Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) - 10

presidenti priori; indi due segretarj che restassero chiusi con essi.
Allora per ordine d’età venivano chiamati innanzi ai priori, e ciascuno
di proprio pugno scriveva sopra una scheda il nome del proposto, che
dovea aver compiuti i trent’anni ed appartenere al maggior consiglio.
Un segretario, tratto a sorte uno di que’ viglietti, ne pubblicava il
nome, e ciascuno potea fare gli appunti che credesse. Passatili tutti
in rassegna, mandavasi ai voti, e sortiva doge quel che ne conseguisse
almeno venticinque. A questo modo fu eletto per la prima volta Lorenzo
Tiepolo[172].
A Lucca era condizione d’eleggibilità il censo[173]; e supremo
magistrato i nove anziani, tra cui il gonfaloniere; poi un consiglio di
trentasei, e il consiglio generale di settantadue. La signoria sedeva
due mesi, e chi era seduto avea divieto due anni; essa scompartivasi
coi trentasei gli onori e gli utili dello Stato. «Imborsano (dice il
Machiavelli), ogni due anni, tutti quelli signori e gonfalonieri, che
nelli due anni futuri debbono sedere; e per fare questo, ragunati che
sono i signori con il consiglio de’ trentasei in una stanza a questo
ordinata, mettono in un’altra stanza propinqua a quella i segretarj
dei partiti con un frate, ed un altro frate sta sull’uscio che entra ai
segretarj, quello a chi ei rende il partito, e a chi ei vuole che altri
lo rendano; dipoi ne va innanzi ai segretarj, e mette una ballotta nel
bossolo. Tornato che è il gonfaloniere a sedere, va uno dei signori di
più tempo, poi vanno tutti gli altri di mano in mano; dopo i signori
va tutto il consiglio, e ciascuno quando giunge al frate domanda chi
è stato nominato ed a chi egli debba rendere il partito, e non prima;
talchè non ha tempo a deliberarsi, se non quel tempo che pena a ire dal
frate ai segretarj. Renduto che ciascuno ha il partito, e’ si vôta il
bossolo, e s’egli ha tre quarti del favore, egli è scritto per uno dei
signori; se non l’ha, è lasciato ire fra i perduti. Ito che è costui,
il più vecchio dei signori va e nomina un altro nell’orecchio al
frate; dipoi ciascuno va a rendergli il partito, e così di mano in mano
ciascuno nomina uno, e il più delle volte torna loro fatta la signoria
in tre tornate di consiglio. E ad avere il pieno loro conviene che
gli abbiano centotto signori vinti, e dodici gonfalonieri: il che come
hanno, squittinano infra di loro gli assortitori, i quali assortiscano
che questi siano i tali mesi, e quelli i tali, e così assortiti, ogni
due mesi si pubblicano».
Tanto basti a chiarire quanto lontani dall’uniformità fossero quei
reggimenti. Nell’interno durava la diversità delle persone: e primi
erano i militi, derivanti dagli antichi feudatarj e da arimanni
e baroni; seguivano gli ecclesiastici; poi i leggisti, col nome
di _judices, advocati, procuratores_; indi i _paratici_, cioè le
corporazioni d’artieri; ultimi i popolani[174]. Allato della libertà
comunale sussistevano privilegi feudali, ecclesiastici, regj, consorzj
di famiglie e d’arti; servitù di possessi e di persone; libertà
romana, clericale, barbarica. In alcuni paesi, massime nel Piemonte,
molti Comuni rimanevano sotto la supremazia immediata dell’imperatore
o de’ suoi vicarj, laonde non godeano l’intera sovranità, cioè il
diritto di pace, guerra, moneta, e la suprema giurisdizione, ma
del resto si governavano senza differenza dagli altri, giacchè le
franchigie comunali si credeano parte del diritto pubblico interno, e
l’amministrare distinguevasi dal regnare. La città d’Ivrea, dandosi nel
1313 ad Amedeo V conte di Savoja, stipulava che il podestà, i giudici
e gli altri uffiziali di giustizia conserverebbero il mero e misto
imperio, e si farebbero gli statuti come per l’addietro.
