probabilmente durante l'assedio di Milano, dove cominciò a provarsi
questa terribil fame. Procopio, ch'era presente a questi guai, scrive
essere stata voce costante, che fossero in quell'anno morti di fame
cinquanta mila contadini nel solo Piceno, e più ancora nell'Istria e
Dalmazia; e che nel territorio di Rimini due donne rimaste sole in una
casa, si mangiarono diciassette uomini, con ucciderli di notte di mano
in mano che capitavano al loro tugurio.
NOTE:
[2660] Liberat., in Breviar., cap. 22.
[2661] Hist. Miscella, lib. 16.
[2662] Anastas. Bibl., in Vit. Silverii.
[2663] Procop., Hist. Arcan., cap. 11.
[2664] Baron., Annal. Eccl.
[2665] Pagius, Crit. Baron.
[2666] Anastas. Bibliothec., in Vita Silverii.
[2667] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 10.
[2668] Du-Chesne, Hist. Franc., tom. 1, pag. 862.
[2669] Hist. Miscell., lib. 16.


Anno di CRISTO DXXXIX. Indizione II.
VIGILIO papa 2.
GIUSTINIANO imperadore 13.
VITIGE re 4.
_Consoli_
FLAVIO APPIONE senza collega.

Fu creato console questo _Appione_ da Giustiniano Augusto. Suo padre
_Strategio_ era patrizio e tesoriere dell'imperadore, e si trova anche
appellato _exconsole_ nella Novella centesimaquinta di Giustiniano,
senza che apparisca in quale anno egli esercitasse il consolato, e
perciò con apparenza che solamente per onore gli fosse conferito quel
titolo, oppure che l'imperadore, allorchè fu console, il sostituisse in
quella dignità per qualche mese. Restò il principio di quest'anno
funestato da una delle più orride tragedie che mai si possano udire.
Continuando l'assedio di Milano, sempre più cresceva il furor della
fame, in guisa che il popolo si ridusse a mangiar fino i più sozzi e
schifosi animali. Non lasciò Belisario d'inviare a quella volta un
soccorso di truppe condotto da _Martino_ e da _Uliare_ suoi capitani; ma
costoro si fermarono al Po, non arrischiandosi di andare incontro al
grosso campo de' Goti e Borgognoni. Ne scrissero a Belisario, il quale
determinò con assenso di Narsete di spedire altra gente. Ma mentre i
primi si fermano, e si preparano gli altri a muoversi, non potendo più
reggere Milano ai morsi della fame, _Mondila_ e _Paolo_, capitani di
quei pochi Greci che erano nella città, capitolarono coi Goti di
rendersi, salve le vite loro, con abbandonare alla discrezion de' nemici
quelle del popolo. Pertanto entrati coi Borgognoni Goti, ansanti di
punire la ribellion de' cittadini, fecero massimamente man bassa sopra i
senatori e sopra tutti gli altri maschi, non perdonando neppure ai
fanciulli, nè ai sacerdoti, che, per attestato di Mario
Aventicense[2670], furono scannati ne' sacri templi e sopra gli stessi
altari. Le donne tutte furono fatte schiave, e donate ai Borgognoni in
ricompensa del prestato soccorso, e la città tutta saccheggiata, e poi
diroccata e ridotta ad un mucchio di pietre. Se vogliam credere a
Procopio[2671], furono in sì esecranda giornata tagliati a pezzi più di
_trecento mila uomini_: numero che giustamente si può sospettare
eccedente il vero, perchè, computate le donne, avrebbe dovuto questa
città contenere almen da secento mila persone in un giro allora minore
del presente, se non immaginassimo rifugiato entro quella città una
buona quantità degli abitatori della campagna. Loda il cardinal
Baronio[2672] _Dazio_ arcivescovo di Milano, perchè si studiasse di
liberar quella città dai Goti ariani, e promovesse la ribellione. Non
entro io a disputare se fosse o non fosse lodevole l'operar contro il
giuramento di fedeltà prestato ai Goti, che pur lasciavano vivere in
pace i cattolici. Bensì dico che si potè desiderar più prudenza nel
fatto di Dazio, il cui zelo intempestivo si tirò dietro la lagrimevole
rovina della città e del popolo suo; che per un pugno di gente inviato
colà de Belisario non si dovea esporre il suo gregge al pericolo di
soccombere sotto la possanza tuttavia grande dei Goti in Italia. Ebbe
Dazio la fortuna di salvarsi colla fuga, e di ritirarsi a
Costantinopoli, dove si trattenne circa quindici anni, lungi
dall'eccidio dell'infelice patria sua, e quivi in fine terminò i suoi
giorni nell'anno 552. Mondila e Paolo capitani coi Greci di lor seguito
anch'essi ebbero salve le vite, e furono condotti prigioni a Ravenna.
