Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea - 04

Giunse in terra; tutti gli furono attorno ed aiutarlo, a sorreggerlo
che barcollava come ebbro. Pietro gli tolse dalle braccia Lucietta
sempre svenuta. Ma subito un'idea orribile gli venne.
— E mio figlio?! —
La madre, a queste parole del marito, gridate con accento di
disperazione, risensò.
— Mio figlio! mio figlio! — ripetè. — Oh! salvatemelo, per amor di Dio!

La infelice, nello svenire, l'aveva lasciato cadere....
Vide in quella Atanasio che si premeva la fronte e le occhiaie dove
sentiva un orribile dolore.
“Voi, voi qui, Atanasio!” disse, puntando il dito contro di lui. “Voi
dovete salvarlo.”
Atanasio fremette a quell'accento, a quelle parole; tese le braccia
innanzi a sè, brancolando come per cercar la scala, volle camminare ed
inciampò; mandò un urlo da bestia selvaggia.
“Sono cieco!” gridò stramazzando al suolo come corpo morto.
Fu portato all'ospedale, insieme coi parecchi feriti di quel
disastroso incendio. Le gravi scottature che aveva riportato posero in
pericolo la sua vita, ma pur guarì tuttavia; i suoi occhi però furono
irremissibilmente perduti.
Durante la lunga malattia, egli non chiese mai novella nè di Lucietta,
nè di Pietro, nè della fonderia. Guarito, seppe che questa e la casa
erano rimaste un cumulo di rovine; che Pietro, per cercare di alleviare
il dolore della moglie che aveva minacciato divenirne pazza, l'aveva
condotta a fare un lungo viaggio lontano, lontano; che prima di partire
il padrone aveva lasciata una buona somma per lui.
Atanasio volle che questa somma fosse data ai poveri del villaggio; e
senza un soldo, uscito dallo spedale, prese la prima strada che gli si
parò dinanzi, per andare tanto lontano, che di lui in quel paese non si
sapesse mai più novella.
Fatto poco cammino, udì un guaiolare festoso e le piote d'un cane si
appoggiarono alle sue coscie: era Azor. Come aveva egli vissuto sino
allora? chi può saperlo?
— Sei qui tu? — esclamò Atanasio commosso. — Il solo amico, il solo
bene che mi resti.... Vuoi seguirmi nell'esilio? Vuoi essere la guida
del povero cieco?... Vieni. —
Come capitasse nel villaggio in cui l'ho conosciuto, questo sciagurato
non sapeva dire.
Quando il cieco morì, fu sotterrato in un cantuccio del cimitero, senza
una croce, senza un segno qualunque di memoria dei sopravvivi, ma il
domani Azor vecchissimo, fu trovato morto sulle zolle smosse, sotto cui
avevano riposto la salma del suo padrone.


UN GENIO SCONOSCIUTO
RACCONTO.

I.
Era un genio davvero. Dio glie ne aveva data la scintilla immortale.
Egli la volle nascondere, e fece che traversasse ignorata la vita
terrena.
Non vi dirò il luogo in cui il mio eroe, circondato d'oscurità, mise
per anni ed anni tutto il suo impegno a tener segregata dal mondo la
luce della sua intelligenza. Gli ho promesso di tacerlo, e coll'ultima
stretta di mano che abbiamo scambiata, ho dato ragione alla sua
misantropica e valorosa rinuncia. Il suo nome, ch'egli decretò e volle
seppellito nel più profondo oblìo, non comparirà su queste carte.
A me stesso egli lo tacque, e se anche ho potuto indovinarlo, non
contristerò, svelandolo, la memoria di quell'anima infelice.
In uno degli ultimi nostri colloqui, egli mi diceva, con un cotal suo
sorriso, tra bonario ed amaro, che gli era abituale:
— Se invece di questo cimitero di campagna, in cui un'erba pietosa
e non curante agguaglia tutte le fosse e circonda tutte le croci, il
mio cadavere avesse da essere seppellito in un camposanto cittadino,
dove si fa pompa di lapidi e di iscrizioni, vorrei che sulla mia tomba
modesta si scrivesse superbamente: «QUI GIACE UN ANONIMO.» —
Codesto suo detto, fate conto che sia l'epigrafe della mia narrazione.

II.
Dunque gli è in un villaggio, — in una remota regione — che l'ho
incontrato.
Un mio nobile amico ha colà una gran tenuta intorno ad un'antica e
vasta casona, che in paese chiamasi _il castello_, dove si conservano
da tempi lontani, tradizioni rispettatissime d'una gentilezza ospitale
senza eccezione.
Il paese è vicino alle montagne; un contrafforte delle Alpi allunga
nella pianura le sue radici, a variare di collinette e di valloncini
l'amenità dell'imboschito terreno; intorno all'antico palazzo si stende
un giardino abbastanza vasto per potersi insuperbire del titolo di
parco.
Una vegetazione ricca, fresca e feconda veste le chine dei colli
con albereti leggiadri alla vista, e porge, anche contro l'insolente
saettare del sole di mezzogiorno, gradevoli ripari d'ombra, rallegrati
dal venticello della montagna. Al piede di quella collina, su cui
il castello innalza le sue muraglie annerite, il villaggio — povero
assembramento di casipole, che somigliano a capanne — si sdraia,
direi quasi timidamente, e par che cerchi nascondere i suoi tetti, la
maggior parte di paglia, alcuni di lastre di pietra, sotto le fronzute
chiome di castagni e di noci, che crescono e s'innalzano a mirabili
proporzioni da ogni orto, da ogni praticello.
È un cantuccio riposto, dove non penetrano le passioni e le gare degli
uomini raccolti nelle agglomerazioni cittadine e spronati al male
dall'interesse. Là non c'è strada di passaggio, non c'è commercio,
non c'è industria, non ci sono caffè, non ci sono giornali. Un ramo
assecchito di quercia indica una misera osteriuccia, composta di una
sola stanzona a piano terreno, la quale vede la sua lunga tavola zoppa
e le sue panche disoccupate tutta la settimana, per aspettare qualche
avventore le domeniche.
Quando tutto sossopra è il mondo, appena se colà ne arriva debolmente
un'eco incerta e paurosa.
In mezzo a questo sfoggio di vegetazione, spicca ancora per più
fronzuta ricchezza il bosco del parco, in cui, sul culmine della
collina, si drizza al cielo una fila di pini giganteschi, che hanno
dovuto vedere molte generazioni d'uomini nascere e morire, e che
coprono il terreno d'una oscura ombra solenne.
Il nobile padrone del castello verso gli abitanti del villaggio è
cortese, generoso, caritatevole. Li ama e n'è riamato pei beneficii
ricevuti, per la speranza di nuovi ch'egli è sempre pronto a rendere,
per una specie d'orgoglio che sì distinta persona appartenga al paese
e vi dimori la maggior parte dell'anno.
I cancelli del parco sono sempre aperti e dì e notte, tanto che,
irrugginiti nei cardini, male si acconcerebbero oramai ad essere
chiusi. I paesani vanno e vengono, con una libertà che non esclude il
rispetto al padrone: e quando questi passeggia, ne trova sempre alcuni
giù pei suoi viali, e ne viene salutato con ossequiosa famigliarità, a
cui egli risponde lietamente accennando col capo e chiamando ciascuno
col suo nome o nomignolo.
Sotto le ombre di quell'antichissimo parco si dànno appuntamento
giovani coppie innamorate, per discorrere del loro futuro matrimonio;
colà accorrono vecchierelle e ragazzi a raccogliere i rami secchi,
con un fastello dei quali scendono al loro tugurio a cuocere la cena
della famiglia. Alcune volte qualche tristarello sbaglia, e invece
della legna secca ci viene tagliando bellamente dei rami in piena
vitalità e arboscelli di buona cresciuta, il che, quando gli accade di
accorgersene, sdegna non poco il proprietario.
— Ci porrò rimedio: — dic'egli allora in tono risoluto. — Il primo che
io colga in sull'atto!... —
Ma il suo _quos ego_ innocente non ha ancora recato il menomo male a
nessuno.

III.
Tutti i giorni, nel gran viale dei pini veniva a passeggiare, verso le
cinque del pomeriggio, un omiciattolo vestito di scuro, accompagnato da
un cane brutto e vecchio, di quelli che da noi si chiamano _volpini_.
L'uomo faceva due o tre giri, tutt'al più, per quel viale, le mani
dietro le reni, la persona curva, la testa bassa e l'occhio fisso
continuamente sul cagnuolo, che correva un poco e tratto tratto veniva,
la lingua penzoloni, a fregarsi alle gambe del padrone.
Quell'omaccino soleva parlare al suo cane, come avrebbe parlato ad un
suo simile.
Quando il mio nobile ospite ed amico mi additò per la prima volta
quest'originale, egli stava seduto per terra, e il cane, sdraiatoglisi
accanto, teneva il muso sulle coscie di lui.
“Buona sera, Ambrogio:” gli disse il castellano. “Come va?”
L'uomo si levò il cappello con tutto il rispetto, ma non mosse la
persona, per non disturbare il cane nel suo riposo.
“Grazie, signore, non va male.... _Pomino_ ha corso più del solito, è
qui stanco che non ne può più.”
Di primo colpo la figura di quell'uomo aveva attirato la mia attenzione.
Era egli di una bruttezza fenomenale; però non aveva nulla di
ributtante. Sopra un corpo debole, esile, quasi direi rimpiccinito,
si reggeva, come a stento, una testa grossa a capelli arruffati,
in cui la parte superiore, e massime la fronte notevole per forti
protuberanze, aveva un eccessivo sviluppo. Il volto era scarno e le
guancie incavate, larga la bocca e pallide le labbra; giù in fondo
alle occhiaie tralucevano occhi di color chiaro fra il grigio e il
cilestre, i quali sembravano amassero nascondere la loro lucentezza
sotto foltissime sopracciglia che scendevano dall'arco dell'occhiaia e
dietro lunghi cigli che ne ornavano le palpebre. La carnagione aveva di
color terreo; lasciava crescere a capriccio una barba rada, di colore
sbiadito, oramai più che a mezzo incanutita; sulle sue labbra errava
abitualmente un sorriso tra mite ed ironico, che alle volte si sarebbe
potuto dir scemo, alle volte amarissimo. Nel parlare, negli atti, nel
sogguardare aveva alcun che di svagato, di distratto, di noncurante,
come se altrove, sempre, fosse il suo pensiero. Vestiva alla peggio
panni di colore scuro, logori, che gli si serravano spiegazzati intorno
alle gracili e macilenti membra.
Mentre gli stemmo innanzi, egli fissò un istante gli occhi in volto
al mio ospite e poi li chinò tosto sopra il suo diletto cane. A me non
fece la benchè minima attenzione.
“Ambrogio,” disse il padrone del castello, “voi m'avete del tutto
dimenticato. E perchè non venite più a vedermi? Una bottiglia di quel
vino che vi piace è sempre lì ad aspettarvi.”
Quell'uomo fece il suo sorriso da scemo.
“Grazie,” rispose, “grazie tante!”
E si pose ad accarezzare il cane colla destra.
“Ricordatevene,” soggiunse il proprietario, “e a rivederci.”
“A rivederci:“ ripetè come un'eco l'omiciattolo, mentre il mio amico mi
dava la spinta per avviarci ambedue.
“Chi è quell'originale?” domandai appena fummo un po' lontani.
“È il maestro di scuola del villaggio:” mi rispose. “Un essere
misterioso, la cui vita è forse un romanzo.”