Rimanevano traccie del diritto personale alla germanica[175]; ma
prevaleva il diritto romano, nelle diverse città modificato da una
moltitudine di ordinanze municipali. Gl’imperatori seguitarono a
far leggi nella dieta nazionale, ma concernevano soltanto feudi,
vassalli, monasteri: mentre era nella natura de’ popoli germanici che
o la consuetudine o il consenso de’ migliori e maggiori della terra
producessero un gius privato.
Profittando della facoltà ottenuta nella pace di Costanza, tutte
le repubbliche tradussero le consuetudini in leggi compilando
statuti proprj; e fin borgate, fin monasteri vollero averne di
particolari[176]. Erano decreti relativi all’uffizio de’ magistrati o
all’amministrazione del pubblico; poi alla polizia, a pesi e misure,
alla salubrità, all’annona, ai traffici, a quanto insomma occorreva
ai bisogni ed ai costumi. Obbligavano soltanto gli accomunati, non i
feudatarj, non i corpi o le persone immediatamente dipendenti dal re.
Aggiravansi ora sopra l’applicazione della legge romana o longobarda,
ora sopra la consuetudine; e v’avea talvolta regolamenti distinti
per le due giurisprudenze, come a Pisa un _constitutum legis_ e un
_constitutum usus_.
Francesco da Legnano diceva a Matteo Visconti: — Voi giurerete reggere
il popolo nel nome del Signore da oggi innanzi fino a cinque anni
con buona fede, senza frode; e di custodire e salvare esso popolo e
gli statuti; e _dove questi taciano, starete alle leggi romane_». È
questo il cenno più antico del diritto comune, chiamato in supplimento
alla legge municipale[177]. Il diritto comune conteneva i principii
generali di giustizia, applicabili nell’interesse sì del pubblico
sì de’ privati; il municipale era legge di eccezione, riguardante
le qualità e i diritti particolari di ciascun Comune. Il primo era
spiegato per scienza, e solo l’imperatore avrebbe potuto aggiungervi
qualche costituzione: negli statuti venivano fatte aggiunte o deroghe
secondo l’opportunità dai magistrati municipali. Il primo conteneva la
ragione scritta, e progredita mediante gli studj legali e filosofici:
negli statuti si trova la storia contemporanea di cadaun Comune, e
l’espressione dei costumi e delle credenze.
Sopravviveano le consuetudini germaniche del mundio, del comporsi a
denaro, delle prove di Dio, del duello giudiziario, non però colla
spada ma con bastone e scudo in presenza del popolo e d’un console.
Pene sproporzionatamente feroci si applicavano, come era nello statuto
milanese lo strappar un occhio al ladro la prima volta, la seconda
troncargli le mani, alla terza la forca[178]. Dalle libertà germaniche
proveniva la legge in molti ripetuta di non arrestare alcun cittadino
se non per ordine de’ consoli; l’_habeas corpus_, di cui si compiaciono
così giustamente gl’Inglesi[179]. Qualche vestigio vi rimane ancora
delle antiche associazioni, dove tutti erano interessati alla sicurezza
de’ singoli, perchè del danno sofferto doveano compenso: così in una
convenzione del 1219 fra Bergamo e Brescia è statuito che se qualche
Bresciano, fra giorno, sia da’ masnadieri derubato sulla strada
reale che mette a Milano, il comune di Bergamo deva fra venti giorni
risarcirlo; altrettanto pei Bergamaschi[180]. Quel di Mantova rifaceva
i danni per manomessione di argini e campi, e così per incendj; del
forestiero rendeva garante l’ospite o l’albergatore, che doveva subito
notificarlo[181].