Tornò tutta la Liguria in potere dei Goti: e non parlandosi più dei
Borgognoni, segno è che essi dovettero ritornare al loro paese.
Stava intanto Vitige co' primarii fra i Goti studiando la maniera di
potersi sostenere in questa sì pericolosa guerra; e fu conchiuso di
tirare in Italia con una grossa offerta di danaro i Longobardi, allora
abitanti nella Pannonia, ossia nell'Ungheria. A tal fine furono spediti
ambasciatori a _Vaci_, ossia _Vaccone_, re in questi tempi, per quanto
scrive Procopio[2673], di quella nazione; nel che non s'accordano con
lui Paolo diacono[2674], nè Sigberto[2675], da' quali abbiam veduto che
_Audoino_ infin l'anno 527 condusse i Longobardi nella Pannonia.
Procopio parlando poi diffusamente de' Longobardi più sotto[2676],
scrive che Giustiniano donò loro il Norico e la Pannonia, ed insorse poi
guerra fra essi e i Gepidi, regnando _Audoino_ re d'essi Longobardi.
Riuscì senza frutto l'ambasciata, perchè si trovò che i Longobardi
aveano stretta lega coll'imperador Giustiniano, e fedelmente la voleano
mantenere. Perciò Vitige si applicò ad un'altra risoluzione, e fu quella
di muover _Cosroe_ re di Persia a far guerra a Giustiniano, con
ispedirgli a tal fine ambasciatori, non goti, ma italiani; il che fu di
un gravissimo sconcerto all'imperio d'Oriente, di modo che non finì
quest'anno che Giustiniano venne in pensiero di far pace coi Goti, e
rimandò in Italia gli ambasciatori di Vitige, che erano tuttavia in
Costantinopoli, promettendo di spedire persone a Ravenna con
plenipotenza di trattarne. E perciocchè intese i dispareri che tuttavia
continuavano tra Belisario e Narsete, richiamò l'ultimo a
Costantinopoli, e pensava anche di far lo stesso di Belisario, per
dargli il comando dell'armata destinata contra de' Persiani. Belisario
intento alle sue imprese, dappoichè ebbe intese e compiante le
italki
inesplicabili calamità di Milano, passò ad assediar Osimo; inviò
_Cipriano_ e _Giustino_ suoi capitani a tentare l'acquisto di Fiesole;
giacchè queste due città il trattenevano dal passare innanzi verso
Ravenna. Mandò ancora _Martino_ e _Giovanni_ verso il Po, che si
postaron in Tortona, tuttochè città priva di mura. _Vraia_ capitano di
Vitige, che comandava nelle parti di Milano, ebbe ordine di passare il
Po, per isloggiare di là i Greci. Ubbidì egli, ma non si attentò poi di
assalirli, e solamente andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro.
