Storia degli Italiani, vol. 04 (di 15) - 12

un amico...; poi tornando a casa, portano rami, come se avessero presi
gli augurj, e riedono carichi dei doni raccolti, senza accorgersi che
sono altrettanti peccati». Così predicava Massimo vescovo di Torino,
il quale non pensò gittar invano il suo zelo in confutare quelli che
credevano in Venere, in Marte, negli altri Dei, lamentandosi che i
magistrati non facessero adempiere, nè i Cristiani osservassero gli
editti imperiali attorno al culto; esortava ripetutamente ad abbattere
gl'idoli ne' contorni di Torino, vietare i sagrifizj intemperanti o
crudeli, non credere a maghi o a coloro che vantano di potere coi carmi
trarre dal cielo la luna[109].
Gaudenzio vescovo di Brescia, seguitando l'esempio di Filastro suo
predecessore, combattè vigoroso l'idolatria nella sua diocesi; e — Voi,
neofiti, chiamati al banchetto di questa pasqua mistica e salutare,
badate bene di conservar le anime monde dagli alimenti contaminati
dalla superstizione pagana. Non basta che il vero Cristiano respinga
da sè il pascolo avvelenato dai demonj; bisogna ancora che sfugga
tutte le abominazioni dei Gentili, tutte le frodi degl'idolatri, come
si fugge il veleno vomitato dal serpente infernale. L'idolatria si
compone d'incanti, di presagi, d'augurj, di sorti, di tutte le vane
osservanze; e inoltre di quelle feste chiamate _parentali_, per cui
mezzo l'idolatria sa rianimar l'errore. Di fatto gli uomini, cedendo
alla gola, cominciarono a mangiar i cibi che avevano imbanditi pei
morti, poi non temettero di celebrare a onor loro sacrileghi sacrifizj,
per quanto sia difficile a credere che adempiano un dovere verso i
loro morti quelli che, con mano tremolante per l'ubriachezza, ergono
il desco sui sepolcri, e dicono a chiara voce, _Lo spirito ha sete_. Ve
ne supplico, astenetevi da questi atti, chè Dio sdegnato non abbandoni
al furor dell'inferno i suoi sprezzatori e nemici, reluttanti al suo
giogo».
Abondio, vescovo di Como, col risuscitare un fanciullo morto toglieva
dal gentilesimo il principale signore di quella città. Benchè sia
attribuita a san Romolo la conversione di tutta l'Etruria al tempo
di Costantino, numerose iscrizioni attestano che il culto idolatrico
sopraviveva in Firenze, a Pisa, a Volterra, a Rimini. Giove e la
Fortuna Pubblica erano adorati a Spoleto, Vesta ad Alba, Castore e
Polluce nell'isola Sacra presso Ostia, Nettuno in questa città; Anzio,
Preneste, Velletri, Terracina, Narni consultavano e riverivano gli
Dei antichi; in Ardea continuavasi il culto della madre degli Dei;
Napoli era la metropoli del paganesimo dell'Italia meridionale. Con
tanta ostinazione si conservavano le viete osservanze! E più ancora
nella campagna, donde venne il nome di paganesimo (_pagus_); sicchè i
missionarj osavano appena staccarsi dalle città.
Per isvecchiare l'antico si era tentato innestarvi i culti orientali,
con una tolleranza che degenerò in grossolano sincretismo. L'arguto
Luciano mise in burletta l'affaccendamento di Mercurio per trovar
posto nell'Olimpo agli Dei che v'arrivano in folla dalla Persia,
dalla Scizia, dalla Tracia, dalla Gallia; e il dispetto con che i
vecchi guatavano cotesta gentaglia nuova, il dio Ati, il dio Sebazio,
i Coribanti; Bacco che seco introduce i satiri capripedi, e fin il
cagnuolo d'Erigone: Mitra, che giungendo di Media col turbante in
testa, adocchia stupido i colleghi, e non capisce quel che dicano,
neppur quando trincano alla salute di lui.
Inoltre i filosofi avversavano la nuova dottrina, la cui umiltà
mortificava la loro superbia: i sacerdoti che aveano divulgato tanti
miracoli e tante baje, or trovavano ridicole le leggende de' Cristiani:
i retori erano menati dall'abitudine scolastica e dalla classica
educazione a sostenere e imbellire cerimonie senza fede, numi senza
vita, e render popolare la causa soccombente, ch'essi patrocinavano
tanto più, quanto meno poteano comprendere le sublimità della
trionfante. Si tentò dunque opporvi una religione filosofica, impastata
di neoplatonismo; e a quell'estremo sforzo per rigenerare la società e
il politeismo diede opera principale Plotino di Licopoli. Coll'esercito
dell'imperatore Gordiano era venuto in Asia e a Roma, dove si pose a
lottar di virtù e di scienza col cristianesimo, e chiese a Gordiano una
piccola città della Campania, ove stabilire un governo repubblicano
secondo le massime della sua scuola. Non l'ottenne, ma molti seguaci
si attirò predicando il distacco delle cose terrene: i ricchi lo
costituivano tutore de' loro figliuoli, i litiganti lo sceglievano
arbitro, lasciavansi le delizie della città per ritirarsi seco
nella solitudine. Altri correano a cercar lumi a Edesio, scolaro di
Giamblico: ma anche costoro erano costretti assumere aspetto religioso;
ed o impostori contraffacevano le austerità de' cristiani per
combatterli; o avidi del vero, eppure sfasciati nel dubbio, riuscivano
a pratiche teurgiche e a teorie panteistiche, le meno convenevoli ad
una fede pubblica, che vuole un oggetto degno d'amore, di riverenza, di
speranza.
Tutti questi aveano occhieggiato con compiacenza Giuliano, che
mostravasi disposto a rimettere in onore il culto avito. Compita la
poca filosofica sua rivolta, egli getta la maschera; man mano che
acquista un paese, vi lascia riaprire i tempj, rinnovare i sagrifizj;
egli stesso come sacerdote massimo moltiplica questi a segno, da
far temere non venissero meno i bovi nell'impero. Conoscendo troppo
che una religione da alcun tempo riposata, anzi seduta sul trono,
più non poteva essere combattuta coi supplizj e a spada sguainata,
introdusse una persecuzione d'altro genere dalle precedenti; e potè
vantare non senza verità d'essersi coi Cristiani mostrato più umano
che non il predecessore, il quale tanti n'avea espulsi e morti a
titolo d'eresia, mentr'egli restituì agli esuli la patria, i beni agli
spogliati, le sedi ai vescovi di qual si fossero setta. Ma operava
non per generosità, bensì per iscaltrimento, prevedendo che con ciò
susciterebbe tale vespajo, da sovvolgere la Chiesa, e da aprire largo
campo alle beffe sue e de' suoi.
Altro pensato attacco fu l'interdire ai Cristiani la elevata
educazione; e stando a lui la nomina de' maestri di grammatica
e di retorica e fors'anche de' medici, arti liberali stipendiate
dall'erario, sbandì dall'insegnamento tutti i Cristiani, per dirigere
all'intento suo le prime tanto efficaci impressioni della gioventù,
e così o guastarla o escluderla dalle scuole, e preparare alla Chiesa
gli erramenti ed il fanatismo dell'ignoranza. Al modo stesso precluse
loro tutti gl'impieghi d'onore e di confidenza, munendo ogni aula, ogni
bandiera colle immagini idolatriche, cui il fedele non poteva rendere
omaggio: la quale esclusione in mano de' subalterni diventava una fiera
tirannia, portando sino a negare la giustizia.
Poi egli medesimo scese alla lizza, e nei _Cesari_ e nei _Sette libri
contro i Cristiani_ risvegliò quante folli ed esagerate accuse mai
si fossero avventate contro di questi, condendole colla beffa, arma
terribile perchè vulgare, e perchè dispensa dal ragionamento. Mentre
con ciò tendeva ad offuscar la luce, erasi proposto di trovare virtù
e verità là dove erano vizio e pazzia, svecchiare le credenze pagane
col ritrarle verso i loro cominciamenti, imbellire come simboli ed
allegorie ciò che d'empio e di turpe v'aveano introdotto le popolari
tradizioni, trarre dagli adulterj di Giove una lezione di morale,
e dall'eviramento di Ati un simbolo dell'anima separata dal vizio
e dall'errore; Omero doveva essere per lui quel che l'Evangelo pei
Cristiani; morale caritatevole, dogmi puri, idee nuove indagando sotto
idee antiche e favole sensuali; e foggiando a proprio talento una
scientifica superstizione, la quale pretendeva innestare, non già ne'
cuori, ma nelle teste degli uomini.
Era egli possibile riformare una religione che mai non possedette
principj teologici assoluti, nè precetti morali, nè sacerdotale
ordinamento? Vero è forse che ne' misteri tradizionalmente
s'insegnasse alcun che di meno materiale che non le oscenità e le
ridicolaggini delle cerimonie e delle credenze propalate: ma qualvolta
il senato romano volle rinvigorire la fede, nol seppe altrimenti
che coll'introdurre numi forestieri, a cui la novità procacciasse
devozione. Se un robusto pensatore, conoscente della società fra cui
vivea, avesse mai potuto proporsi di rimpedulare il passato, con che
spedienti vi si potea accingere? col saldare le istituzioni romane,
sostegno della religione in cui erano nate e cresciute; religione
del resto tutta politica, nè punto metafisica. Che se Costantino, per
sottrarsi all'ascendente di questa, avea mutato la sede dell'impero
a Costantinopoli, chi volesse risuscitarla dovea ritornare verso quel
focolajo dell'idolatria.
Giuliano, all'incontro, filosofo da scuola, nè tampoco s'accôrse che
in Roma sopravivevano un senato ed un'aristocrazia, avvinghiati al
culto degli avi; e tutte le sue sollecitudini concentrò sull'ellenismo,
vale a dire sopra credenze impotenti da gran pezzo a sostenere il
dechino de' costumi e ad invigorire la nazionalità; e pensò affidar
l'avvenire del mondo a sofisti, indovini, ciancieri furbi e sprezzati.
Con un eclettismo senza buona fede, injettando alla credenza greca
sentimenti che mai non v'erano stati o che da secoli erano periti,
egli accettava l'unità di Dio: al tempo stesso, avendogli il Sole in
visione a Vienna pronosticate le future grandezze, venerò specialmente
il _padre Mitra_, e si dichiarò assessore di quell'altro[110]; nelle
medaglie si lasciò figurare or da Serapide, ora da Apollo, e dipingere
fra Marte e Mercurio; giurava per Serapide[111]; faceva il panegirico
della Madre Idea, sgridando cotesti _ridicoli_ che, acuti, ma non sani
dell'intelletto, negano fede a ciò che dalle città viene creduto, e
preferiscono la croce ai sacri trofei degli Ancili, indubbiamente
caduti dal cielo; con una turba di sofisti e teurgici celebrava
sacrifizj, rinnovava le spaventose scene dell'iniziazione e l'orrida
maestà de' riti in antri cupi, fra tuoni e lampi.
Dopo imperatore e pontefice massimo, non poteva accomunarsi ai sudditi
nelle pratiche devote; onde ebbe una cappella domestica sacra al Sole:
di statue e altari empì gli appartamenti e i giardini: appena l'astro
del giorno apparisse sull'orizzonte, il salutava con un sacrifizio;
di nuove vittime l'onorava al tramonto; nè la notte lasciava prive
d'offerte la luna e le stelle: ciascun giorno visitava il tempio del
Dio, di cui correva speciale commemorazione; poi non isdegnando gli
uffizj più bassi, vestito di porpora, in mezzo ad impudichi sacerdoti
e a donne carolanti, soffiava nel fuoco, sgozzava di propria mano le
vittime, e nelle palpitanti viscere indagava il futuro; si sottopose
anche ad un taurobolo, facendosi piovere sul capo il sangue d'un
toro scannato. — Con ciò vuol cancellare il carattere impressogli dal
battesimo», dicevano i Cristiani, ai quali se volessimo credere, scannò
vergini e fanciulli per esplorarne le viscere, e i cadaveri ne furono
trovati lui morto: ma il titolo di _apostato_ attribuitogli, bastava
a denigrarlo agli occhi di quelli ch'esso perseguitava; onde conviene
andar cauti nel credere ai delitti, di cui essi funestano i tre anni
del suo regno.
A vicarj del suo pontificato elesse sacerdoti e filosofi, amici
e confidenti di sua gioventù, zelatori della credenza avita; e
principalmente il rétore Libanio d'Antiochia, il quale ci assicura
che, dopo che fu ammesso all'illustrazione, Dei e Dee scendevano
assiduamente a conversare coll'imperatore; talvolta gli rompevano
il sonno, lambendogli leggermente i capelli; sempre il tenevano
consigliato ne' dubbj, avvertito se alcun pericolo gl'imminesse; e
talmente v'era abituato, che discerneva alla voce e all'incesso Minerva
da Giove, Ercole da Apollo[112].
Tanti favori si meritava egli con opere, cui non mi ricorda che Omero
abbia mai riconosciute per meritorie, come l'astenersi in certi giorni
da alcuni cibi ch'egli immaginava meno graditi a questo o a quello
iddio. Ad imitazione del cristianesimo, tentò riordinare l'ellenismo
con riti nuovi e con una gerarchia, raccogliendone in sè i supremi
uffizj, e formandone una superstizione ragionata. Voleva introdurre nei
tempj la predica e il catechismo, preghiere ad ore determinate, canti
a due cori, penitenze per li peccati, apparecchi per l'iniziazione,
ritiri per i contemplativi e per le vergini: singolarmente gli
piacevano le _lettere formate_ dei vescovi, mediante le quali i
fedeli viaggiando erano dappertutto accolti con effusione di carità.
Sull'esempio delle pastorali de' Cristiani, ne mandava fuori anch'esso,
raccomandando ai sacerdoti di esser buoni, e d'imitare quei cani di
Galilei, i quali alle loro credenze acquistavano fede con tante opere
di carità: proponeasi d'assistere gl'indigenti, stabilire ospedali pei
poveri, senza distinzione di patria nè di credenza: il che se avesse
effettuato, avrebbe porto un'altra prova dell'efficacia della verità
anche sopra coloro che repugnano dalla luce di essa.
Mentre involontaria testimonianza rendea della virtù cristiana
volendola conculcata e imitata, chiudeva gli occhi ai progressi che
il cristianesimo avea fatto fare all'equità legale; e di tante sue
costituzioni inserite nel codice Teodosiano, neppur una asseconda
l'affrancamento del diritto naturale, sì bene avviato da' suoi
predecessori. Che poi egli non operasse convinto, ma per odio al
cristianesimo, il mostrò con favorire gli Ebrei, che cercò anche
ristabilire a Gerusalemme, affine di smentire la profezia di Cristo:
ma si disse che fiamme sbucate di terra distruggessero le fabbriche
cominciate.
Trattavasi di teurgie e sagrifizj? Giuliano deviava dalla parsimonia
introdotta in ogni altro atto; e rari uccelli e fin cento bovi al
giorno propiziavano le sorde divinità; e largizioni veramente regie
dotavano i santuarj, sopravissuti all'indifferenza dei Gentili ed allo
zelo dei Cristiani. Che gioja per lui quando i soldati esercitavano
l'appetito sopra le vittime scannate agli idoli, e s'ubriacavano col
sacro vino![113] Poi nei giorni solenni, mentre passavangli davanti
in rassegna, largheggiava con chiunque gettasse sull'ara alcuni
grani d'incenso. Molti Cristiani rimasero ingannati dalla semplicità
di quest'atto; poi come lo conobbero colpevole, corsero a furia al
palazzo, repudiando l'oro ricevuto, e gridandosi cristiani: del che
cruccioso, l'imperatore ordinò fossero decollati; e già avviavansi
contenti al supplizio disputando a chi primo, quand'esso li graziò,
ripetendo: — Non voglio dare a costoro la gloria del martirio».
Quest'entusiasmo artifiziale non gli toglieva di accorgersi come
ai riti ellenici o etruschi più non appartenesse la direzione
delle coscienze; ogni tratto si querela della trascuranza ne'
doveri religiosi, della spilorceria nell'onorare gli Dei; ma sordo
all'eloquenza de' fatti, per decreti imperiali e per filosofiche
elucubrazioni ostinavasi ad imporre una religione, la cosa più libera
del mondo.
E per imporla non rifuggiva dell'accoppiare alla dotta persecuzione
la legale. Ordinò che i Cristiani restaurassero i delubri degli Dei,
dal loro zelo demoliti, e vi si restituissero i beni confiscati; e
attesochè per lo più su quelli eransi costruite chiese, conveniva
abbatterle; e non permettendo la religione ai Cristiani di fabbricare
tempj profani, venivano trattati a maniera dei debitori insolvibili,
carcerati al modo romano, e malmenati da uffiziali che colla arbitraria
severità sapevano di gratificarsi l'augusto. Ai pontefici profani
trasferì l'amministrazione dei beni assegnati da Costantino e da' suoi
figli pel culto; confuse i sacerdoti cristiani coll'infimo vulgo;
attese ad escludere i fedeli da ogni onore e vantaggio temporale; e
non dissimulava l'intenzione di adoperar cogli ostinati una salutare
violenza[114].
Insomma la tolleranza di Giuliano era quella di tutti i tiranni,
clementi finchè nessuno si oppone. Ma una Chiesa avvezza a quarant'anni
di dominio spiegava più sicura la costanza di cui avea fatto mostra fin
quando era scarsa ed oppressa: che se alle prime persecuzioni avevano
i Cristiani chinato la fronte, obbedendo alle potestà superiori anche
ribalde, or che si sentivano divenuti un popolo, non si credevano
obbligati a sopportare l'ingiustizia peggiore, quella che violenta le
coscienze. Adunque in varie parti abbatterono i rialzatisi altari,
i riaperti delubri; alto levavano i lamenti contro l'usurpare beni
alle chiese per darli agli idoli. Giuliano, indispettito della
resistenza, puniva i contumaci: e i Cristiani veneravano le vittime
sue come martiri; e la presunzione d'innocenza faceva accompagnare
di non dissimulato compatimento il supplizio anche di quelli che per
avventura l'aveano meritato coll'esorbitare nell'opposizione, solito e
naturale effetto delle inique procedure. Anzi, temendo che Giuliano non
si avventurasse a peggio, i Cristiani accingevansi ad una resistenza
che poteva travolgere l'impero nella guerra civile, se i casi non
l'avessero prevenuta.
Giuliano conservò in trono molte belle qualità. Semplice nel vestire e
nei piaceri, attento ai gravi obblighi di re, dava udienza ogni giorno
agli ambasciatori ed ai privati, prendendo istantanea deliberazione
sopra le suppliche; scriveva lettere pubbliche e trattati filosofici;
le caste notti usurpava al riposo per darle agli affari; nè ai
giuochi del Circo, passione de' suoi predecessori, recava la sua noja
se non quando il rito l'obbligasse. Ripigliando uffizj dimenticati
dagli augusti, sovente arringava, massime nel senato, per isfoggiare
eloquenza: più spesso sedeva ne' giudizj come a dovere o come a
divertimento, spassandosi a sventare i cavilli degli avvocati; ma
talora appassionandosi in modo disdicevole a giudice, empiva l'aula
di schiamazzo, e una volta, stomacato dalla zotichezza di certi
villani venuti a supplicarlo, li prese a pugni e calci. Con quelli
che tramavano contro di lui usò clemenza; ricusò il titolo di signore;
mostrò riverenza ai consoli; pensava anche rinunziare al diadema, se
non l'avesse distolto una rivelazione degli Dei.
Nel libro dei _Cesari_ protestò contro le interminabili conquiste
di Roma, preferendo Antonino a Cesare ed Augusto, cioè la pace alla
guerra. Eppure della gloria d'Antonino non s'appagava, e ambiva pur
quella di Trajano. Chetati in Occidente i Franchi, gli Alemanni,
i Goti, restava in Oriente l'impero dei Persi, contro di cui, in
trecent'anni di guerra, i Romani non aveano ancor potuto stabilmente
acquistare pur una provincia della Mesopotamia, o dell'Assiria. Per
vendicare i danni recati da re Sapore, Giuliano raccolse formidabile
esercito ad Antiochia, ove consumò l'inverno a ristabilire l'idolatria
e saldar la disciplina. A primavera (268) si mosse, a vicenda
consolato ed afflitto dagli oracoli bene o male risposti, e dal trovar
in fiore o sfruttato il culto de' suoi numi.
Dirizzatosi sopra Ctesifonte, assalse l'esercito nemico, e l'inseguì
fin sotto alla città: ma improvvidamente abbandonato il Tigri,
base delle sue operazioni, e sul quale le navi lo provvedeano di
vettovaglie, inoltratosi nell'interno della Persia, non trova che
solitudine; le ubertose campagne, i pingui villaggi sono ridotti a
fumanti deserti dall'amor della patria o dagli ordini d'un déspoto;
ogni giorno s'assottigliano le provvigioni; false guide rendono più
disagiate le marcie al pesante treno; uomini e Dei non suggeriscono
più ripieghi all'eroe, il quale, se dianzi fantasticava la conquista
dell'Ircania e dell'India, allora, desolato al vedersi causa di tanto
pubblico disastro, dovette dar volta verso il Tigri.
Le bande, che aveano bersagliato incessantemente la marcia, si
raccozzarono in immenso esercito per abbarrargli la ritirata. Grossi
di numero, leggeri di movimenti, a dovizia provvigionati, chiudevano
in mezzo i Romani, costretti a combattere marciando, impediti dalle
gravi armature, sì scarsi di cibo, che logoravano quanto potevano
sottrarre ai somieri. Giuliano non concedeva a se stesso nulla più che
all'infimo soldato: ma la superstizione che l'avea spinto ad afferrare
il diadema, minacciava strapparglielo. Quel genio dell'Impero, che
nella Gallia avea chiesto d'essere ammesso nella sua tenda, or rivide
in atto di velare di gramaglie il capo e il cornucopia, e ritirarsene
esterrefatto: Giuliano balza all'aria aperta, quand'eccogli avanti
un'ignota meteora in sembianza del dio Marte, corrucciato con esso
perchè in un trasporto di collera avea giurato non volergli più fare
sacrifizj[115]. Gli aruspici etruschi consultati lo sconsigliano
dalla pugna; ma come evitarla? Al nuovo giorno intimata la mischia
(27 giugno), mentre, imbaldanzito del primo successo, insegue
i Persiani, questi al modo loro saettano a man salva un nembo di dardi
e giavellotti, uno de' quali imbrocca Giuliano nel petto.
Portato nella tenda, e riconosciuta mortale la ferita, cogli amici egli
ragionò della morte alla maniera di Socrate, e come gli sapesse dolce
in quel punto l'incolpabilità di sua vita; compiacersi di morire da
re, anzichè per segrete cospirazioni, o per violenza di tiranno, o per
languore di malattia; augurare ai Romani potessero esser felici sotto
un sovrano virtuoso. Dissertò sulla natura dell'anima e sulla sua,
che presto sarebbe ricongiunta alle stelle da cui emanava; e spirò di
trentun anno e otto mesi.
Così narrano i suoi ammiratori; e Ammiano Marcellino, ch'era presente,
gli pone in bocca una dissertazione nè da moribondo nè da lui. I
Cristiani invece fanno che, sentendosi ferito, urlasse — Vincesti, o
Galileo», e spirasse fra spasimi e rimorsi. E una cosa e l'altra sarà
stata creduta, perchè i partiti credono non esaminano, e la storia
rimane esitante fra eccessi opposti, colla sola certezza che entrambi
esagerarono.


CAPITOLO L.
Da Gioviano a Teodosio. I santi Padri. Trionfo del cattolicismo.

Non rimanendo alcun rampollo di Costantino, e importando aver un capo
da opporre all'incalzante nemico, fu acclamato Claudio Gioviano,
primicerio de' domestici, trentaduenne, bello, piacevole, prode,
non ambizioso, diviso tra il cristianesimo e le voluttà. Ridotto ad
accettare capitolazioni indecorose ma inevitabili, dopo disastrosa
ritirata si raccolse a salvamento in Nisibe.
Lo aveva preceduto nell'impero la fama della morte di Giuliano, accolta
con impeti d'esultanza e di dolore; perocchè il labaro, drappellato
in capo all'esercito annunziava ripristinato il culto del vero Dio.