In generale tu vi scorgi una diffidenza continua verso i vicini e tra
gli stessi accomunati; poi sottentra la cura di mantenere distinte
le classi; e i beni e l’autorità ristretti in poche famiglie; una
fiscalità argutissima; le donne escluse dalle successioni, ricevendo
a saldo la dote. Da alcuno vedemmo abolite le servitù personali;
quel di Modena del 1221 cancellò perfino ogni possesso o dipendenza
feudale[182]; e le tante gelosissime diligenze attorno ai contratti,
ai fitti, alle enfiteusi, alle usure, danno a vedere la crescente
importanza della ricchezza mobile e della agricola, e come questa
si sminuzzasse affinchè un maggior numero ne ritraesse vantaggi
individuali. Ma di quel volere ingerirsi d’ogni atto gli appunteremo
noi, se fin oggi i governi non hanno imparato che la loro attribuzione
razionale si riduce alla legittima difesa dei diritti degli individui?
Ne conseguiva che non potesse uniformemente amministrarsi la giustizia:
e la parte peggiore d’esse Repubbliche era appunto questa, che è
quella di cui più immediatamente i cittadini risentono. V’avea giudici
del re, ve n’avea del municipio, del podestà, del feudatario, oltre
gli ecclesiastici. I rettori della Lega Lombarda, quando si univano
or qua or là per gl’interessi comuni, ricevevano anche l’appello da
sentenze di consoli, al modo che soleano un tempo i re d’Italia[183];
i quali pure non cessarono d’esercitare questa supremazia qualvolta qui
tenessero dieta.
La giurisdizione dei vescovi si restrinse ai loro feudi; e ampliandosi
il reggimento repubblicano, i consoli talvolta pretesero sentenziare
anche sopra persone ecclesiastiche, per quanto i concilj vi si
opponessero[184]. I feudatarj laici o cherici amministravano la
giustizia personalmente, o per via di gastaldi e nunzj, i quali
solevano affidarla a giudici scelti fra gli abitanti del luogo; e da
loro davasi appello al giudice feudale, il quale però nulla poteva
direttamente sopra i cittadini che abitassero nel fondo. Le cause
feudali erano riservate a un doppio tribunale de’ pari maggiori e
minori, ed alla regia curia.
In Firenze il podestà e il capitano di giustizia, sempre forestieri,
abitavano quello nel palazzo del Comune, questo nel palazzo del
popolo, entrando nell’annuo uffizio l’uno a maggio, l’altro a
gennajo, e ambidue conoscendo delle cause civili e delle criminali. Il
podestà conduceva sette giudici, tre cavalieri, diciotto notaj, nove
berrovieri, tutti non toscani; e quello colla sua famiglia riceveva
seimila lire, l’altro seimila cinquecento. Il podestà deputava uno
de’ suoi giudici ogni due sestieri della città per inquisire ne’ casi
criminali: nessuno poteva dar querela se non al giudice del proprio
sestiere: il reo seguiva il fôro dell’attore, i forestieri sceglievano
qual volessero. Nelle cause di poco momento si procedeva sull’istanza
dell’ingiuriato o di un suo parente; nelle gravi, di chicchefosse,
purchè sottoscritta; d’uffizio, nel caso che l’ingiuriato ricusasse di
farlo. L’accusatore giurava proseguire la causa, dandone malleveria
per cento soldi: il reo citavasi a spese dell’attore. Le esamine
si scriveano, convincevasi per testimonj, e al reo si assegnavano
dieci giorni a difendersi. Entro venticinque giorni il giudice doveva
esaminar la causa, e conferirla con altri giudici e col podestà; poi
fra cinque altri proferire la sentenza. Le cause civili in prima
istanza conoscevansi dai giudici de’ sestieri, cittadini dottori,
mutabili ogni sei mesi e pagati. L’appello recavasi al giudice annuo,
forestiero e dottore; se confermasse, la causa passava in giudicato;
se no, recavasi al podestà, con quattro giudici collaterali pronunciava
definitivamente. Del capitano del popolo erano competenza le violenze,
estorsioni, falsità a lui denunziate, le cause riguardanti estimo
e gabelle, e i delitti di cui il podestà non proferisse fra trenta
giorni. I cavalieri andavano in volta coi berrovieri, cercando i
violatori degli statuti; in molti casi non poteasi catturare alcuno se
non in loro presenza; o in difetto supplivano i notaj, cui uffizio era
coadjuvare i giudici. S’aggiunga la corte del vescovo, l’inquisitore
dell’eresia, il giudice sopra le gabelle, quello dell’appellazione, e
forse altri, chè ciascuno teneva ragione e corda da tormentare. Ciò
che è più strano, cittadini nelle proprie abitazioni esercitavano
il diritto punitivo, e i Bostichi «collavano gli uomini in casa
loro, in mercato nel mezzo della città, e di mezzodì li mettevano al
tormento»[185].
Tante giurisdizioni nel territorio d’una sola repubblica! Collegi di
giureconsulti trovansi fin nell’XI secolo[186]; crebbero nel XIII in
tutte le città, dove pure se ne formarono di notaj, che pigliaronsi
il diritto di nominare i proprj colleghi. I giudici milanesi giuravano
valersi del voto d’un giurisprudente, sentenziare in buona fede secondo
le leggi, non concedere al reo oltre otto giorni per rispondere,
proferire fra quattro mesi dopo la contestazione, e mettere in
iscritto la sentenza nelle cause che eccedessero i soldi quaranta
di terzuoli[187]. La semplicità e la speditezza mal redimevano dal
pericolo dell’ignoranza, della passione, dell’arbitrio; e troppo mal si
pensava a concordare la libertà di tutti colla sicurezza de’ singoli.
Al senatore di Siena un Cenni accusa per ladro Durdo di Naccino: quegli
trovando tutto il contrario, fa vestire Durdo di bianco, e andare
innanzi coll’ulivo in mano, e dietro a lui il Cenni vestito di nero; e
giunti al luogo del supplizio, questo è appiccato, l’altro dimesso. Un
Fiorentino avendo rotto il bando, fu condannato alle forche. Il podestà
Nicola Rosso, prima di mandarvelo, gli domandò se avesse moglie.
— L’ho, e bella; e se la tiene il tal cittadino». Era il cittadino
appunto che avea brigato per farlo eseguire, poi denunziatolo per la
rottura del bando; e il podestà fe togliere il capestro al condannato e
stringerlo a costui, per quanto reclamassero i parenti[188]. Sarà stata
giustizia, ma chi, se non un Turco, soffrirebbe modi così assoluti?
Uno dei Ricci di Firenze, sullo scorcio del secolo XIV, scrisse di
alcuni insigni personaggi della sua famiglia, tra’ quali molto lodato
messer Rosso di Ricciardo, che fu capitano de’ Fiorentini nel 1370
contro Bernabò Visconti. Essendo podestà a Perugia, ebbe deposizione
da un ladro che, ascososi in una cava per rubare, vide un cittadino
condurvi un suo nipote, e quivi ucciderlo e sepellirlo. Il Ricci
mandò a cercare nella cava, e trovate le ossa, fece recarsele in un
sacco. Ma poichè l’uccisore era di grand’animo e séguito in città,
lo chiamò a sè con amichevoli apparenze, poi mostrategli le ossa, lo
indusse a confessare il delitto. Subito in città si leva gran rumore,
gente armata viene in piazza; e il podestà li tiene a buone parole, ma
intanto fa impiccare il cittadino. Quella fermezza sgomenta i faziosi,
che tornano a disarmarsi; e quando scadde egli fu commendato e onorato.
Al ladro denunziatore avea promesso salva la vita, ma gli fece troncar
le mani.