Già abbiam veduto che razza di gente, intente solo ad ingrandirsi o per
diritto o per traverso, fossero allora i re franchi. Anche nell'anno
537, per attestato di Sigeberto[2677], furono vicini a far guerra fra
loro, se non si fosse interposta la _santa Clotilde_ loro madre ed
avola. Procopio anch'egli aggiunge[2678] che quella nazione non sapeva
allora cosa fosse il mantener parola, ed aver eglino bensì professata la
religione cristiana, ma con ritener tuttavia varie superstizioni del
paganesimo, forse perchè non tutti lo aveano per anche abiurato, o pure,
come si ricava da Agatia[2679], coi Franchi buoni cattolici nelle armate
erano mischiati gli Alamanni, gente divenuta loro suddita, e tuttavia
barbara e in gran parte idolatra. Fra essi re più potente era
_Teodeberto_, appellato re d'Austrasia. In una lettera da lui scritta a
Giustiniano Augusto, in cui nondimeno v'ha dei nomi scorretti, egli dice
di stendere il suo dominio dai confini della Pannonia sino all'Oceano,
abbracciando le Toringia, e parte della Sassonia, e la Svevia, ossia
l'Alemagna, e le provincie del Belgio, oltre alla porzione a lui toccata
del regno della Borgogna, e ad altri stati di sua giurisdizione. Ora
Teodeberto, al vedere in sì pericolosa guerra impegnati e smunti non
meno i Goti che i Greci, dimentico del bel titolo di _padre_ ch'egli
dava a Giustiniano, e dei regali da lui ricevuti, e delle belle promesse
a lui fatte; molto più dimentico dell'obbligo contratto di aiutar
Vitige, che a questo fine avea ceduto a lui ed ai suoi zii tutto quanto
possedevano nella Gallia i suoi Goti, o vogliam dire Ostrogoti: entrò in
pensiero di profittare anch'egli di sì bella occasione, coll'acquisto di
qualche porzione d'Italia. Mario Aventicense[2680] ed il Continuatore di
Marcellino conte[2681] riferiscono al presente anno questo fatto che
abbiamo più distesamente narrato da Procopio[2682], scrittore allora
dimorante in Italia al servigio di Belisario. Teodeberto adunque, messa
insieme una armata di cento mila persone, per le Alpi della Savoia calò
nel Piemonte. Erano quasi tutti fanti, che non portavano nè archi nè
picca, ma solamente lo scudo e la spada, con una corta azza, nella cui
cima il ferro grosso, dall'una parte e dall'altra era ben aguzzo e
tagliente. Nelle battaglie dato il segno, con iscagliare quell'azza,
solevano rompere lo scudo del nemico, e poi avventarsegli colla spada ed
ucciderlo. I Goti in quelle parti, all'avviso che veniva sì forte
esercito di Franchi, s'avvisarono tosto che fosse in loro aiuto; e già
parea lor di veder Belisario supplicasse per un passaporto da potersene
tornar colla vita in Oriente. Nulla di male fecero i Franchi finchè
giunsero al Po, dove i Goti aveano un ponte, perchè desideravano forte
di passarlo con lor buona grazia. Ma appena vi furono sopra, che presi
quanti figliuoli e mogli de' Goti ivi si trovarono, ne fecero un
sagrifizio a qualche lor falso dio, e ne gittarono i corpi nel fiume.
Spaventata la guardia dei Goti, scappò tosto in Pavia. Arrivarono i
Franchi dove era l'accampamento de' Goti, verso Tortona, da' quali fu
lor fatto un buon accoglimento, come a buoni amici; quand'eccoti se li
veggono venire addosso quai fieri nemici: cosa che li fece tutti dare
alle gambe con tal confusione, che passarono fin per mezzo il campo de'
Greci, e a dirittura se ne andarono a Ravenna. I Greci, all'incontro, al
vedere sì grande scappata, vennero in esperienza che, arrivato
Belisario, avesse data a costoro una rotta, e però presero le armi per
seco unirsi. Ma trovandosi burlati e fieramente assaliti dai Franchi, si
difesero ben per quanto poterono, ma in fine anch'essi furono astretti a
voltar le spalle e a fuggirsene. Arrivati in Toscana, ragguagliarono
Belisario del disgustoso accidente, e ne rimase non men egli che
l'esercito suo stranamente conturbato, per apprensione che sì grosso
torrente andasse finalmente a scaricarsi sopra di loro. Pertanto egli
scrisse una bella lettera a Teodeberto, con rappresentargli la riverenza
dovuta all'imperadore, la possanza di lui, i patti e le promesse
seguite, ed esortarlo a ritirarsi.
Attribuisce Procopio all'efficacia di questa lettera l'essere in fatti
ritornato da lì a non molto addietro il re Teodeberto colla sua gente.
