Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) - 38

uno dottore, perchè accompagnarono Mr Stefano Porcari, e dissesi che
avevano notitia dello detto trattato. E dopo andò uno bando, che chi
sapesse dove sta... lo dovessino rivelare, e guadagnavano mille ducati,
e chi li dava morti cinquecento. E lo papa fece cercare per tutta
Italia per questi delinquenti... furon pigliati chi a Padua, chi in
Venetia... et a molti fu tagliata la testa alla città di Castello. A dì
30 di jennaro fu impiccato Battista de Persona ». INFESSURA.
[117] Delle lettere tengo l’edizione preziosa, fatta in Milano per
maestro Ulderico Scinzenzeler il 1496. In queste è la troppo famosa
storia degli amori della Lucrezia senese con Eurialo tedesco al
seguito dell’imperatore Sigismondo, dipinti coi colori del Boccaccio.
Delle altre lettere, molte illustrano assai i tempi. _Æneæ Silvii
Piccolominei senensis, qui post adeptum pontificatum Pius, ejus nominis
secundus, appellatus est, opera quæ extant omnia_. Basilea 1551. Opere
capitali sono: _De gestis concilii Basiliensis commentarium; De ortu
et historia Bohemorum; Europa, in qua sui temporis varias historias
cumplectitur_. Scrive bene, quantunque con troppa frequenza di frasi
o d’emistichi. Nella prefazione al Concilio di Basilea dice: — Non
so quale sciagura o qual destino mi spinga così, che non valgo a
distrarmi dalla storia, nè il tempo più utilmente consumare. Soventi
mi proposi togliermi a questi allettamenti de’ poeti ed oratori, ed
altro esercizio seguire, donde cavar alcuna cosa che mi renda men grave
la vecchiezza, per non dover vivere alla giornata come gli uccelli e
le fiere. Nè studj mancavano, nei quali se avessi voluto concentrar
le forze, avrei potuto e danari e amici procacciare. Nè a ciò mi
persuadeva da me solo, ma m’erano intorno gli amici, dicendomi di
continuo: _Orsù, che fai Enea? Ti occuperà la letteratura finchè campi?
A quest’età non ti vergogni di non aver poderi, non danaro? Non sai che
a vent’anni bisogna esser grande, a trenta prudente, a quaranta ricco,
e chi passa questi confini indarno poi s’affatica?_ Mi consigliavano
dunque che, instando già il quarantesimo anno, cercassi posseder
qualche cosa, prima che quello entrasse. Spesso vi posi mano, e promisi
fare secondo il consiglio; buttai via i libri oratorj, buttai le
storie e tutte siffatte letture, nemiche alla mia salute. Ma come certi
volanti non sanno fuggire il fuoco della candela finchè non v’abbrucino
l’ali, così io torno al mio male, dov’è forza ch’io pera; nè, a quanto
vedo, altri che la morte non mi torrà questo studio. Ma giacchè il
destino mi trascina, nè quel che voglio posso, bisogna congiungere la
volontà al potere. Mi si rinfaccia la povertà; ma e povero e ricco
devono vivere fin alla morte. Se è misera la povertà ai vecchi, è
miserrima agli illetterati. Aver corpo sano e integra mente è dato
al povero non men che al ricco; se questo ottengo, null’altro chiedo.
Goder quello che ho in buona salute mi conceda Dio, e prego di poter
condurre una vecchiaja con mente sana e non indecorosa nè senza cetra.
E giacchè così sta fitto nell’animo, torniamo ai commentarj nostri».
[118] La distinzione stessa faceva in quel suo motto famoso: _Quand’ero
Enea, nessun mi conoscea; or che son Pio, ciascun mi chiama zio_.
[119]
Il nome che d’apostolo ti denno
O d’alcun minor santo i padri, quando
Cristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,
In Cosmico, in Pomponio vai mutando;
Altri Pietro in Pierio, altri Giovanni
In Jano e in Giovian van racconciando
ARIOSTO, _Satira_ VI.