In Norcia redimevasi ancora l’omicidio a denaro: e mentre vi sedeva
podestà esso Ricci, due cittadini uccisero un altro. Presi per ordine
di lui, quelli confessarono il delitto, ma d’aver pagato ducento lire
per ammenda. Ciò non ostante esso li condannò a morte: e andando i
signori del paese a lamentarsene, rispose che così gli era paruto il
giusto; ma se ad essi sembrassero morti immeritamente, ecco, pagava
loro l’ammenda. Così li chiariva come fosse iniqua tal legge, e «la
fe correggere che, chi uccidesse alcuno, lo dovesse pacificare colla
propria vita e non altrimenti»[189].
Rechiamo un esempio di giudizj regolari. Andrea vescovo di Luni e i
marchesi Malaspina e Guglielmo Francesco essendo in guerra, la città di
Lucca, che gli aveva presi in amicizia, spedì persuadendoli a pace. Le
due parti subito vennero a Lucca, e in Sant’Alessandro si congregarono
da _sessanta consoli_ e molte altre savie persone, e chiesero che
le parti li costituissero arbitri della contesa; e quelle promisero
stare al lodo, sotto pena di cento libbre d’oro fino. Qui Guglielmo
d’Apulia, avvocato dei Malaspina, narrò come, essendo questi andati
coi loro militi al Pozzo nel Monte Caprone per edificarvi un castello,
l’esercito del vescovo si fè loro incontro per cacciarneli, con grave
guasto d’uomini e di cavalli: i marchesi, valorosamente resistendo,
ascesero il poggio, e cominciarono la fabbrica. Chiedeva dunque al
consolato che il vescovo dovesse rifare i danni che recò coll’esercito,
senz’avere tampoco premoniti i marchesi, come a vescovo conviene.
Il vescovo rispose che al marchese Guglielmo, il quale gli aveva
giurato libertà, esso avea fatto sentire che il fabbricar quel castello
gli sarebbe rincresciuto quanto il cavargli il fegato, perchè ne
rimarrebbe diminuito e quasi annichilato il vescovado: al Malaspina
non fe motto perchè gli era nemico. Maginardo di Pontremoli arringò
pel vescovo; non dover questi verun compenso, attesochè quel castello
fabbricavano a ruina del vescovado, e sopra terra in gran parte a
questo appartenente. Interrogato intorno a tale possesso dall’avvocato
avversario, Maginardo rispose che il vescovo Filippo comprò la parte
che spettava al marchese Folco, parte ebbe in legato da Malnevote,
parte in dono dal marchese Pelavicino[190].
Oppose Guglielmo che del lascito di Malnevote non era a tener conto,
perchè lo fece da disennato e in odio del fratello: il Pelavicino poi
e il Folco non poteano disporre di esso monte, perchè il monte e i
coloni suoi erano stati divisi in modo, che una metà toccò in comune al
proavo del Pelavicino e a quello del marchese Guglielmo; l’altra metà
al proavo di Malaspina e all’avo di Atone marchese, nella qual parte
cadeva il poggio disputato; che, fatta la divisione, rimase al proavo
di Malaspina.
Bisognando recar le prove di lutto ciò, fu chiesta una proroga, spirata
la quale, produssero gli istromenti e i testimonj, nessun de’ quali era
decisivo. E poichè i consoli erano arbitri non solo secondo le leggi e
il diritto, ma anche come meglio volessero, proferirono che metà d’esso
poggio spettava alla chiesa di Santa Maria, vietando ai marchesi di
fabbricarvi il castello od altro; dovendo i vescovi esser più benigni
ai laici, che non questi a quelli, il vescovo compensi dei danni fatti
ai marchesi con mille soldi lucchesi; i marchesi prometteranno nè essi
nè i loro eredi più nulla pretendere di quella metà del poggio; se
no, paghino cento libbre d’oro; e così pure il vescovo; gli uomini dei
marchesi abbandonino quella metà, e sia distrutto ogni cominciamento
del castello; in presenza loro si diano la parola e il bacio di pace.
Gregorio legisperito fu rogato di quest’atto al 15 avanti le calende
di novembre 1124, e vi si sottoscrissero le parti e i consoli: la
sentenza fu confermata e sottoscritta da Leone, giudice costituito
dall’imperatore Enrico, ed eletto arbitro in questa causa[191].
Qui parlammo dei Comuni sovrani; ma questi s’erano sovraposti a ville
e borgate, cui lasciavano la giurisdizione solo in limiti ristretti;
ed anche città, nelle quali esercitavano superiorità, e ne impedivano
il libero governo, senza però riformare il Comune per assimilarlo a
sè. Como mandava il podestà a Lugano, Mendrisio, Bellagio, Menaggio,
Teglio, alle Tre Pievi del Lago, ai terzieri della Valtellina, a
Chiavenna, Poschiavo, Sondrio, Ponte, Porlezza, Bormio, i cui abitanti
doveano tre volte l’anno condursi a Tresivio per ricevere giustizia dal
podestà di Como, e recarvi le appellazioni. Pisa inviava il capitano
a Piombino, che amministrasse la giustizia anche a Populonia, Porto
Baratti e all’isola d’Elba.
I Fiorentini nel 1181 sottoposero il Comune d’Empoli, appartenuto
dapprima ai conti Alberti, e l’obbligarono a giurare sui vangeli di
custodire e ajutare ogni persona di Firenze e de’ suoi borghi: se
alcuno del loro Comune danneggi qualche Fiorentino, l’obbligheranno a
rifare i danni tra quindici giorni: chiesti dal magistrato di Firenze,
andranno a oste e a cavalcata e guerre e paci, e faranno come quello
vorrà, purchè non sia contro il conte Guido. Al san Giovanni d’ogni
anno davano ai consoli di Firenze cinquanta libbre di buoni denari, e
alla chiesa maggiore un cero[192].
I Perugini si erano sottomessi non solo i Catani, ma le città vicine,
che tutte doveano mandare il pallio nella solennità di sant’Ercolano;
Spoleto doveva aggiungervi un cavallo covertato di scarlatto; così
Sarteano, oltre cento fiorini d’oro in una coppa d’argento; le
città di Castello e di Gubbio lasciavano che Perugia prendesse parte
all’elezione dei consoli; Montepulciano ne riceveva il podestà, che
per sei mesi doveva esser de’ nobili, per sei de’ popolani, con piena
giurisdizione criminale e civile, e la custodia delle chiavi delle
porte e de’ fortilizj; e nel giorno di sant’Ercolano spedire il pallio
che valesse almeno venticinque fiorini d’oro, da presentarsi a piè
della scalea di San Lorenzo. Assisi scosse l’ubbidienza; ma costretta
calare a patti, i Perugini v’entrarono il 1322, uccisero più di cento
ribelli, e ridussero quel paese a contado, diroccandone le mura.
Padova si arrogò di eleggere il podestà di Vicenza. A quest’uopo
raccolto il maggior consiglio, estraevansi da un’urna quaranta
polizze, e quelli cui la polizza toccasse divenivano elettori. Questi
quaranta si chiudeano nella chiesa del palazzo, accendendo una dopo
l’altra due candelette da due denari; e prima che fossero consumate,
essi doveano eleggere, fuor di loro, tre cittadini: fra i quali poi
la sorte designava il podestà. Se non fosse cavaliere, veniva fatto;
avea tremila lire di stipendio, dovea dar mille marche d’argento per
malleveria al Comune, e la sua corte era tutta di Padovani.