Ma probabilmente sì gran virtù non ebbe una carta sola. In amendue gli
alloggiamenti de' Goti e de' Greci fuggiti trovarono i Franchi qualche
copia di viveri, e si satollarono ben bene. Ma proseguendo il cammino,
tra per essere quella una sterminata moltitudine, e perchè la carestia e
la guerra aveano desertato il paese, cominciarono a far dei digiuni non
comandati, e spesso altro non aveano che sola carne di bue da cibarsi e
l'acqua del Po da bere. Questi patimenti, colla giunta dell'aria estiva
e del clima diverso, produssero fra loro di grandi malattie, in
manierachè almeno un terzo di quell'armata in breve perì, e il resto era
malconcio di sanità. Questi motivi fecero risolvere Teodeberto a
ritornarsene a casa. Del resto, secondo la testimonianza di Mario e del
Continuatore di Marcellino, egli scorse per la Liguria e per l'Emilia,
mettendo tutto a sacco. Più di ogni altro luogo provò Genova la di lui
crudeltà, perchè non solo saccheggiata, ma anche rovinata dal furore
delle sue genti. E tale fu il soccorso inviato ai Goti, secondo i patti,
dai re franchi. E quando mai a questa spedizione alludessero alcune
medaglie che si veggono di esso re Teodeberto, sarebbe da cercare se
gran gloria seco porti una scorreria fatta più da saccomanno che da
eroe, per finir di spogliare e di distruggere le misere provincie
dell'Italia, senza alcuno che gli si opponesse. Proseguì intanto
Belisario i due assedii d'Osimo e di Fiesole, e dopo molto tempo e
fatiche gli venne fatto d'impadronirsi di quelle due città. Dopo di che,
unite tutte le sue genti, passò verso Ravenna, e formonne il blocco. Per
ben premunirsi avea Vitige fatto caricare nella Liguria una buona
quantità di grani, che posta in barconi, calava giù pel Po alla volta di
Ravenna. Volle la sua sfortuna che all'improvviso si abbassassero le
acque di quel fiume senza poter passare innanzi le barche; e però venne
tutto quel convoglio placidamente alle mani dei Greci, con restare
sprovveduta Ravenna, senza ch'ella potesse sperar vettovaglie dalla
parte dell'Adriatico, perchè Giustiniano era padrone della Dalmazia, e
teneva non pochi legni in quel mare. Per quello che dirò più abbasso,
dovrei qui riferire la resa di questa città, succeduta a mio credere;
ma, seguitando il padre Pagi, mi prendo la libertà di parlarne solamente
nel susseguente.
NOTE:
[2670] Marius Aventicensis, in Chron.
[2671] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 21.
[2672] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 538.
[2673] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.
[2674] Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.
[2675] Sigebertus, in Chron.
[2676] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 33.
[2677] Sigebertus, in Chronico.
[2678] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 25.
[2679] Agath., in Hist., lib. 2.
[2680] Marius Aventicensis, in Chron.
[2681] Continuator Marcellini, in Chron.
[2682] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 25.


Anno di CRISTO DXL. Indizione III.
VIGILIO papa 3.
GIUSTINIANO imperadore 14.
ILDIBALDO re 1.
_Console_
FLAVIO GIUSTINO _juniore_, senza collega.

Siccome il padre Pagi osservò, questo _Giustino_ console orientale ebbe
per padre _Germano_ patrizio, figliuolo di un fratello di Giustiniano, e
però diverso da Giustino juniore poscia imperadore, che era nato da una
sorella di Giustiniano. Viene appellato _juniore_ probabilmente per
distinguerlo da Giustino seniore Augusto ch'era stato console nell'anno
519. _Cosroe_ re della Persia avea già, siccome dissi, mossa guerra a
Giustiniano[2683] colla maggior felicità possibile, perchè non v'era
nelle frontiere cesaree esercito alcuno valevole a far resistenza.