“Oh! oh! un romanzo!” esclamai: “_rara avis_, di cui andiamo a caccia
noi scribacchiatori, senza poterla trovare il più spesso.... E voi,
naturalmente, lo sapete codesto suo romanzo?”
“Poco.... Ne so forse l'epilogo, che venne a concludersi qui. Costui
è il solo forestiero, a memoria d'uomo, che sia venuto a stabilirsi in
questo remoto paesello, e il solo degli abitanti de' cui fatti non si
sappia nulla. La sua esistenza, dacchè vive con noi, non ha vicende;
e il suo passato prima che qui venisse è un mistero, intorno a che
non ha mai voluto dare la menoma spiegazione e su cui non ama che lo
s'interroghi.
“È molto tempo ch'egli è qui?”
“Ormai trent'anni. Me ne ricordo come se fosse ieri quando è arrivato.
Ero giovanissimo e viveva il mio buon padre, allora....”
Stette alquanto sopra sè, e poi soggiunse:
“Oh sentite; io racconterò tutto quello che ne so; voi aggiungendovi le
frangie, come siete soliti di fare voi altri romanzieri, e inventando
quanto basti per riempire le lacune, potrete forse fare di costui il
protagonista d'un racconto.”
“Da bravo, narratemi quel che sapete.”
E il mio amico così cominciò a favellare.

IV.
«Era d'autunno già innoltrato. Le castagne raccolte; le foglie quasi
tutte in terra, e le poche rimaste affatto ingiallite. Io, a quel tempo
non avevo ancora venti anni, e già m'ero fatto un intrepido cacciatore
e un camminatore instancabile.
»Un giorno, che, come spesso mi accadeva, m'ero trattenuto su per la
montagna in traccia di non so più qual selvaggina, lontano da casa
mi sorprese una di quelle pioggie autunnali quiete e finissime che in
poco tempo infradiciano un pover'uomo sino alle ossa, e che, una volta
incominciate, non smettono più per dei giorni. Non c'era riparo da
cercare là dove mi trovavo, e poi prima di notte conveniva bene essere
a casa, e potevo star certo che prima d'allora non avrebbe spiovuto.
Dunque non c'era altro che pigliare allegramente il mio partito e
trottare di buon passo. Voltai lo schioppo all'ingiù, e animato colla
voce il cane, m'avviai di corsa, per una scorciatoia, giù della scesa.
»In sul culmine precisamente di quell'altura là dove passa un sentiero
poco praticato, incontrai un uomo, che, riparandosi dalla pioggia sotto
i rami ormai sfrondati d'un castagno, appoggiatosi al tronco, stava
mirando nella sottoposta pianura.
»Era codesto Ambrogio, che sino allora niuno aveva visto mai nel paese
nè in questi dintorni. Io non so qual'età egli abbia al presente, e
non avrei saputo nemmeno allora quale attribuirgliene. Poco su poco
giù, era tale quale l'avete visto adesso, se non che, invece di avere
i capelli, lunghi, arruffati, come li ha ora, li aveva rasi, e non
lasciava crescer barba. Vestiva di scuro, precisamente come ora, e
quasi quasi direi che codesti che porta sono ancora i panni che aveva
in dosso a quel tempo. Aveva un piccolo fardelletto sotto il braccio e
un bastone in mano.
»La singolarità di costui che alla pioggia battente e mentre la
notte veniva se ne stava tranquillo a contemplare un paese a cui
egli era sicuramente estraneo, lontano ancora da ogni abitazione, mi
fece rallentare il passo per osservarlo. Egli era così preso nella
sua contemplazione e ne' suoi pensieri, che non badò punto a me. La
scena ch'egli mirava, a me non pareva degna di tanta attenzione. La
pianura era invasa presso che tutta dalla nebbia, la quale si avanzava
come strisciando verso la montagna, mentre sulla sommità di questa
discendevano dal cielo scure, unite, pregne di pioggia le nubi:
parevano due eserciti che si movessero incontro per venire a battaglia;
e in mezzo a loro non rimaneva sgombra che una lista di terreno, in
cui, addossate al colle, biancheggiavano le casupole del villaggio.