[120] È caratteristico l’elogio che gli fa Gaspare Veronese: _Novi
ego quod suorum codicum largissimus semper fuit, alienorum vero
verecundissimus postulator, nec non suorum aliis commodatorum
lentissimus repetitor_. Ap. MARINI, _Degli archiatri pontifizj_, tom.
II. p. 179.
[121] _Cronaca di Gubbio_, Rer. It. Script., XXI. f. 994.
[122] Che ciò fosse con intelligenza di Francesco Sforza suo suocero
è asserito da Machiavelli e da quasi tutti i contemporanei, i quali
diceano averlo lo Sforza menato alla beccheria, e Ferdinando esserne
stato il boja: ma vittoriosamente li confutano i documenti che pubblicò
il Rosmini nella _Storia di Milano_.
[123] Racconta Gioviano Pontano, _Belli neapolitani, lib_. V, che,
mentre Ferdinando di Napoli assediava una rôcca sotto Mondragone
aderente agli Angioini, e per difetto d’acqua l’avea ridotta
all’estremo, alcuni empj sacerdoti procurarono le pioggie con arti
magiche. Trovarono alquanti giovani arditissimi, che di notte per
difficilissime vie uscirono fin al lido, e quivi bestemmiarono un
crocifisso con ogni peggior maledizione, quivi gettaronlo in mare,
imprecando tempesta al cielo, al mare, alle terre. Al tempo stesso
i sacerdoti presero un asino, e come a moribondo gli dissero le
preghiere degli agonizzanti, lo comunicarono, e fattegli le esequie,
il sepellirono vivo davanti alla porta della chiesa. Ed ecco subito
annuvolarsi, tempestar il mare, farsi bujo il cielo, e tuoni e folgori
e nembi e diluvio di pioggie, sicchè abbondantemente provvista la
rôcca, Ferdinando se ne dovette levare.
In tali estremi, la sapiente Roma antica sepelliva un uomo e una donna.
[124] Di quelli della sua patria fa l’enumerazione il Malipiero negli
_Annali veneti_ sotto il 1483: — È stà tolto cenventottomila ducati
all’una per cento, deputati a pagar el pro del Monte Nuovo: è stà
cresciuto un terzo tutti i dazj; è stà impegnato tutte le volte de
Rialto a rason de ventotto per cento all’anno; e stà pagato in zeca i
argenti de particulari, sie ducati la marca; è stà tolto le cadenelle
d’oro che le donne portava al collo, e messe in comun. Se fa li officj
e regimenti con la metà e un terzo manco de salario. Oltre tante
decime, è stà messo tanse a la terra; le entrate de la terra e quelle
de la terraferma è calade; se ha perso molte nave e galìe; se ha tolti
homeni de la guerra nudi e rotti, perchè no se ha possuto far altro; se
ha evacuato l’arsenal che altre volte ha fatto tremar el mondo; avemo
fame e peste; mendicheremo la pace e ghe restituiremo el tolto; se ha
speso un milion e dusentomila ducati; ed è morti tanti homeni da ben».
[125] INFESSURA, _Diario_, pag. 1226.
[126] Pietro Aretino scriveva al Franciotto nell’aprile 1548, cioè
mezzo secolo prima di quell’Enrico IV di Francia, a cui il fatto viene
attribuito: — Se bene jeri l’altro, per esserci il numero delle persone
che si stavano a casa mia, meco ragionando, non feci motto alcuno circa
il vostro ridere nel vedermi in mezzo di Adria e di Austria le figlie
mie; nel vedermi, dico, dalle braccia dell’una d’anni undici stretto
nel collo, e dalle mani dell’altra di otto mesi preso nella barba;
non è che io non me ne accorgessi, e me lo tacqui allora per dirvi
adesso una bella cosa in comparazione di quella mia tenera sofferenza.
Lorenzo e Giuliano, quello padre di Leone, questo di Clemente, standosi
trapassando il tempo del caldo al Poggio, accadde un giorno, poco
dopo il desinare, ch’eglino per fuggire il sonno essendosi ritirati in
camera, venutegli alle mani due canne, se ne fecero cavalli, e salendo
l’uno sopra l’una, e l’altro sopra l’altra, volse Giuliano che gli
montasse in groppa Giulio, e Lorenzo che il simile facesse Giovanni;
e così spronando ciascuno senza i sproni pareano proprio ispronargli
daddovero; talchè i bambini tutti ridenti, quel piacere nella loro
innocenzia provavano, che prova in la sua tenerezza ogni genitore che
la di lui prole trastulla. Videgli in cotal atto quel Mariando, che poi
ebbe il titolo di Frate dal piombo; e ridendosene da senno, fu chiamato
dentro dai personaggi sì grandi; i quai pregarono il faceto e leale
uomo, che non prima facesse motto dello avere i due fratelli (i quali
poi furon padre di cotale coppia di pontefici) trovati in tal materia
di scherzo, non prima, dico, ch’egli avesse figliuoli; inferendo in sì
prudente voce di parole, che la minore dimostrazione di semplicità che
si faccin coloro che ne hanno, è lo impazzirgli drieto».
Il fatto però non è esatto, poichè Giulio nacque postumo.
[127]
_Atque aliud nigris missum, quis credat? ab Indis,_
_Ruminat insuetas armentum discolor herbas._
POLIZIANO, _Rusticus_.
[128] Angelo Poliziano a Lorenzo de’ Medici: — Magnifice Patrone. Da
Ferrara vi scripsi l’ultima. A Padova poi trovai alcuni buoni libri,
cioè Simplicio sopra al Cielo. Alexandro sopra la Topica, Giovan
Grammatico sopra le Posteriora et li Elenchi, uno David sopra alcune
cose de Aristotele, li quali non habbiamo in Firenze. Ho trovato
anchora uno scriptore greco in Padova, et facto el patto a tre
quinterni di foglio per ducato. Maestro Pier Leone mi mostrò i libri
suoi, tra i quali trovai un M. Manilio astronomo et poeta antiquo, el
quale ho recato meco a Vinegia, et riscontrolo con uno in forma che
io ho comprato. È libro, che io per me non ne viddi mai più antiqui.
Similiter ha certi quinterni di Galieno _De dogmate Aristotelis et
Hippocratis_ in greco, del quale ci darà la copia a Padova, che si è
facto pur frutto. In Vinegia ho trovato alcuni libri di Archimede et
di Herone mathematici che ad noi mancano, et uno Phornuto _De deis_, e
altre cose buone. Tanto che papa Yanni ha che scrivere per un pezzo.
«La libreria del Niceno non abbiamo potuto vedere. Andò al principe
messer Aldobrandino oratore del duca di Ferrara, in cujus domo
habitamus. Fugli negato a lettere di scatole; chiese però questa cosa
per il conte Giovanni et non per me, che mi parve bene di non tentare
questo guado col nome vostro. Pure messer Antonio Vinciguerra, et
messer Antonio Pizammano, uno di quelli due gentilhuomini philosophi
che vennono sconosciuti a Firenze a vedere el conte, et un fratello di
messere Zaccheria Barbero sono drieto alla traccia di spuntare questa
obstinatione. Farassi el possibile; questo è quanto a’ libri.
«M. Piero Lioni è stato in Padova molto perseguitato, et non è chiamato
nè quivi nè in Vinegia a cura nissuna. Pure ha buona scuola, et ha sua
parte favorevole; hollo fatto tentare dal conte di ridursi in Toscana.
Credo sarà in ogni modo difficil cosa. In Padova sta mal volentieri,
et la conversatione non li può dispiacere, ut ipse ait. Negat tamen
se velle in Thusciam agere. Nicoletto verrebbe a starsi a Pisa, non
vorrebbe un beneficio, hoc est, un di quelli canonicati; ha buon nome
in Padova, et buona scuola. Pure, nisi fallor, è di questi strani
fantastichi; lui mi ha mosso questa cosa di beneficj: siavi adviso.
«Visitai stamattina messer Zaccheria Barbero, et mostrandoli io
l’affectione vostra, mi rispose sempre lagrimando, et ut visum est,
d’amore; risolvendosi in questo, in te uno spem esse; ostendit se
nosse quantum tibi debeat. Sicchè fate quello ragionaste, ut favens
ad majora. Quello legato che torna da Roma, et qui tecum locutus est
Florentiæ, non è punto a loro proposito, ut ajunt. Un bellissimo vaso
di terra antiquissimo mi mostrò stamattina detto messer Zaccheria,
el quale nuovamente di Grecia gli è stato mandato; e mi disse, che
sel credessi vi piacessi, volentieri ve lo manderebbe con due altri
vasetti pur di terra. Io dissi che mi pareva proprio cosa da V. M., et
tandem sarà vostro. Domattina farò fare la cassetta, et manderollo con
diligentia. Credo non ne abbiate uno sì bello in eo genere. È presso
che tre spanne, et quattro largo. El conte ha male negli occhi, et non
esce di casa, nè è uscito poichè venne a Vinegia.
«Item visitai hiersera quella Cassandra Fidele letterata, et salutai
per vostra parte. È cosa mirabile, discretissima, et meis oculis etiam
bella. Partimmi stupito. Molto è vostra partigiana, et di voi parla con
tutta practica, _quasi te intus et in cute norit_. Verrà un dì in ogni
modo a Firenze a vedervi, sicchè apparecchiatevi a farle honore.
«A me non occorre altro per hora, se non solo dirvi che questa impresa
di scrivere libri greci, et questo favorire i docti vi dà tanto
honore et gratia universale, quanto mai molti e molti anni non ebbe
uomo alcuno. I particolari vi riserbo a bocca. A. V. M. mi raccomando
sempre. Non ho ancora adoperata la lettera del cambio per non essere
bisognato. Venetiis 20 junii 1491».
[129] Lettera di Pietro da Bibiena a Clarice de’ Medici, ap. ROSCOE,
_Vita di Lorenzo_, app. 7ª del vol. III.
Ad esso Lorenzo scriveva Ferdinando re di Sicilia, il 23 agosto 1488: —
Magnifice vir, compater et amice noster carissime. Non era necessario
che da voi fossemo rengratiati per lettera de vostra mano di quello
che ho offerto in beneficio di mess. Joanni vostro figlio, perchè sape
Dio lo animo et la voluntà nostra, quanto desidereressimo fare tutte le
cose del mondo per usarvi gratitudine per quello havete continuamente
operato in beneficio nostro et de questo Stato, del quale sempre potete
fare quella stima che fareste delle cose vostre medesime, perchè li
obblighi che ne havimo così recercano, et mai ve porìamo offerire
tanto in beneficio vostro et della casa vostra, che ne para havere
satisfacta una millesima parte de quello è lo animo et desiderio nostro
di fare: secundo speramo per experientia, omni dì porite conoscere più
manifestamente».
[130] Watson (_Massonic essayist_. Londra 1797, pag. 238) sostiene che
l’accademia platonica era una loggia muratoria, e che vi sono ancora
scolpiti dei simboli massonici.
[131] _Phœnix, sive ad artificialem memoriam comparandam brevis quidem
et facilis, sed re ipsa et studio comprobata introductio._ Venezia
1491.
[132] E non dal Crisolara, come fa ragionevolmente avvertire il Tonelli
nella traduzione della vita di esso scritta da Shepherd; Firenze 1835.
Erasmo giudica molto severamente il Poggio, definendolo _rabula adeo
indoctus, ut, etiamsi vacaret obscænitate, tamen indignus esset qui
legeretur: adeo autem obscænus, ut, etiamsi doctissimus esset, tamen
esset a viris bonis rejiciendus._ Ep. CIII.
[133] _Si quando visendi desiderio in longinquum proficiscerer, visis
forte eminus monasteriis veteribus, divertebam illico, et — Quid
scimus_ (_inquam_) _an hic aliquid eorum sit quæ cupio?_ Senil., VI. 2.
[134] Commento al canto XXII del _Paradiso_. Il fatto è dimostrato
falso dal Tosti nella storia di Montecassino, dove la libreria fu
sempre uno de’ più cercati ornamenti.
[135] _O romani pontifices, exemplum facinorum omnium cæteris
pontificibus, et improbissimi scribæ et pharisæi, qui sedetis super
cathedram Moysis et opera Datan et Abyron facitis, itane vestimenta,
apparatus, pompa, equitatus, omnis denique vita Cæsaris vicarium
Christi docebit?... Nec amplius horrenda vox audiatur, partes contra
Ecclesiam, Ecclesia contra Perusinos pugnat, contra Bononienses. Non
contra Christianos pugnat Ecclesia, sed papa_.
[136] _Universa in me civitas conversa est, omnes me diligunt, honorant
omnes, ac summis laudibus in cœlum efferunt. Meum nomen in ore est
omnibus. Nec primarii cives modo, cum per urbem incedo, sed nobilissimæ
fœminæ honorandi mei gratia locum cedunt; tantumque mihi deferunt, ut
me pudeat tanti cultus. Auditores sunt quotidie ad quadringentos, vel
fortassis et amplius; et hi quidem magna in parte viri grandiores, et
ex ordine senatorio_. Epist. del 1428. Vedi la costui vita scritta da
Carlo Rosmini, Milano 1808, con moltissimi documenti inediti.
[137] Nella Laurenziana v’è una sua _Oratio habita in principio publicæ
lectionis, quam domi legere aggressus est, quum per invidos publice
nequiret_.
[138] Se quel verso
Βούλομ’ ἐγὼ σάον λαὸν ἔμμεναι, ἢ ἀπολέσθαι
significhi _Voglio che il popolo sia salvo o perisca, oppure Voglio che
il popolo sia salvo o perire._ Il Filelfo s’accorse che aveano torto
entrambi.
[139] Vedasi l’_epistola_ 52 del lib. X. Di Gio. Maria Filelfo suo
figlio, retore anch’esso inquietissimo e premorto al padre, scrisse la
vita Guglielmo Favre. Ginevra 1856.
[140] NALDO NALDI, _Vita di G. Manetti_, Rer. It. Script., XX.
[141] _Operis quippe ac studii mei est et fuit multos libros legere, et
ex plurimis diversos carpere flores._ Al fine:_ Mihi non bene scienti
linguam græcam_ non vuol dire che la ignorasse, come pretende Eichhorn.
[142] GIULINI, _Continuazione delle Memorie di Milano_, II, 594.
[143] _Liber consiliorum_, vol. III. IV. XIII, nell’archivio civico di
Torino.
[144] TOMMASI al 1430.
[145] È l’espressione del Bonfinio, _Rerum Hungaric._, dec. IV:
Pannoniam Italiam alteram reddere conabatur.... _Varias quibus olim
carebat artes, eximiosque artifices ex Italia magno sumptu evocavit...
olitores, cultores hortorum, agriculturæque magistros, qui caseos etiam
latino, siculo, græco more conficerent_.
[146] Vespasiano, Ap. MEHUS, _Præf. ad vitam Ambrosii camaldolensis_.
[147] Vita di B. Valori, nell’_Archivio storico_, tom. IV. p. 241.
[148] PIO II, _Descrizione dell’Europa_, cap. 52.
[149] LAMI, _Catalogo della biblioteca Riccardiana_, pag. 11.
[150] _De educatione liberorum_. Milano 1491.
[151] Sprezzando di tutto cuore i Barbari, il Poliziano gl’invita ad
ammirare le bellezze e i pregi degl’Italiani, ove mostra di conoscere
in che consiste il merito, anzichè qual fosse il merito vero degli
Italiani: _Admirentur nos, sagaces in inquirendo, circumspectos in
explorando, subtiles in contemplando, in judicando graves, implicitos
in vinciendo, faciles in enodando. Admirentur in nobis brevitatem
styli fœtam rerum multarum atque magnarum, sub expositis verbis
remontissimas sententias, plenas questionum, plenas solutionum;
quam apti sumus, quam bene instructi ambiguitates tollere, scrupulos
diluere, involuta evolvere flexanimis syllogismis, et infirmare falsa,
et vera confirmare. Viximus celebres, et posthac vivemus, non in
scholis grammaticorum et pædagogiis, sed in philosophorum coronis, in
conventibus sapientum, ubi non de matre Andromaches, non de Niobes
filiis, atque id genus levibus nugis, sed de humanarum divinarumque
rerum rationibus agitur et disputatur. In quibus meditandis,
inquirendis et enodandis ita subtiles, acuti acresque fuimus, ut anxii
quandoque nimium et morosi fuisse forte videamur, si modo esse morosus
quispiam aut curiosus nimio plus in indaganda veritate potest_. Epist.
lib. IX.