Casale sul Po, fabbricato, dicono, da re Liutprando appo una chiesa
di Sant’Evasio, fu città libera, ma debole, sicchè presto venne a
soggezione de’ Vercellesi. I quali nel 1170 impongono agli uomini di
esso che di buona fede salvino e custodiscano le persone e cose dei
Vercellesi; di là alla festa di san Michele abbiano alzate e finite
cento braccia delle mura di Vercelli, dove i consoli consegneranno
loro i rottami d’altra cerchia: se i Vercellesi assumano guerra, essi
pure l’abbiano di buona fede: ogni decennio i Casalaschi dai quindici
anni fino ai sessanta prestino il giuramento ai consoli di Vercelli:
se questi domandino il passaggio del Po per tragittare l’esercito o
una cavalcata, non devono negarlo[193]. Lo stesso Comune agli abitanti
di Trino concedeva di cacciare, pescare, pascolare nel loro distretto;
non daranno alloggi; per cinque anni li provvederà di fieno, paglia e
legno, purchè osservino i bandi di Vercelli; in tempo di guerra non
riscoterà fitto delle terre; non saran tenuti a venire al podestà o
ai consoli vercellesi per contratti fatti da qui indietro, salvo che
per omicidj o per appellazioni; possano far legna nel bosco pagando un
fitto[194].
Il Ghirardacci reca la formola con cui quelli di Monteveglio si
sottomisero al Comune di Bologna: — Noi uomini di Monteveglio diamo il
castello nostro al popolo di Bologna, con tutti i cavalieri e i fanti,
per far guerra contro tutti i nemici suoi che sono o saranno, come più
piacerà al pretore o a’ consoli; e con giuramento affermiamo di salvare
i Bolognesi e le fortune loro, promettendo mandarvi l’esercito a nostre
spese qualunque volta ne saremo richiesti, insino al fiume Secchia e
dalle alpi alle paludi; e promettiamo pagare il tributo per quei che
abitano dalla parte del fiume Samoggia. E tutto questo osserveremo
contro chicchessia, eccettuato l’imperatore o duca o altro che tenga
o terrà il patrimonio della contessa Matilde a nome dell’imperatore.
Domandiamo però che i consoli bolognesi insieme col consiglio giurino
conservare Monteveglio e i suoi abitatori e le facoltà loro, e che
non ci abbiano a togliere il castello; e se in alcun tempo i Bolognesi
facessero guerra all’imperatore, ci difendano colle nostre fortune, e
ottenendo la pace, la impetrino anche per noi».
Altre volte i Comuni fondavano ville e borghi con diritti e riserve
speciali.
I consoli e gli uomini di Vercelli nel 1197 stabiliscono che il
luogo di Villanova rimanga libero e assoluto in perpetuo, ad onore e
comodità del Comune vercellese, talchè nessuno presuma dagli abitanti
estorcere fodro o bando o curadia o correggio o capponi o focaccie
o spalle; nè pretenda sulla pesca, su alloggi, su giurisdizione
qualunque. Essi abitanti coi loro eredi sieno liberi e immuni; salvo
che, quei che n’hanno diritto, possano costruire molini, e dare terre
da coltivare sia a terzo, o a fitto, o con qualsiasi altro patto.
Essi abitanti restino liberi possessori dei sedimi a loro assegnati,
potendo venderli, donarli, mutarli, distrarli. Nessuna forza vi si
possa introdurre, se non dal Comune vercellese. Nessun de’ signori deva
abitare in esso borgo, nè avervi diritto o giurisdizione.
Nel 1217 Vercelli stessa fondava Borgofranco, con fossati, quattro
porte, quattro battifredi, chiesa di legno e graticci, coperta di
tegoli, agli abitanti assegnando un sedime di casa ciascuno, sul
quale si conduceano tre carri di legname d’opera a spese del Comune,
e mattoni e tegoli quanti occorrono. Abbiano la strada da Casale e da
Pontestura, mercato, pascolo verso Vercelli. Gli abitanti non devano
render ragione ad uomini che non siano della giurisdizione vercellese,
de’ contratti o danni fatti anteriormente, se non sul luogo stesso e
sotto i loro proprj consoli. Avranno venti mansi del bosco di Lucedio
a venti soldi il manso di fitto. Siano loro concesse per quattro anni
tutte le spese del Comune: dopo cinque anni pagheranno il fodro, come
i cittadini vercellesi: e come questi pagheranno la legna del bosco di
Lucedio. Se alcuno muore senza erede, possa la sua parte vendersi ad
altri fuor della giurisdizione di Vercelli.