»Io non gli avrei badato dell'altro, chè la pioggia crescente mi
consigliava a non indugiarmi, e nell'aspetto di quell'uomo mi pareva
di scorgere qualche cosa di strano, che, se non era di birbo, era
di matto; ma il mio cane corse verso di lui, e gli si piantò dinanzi
abbaiando. Egli si riscosse, volse uno sguardo, che mi parve tranquillo
e mesto, verso la bestia, e abbassò una mano alla sua coscia, a fare un
atto di richiamo. Il mio _Fox_ fu tosto rappaciato; scodinzolando gli
si accostò tutto festevole, e alla prima carezza che lo sconosciuto gli
fece passandogli una mano sulla testa, alzò le zampe anteriori al petto
di lui, quasi a dargliene un abbraccio di amicizia.
»Io che all'istinto dei cani credo più che alla ragione degli uomini,
mi dissi subito che quello non doveva essere un birbante.
»Abbasso _Fox_: qui _Fox!_ gridai.
»Il cane m'obbedì, e il forestiero si volse verso di me.»
“Oh non tema!” mi disse con voce rauca e melanconica, che mi fece una
strana impressione. “Colle bestie, e specialmente coi cani, io sono
nelle più amichevoli relazioni; non ho mai fatto male a nessuno di
loro, e nessuno di loro — no nessuno! — non ha mai fatto male a me.”
«E accompagnò queste parole con un sorriso di tanta amarezza, che gli
accrebbe nel volto l'aspetto di alienazione che gli avevo già notata.
Parlava italiano, ma con un accento di altre provincie che non sono le
nostre subalpine.»
“Questa buona bestia è sua?” riprese poscia, schivando col suo il mio
sguardo, come se temesse di mirarmi in faccia.
“Sì:” gli risposi.
“Il proverbio dice che il cane è l'amico dell'uomo. Creda al proverbio.
È il solo amico.”
“Siete un misantropo?” Io gli domandai stupito del modo con cui mi
parlava.
«Mi rispose, di nuovo con quello stranissimo sogghigno:
“Sono un _cinofilo_....[1] Ma mi permetta una domanda.”
[1] Amatore de' cani.
“Dite pure.”
“Ella è pratico di questo paese?”
“Ci sono nato, e la maggior parte della mia vita la ho passata qui.”
“Che villaggio è quello laggiù?”
»Gli dissi il nome del paesello. Egli lo ripetè due o tre volte, poi
soggiunse come parlando a sè stesso:
— Un nome ignoto affatto; ignorato da tutti i Dizionari geografici....
Chi sa mai, fuori di qui, che questo villaggio esista?.... —
»Si rivolse di nuovo a me:
“Quanti abitanti ha?”
“Ottocento.”
“Saranno poveri?”
“Si aiutano gli uni gli altri come fratelli.”
“Possibile? Lei mi stupisce. Voglio vederlo. Potrò trovarvi
albergo? pagando s'intende:” soggiunse affrettatamente con una certa
permalosità.
“C'è un'osteria:” risposi: “e vi troverete certo un letto, non da
sibarita, ma pulito, e un boccon di cena non luculliana, ma ammannita
di buon cuore.”
“Sono avvezzo a dormire sulla dura terra, e poco basta a sfamarmi....
Che strada ho da prendere per giungere più presto al villaggio?”
»Glie l'additai; e salutatolo, impaziente di fuggire dalla pioggia che
cadeva sempre più fitta, ripresi la mia corsa giù per la scorciatoia.
Ma dopo pochi passi m'accorsi che il cane non m'aveva seguitato:
fischiai, e _Fox_ venne sino ad un ciglio della costa da cui poteva
vedermi, abbaiò vivamente, e tornò indietro verso lo sconosciuto.