[152] Ap. ROSMINI, _Storia di Milano_, IV. 224.
[153] Leonardo Giustinian veneto, amico del Filelfo e degli altri
celebri, oltre i lavori filologici fece molti canti d’occasione
e di gioja, che poi furono pubblicati col titolo di _Fiori delle
elegantissime cancionete_ (Venezia 1482); e le accompagnava anche di
graziose note. Voltosi poi alla pietà, pubblicò le _Devotissime et
sanctissime laude_ (Cremona 1474), più volte ristampate. Per la prima
volta nel 1851 si pubblicarono a Lucca le _Laude spirituali_ di Bianco
da Siena povero gesuato.
[154] Si volle supporre non sia che un capitolo dell’opera di Leon
Battista Alberti: ma altri crede che questi possa nella sua avere
inserito il trattato del Pandolfini.
[155] _Senilium_, XV. 5; _Familiarium_, II. 4. IV. 9. VI. 6; _Hort. ad
Nicolam Laurentii_.
[156] Il manoscritto d’Arona, che sta nella biblioteca di Torino, e
che da un’assemblea di dotti erasi giudicato antico di cinque secoli,
Daunou e Hase, valentissimi paleografi, nol fanno anteriore al secolo
XV. Galeani Napione, poi De Gregory (_Mém. sur le véritable auteur de
l’Imitation de Jésus-Christ_, 1827; e _Histoire du livre de l’Imitation
de Jésus-Christ et de son véritable auteur_, Parigi 1843) sostennero
i diritti del Gersenio di Vercelli. A provarlo d’un Tedesco si addusse
testè quel passo del lib. IV. c. 5, ove dice che il sacerdote, vestito
dei sacri arredi, ha davanti e di dietro la croce del Signore. Ora la
pianeta degli Italiani e de’ Francesi non ha la croce che di dietro.
Celebrandosi il suo centenario nel 1874 ed ergendosegli un monumento,
si pubblicarono molti opuscoli in favore dell’abate Gersenio.
[157] Lib. II. c. 12.
[158] Narrando che Federico II aveva imposto alcun dazj nuovi senza
attribuirne un terzo alla Chiesa, soggiunge che l’anima di lui
_requiescit in pice et non in pace_.
[159] ALIDOSI, _Instructione_ ecc. Forse questi tentativi avevano dato
coraggio a Leonardo da Vinci di fare un modello col quale «mostrava
voler alzare il tempio di San Giovanni di Firenze e sottomettervi le
scalee senza rovinarlo». VASARI, _Vita_.
[160] La sua opera è stampata «sulle rive del Benáco, nel quale
si pescano i migliori carpioni, e le cui rive sono sparse di belle
antichità». Uno de’ trattatelli suoi è intitolato: _Modus solvendi
varios casus figurarum quadrilaterarum rectangularum per viam algebræ.
Nº_ cioè _numero_, indica il noto; _Co_ cioè cosa, l’incognito; il
quadrato _Ce_ (censo); il cubo, _Cu_; _p_ ed _m_ vagliono + e -. Dove
oggi scriviamo 3x + 4x² - 5x³ + 2x⁴ - 6, allora facevasi 3 co. p. 4 ce.
m. 5 cu. p. 2 ce. m. 6 Nº.
Guglielmo Libri farebbe il + e il - inventati da Leonardo da Vinci;
mentre Chasles (_Aperçu historique sur l’origine et le développement
des méthodes en géométrie_, Bruxelles 1837), gli attribuisce a
Stiffels.
«E perchè noi seguitiamo per la maggior parte Lionardo Pisano
(Fibonacci), io intendo di chiarire che quando si porrà alcuna proposta
senza autore, quella sia di detto Lionardo». Queste parole della _Summa
de arithmetica geometria_ purghino il Pacioli dalla taccia datagli di
plagiario.
