Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II - 05

gente nemica agli uomini, nemica a Dio, ora caduto in dimessa fortuna
comandava con parole contrarie alle precedenti ai fedeli di Francia ed
ai sudditi proprj, che obbedissero, ed ogni più cortese modo usassero ai
Francesi ed al governo loro. Il che non fu senza notabile diminuzione
dell'autorità del Romano seggio.
Nè minore variazione fecero le cose di Napoli, come se fosse destinato
dai cieli, che le più forti protestazioni, ed i più validi apprestamenti
di difesa, in tempesta tanto improvvisa, altro effetto non dovessero
partorire che una più grave diminuzione di riputazione e di potenza.
Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie
dei repubblicani sul Po e sull'Adda; ma all'ansietà succedeva il
terrore, quando vi s'intese la rotta totale dei Tedeschi, e la loro
ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave, quando i
soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè nulla più ostando
che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto
all'invasione. Laonde il re volendo provvedere con estremi sforzi ad
estremi pericoli, perchè o fosse solo, o dovesse secondare le armi
imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che
trentamila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo stato
ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tante genti
con altre squadre d'uomini armati, comandava, che si tenessero pronte a
marciare, e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si
ordinassero tutte le persone abili all'armi; la quale massa avrebbe
aggiunto quarantamila combattenti. Perchè poi si usassero coloro, che
consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava
loro privilegi e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire
anche con l'autorità e con l'armi spirituali, le forze temporali,
scriveva ai vescovi ed ai prelati del regno lettere circolari, con cui
gli ammoniva, e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra
che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue
e tante lacrime si erano sparse, era non solamente guerra di stato ma di
religione; che i nemici di Napoli erano nemici del Cristianesimo; che
volevano abolire il principato, come avevano abolito la religione; per
questo turbare le nazioni, per questo sollevare i popoli; per questo
ridurgli all'anarchìa con le massime, alla miseria con le rapine:
saperlo il Belgio, saperlo la Olanda, saperlo tanti paesi e città
illustri di Germania e d'Italia, confuse, desolate, spogliate, ed arse
dalla rabbia e dall'avarizia loro: invano gemere, invano querelarsi i
popoli conculcati; sotto la crudele tirannide non trovar luogo il
diritto, non trovar luogo l'umanità; ma la santa religione essere
principalmente segno alle lor barbare voglie, perchè tolto di mezzo il
suo potente freno si possano violare senza ribrezzo, ed a sangue freddo
tutte le leggi sì divine che umane; ma inspirare la religione il
coraggio, come insegnar il dovere; amare il cristiano la patria per
gratitudine, amarla per precetto. Esortassero adunque i popoli ad
impugnar le armi contro un nemico, a cui niuna legge era sacra, niuna
proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa, contro
un nemico che dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva,
profanava i templi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti,
calpestava quanto di più sacro e di più reverendo ha ne' suoi dogmi, nei
suoi precetti, e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla chiesa sua
Cristo Salvatore: non abborrire il re, per amore verso i sudditi, gli
accordi, ma volergli giusti ed onorevoli, nè tali potergli conseguire,
che con la potenza dell'armi. Combatterebbe egli il primo a guida de'
suoi soldati: sperare, che il Re dei re, il Signor dei signori, che ha
in sua mano il cuore dei principi, e non cessa d'inspirargli con retti
consigli, quando sinceramente invocano il suo santo nome, gli avrebbe
dato favore in così santa, in così generosa impresa.
Così parlava il re ai vescovi, ed ai prelati del regno. Rivolgendosi
poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva dicendo
sarebbero vincitori di questa guerra, se a loro stesse a cuore difendere
se stessi, il re, i tempj, i ministri del Signore, le mogli, i
figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, sclamava, Dio vi proteggerà
contro le armi barbare.
Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della
religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno
prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di
popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la
riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste
parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete
constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi
piacesse mai di levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima
volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia,
che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo,
ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal
capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del
vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in
Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate
ad essere il custode».
Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo
dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto
pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero
veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.
Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti
di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto
con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle
occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice,
avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare
fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il
papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli
accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di
Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una
sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a
concludere la pace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova
si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta
piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel
valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto
pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava,
considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza
dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si
concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di
tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la
repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si
trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero
alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero
le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle
armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri
rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica,
quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani,
lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo
lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva
mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza
che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi
aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole
scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma
eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva
combattere per la religione, e' non bisognava invocarla, e se si voleva
combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il
toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe
di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi
stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto
solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno
una provincia prima di stipulare.
In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue,
di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia
naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva
mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi,
Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed
allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro,
non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre
ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la
umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi
richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con
molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico,
che era stato loro imposto dalla repubblica.
Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di
Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati
in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di
Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si
cacciassero gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei
neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina
Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare
con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto
potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per
frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con
ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera
della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi
Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di
Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno
per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per
liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.
Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse
verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò
fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che
sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era
stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar
Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e
confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di
correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo
intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel
papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il
marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchè
s'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo
impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per
quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la
prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi
punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere
improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con
parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava
il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il
gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.
Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa
alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia
sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal
direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere
informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato
facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni
dell'ingresso.
Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal
generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con
una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero
avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza
Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state
trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani
arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta
bastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate,
salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col
solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte
medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno
gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio
dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per
voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per
continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di
guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in
tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.
Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane
sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe;
s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i
popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si
arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo
stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei
nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di
riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro
che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica
conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i
ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi
querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura,
Buonaparte per vedere che quel che si succiavano i predatori, era tolto
ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte
era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come
di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno,
ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la
virtù di Vaubois e di Belleville.
Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano
al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al
direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa
Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato
della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che
in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità
di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran
duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al
direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che
potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di
cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al
direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo
del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato
un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il
principe di Toscana.
Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi
alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo
sdegno del re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione
del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che
avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non
avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro
generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il
re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato
che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la
medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano,
furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia
l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che
fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto
veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il
diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità,
ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se
Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da
Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva
in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da
quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani
Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per
suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani
le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare,
serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente
e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.
Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità,
invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana,
chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di
denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli
possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata
all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di
San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e
Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico.
Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla
potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra,
non andò ora esente dalle comuni calamità.
Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma
parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio,
stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati
Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a
Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola
non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori
indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per
ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome,
e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e
dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere
all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte,
unica veramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non
distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava,
non che del lodevole, anco del biasimevole.
Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi,
le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti,
ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era
riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o
spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la
repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti
s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per
uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe
stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era
sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che
macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i
pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi
spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era
uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei
principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di
distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a
calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più
speranza.
Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la
condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa.
Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche
sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi
dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in
quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per
passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo,
tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler
ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza
dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora
era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè
l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non
sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al
Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I
Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una
subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera;
nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte
sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia
alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente
eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero
velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle
genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla
Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi
ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non
mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a
governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di pruovato valore nelle
guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello
che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di
guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto
e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la
costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese
aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati
gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili
dall'Alpi.
Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e
tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata
commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è
quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è
stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia.
Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il
principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un
capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le
opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente
contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi
corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in
breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i
suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich,
doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva
e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e
Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era
pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per
la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano
ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la
destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso
Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra
dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava
dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le
battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in
odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero
per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste
genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter
opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e
tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia
condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per
potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra
Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich,
insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce,
dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da
vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala
sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la
sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea,
secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova, o non
discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti
dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti
a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior
pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze
Austriache sulla sinistra del lago.
Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati
marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime
scolte dei Francesi, che questi, dispersi tuttavìa nei diversi campi
loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora
fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova
inondazione del nemico. Il che dimostra in Buonaparte od una presunzione
non ragionevole, o imperfette informazioni de' suoi esploratori. Per
verità egli si riscosse poco poscia con mirabile maestrìa dal pericolo
in cui si trovava, ma sarebbe stato anche migliore consiglio l'averlo
preveduto e prevenuto. Assaltavano gli Austriaci ferocemente
l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buono Joubert, che era
ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa
contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei
forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirantisi Joubert e Massena
velocemente verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona.
Bene fu fortunato Massena, che gli Austriaci nol seguitassero con quella
celerità medesima con la quale ei dava indietro; perchè se il contrario
avessero fatto, avrebbero potuto facilmente impadronirsi, prima che vi
passasse, delle strette di Osterìa, e tutta la sua schiera sarebbe stata
da forze preponderanti o tagliata a pezzi o fatta prigioniera. La qual
cosa dimostra viemaggiormente l'improvvidenza di Buonaparte; perchè
Massena, lasciato solo in quei luoghi contro al maggior nervo dei
Tedeschi, fu obbligato della sua salute ad un fallo certamente non
probabile del nemico. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che
custodiva Salò, l'aveva vinto, non però senza una valorosa resistenza,
quantunque i Francesi in questo luogo fossero deboli, e non pari a tanto
peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi
risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale circondato da ogni
banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro
una casa, dove sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra, che
da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò,
correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. Perdettero i
Francesi nei fatti di Salò e di Brescia circa due mila soldati tra
morti, feriti e prigionieri. I residui dei vinti si ritiravano a Lonato
e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo, e
già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose
Francesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave
pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a
tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di
Sauret, e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau,
che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancora fosse in
tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella,