Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) - 07

dichiarò aver usata la parola _benefizio_ non per feudo, ma nel
senso scritturale; nè altrimenti poterla intendere chi avesse fior
d’intelletto[116].
Importava a Federico di venir prontamente a farla finita con questi
Comuni italiani, che ormai si risolvevano in repubbliche. Perciò la
cavalleria (che tale era principalmente la truppa feudale) d’Austria,
Carintia, Svevia, Borgogna e Sassonia scende divisa per le tre vie del
Friuli, di Chiavenna e del San Gotardo; l’imperatore medesimo conduce
per val d’Adige il fiore de’ militi romani, franchi, bavaresi, con
Vladislao re di Boemia, e conti e duchi e vescovi assai; e giunto
sul territorio milanese (1158), proclama la _pace del principe_.
Consisteva questa in regolamenti di militare disciplina, diretti a
reprimere e punire legalmente le ingiurie, affine di prevenire le
private battaglie, delle quali durava sempre il diritto. A tal uopo
si prefiggevano pene proporzionate agl’insulti che fossero provati da
due testimonj, cioè, secondo i casi, la confisca dell’equipaggio, le
sferzate, il taglio de’ capelli, il marchio rovente sulla mascella;
per gli omicidj poi la morte: che se mancassero testimonj, doveasi
ricorrere al duello; e se si trattasse di servi, alla prova del ferro
rovente. A protezione del commercio si statuì che il soldato il quale
spogliò il mercante, renda il doppio, se pur non giuri non conosceva
la condizione del derubato. Chi abbrucia una casa, sia battuto, tosato
e bollato. Chi trova vino sel prenda, ma non rompa i dogli, nè tolga
i cerchi alle botti. Un castello espugnato saccheggino a voglia loro,
ma non lo abbrucino senz’ordine. Se un Tedesco ferisca un Italiano
il quale possa provare con due testimonj d’aver giurato la pace,
sia punito[117]. Diritto di guerra violento; ma pure tanto quanto
assicurava le persone.
Allora Federico comincia le ostilità contro Brescia (1158), e
quantunque «ricca d’onor, di ferro e di coraggio», ne guasta i
deliziosi contorni finchè la costringe ad arrendersi: passata l’Adda
a Cassano, preso il castel di Trezzo, rifabbrica Lodi-nuovo sull’Adda
alquanto lungi dal luogo ove Pompeo avea posto il vecchio[118].
Riedifica anche Como, e ad un suo fedele dà a custodire quel castel
Baradello[119]; e spedisce colà il boemo Vladislao perchè rimetta i
Comaschi in concordia coi Cremaschi e cogli isolani del lago, gente
ricca, forte, bellicosa, avvezza al corseggiare, e che repugnò da ogni
accordo finchè l’imperatore non vi andò in persona[120]. Isolati così i
Milanesi, s’accinse a combatterli, convocando all’oste tutti i popoli
di questo regno. E vennero armati da Parma, Cremona, Pavia, Novara,
Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Ferrara,
Ravenna, Bologna, Reggio, Modena, Brescia, ed altri di Toscana,
sommando a quindicimila cavalli, oltre innumerevole fanteria[121]; e
con questi piomba sopra Milano.
Questa città, oltre rifare i ponti rotti sull’Adda e sul Ticino,
e rialzare i castelli e le borgate sue amiche, erasi preparata di
fosse e di mura, spendendo cinquantamila marchi d’argento puro[122]:
valorosamente si difese, ma tanta turba dalla campagna e dalle
circostanti borgate vi s’era rifuggita, che presto si trovò ridotta a
dura fame, e alla conseguente epidemia. Accettò dunque la mediazione
del conte di Biandrate, mercè del quale ebbe dall’imperatore patti
da vinta ma pur libera potenza: rendesse la franchezza a Como e
Lodi; fabbricasse all’imperatore un palazzo; pagasse novemila marchi
d’argento, cioè circa mezzo milione; rinunziasse alle regalie usurpate,
come la zecca e le gabelle; eleggesse da sè i proprj consoli, ma questi
giurassero fedeltà all’imperatore, il quale nella città non entrerebbe
coll’esercito. I nobili a piè scalzi e con le spade ignude, il clero
colle reliquie dei santi, il popolo con soghe al collo, vennero a
giurare obbedienza a Federico, a cui furono dati cento ostaggi per
ciascuno dei tre ordini de’ capitanei, de’ valvassori e de’ plebei:
e la bandiera imperiale sventolò sulla torre della metropolitana di
Milano[123].
Coll’umiliazione della principale città di Lombardia sgomentate le
altre, da tutte ebbe ostaggi, e da Ferrara li tolse per forza: e
approfittando di quel terrore, intimò una dieta in Roncaglia per
definire le regie prerogative. Le città (quante volte lo ripetemmo?)
non pretendevansi immuni dalla dipendenza verso l’imperatore, nè
questo credeva che la corona gli conferisse pieno arbitrio, come
potrebbero chiedere i re del secol nostro, non aventi nè patto coi
popoli, nè rispetto a moralità superiore. Ma perchè i reciproci doveri
venivano diversamente apprezzati in Germania e in Italia, ne nascevano
perpetue controversie. I Tedeschi, deducendo la loro costituzione
dalle consuetudini germaniche, non vedevano nel re se non l’eletto
dai capi del popolo, primo tra i pari; in Italia, le città volevano
tenersi verso l’imperatore soltanto in una dipendenza feudale, come a
caposignore, e come all’unto dal pontefice: ma i ridesti studj della
storia e della giurisprudenza romana abituavano gli eruditi ad ampliare
la podestà, guardandolo come successore di quei Cesari, la cui volontà
era unica legge a Roma antica. Federico amava, come dicemmo, ritemprare
coi testi le sue spade, e alla dieta invitò Bùlgaro, Martin Gossia,
Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana, cima de’ giureconsulti d’allora,
insieme con due deputati di ciascuna delle quattordici repubbliche,
perchè determinassero in che consistevano le regalie. Ma da che la
giurisdizione di conte divenne ereditaria, consoli e scabini non
erano stati più nominati dagl’imperatori; e ciascuno di questi re che
calò in Italia, fece diversa stima dei proprj diritti, a norma della
propria forza; laonde dalle consuetudini non si poteva nulla dedurre.
Si ricorse dunque al diritto romano; e nel sentimento di questo, e con
parole vecchie onestando la tirannia nuova, i giureconsulti definirono
che competeano all’imperatore tutte le regalie, compresi i ducati,
marchesati, contadi, la moneta, il fodro, ossia diritto d’essere
nodrito e albergato dai vassalli e dalle città quando soggiornava in
Italia; e così i ponti, i mulini, l’uso de’ fiumi, la capitazione, il
far guerra e pace, e il nominare i consoli e i giudici, il popolo non
avendo che a prestarvi l’assenso; di modo che gl’investiti dovettero
rassegnarli all’imperatore, se pur non avessero a mostrare i titoli
del possesso. I conti e i vescovi, che dal costituirsi dei Comuni
erano stati sbalzati di dominio, applaudivano a queste esuberanti
pretensioni, sperando trarne a sè alcuna particella; e l’arcivescovo
di Milano, colla scienza appoggiando la servilità, gli diceva: — State
ben fermo, poichè trovasi scritto che la volontà del principe fa legge,
attesochè il popolo gli concesse ogni imperio e podestà»[124]. Le
città poi quale eccezione potevano contraporre sopra un fatto che mai
non era sussistito, e sopra diritti sostenuti da un forte esercito?
onde fremevano nel veder l’imperatore, da sovrano feudale, mutarsi in
assoluto padrone d’Italia.
I Genovesi erano venuti alla dieta non per isporgere querele o ricevere
ordini, ma come indipendenti, per far mostra e regalo di lioni,
struzzi, papagalli e dei prodotti dell’Oriente; e furono i primi a
protestare contro quel lodo; e ne spacciarono avviso alla patria, la
quale subito con vivissimo ardore si rifece di mura, lavorandovi uomini
e donne, e l’arcivescovo Siro dandovi il valore de’ proprj arredi; e
(fatto nuovo) soldò truppe a difesa. Chi vuol pace prepara la guerra;
e di fatto Federico calò con essa a patti, assentendole di eleggere i
proprj consoli, i quali potessero chiamare all’armi tutti gli abitanti
della riviera da Monaco sin a Portovenere; la privilegiò del commercio
in ogni luogo a mare, neppur eccettuata Venezia; esenzione da imposte e
servizj militari e da regalie, sol che pagasse milleducento marchi.
Federico aveva in quella dieta proibito di lasciare feudi alle chiese;
poi, sempre mal vôlto a papa Adriano, volle rammemorargli l’apostolica
umiltà; e poichè la cancelleria romana trattava seco col _tu_ solenne,
ordinò facesse altrettanto la sua col papa, e nelle soscrizioni il
nome se ne posponesse a quello di lui imperatore: asseriva ancora che
il patrimonio papale rilevava dall’Impero, e pretendeva di mandare a
Roma ad amministrare la giustizia, e di alloggiare i proprj nunzj ne’
palazzi vescovili. Il senato romano al solito favoriva le pretensioni
di Federico, sicchè il papa scontento intendevasi colle città lombarde,
e preparava forse la scomunica contro il prepotente.
Il quale, dichiarato unico depositario del potere legislativo e
giudiziale, deputa in ogni paese suoi magistrati, che furono detti
_podestà_ perchè esercitavano i regj poteri e giurisdizione in molte
cause. Questo e le leggi sulla pace pubblica e il divieto delle guerre
private non urterebbero punto colle idee d’oggi; ma secondo i privilegi
d’allora, stabiliti meglio che sulla carta, erano un grave attentato
alla libertà e all’indipendenza comunale: onde i Milanesi, a cui nella
capitolazione aveva garantito magistrati proprj, e a cui, in onta
di quella, avea sottratte non solo Como e Lodi, ma Monza e il Seprio
e la Martesana, capirono ch’e’ non tenevasi obbligato a convenzioni
fatte coi sudditi, e fremendo insorgono (1159); accolgono a sassate i
messi regj venuti per attuare i decreti di Roncaglia, gridando _Fora
fora, Mora mora_; cacciano la guarnigione dal castello di Trezzo che
assicurava ai Tedeschi il passo dell’Adda, e si serrano alla difesa.
Anche i Cremaschi, loro alleati, cui egli mandò intimare di demolir la
mura, risposero coll’avventarsi alle armi.
Federico, messili al bando dell’Impero, giura non cinger più il
diadema che non gli abbia domati, e tosto dalla Ponteba al San Gotardo
ogni valle versa Tedeschi sovra il piano lombardo; qui il Palatino
del Reno, i duchi di Svevia, di Baviera, d’Austria, di Zaringen, il
figliuolo del re di Boemia, il conte del Tirolo, gli arcivescovi di
Colonia, di Magonza, di Treveri, di Magdeburgo, il fiore insomma della
Germania. E cominciano guerra da Barbari (1162), sperperano il paese,
uccidono, appiccano: una volta l’imperatore fa acciecar una banda di
foraggiatori, lasciando sol un occhio ad uno per ricondurli: assediata
Crema, pone i figliuoli che teneva ostaggi, a bersaglio de’ colpi
paterni, onde proteggere le macchine[125]: e dopo sei mesi d’ostinati
assalti presala per tradimento dell’ingegnere, la abbandona alla
brutalità de’ suoi e alla vendetta de’ nemici Cremonesi.
Milano non si lasciò sbigottire a quell’insolita ferità; cercò rialzare
Crema; e il castello di Carcano sporgente nel laghetto d’Alserio, e le
colline fra Cantù e il monte Baradello furono teatro di sue vittorie
sopra gl’imperiali. Ma sentivasi indebolita dalla ripetuta devastazione
de’ suoi campi e dal distacco di tutti i vicini, quando Federico la
assalì (1162) scorrazzando colla cavalleria e vietando di portarle
viveri, sin col tagliare le mani a venticinque villani in un giorno,
côlti in tale servizio. Resistè ancora vigorosa: ma dai tradimenti,
dalla fame, da un incendio de’ magazzini, dalla superiorità dell’armi
feudali, collegate pur troppo con quelle non solo dei castellani e
dei conti di Malaspina e di Biandrate, ma anche de’ Comuni italiani,
fu costretta cedere alle grida del vulgo, e rendersi a discrezione.
Al quartier generale in Lodi venne il popolo in abito penitente, con
croci in mano, dietro al carroccio, che avvezzo un tempo a pavesarsi
di trionfate bandiere, allora chinò l’antenna e il gonfalone di
sant’Ambrogio avanti all’imperatore, fra il mesto squillo delle trombe;
e il sacro carro e novantaquattro stendardi furono dati al nemico;
otto consoli degli ultimi tre anni, trecento cavalieri, tenendo
in mano le spade ignude, fecero atto di sommessione. Non soltanto
Italiani e il conte di Biandrate, ma fin i baroni tedeschi e la corte
supplicavano Federico di clemenza: ma egli, dalla vittoria fatto sordo
alla compassione, e stimolato anche dalle invide città che all’uopo
gli diedero grosse somme[126], ordinò a’ Milanesi tornassero a casa
e v’attendessero le sue risoluzioni. Dieci giorni passarono i nostri
in quella affannosa aspettazione che è peggio del male istesso: alla
fine Federico arrivò, e nell’imperiale sua clemenza perdonando alle
vite, impose che, usciti i cittadini, Milano fosse abbandonata alla
distruzione. A ciascuna delle città alleate ne assegnò un quartiere a
diroccare, quasi volesse che tutte si contaminassero col fratricidio, e
i rancori allontanassero la possibilità di nuovi accordi.
Esultarono i Lombardi all’umiliazione della gran nemica; ma un senso di
sgomento occupò tutta l’Italia. Brescia, Piacenza, Bologna evitarono
la distruzione col sottomettersi. Genova, dianzi così risoluta alla
difesa, sbigottì; mandò ambasciadori con gratulazioni e proteste; il
suo storico uffiziale Caffaro tributava a Federico i titoli di _sempre
augusto, sempre trionfante, che elevò l’Impero al colmo della gloria_.
E Federico in Pavia cingevasi di nuovo il diadema che avea giurato
più non portare finchè Milano sussistesse; e datava i suoi atti dalla
distruzione di Milano[127].
Le città lombarde non andarono guari ad accorgersi quanti abbia
pericoli la lega col potente: perocchè, toltasi d’in su le braccia la
città che unica potea reggere seco in bilancia, Federico cessò da ogni
riguardo verso le altre, le angariò a baldanza, pretendendo esigerne
nuove gravezze e smantellarle; a’ Cremonesi, Pavesi, Lodigiani, suoi
fedelissimi, permise bensì d’eleggersi consoli proprj, ma a Ferrara,
Bologna, Faenza, Imola, Parma, Como, Novara, che pur seco tenevano,
mandò podestà imperiali, fossero Tedeschi o di que’ vili che col
maltrattare i compatrioti vogliono farsi perdonare la colpa d’essere
Italiani[128].
All’eguale stregua meditava Federico ridurre il Patrimonio di san
Pietro. Quel Rolando Bandinelli da Siena, che poc’anzi accennammo,
celebratissimo per dottrina, virtù, esperienza del mondo, era succeduto
papa col nome di Alessandro III (1159); ma il cardinale Ottaviano
romano, fautore di Federico, turbolentemente s’indossò le divise
pontificali, tenne prigione il papa e i cardinali, e prese il nome
di Vittore IV. Il popolo e i Frangipani liberarono Alessandro, che
si ritirò da Roma; mentre l’antipapa comprava vescovi, e blandiva
l’imperatore, il quale sostenendo questo, poi tre altri antipapi
(Pasquale III, Calisto III, Innocenzo III) squarciava la cattolica
unità egli che n’era il rappresentante secolare. Allora scomuniche
contro lui, contro i vescovi e i principi e i consoli di Cremona, Lodi,
Pavia, Novara, Vercelli suoi aderenti. Di queste trascendenze e de’
soprusi de’ luogotenenti imperiali chiedevano fine o moderanza vescovi,
marchesi, conti, capitanei ed altri magnati, e cittadini grandi e
piccoli; ma Federico non usò nè giustizia nè misericordia[129]; e
svallato con un nuovo esercito (1164), andava rimettendo al freno le
città che tumultuavano. Ma Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani,
coll’ajuto dei Veneti, aveano cacciato i podestà di lui, e quand’egli
andò per domarli, sentì non potere fidarsi delle truppe italiane che
l’accompagnavano, onde voltò come in fuga (1166), mentre essi munivano
le chiuse perchè non potesse rimenare eserciti.
Tutto ciò rendeva più sentiti i lamenti dei Milanesi, che senza patria
tapinavano di città in città, invocando soccorso e vendetta. Perchè lo
straniero era prevalso alla comune libertà? perchè li trovò disuniti
e nemici. Per tornar forti e mantenersi liberi di che han dunque
bisogno? di concordia e d’unione. Lo compresero; e quelli che nella
prosperità non s’erano scontrati che coll’ingiuria sul labbro, col
pugno sul brando, nella depressione rinnovellarono la fratellanza, e
posti giù gli odj e le gelosie, nel convento di Pontida (1167 aprile),
terra sull’orlo del Milanese e del Bergamasco, si strinsero in lega, e
i varj popoli della Lombardia, della Marca e della Romagna sul santo
Vangelo giurarono d’ajutarsi reciprocamente, compensarsi a vicenda
dei danni che patissero a tutela della libertà, non far tregua o
pace con Federico imperatore o co’ suoi se non di comune accordo, non
soffrire che esercito tedesco scendesse in Lombardia; o se scendesse,
combatteranno l’imperatore e qualunque persona lo favorisca, sinchè
esso esercito non esca d’Italia, talchè si possano recuperare i diritti
che la Lombardia, la Marca e la Romagna possedevano al tempo d’Enrico
III[130]. Oltre le città che firmarono, fu lasciato (come oggi si dice)
protocollo aperto a quelle che volessero accedervi.
Posata una mano sulla spada, stesa l’altra ai fratelli, conobbero la
potenza dell’unione. Primo atto de’ collegati Lombardi fu rifabbricare
Milano per concordi cure, come per ira concorde l’avevano sfasciata;
poi tentate invano le persuasioni, mossero a soggettar le città, che la
gratitudine o la paura serbava con Federico, e costringerle ad entrare
nella Lega Lombarda.
Papa Alessandro III erasi ricusato di rimettere a un concilio, raccolto
in Pisa da Federico, la decisione fra lui e l’antipapa; ma vedendo
occupate tutte le terre di santa Chiesa da scismatici e imperiali, dovè
cercare rifugio in Francia; dove ebbe grandi onori, e i re di questa e
d’Inghilterra camminarono allato al suo cavallo tenendogli le staffe.
Di là favoriva di conforti o di benedizioni la Lega, e lanciò contro
Federico la scomunica, in cui, come «vicario di san Pietro costituito
da Dio sopra le nazioni e i regni, assolve gl’italiani e tutti dal
giuramento di fedeltà che a quello li legasse fosse per l’impero o per
il regno; toglie coll’autorità di Dio che egli abbia mai più forza ne’
combattimenti, o vittoria sopra Cristiani, o in parte veruna goda pace
e riposo, finchè non faccia frutti degni di penitenza»[131].
Favoriva pure ai collegati Guglielmo II di Sicilia, desideroso che
Federico si trovasse impelagato in Lombardia così, da non poter
minacciare alla Puglia. Enrico III d’Inghilterra, se ottenessero che
il papa degradasse l’arcivescovo di Cantorbery avversario suo, offriva
trecento marchi ai Milanesi e di restaurarne le mura, altrettanti
ai Cremonesi, mille a’ Parmigiani e Bolognesi. Fin Manuele Comneno
di Costantinopoli, che rimeditava i suoi diritti sull’Italia, spedì
ambasciadori al pontefice per trattare di togliere lo scisma e
ricongiungere la Chiesa greca alla latina, purchè egli pure riunisse
sul capo di lui la corona dell’impero d’Occidente e d’Oriente, esibendo
quant’oro bastasse a snidare d’Italia i Tedeschi; intanto concedette
sposa una figlia ad Ottone Frangipani, principalissimo in Roma, cercò
l’amicizia de’ Genovesi, e ai collegati Lombardi somministrò oro per
comprare i mercenarj, allora introdottisi nelle nostre guerre. Però il
papa, fido all’idea de’ suoi predecessori, voleva la sede del rannodato
impero non fosse che a Roma; il Comneno ostinavasi per Costantinopoli,
tantochè restarono disconchiusi.
A soffogare quest’incendio, Federico scende di nuovo per la val
Camonica, e imparato linguaggio più mite a fronte de’ popoli concordi,
promette far ragione delle querele. Intanto di nuove ne eccita con
trattamenti da nemico, devasta il Bolognese per vendicare Bosone
suo ministro ivi ucciso, e leva contribuzioni e ostaggi. Ma udito
che gli abitanti di Tusculo e d’Albano, a lui favorevoli, erano
stati aggressi dai Romani coi soliti guasti, accorse, e diede una
battaglia sanguinosissima ai Romani, poi volse sopra la loro città.
La pose in difesa Alessandro, secondato dai Siciliani; ma Pasquale
antipapa inanimava Federico, che per prendere il Vaticano gettò fuoco
alla chiesa di San Pietro, e dal suo papa si fe novamente coronare.
Allora propone ai Romani che inducano Alessandro ad abdicare, ed egli
a vicenda vi indurrà Pasquale, in tal modo finendo lo scisma: e i
Romani, desiderosi di pace, gli davano ascolto; sicchè Alessandro,
nè tampoco tenendosi sicuro nelle incastellate case de’ Frangipani,
ricoverò a Gaeta. I Pisani secondavano l’imperatore, e misero in fuga
il loro arcivescovo che li dissuadeva dall’osteggiare il pontefice, e
lo ajutarono a prender Roma. Ma la mal’aria decimò il suo esercito,
ed uccise l’arcivescovo di Colonia, sette vescovi, molti principi e
magnati; onde Federico si levò in isconfitta, perdendo per istrada gran
parte dell’equipaggio, e forse duemila baroni e prelati e cavalieri,
oltre i soldati. A Pavia, mantenutasegli fedele, mette al bando
dell’Impero le città federate, e gitta in aria il guanto in segno di
sfidarle; ma non osa assalirle, per tema che negl’italiani che seco
militavano, l’amor de’ fratelli non prevalga alla feudale lealtà;
infine, con solo un pugno d’uomini riprende la strada della Savoja,
lasciando appiccati qua e là ostaggi lombardi. I cittadini di Susa gli
tolsero gli altri, e insidiavano lui pure, che col promettere monti
d’oro[132] e ogni grazia e bene al conte di Morienna ottenne di passare
per le sue terre (1168) travestito in Germania.
Ne’ sei anni che Federico stette fuori, ingrandirono di numero e vigore
le nostre repubbliche, ripigliammo le città imperiali, costringemmo
l’antipapa a venire alla devozione di Alessandro III, togliemmo le
fortezze ai fazionieri dell’imperatore, e specialmente al conte di
Biandrate, distruggendone la rôcca, levandone gli ostaggi, e uccidendo
la guarnigione. Federico mandò un grosso di truppe, guidate da
Cristiano arcivescovo di Magonza e cancelliere dell’Impero, guerriero
terribile, che una volta colla mazza sfracellò trenta nemici, e insieme
voluttuoso sì, che traeva dietro donne e muli tanti, da costare più
che il corteggio imperiale. Malmenò costui la Lombardia, e guastatine
i dintorni, assediò Ancona, città molto cara all’imperatore Comneno
come opportunissima a sbarcare in Italia; e lo ajutarono i Veneziani
per disgusto che presero coll’imperatore bisantino, o per emulazione
commerciale. La città fu ridotta a pascersi di sorci e di cuojo secco,
pur resistette con coraggio degno degli antichi eroi. Raccontano che
un prete Giovanni con una scure andò nuotando a tagliar la gomona
d’un grossissimo naviglio veneto detto _Tutt’il mondo_, per quanto
lo saettassero i marinaj, che a stento si salvarono; mentre altri
sull’esempio suo recisero le àncore di sette altre navi, che dalla
tempesta furono fracassate. La vedova Stamura vedendo i suoi dare
indietro da una sortita fatta per incendiare le macchine nemiche, prese
un tizzone e si avventò verso quelle, malgrado le freccie appiccandovi
la fiamma. Un’altra donna, visto un combattente estenuato perchè
da più giorni non assaggiava cibo, gli porse il poco latte del suo
petto, sottraendolo al proprio bambino[133]. E la perseveranza ebbe
premio, perocchè Ancona fu liberata dai Ferraresi e dalla contessa di
Bertinoro.
Non che la parzialità imperiale fosse spenta, sopravviveva quasi in
ciascun paese, e dove prevalesse lo traeva a quella bandiera. Così
in Bergamo il vescovo Gherardo parteggiava pel Barbarossa, mentre il
popolo pe’ suoi avversarj. Cremona e Tortona accettarono l’alleanza
di Federico. Como era spinto a vicenda da un partito o dall’altro; e
quando gl’imperiali rizzarono le creste, distrussero il castello di
Gravedona, e la memorabile isola Comacina (1169), la quale più non
risorse.
In Roma il senato non volea spossessarsi dell’acquistata autorità,
sicchè Alessandro non potea rimettervi piede. Si continuava pure
ostinata guerra ai Tusculani, i quali non videro scampo che nel
porsi alla tutela del papa stesso. Ma i Romani proposero a questo di
pacificarsi e riceverlo entro se li lasciasse abbattere le mura di
Tusculo: ed egli acconsentì: ma essi, sfogata l’ira, non si curarono
della promessa, sicchè il papa (il cui nome or si sparnazza fra i
liberatori d’Italia) fu costretto stare in armi nella campagna.
Costanti coll’Impero in Lombardia teneansi principalmente la città
di Pavia e il duca di Monferrato, e per la vicinanza si sorreggeano
l’un l’altro. I collegati lombardi pensarono dunque porre una barriera
fra costoro: e uniti i loro stendardi, invece di più ricostruire
Tortona, una nuova città piantarono (1168) ove la Bòrmida confluisce
col Tànaro; dal nome del pontefice la dissero Alessandria, e i nemici
la soprannomarono _della paglia_, perchè di paglia si coprirono le
case fretta fretta fabbricate, e recinte di nulla più che un siepato,
un terrapieno e liberi petti. Ebbe subito quindicimila cittadini,
privilegio di libero Comune, e sette anni dopo il vescovado[134].
Appena gli affari di Germania glielo assentirono, Federico in persona
calò un’altra volta; fra via distrusse Susa in vendetta dello smacco
soffertovi; coll’assedio costrinse Asti a rinunziare alla Lega; e
rinforzato da nuova gente di tutta Germania e di mezza Italia, assediò
la neonata Alessandria. Ma per quanto vi moltiplicasse valore, crudeltà
e astuzie, dovette allargarla al sopravvenire di un esercito lombardo,
che il sagrifizio della magnanima cittadella avea dato tempo di
radunare. A questo si fe incontro Federico. Onest’uomini e religiosi
s’interposero, al cui lodo si rimisero ed egli e i Lombardi. Ma quegli
volea salvi i diritti imperiali, questi salve le libertà loro e della
Chiesa; sicchè del conchiudere fu nulla, e Federico avendo consumato
anche il sesto esercito, mandò a sollecitarne un nuovo, che di Germania
gli fu condotto dalla moglie per l’Engadina, Chiavenna e il lago di
Como. A incontrarlo mosse egli coi Lodigiani, e ritornava accompagnato
dai Comaschi per congiungersi ai Pavesi e ai Monferrini, quando nella
pianura di Legnano (1176 — 29 mag.) ecco gli si attraversa l’esercito
de’ collegati. Sulle prime egli ebbe il vantaggio, e vide le spalle de’
nostri; ma la Compagnia della Morte, giovani risoluti a perire anzichè
perdere, si strinse attorno al carroccio, scompose l’ordinanza nemica,
e la mandò a sbaraglio. Federico stesso non campò la vita che tenendosi
rimpiattato sotto i cadaveri; e la moglie, da lui lasciata nel castel
Baradello di Como, il pianse per morto finchè nol vide ricomparire
umiliato e fremente.
Il Tedesco aveva trovato sostegno da alcune repubbliche marittime, che
lo bramavano favorevole alle loro ambizioni. Barisone d’Arborea, uno
de’ giudici o re di Sardegna (1163), agognando tutta l’isola, ne aveva
impetrata da Federico l’investitura per quattromila marchi d’argento:
ma nè l’imperatore avea diritto a disporre di quella, nè Barisone i
denari da pagarla. Questi gli furono anticipati da Genova, desiderosa
d’accorciare i panni all’emula Pisa, che colà teneva sovranità: ma
Barisone, non essendo in grado nè di restituire ai Genovesi nè di
resistere ai Pisani, si conciliò con questi; talchè i Genovesi rimasero
peggiorati della somma e della speranza. Ne venne guerra sanguinosa di
molti anni, dove i Liguri riuscirono superiori, attenendosi a Federico,
promettendogli la flotta per l’impresa di Sicilia, e ricevendo da lui
promessa di cedere Siracusa e ducencinquanta feudi in val di Noto,
appena dell’isola si fosse insignorito. Di rimpatto i Pisani si volsero
all’imperatore di Costantinopoli, e mandati e ricevuti ambasciadori,
conchiusero un’alleanza che assicurava loro la franchigia in tutti i
porti dell’impero greco, ogni anno il tributo di cinquecento bisanti
d’oro, e due tappeti di seta a Pisa, e di quaranta bisanti e un
tappeto all’arcivescovo. Invano Federico intimò che Genovesi e Pisani
rimettessero in lui le loro differenze, e gli uni e gli altri speravano
da esso l’investitura della Sardegna, e intanto lo accarezzavano e lo
provvedevano per le sue imprese.
Tanto bastava perchè gliene volessero male i Veneziani, i quali, se
dapprima l’aveano favoreggiato per isbaldanzire le repubbliche di
terraferma, s’adombrarono poi delle crescenti pretensioni; diedero
incoraggiamenti alla Lega Lombarda, e ricovero al fuggiasco Alessandro
III. E quando Federico minacciò piantar le sue aquile vincitrici in
faccia a San Marco, risposero alla bravata armando settantacinque
galee; e il doge, cui il papa cinse la spada d’oro, sbarattò la
flotta che Genovesi e Pisani aveano allestita all’imperatore. Côlto lo
stesso figlio di costui, lo trattarono decorosamente, e rinviarono con
proposizioni di pace.
E pace dovea desiderare Federico, dopo logorati ventidue anni e
sette eserciti[135] contro il clima e le libertà d’Italia. Pertanto