»Ciò mi fece arrossire di me medesimo. Pensai subito che cosa avrebbe
detto mio padre, quando avesse saputo che, imbattutomi in un povero
forestiero, senza asilo e alla pioggia, non gli avessi offerta
l'ospitalità; e senza metter più tempo in mezzo, rifeci correndo il
cammino, e tornai a quell'uomo.
»Lo ritrovai in quel medesimo luogo, e nel medesimo atteggiamento;
se non che parlava amichevolmente al mio cane, che gli stava seduto
dinanzi guardandolo fiso. Arrivando, udii le seguenti parole:
— Va' col tuo padrone, buona e brava bestia. Tu non sei mio. E nemmeno
l'affetto d'un cane non bisogna rubare altrui.... No, non bisogna! —
“Sentite, buon uomo, ho pensato che all'osteriuccia del nostro
villaggio stareste davvero troppo male.”
“Le ho detto che non m'importa:” rispose egli con una certa qual
fierezza.
“E chi sa se avranno pure un letto libero?”
“Dormirò benissimo sulla paglia.”
“È ancor lontano il villaggio e con quest'acqua che viene ci arriverete
tutto ammollato. Ho un ricovero più vicino da offrirvi.”
»Mi scoccò un'occhiata con un misto di sospetto, d'incredulità e di
meraviglia.»
“Dove?” domandò.
“Là.” E gli additai il castello. “È la casa di mio padre.”
“Grazie!” disse egli irrisoluto.
“Su via:” io insistetti: “non istiamo più qui a infradiciarci. Mio
padre vi accoglierà con piacere.”
“Ebbene sia:” diss'egli dopo un altro po' d'esitazione; ma quando
fummo avviati, a un tratto tornò a fermarsi, come per un dubbio
sopravvenutogli. “Suo padre,” mi chiese, “vive tutto l'anno in questa
terra?”
“Quasi. Non è che l'inverno che abitiamo in città.”
“Quale?”
“Torino.”
»Mandò un lieve sospiro, il volto parve rasserenarglisi, e con accento
più risoluto disse:
“Andiamo.”
«Non ho bisogno di dirvi come mio padre gli accordasse quella benevola
ospitalità che egli stimava un assoluto dovere del suo grado, della sua
fortuna, del suo nome. Lo sconosciuto disse chiamarsi Ambrogio Larva:
non parlò quasi mai, e costrettovi soltanto, appena se gustò cibo, e di
buon'ora si ritirò nella camera assegnatagli.»

V.
«Il domani, fosse la pioggia presa il giorno innanzi, fossero i disagi
già prima sofferti, poichè pareva che col suo fardelletto sotto il
braccio egli fosse venuto viaggiando per la catena delle montagne da
molto lontano e già da parecchi giorni; il domani quel pover'uomo fu
assalito da una fortissima febbre, che in pochi giorni lo menò presso
alla tomba, e poi, superata per miracolo, lo tenne a letto più d'un
mese.
»Se il buon padre mio lo facesse curare con ogni carità, non è da
dirsi. Quando l'infermo fu tornato in sè, dopo un penoso delirio di
più giorni, ed ebbe compreso dove si trovava, e come vi fosse trattato,
mostrò, non con parole, che queste aveva sempre rade e poche, ma negli
atti, negli sguardi, nell'espressione della fisonomia, una riconoscenza
tanto più profonda, quanto meno espansiva.
»Però, durante il delirio del pover'uomo era avvenuto cosa che assai
aveva scemato quell'interesse che dapprima tutti avevano sentito
per lui; e se non si era venuti meno a nessuna delle cure ond'egli
abbisognava (chè mio padre, codesto non avrebbe tollerato a niun modo)
non era tuttavia, se non vincendo un sentimento, il quale pareva quasi
ripulsione, che i nostri servi continuavano a stargli attorno e a
vegliare su di lui.