[161] In Francia si cominciò nel 1376; solo nel 1556 Carlo V otteneva
dai dottori di Salamanca la decisione che ai Cattolici non fosse
illecito aprire umani cadaveri.
[162] Nel XV secolo v’è menzione di pesti, in Dalmazia il 1416, 20,
22, 30, 37, 54, 64, 66, 80; nella Lombardia e Genovesato, il 1405 e
6; in Napoli, Milano ed altre parti d’Italia, il 1421 e 22; nel 21
a Bologna e Brescia; nel 28 a Roma; nel 29 e 30 a Perugia e altrove;
nel 38 a Venezia e altrove; nel 48 nell’alta Italia; poi nel 50, 56,
60, 65, 68, 73, 75, 76, 78, 85: dal 92 al 95 la peste marrana, tifo
navale, sviluppatosi fra gli Ebrei cacciati di Spagna contaminò tutta
Europa. Scaligero contro Cardano dice che a Parigi, Colonia, Famagosta,
Venezia, Ancona la peste ripullula così frequente, che può dirsi
perpetua.
[163] _Quamquam per civitates, domus qua hospitalia vocantur,
et supellectiles sumptibus publicis paratæ structæque videantur
elephantiacis suscipiendis. — De elephantia_. Ne’ secoli seguenti se
ne parla pochissimo, ma non dovette scomparire del tutto: poi questi
ultimi anni rivoltavi l’attenzione, fu riscontrata in molte parti, e
più miserabilmente nella popolazione pescatrice di Comacchio, col nome
di mal di fegato. Vedi _Sulla lebbra_, Commentario del D. A. VERGA.
Milano 1846.
Fallopio nel 1550 trovava che in Francia ancora molti erano affetti
di lebbra; ma in Italia rimanevano rarissimi, e gli ospedali di
San Lazzaro erano vuoti, mentre crescevano quelli di San Giobbe per
gl’infraciosati. _De morbo gallico_, c. I. III.
[164] Diconsi palimsesti (πάλιν φηστὸς, _di nuovo raschiato_). Ciò si
costumava già dagli antichi, e Cicerone (_Famil_., VII, 18) scrive:
_Quod in palimsesto, laudo equidem parsimoniam; sed miror quod in illa
chartula fuerit quod delere malueris, quam exscribere, nisi forte
tuas formulas. Non enim puto te meas epistolas delere ut deponas
tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem
tibi suppeditare?_ Il primo palimsesto cui si facesse mente, fu alla
biblioteca del re di Francia nel 1692, ed era un manoscritto delle
opere di sant’Efrem.
Finchè s’ebbe carta papiracea, su quella si stesero gli atti pubblici.
I più antichi d’Italia su carta pecora sono una concessione di re
Liutprando del 712 nell’archivio di Milano, e uno del 784, ove Felice
vescovo di Lucca conferma la donazione di Faulone al monastero di
san Fridiano. Il più antico atto sopra carta bambagina è del 1145 in
Sicilia, ove re Ruggero II fa concessioni all’abate di San Filippo di
Fragola. Nell’archivio delle Riformagioni di Firenze trovasi un diploma
in greco del 1192, in cui Isacco Langelo imperatore ammette i Pisani
alla pace colle terre di Romania.
[165] Plutarco (in _Catil_.) le fa inventare da Cicerone all’occasione
della congiura di Catilina. Cicerone scrivendo ad Attico (lib. XIII)
gli dice: — Tu non avrai forse intesa quella cosa perchè scritta διὰ
σεμνῶν, per segni». Altri ne dicono autore Tirone suo liberto, da
cui si chiamarono tironiane; e Dione Cassio (lib. LV) asserisce che
Mecenate fece pubblicare queste note per Aquila suo liberto. Celebri
tachigrafi antichi furono Perunnio, Pilargio, Pannio, e infine Seneca.
San Cipriano aggiunse altre note alle già inventate, e tutte le adattò
all’uso della religione. Prudenzio nell’inno di san Cassiano canta:
_Verta notis brevibus comprendere cuncta peritus_
_Raptimque punctis dicta præpetibus sequi._
Origene, sant’Agostino, san Girolamo parlano dei tachigrafi.