Ivrea nel 1250 fondava Castelfranco, invitando ed anche costringendo
andarvi ad abitare gli uomini di Bolengo, Pessano, Anipesso, e farvi
guaite, scaraguaite, e ogni arredo di castello: a ciascuno si daranno
abitazioni in proporzione di quelle che lasciano. Saranno considerati
come abitanti d’una porta di Ivrea: liberi e franchi, giacchè
inestimabil dono è la libertà, nè ben si venderebbe per tutto l’oro del
mondo. Siano dunque immuni dal fodro, dal banno, dalla giurisdizione,
dall’esercito, dalla cavalcata, dalla successione; abbiano il mero e
misto imperio; si farà uno statuto, che le podestà di Ivrea giureranno
d’osservare[195].
1 Comuni erano una specie d’associazione contro gli abusi e le
prepotenze: sicchè quando la forza pubblica non sapesse o volesse
provvedervi, formavano associazioni particolari, solito rifugio delle
libertà, perchè coll’attenzione e anche colla forza garantissero i
diritti, e che venivano a formare uno Stato nello Stato. E come già
v’aveva alberghi di nobili, cioè aggregazioni di famiglie derivanti
da ceppo comune, o unite per accordo, così il popolo pensò fare
altrettanto col restringersi in leghe o in maestranze, onde col numero
equilibrare la potenza o l’accortezza maggiore.
Nel 1198 il popolo di Milano, scontento dei nobili, istituì la credenza
di Sant’Ambrogio, detta anche de’ Paratici, cioè degli artigiani,
affidando la propria tutela ad un tribuno, e assumendo per divisa
una balzana bianca e nera; i mercanti e le arti liberali stabilirono
la Motta, che inclinava al governo d’un solo; i nobili rinserraronsi
in quella de’ Gagliardi; i catanei e valvassori, che teneano fondo
dai nobili, ne formarono una quarta sotto l’arcivescovo, pretendendo
recuperare a questo il dominio temporale della città: ciascuna avea
consoli proprj, pubblicavano editti e decreti, ed esercitavano atti di
giurisdizione sovrana.
Siffatte erano in Bologna la lega della Giustizia; in Vercelli le
società di Sant’Eusebio e Santo Stefano; in Asti quelle di Castello
e dei Solari. A Firenze verso il 1260 i pivieri di campagna eransi
raccolti in quarantatre leghe, ciascuna delle quali ricevea dalla
Signoria ogni semestre un capitano _cittadino e popolano della città
di Firenze e veramente guelfo;_ prometteano non ricettare i banditi
l’una dell’altra; nessuno potea ricusare gli uffizj affidatigli dalla
lega[196]. Siena era divisa per _terzi_, e ciascuno di questi in circa
venti _contrade_, ognuna delle quali eleggeva un capitano e un alfiere,
preseduti dal gonfaloniere del terzo. A Genova fin dal 1130 fra sette
poi otto _compagne_ vedemmo divisi tutti i cittadini: e ognuno ajutava
i proprj membri contro ingiustizia e violenza qualsifosse, fin alla
morte degli avversarj; e da ciascuna si traeva un’egual contribuzione
di cavalli, fanti e denaro[197].
Talvolta tre o quattro persone con atto pubblico si costituivano in
fratellanza, stipulando comunione di beni e reciprocamente difenderli
e succedersi. Talaltra alquante famiglie formavano una consorteria,
pigliando un nome comune, fabbricando una torre per difesa e ricovero
di tutti, come i Pugliesi e i Maladerra di Sanminiato, che presero il
nomignolo di Paraleoni[198]. Forse teneva dell’indole stessa quella
delle tredici famiglie di Borgo Sansepolcro, che insieme aveano