Entrato dunque nella Mesopotamia, si impadronì della città di Sura e di
Berea, e tirando dritto all'insigne città di Antiochia, l'assediò, la
prese, e, dopo un terribil macello di cittadini e un sacco universale,
la consegnò alle fiamme. Sopra la Soria tutta si scaricò questo turbine
colla rovina delle città e degli abitanti. Grande impressione fecero
nell'animo di Giustiniano questi progressi de' Persiani, nè scorgendosi
possente a sostenere nello stesso tempo due gravissime guerre, l'una in
Italia, l'altra in Oriente, siccome dissi, avea stabilito di dar fine
alla prima come potesse il meglio, e di attendere all'altra più
importante e vicina; e tanto più perchè avea bisogno di un bravo e
sperimentato generale da opporre alla potenza di Cosroe, nè si trovava
chi potesse uguagliarsi a Belisario, la cui persona egli credeva troppo
necessaria in Oriente. Avea dunque in Italia a questo fine destinati per
suoi ambasciatori al re _Vitige_, _Domenico_ e _Massimino_
senatori[2684]. In questo mentre i re franchi, udito il pericolo in cui
stavano gli affari de' Goti in Italia, avevano anch'essi mandati
ambasciatori a Vitige, proponendo di far calare un'armata di cinquecento
mila combattenti in suo favore, e di unire insieme l'uno e l'altro
dominio con quella forma di governo che sarebbe creduta più propria.
Belisario, penetrati i disegni de' Franchi, non fu pigro a spedire
anch'egli i suoi oratori a Vitige, con rappresentargli il pericolo di
lui e della sua nazione, ogni qualvolta si accordasse coi Franchi, e che
migliori condizioni poteva sperare da Giustiniano. In somma tanto fece
che il distornò dal consentire a capitolazione alcuna coi Franchi, della
fede dei quali abbiam già veduto quanto si potesse allora promettere.
Arrivarono intanto i legati imperiali, ed entrati in Ravenna, dopo molto
dibattimento si conchiuse il negoziato della pace, con che tutto il di
qua dal Po restasse in potere dell'imperadore, e tutto il di là di
Vitige e dei Goti. Portati questi patti a Belisario, a cui non era
ignoto lo stato della città per la mancanza de' viveri, non li volle per
conto alcuno sottoscrivere; e fattone conoscere il motivo a chi sparlava
di lui, quietò ogni diceria su questo. Per lo contrario i Goti,
veggendosi delusi, oramai stanchi del governo di Vitige, e spronati
dalla fame, fecero segretamente proporre a Belisario, che se egli voleva
assumere il dominio d'Italia, e farsi re, essi per tale il
riconoscerebbero, troppo premendo loro di seguitare a starsene in
Italia, senza timore d'essere inviati in Oriente. Venuta a notizia di
Vitige questa risoluzione de' suoi, anche egli, per averne merito,
occultamente ne fece fare istanza a Belisario, il quale, quantunque non
si sentisse voglia di guadagnarsi il titolo di tiranno, ed avesse
inoltre con grandi giuramenti obbligata la sua fede a Giustiniano di non
far novità, tuttavia accettò l'offerta, e promise di eseguirla, e di non
far male alcuno agli stessi Goti. Dato dunque ordine che speditamente
venissero a Classe, cioè al porto di Ravenna, varie navi con grano ed
altri viveri per soddisfare al bisogno de' Goti affamati, entrò dipoi
pacificamente coll'esercito in Ravenna, non permise che ad alcun fosse
recata molestia, e solamente si assicurò di Vitige, con fare dipoi uno
spoglio di tutte le ricchezze del regal palagio, per presentarle
all'imperadore.