[166] Nel catalogo dei libri lasciati dal cardinale Guala al monastero
di Sant’Andrea a Vercelli troviamo una biblioteca (cioè l’intera
Bibbia) di lettera _parigina_, coperta di porpora e ornata di fiori
d’oro ed iniziali simili; un’altra di lettera _bolognese_, con cuojo
rosso; una di lettera inglese; una piccola preziosa di lettera
parigina, con majuscole d’oro e ornamenti purpurei; l’Esodo e il
Levitico di lettera _antica_; i dodici Profeti in un volume di lettera
_lombarda_; i _Morali_ del beato Gregorio, di _buona lettera antica
aretina_ ecc. FAVA, _Gualæ Bichierii card. vita_, pag. 175.
[167] Il padre Sarti (_De prof. bonon_., part. II, p. 214) pubblicò
un catalogo di libri in vendita a Bologna; per esempio, _Lectura
domini Ostiensis_ CLVI _quinterni, taxati lib._ II. _sol_. X. _etc_.
Un messale ornato a lettere d’oro e pitture, nel 1240, valse più di
duecento fiorini (_Ann. Camald_., vol. IV. p. 349). Un _Digestum vetus_
a Pisa si vendette lire sedici (L. 127). Forse dunque non costavano
cari se non quando miniati.
[168] TIRABOSCHI, tom. VI. l. 1. c. IV. § 19.
[169] Nell’inventario de’ possessi del vescovado di San Martino di
Lucca dell’VIII o IX secolo la biblioteca è così composta: Eptaticum,
vol. 1. Salomon, vol. 1. Machabeorum, vol. 1. Actus apostolorum, vol.
1. Prophetarum, vol. 1. Librum officiorum, vol. 1. Dialogorum, vol.
1, Vita... Ezechiel, vol. 1. Omeliarum, vol. 1. Commentarium super
Mattheum, vol. 1. Commentarium aliud... vol. 2. Ordo ecclesiasticus,
vol. 1. Rationes Pauli, vol. 1. Antiphonarium, vol. 2. Psalterium,
vol. 1. Vita sancti Martini, vol. 1. Vita sancti Laurentii cum memoria
sancti Fridiani, vol. 1.
Nel 1212 Ugo, tesoriere della cattedrale di Novara, divenendo
arciprete, facea la riconsegna degli oggetti che trovavansi nel
tesoro del capitolo: fra cui notiamo un collettario gemmato con figura
d’avorio, un cristallo rotondo donde si trae il fuoco, e venticinque
volumi di libri da altare, cioè due messali, quattro antifonarj, tre
testi del vangelo, quattro omeliarj, un sermonale, due epistolarj,
un passionario estivo ed uno iemale, due collettarj, l’ordine, due
salterj, la Bibbia, il Vecchio Testamento; e nell’armadio quarantotto
libri, fra cui i morali di Giob, Agostino sopra Giovanni, le Etimologie
di Isidoro, la storia ecclesiastica, un volume della prescienza e
predestinazione, le Decretali, il Codice e le Novelle di Giustiniano, i
pronostici del futuro giudizio, Prisciano, Cresconio _Della concordia
de’ canoni_, un martirologio, Boezio _Della consolazione_, Marciano
Capella, le vite dei Padri.
[170] MARINI, _Degli archiatri pontifizj_, tom. II. p. 130.
[171] «Milatrecenquaranta fur fatti la folla di tutti i Santi, e il
lavorerio di panno, lane e carta di papiro. Del qual lavoro di carta
di papiro primo inventor presso Padova e Treviso fu Pace da Fabriano,
che per l’amenità dell’acque stette la più vita in Treviso». Nel 1318
un notajo promette non fare istromento in carta di bambage, nè da
cui siasi abrasa altra scrittura; un altro, nel 31, di non iscrivere
in carta bambagina; poi nel 67 di non iscrivere su carta siffatta nè
papiro. Il senato veneto del 1366 stabilì che «pel bene dell’arte della
carta che si fa a Treviso, e reca grand’utile al nostro Comune, in
nessun modo possano levarsi stracci di carta (_stratie a cartis_) dalla