»La ragione era che, durante i vaneggiamenti suoi, aveva pronunziato
certe parole che erano tali da indurre gravissimi sospetti sul conto
suo. Egli affannosamente, con rotti accenti (e mio padre lo aveva
udito, ed io stesso una volta) parlava di sangue, di odii, di morte.
Pareva che un tremendo rimorso ne agitasse la coscienza, conseguenze
d'un gran delitto commesso. Vedeva dei fantasmi sanguinosi; ora pregava
pace, perdono ed oblio; ora imprecava furibondo. Due nomi, uno di donna
e uno d'uomo, gli venivano frequenti alle labbra, e cenni alle sue
vicende passate, ma così in confuso che impossibile trarne un costrutto
qualunque o comprenderne cosa alcuna. Solamente appariva che molti e
dolorosissimi tormenti e sciagure aveva egli sostenuto, che una crisi
gravissima era venuta a mettere il colmo alle sue cattive avventure e
ch'egli erasi partito dal suo paese e dai suoi per cercare in remote
contrade una esistenza novella; per fuggire dalla giustizia umana,
dicevano i nostri servi.
»Eppure, non ostante tutto ciò, la figura originale di costui non
dispiaceva e non ispirava diffidenza a mio padre. Questi aveva risoluto
d'interrogarlo un po' più particolarmente sull'esser suo; ma ogni volta
che a ciò s'accingesse, scorgendo la dolorosa ripugnanza d'Ambrogio a
parlare del suo passato, se ne rimaneva come timoroso di fargli troppo
male colla sua curiosità.
»Un giorno finalmente che quasi era guarito del tutto, Ambrogio
medesimo si aprì, più che non avesse fatto mai, con mio padre, nel
quale mostrava aver posto molto rispetto e affezione pari alla stima.
Io mi trovava appunto presente e udii le sue parole: disse che per
la terra in cui era nato — una terra d'Italia lontana da questa, ma
non disse quale, — per il mondo in cui era vissuto, egli era e doveva
e voleva esser morto affatto; che non avendo più famiglia, non più
affetti, stanco e disgustato della vita che traeva, erasi partito solo,
di nascosto, sicuro di non lasciare dietro a sè chi lo rimpiangesse,
non sentendo pure un rincrescimento per quanto abbandonava, risoluto
ad andare tanto lontano che nulla della precedente esistenza mai più
gliene venisse all'orecchio nè sotto gli occhi; voleva recarsi in
qualche solitudine, dove la semplicità dei costumi, la povertà degli
abitatori, la lontananza da ogni centro popoloso non gli presentassero
mai e non valessero a ricordargli nulla, nulla di quella uggiosa vita
cittadinesca che gli era venuta in odio insuperabile; che questo paese
gli pareva proprio a tal uopo: che aveva seco qualche po' di denaro
e con esso avrebbe volentieri comprato un'umile casettina e un piccol
orto per viverci quieto quegli anni che gli avrebbe ancora imposti la
Provvidenza; e che per non essere affatto inutile sulla terra ed al
paese che l'avrebbe ospitato, si sarebbe messo a fare il maestro ai
bambini, gratuitamente per i poveri, essendo che, nella sua ignoranza,
tanto e tanto ad insegnare a leggere e scrivere e un po' d'abbaco, ei
si sentiva capace.
»Mio padre stette un poco prima di rispondere, come se riflettesse
ponderatamente su ciò che aveva da fare; poi disse con gravità e con
quella bonaria schiettezza che gli era abituale:
“Sentite, signor Larva. Io adesso sono obbligato a rispondervi, non
come il vostro ospite, ma come il sindaco di questo villaggio. Capirete
che in questa qualità m'incombe una certa responsabilità. Il padrone di
casa può accogliere con piacere anche uno sconosciuto, la cui figura
gli vada a genio; il sindaco non può affidargli a occhi chiusi la
educazione dei bambini, che è cosa delicatissima.”
«Ambrogio arrossì sino alle orecchie.»
“Non mi crede ella un onest'uomo?” domandò fieramente.
“Non basta che io vi creda tale, bisogna che ne abbia le prove.”
«Ambrogio represse un vivace movimento, e impallidito di nuovo, curvò
il capo e si tacque per un poco.»
“Ho capito:” diss'egli poi amaramente. “Qui si sospetta di me. Me n'ero
accorto, ma speravo che non ella.... Partirò.”
“Un momento,” soggiunse mio padre: “Qui abbiamo pure il gran bisogno
d'un maestro. Non si è mai potuto ottenere che quassù venisse ad aprire
una scuola qualcheduno che ne fosse da tanto. Non ci abbiamo che
un pretucolo, il quale insegna a mala pena a distinguere le lettere
dell'alfabeto, violenta l'ortografia ed assassina la grammatica. La
venuta di chi facesse meglio sarebbe una vera fortuna pel paese. Che
diamine, sor Ambrogio. Avete voi tanta ripugnanza a farci conoscere il
vostro passato?”
“Sì l'ho:” rispose risoluto Ambrogio. “L'ho voluto sotterrare in
una fossa questo passato e l'ho coperto con una lapide. Non voglio
scoperchiare il sepolcro e tirarlo fuori per contentare la curiosità
sospettosa d'un intiero villaggio.”
“Un villaggio di ottocento anime, perduto fra le montagne, o poco
meno!” esclamò mio padre sorridendo. “Del resto,” soggiunse, “quando
siavi un segreto nella vostra esistenza che vogliate custodire, non
avrete a rivelarlo a questo poco di pubblico. Dove io affermi che
voi siete degno d'istruire i ragazzi di questa brava e onesta gente,
tutti mi crederanno.... E voi non avrete bastevole fiducia nella mia
discrezione per dirmi — a me solo — chi e che cosa siete?”
«Ambrogio esitò un momento; poi levò gli occhi, e li fissò per un
istante in volto a mio padre, come non aveva fatto prima. Parve
soddisfatto di quell'esame.»
“Le dirò tutto:” disse bruscamente a un tratto.
“Venite meco:” riprese mio padre, aprendo l'uscio del suo scrittoio e
facendogli cenno vi entrasse.
«Rimasero colà dentro più d'un'ora. Quando ne uscirono, Ambrogio era
più pallido che mai, e mio padre era evidentemente commosso. Notai,
non senza stupore, che mio padre nel trattare il forestiero, aveva una
deferenza assai maggiore di prima.
»La raccomandazione del sindaco bastò a farlo benvolere e stimare da
tutti. Trovatasi una di queste catapecchie, che servono da case, con
un orticello, per poco prezzo, ch'egli pagò subito, il buon Ambrogio
divise il suo tempo fra la coltura degli erbaggi e delle frutta che
gli dànno il suo sostentamento, e la scuola in cui accorrono tutti
i bambini del villaggio e dei casolari qui intorno, ammaestrati da
lui con pazienza e cura infinite non solo nel leggere e scrivere e
negli elementi dell'aritmetica, ma nella morale altresì, giovandosi di
apologhi e novelle ed amichevoli conversari alla socratica, in cui,
senza che altri quasi lo avverta, le buone massime s'instillano in
quelle anime tenerelle, e fanno sì che il maestro sia amato e obbedito
anche meglio dalla scolaresca.
»Egli non accetta denaro da nessuno; ma i più facoltosi fra i genitori
lo vengono regalando di legna da ardere all'inverno, di qualche mezzo
sacco di grano alla raccolta, di pane bello e fresco, quando lo fanno
cuocere, di qualche pollo talvolta, e anche di qualche pezzo di maiale,
quando lo macellano all'autunno, le quali cose lo aiutano a campare.
Dai poveri egli non vuole assolutamente nulla, e se mai gli viene