La resa di Ravenna fu cagione che anche le altre città, e massimamente
Trivigi ed altri luoghi della Venezia, inviassero legati a sottoporsi a
Belisario. Procopio nell'entrare in Ravenna si faceva i segni di croce
al mirare come, per così dire, un pugno di gente avesse soggiogata la
nazione de' Goti, i quali in Ravenna sola superavano di numero
l'esercito imperiale. Ma i Goti, dopo la morte di Teoderico, si erano
impoltroniti, perchè dati agli agi, ed intenti cadauno a farsi un buon
nido in Italia. Però le donne di quella nazione, che dianzi avevano
udito dire di gran cose intorno al numero superiore e alla statura quasi
gigantesca de' Greci, mirandone poi sì pochi prendere il possesso di
Ravenna, e ch'essi erano come gli altri uomini ordinarii, sputavano in
faccia ai loro mariti, con rimproverare ai medesimi l'insigne loro
codardia. Lasciò poscia Belisario che chiunque de' Goti volle uscir di
città, se ne andasse ad attendere ai fatti suoi e a visitare i suoi
poderi. Ebbe anzi piacere che scaricassero Ravenna, perchè di gran lunga
più erano essi che le schiere de' Greci in essa città. Ora qui devo
avvertire i lettori d'aver io seguitato il padre Pagi in riferire
all'anno presento la presa di Ravenna, fatta da Belisario, prima che
terminasse l'_anno quinto_ della guerra gotica, cioè prima della
primavera di quest'anno, nei cui primi mesi crede esso Pagi che seguisse
la resa di quella città. Ma veramente tengo io che tal resa accadesse
prima che finisse l'anno precedente 539. Nelle mie Antichità
italiche[2685], là dove tratto della origine della lingua nostra
volgare, ho rapportato uno strumento scritto in papiro egiziano _sub die
tertio Nonarum januariarum, indictione tertia, sexies post consulatum
Paulini junioris viri clarissimi, Ravennae_, cioè nel dì 5 di gennaio
del presente anno. Ora da quello strumento e dalle lettere scritte ai
magistrati di Faenza, chiaramente, a mio credere, si scorge che Ravenna
non solamente nel principio dell'anno non era più assediata, ma godeva
allora anche una somma pace ed avea commercio colle città circonvicine,
e conseguentemente che essa era già venuta alle mani di Belisario. E
quando sia così, bisognerà dire, o che il padre Pagi non ben concertasse
gli anni della guerra gotica, o pure che in quest'anno poche novità
succedessero, con essere cessata la guerra, attendendo Belisario a dare
buon sesto alle conquiste fatte, e a quietare, s'era possibile, i
soggiogati Goti. In fatti pareva ormai rimessa sotto il romano imperio
l'Italia tutta, e che s'avesse a respirare e godere un po' di quiete
nelle afflitte e devastate sue provincie. Ma fallirono ben presto le
speranze de' popoli[2686]. Non mancavano, com'è il solito, nemici a
Belisario; e questi scrissero all'imperadore ch'egli andava macchinando
di farsi signore d'Italia. Può essere che Giustiniano niuna fede
prestasse a sì fatte accuse. A buon conto il richiamò a Costantinopoli
per dargli il comando dell'armata contra de' Persiani che superbi
facevano alla peggio in Oriente, talmente che Giustiniano era giunto a
comprare vilmente la pace con lo sborso di cinque mila libbre d'oro, e
promessa di pagarne cinquecento ogni anno da lì innanzi. Il re _Cosroe_
dipoi non mantenne i patti, e continuò la guerra con più vigore di
prima. Ma appena s'intesero i preparamenti di Belisario per la sua
andata a Costantinopoli, che i Goti trovandosi burlati nelle loro
speranze, e riconoscendosi ormai sottoposti all'imperadore, si
raunarono, per consiglio di _Vraja_ nipote di Vitige, in una dieta a
Pavia, e quivi proposero di crearsi un nuovo re. In fatti _Ildibado_,
appellato da altri _Ildibaldo_, uno de' primarii fra essi che abitava in
Verona, chiamato colà, fu improvvisamente vestito della regia porpora.
Non volle egli mancare d'inviar tosto legati a Belisario, per
rappresentargli la mancanza della parola data, con de' rimproveri ancora
alla di lui viltà, quando non consentisse di farsi re d'Italia; che se
egli s'accordasse coi lor desiderii, protestava Ildibado che sarebbe
andato in persona a depositar la porpora ai suoi piedi. Lusingavansi
molti fra i Goti che Belisario cederebbe a così belle istanze. Ma egli,
saldo nella conoscenza del suo dovere, rimandò gli ambasciatori colle
mani vuote.
NOTE:
[2683] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 5.
[2684] Idem, de Bell. Goth., lib. 2, cap. 29.
[2685] Antiq. Italic., Dissert. XXXIII.
[2686] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 30.


Anno di CRISTO DXLI. Indizione IV.
VIGILIO papa 4.
GIUSTINIANO imperadore 15.
ERARICO re 1.
TOTILA re 1.
_Console_
FLAVIO BASILIO _juniore_, senza collega.

Crede il Baronio che questo _Basilio_ console fosse romano, e della casa
_Decia_, e però della famiglia di quel Basilio che fu console nell'anno
463, a distinzione di cui fu appellato _juniore_. Procopio in fatti fa
menzione di _Basilio patrizio_ dopo questi tempi in Roma. Ed è da
osservare che questo si può dire l'ultimo dei consolati ordinarii
dell'imperio romano, se non che Giustino Augusto juniore lo rinnovò
nell'anno 567. E gl'imperadori d'Oriente continuarono poi un consolato
perpetuo. Giustiniano quegli fu che fece andare in disuso questa sì
illustre dignità, perchè egli solo ambiva tutto il lustro del comando. E
l'abolì in Occidente col pretesto ch'esso portava una spesa eccessiva,
giacchè i consoli doveano, per rallegrare il popolo, gittar monete d'oro
e d'argento senza risparmio per le strade, vestire di livrea gran gente,
e solevano dare spettacoli e giuochi scenici per divertimento del
pubblico. Almeno due mila libbre d'oro spendeva cadauno dei consoli in
tale solennità, e la maggior parte di tale spesa era pagata
dall'imperiale erario. Richiamato intanto _Belisario_ da Giustiniano,
avea già sciolte le vele verso Costantinopoli, seco onorevolmente
conducendo _Vitige_ e sua moglie con alcuni de' primarii Goti, e
specialmente i figliuoli del nuovo _re Ildibado_, trovati per buona
ventura in Ravenna, e ritenuti[2687]. Giunto colà, li presentò a
Giustiniano Augusto, che fece lor buon accoglimento, e mirò ancora con
maggior piacere i tesori dal re Teoderico trasportati da Ravenna. Si
credevano tutti che Belisario fosse per aver l'onore del trionfo, come
l'aveva goduto per l'Africa ricuperata: ma, senza sapersene il perchè,
non l'ottenne. E qui Procopio tesse un panegirico alle rare qualità e
virtù di questo generale, lasciando indietro, secondo l'uso ordinario, i
suoi difetti, che si veggono poi raccolti nella Storia segreta[2688]. I
Goti, ch'erano con lui, andarono a militare in Oriente; il solo Vitige
creato patrizio, per testimonianza di Giordano[2689], restò in
Costantinopoli colla moglie _Mutasunta_, la quale dopo la morte d'esso
Vitige, succeduta da lì a due anni, fu data per moglie a _Germano_, non
già fratello, ma figliuolo di un fratello di Giustiniano Augusto, ed uno
dei migliori generali di quell'età. Fece Belisario quella campagna
contro i Persiani, ma con poca fortuna e meno onore, e tornossene poi
sul fine a svernare a Costantinopoli. Le disavventure sue per cagione di
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 75
    Süzlärneñ gomumi sanı 4252
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1525
    41.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.7 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 76
    Süzlärneñ gomumi sanı 4274
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1654
    38.7 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    54.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 77
    Süzlärneñ gomumi sanı 4306
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1535
    42.3 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    58.8 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    66.3 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 78
    Süzlärneñ gomumi sanı 4299
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1642
    42.0 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    57.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 79
    Süzlärneñ gomumi sanı 4207
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1547
    41.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    57.5 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 80
    Süzlärneñ gomumi sanı 4426
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1710
    39.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    54.9 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 81
    Süzlärneñ gomumi sanı 4380
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1575
    39.9 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.9 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 82
    Süzlärneñ gomumi sanı 4310
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1539
    41.8 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    57.4 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 83
    Süzlärneñ gomumi sanı 4290
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1561
    40.1 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.5 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 84
    Süzlärneñ gomumi sanı 4254
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1577
    40.4 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.6 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    63.9 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 85
    Süzlärneñ gomumi sanı 4332
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1597
    42.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    59.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    65.2 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 86
    Süzlärneñ gomumi sanı 4273
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 1550
    41.2 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    56.0 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    64.4 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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  • Annali d'Italia, vol. 2 - 87
    Süzlärneñ gomumi sanı 546
    Unikal süzlärneñ gomumi sanı 336
    58.3 süzlär 2000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    65.2 süzlär 5000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
    71.8 süzlär 8000 iñ yış oçrıy torgan süzlärgä kerä.
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