L'idolatria, risorta per obbedienza o per adulazione, ricadde per
sempre; spontaneamente richiusi i tempj, cessate le vittime; i filosofi
si rasero, deposero il pallio, e tacquero; i Cristiani non vendicarono
l'arroganza e l'oppressione passata se non con un'allegrezza
trascendente forse i limiti della carità: ma quanto son pochi quelli
che s'accontentino di vincere senza voler trionfare!
Gioviano restituì le immunità alle chiese, al clero (364),
alle vedove, alle vergini sacre, proibendo di violentarle o sedurle
al matrimonio; richiamò i vescovi; interdisse magìe e superstizioni,
ma non l'esercizio del politeismo; circondato dai vescovi delle varie
sêtte, premurosi di trarlo dalla loro, egli si chiarì pei Cattolici.
Ma appena riconosciuto da tutto l'impero, una notte morì [Sidenote: 15
febbr.], chi dice d'intemperanza, chi d'asfissia, chi di tradimento.
Dopo dieci giorni, i capi dell'esercito buttarono la porpora sulle
robuste spalle di Flavio Valentiniano, soldato pannone, in cui gran
destrezza, valore, bella presenza, eloquenza naturale sebbene incolta.
Siccome Gioviano, così egli fu eletto da soli i capi, non da tutto
l'esercito, che, composto il più di Barbari mercenarj o di ragunaticci,
poco badava a cui toccasse l'impero; e di tal passo s'introdussero le
elezioni per intrigo.
Il 25 febbrajo era bisestile, giorno di sinistro augurio, onde
Valentiniano si tenne nascosto, poi il domani fu acclamato a grida
incessanti. Sentendo per altro la necessità che almen due capi vi
fossero in tanta estensione, l'esercito il richiese di darsi un
collega, e Valentiniano rispose: — Testè dipendeva da voi l'eleggere
un imperatore; eletto, ora spetta a me il provvedere al pubblico
interesse: non bisogna precipitare, state cheti e fidate in me».
Poco appresso condiscese a quel voto intitolando augusto suo fratello
Valente (8 marzo) di trentasei anni, che debole e timido,
unico merito aveva l'amare il fratello; e gli lasciò le prefetture
d'Oriente, tenendo per sè quelle dell'Illirico, dell'Italia, della
Gallia, cioè quanto si stende tra i confini della Grecia, il muro
Caledonio e il monte Atlante; l'antica amministrazione non innovando in
altro che nello stabilire guardia doppia e doppia corte, una in Milano,
una in Costantinopoli.
Sol dunque di Valentiniano spetta a noi il dire. Egli invitò ognuno
ad esporre le querele, e ne fioccarono contro i ministri che avevano
abusato della credulità e della superstizione di Giuliano, e che furono
puniti di multe e tormenti. Soldato grossolano, dilettavasi a vedere
torture ed esecuzioni; più gli veniva in grazia chi più spietato; e a
Massimino conferì la prefettura della Gallia per avere menato strage
tra le famiglie di Roma. Innocenza e Mica Aurea chiamava due orse che
teneva sempre accanto alla sua camera, pascendole e trastullandole
egli stesso; porgeva loro a sbranare i malfattori; e quando gli parve
che Innocenza avesse abbastanza ben servito, le rese la libertà delle
selve. — Uccidetelo» era l'ordinaria sua sentenza sopra le accuse; e
non già per propria sicurezza, ma perchè gli aveano detto che vuolsi
esercitar la giustizia.
Un prefetto desidera cangiar luogo, e l'imperatore: — Va, conte, e
spicca il capo a costui che vuole spiccarsi dalla sua provincia». Un
ragazzo sguinzaglia troppo presto un cane? un artefice fa una corazza
bella, ma alquanto mancante del peso convenuto? sono decretati a morte.
Trovate esauste le finanze, benchè da quarant'anni in poi il tributo
si fosse addoppiato, Valentiniano non si fece coscienza d'intaccare le
proprietà dei più ricchi e magnifici. Irritato dai disordini derivanti
dallo esorbitare delle imposizioni, comanda gli si porti il capo di
tre decurioni per ciascuna città di quella provincia. — Piaccia alla
clemenza vostra decretare come comportarci ove tre decurioni non
vi sieno», gli chiese il prefetto Florenzio; e l'ordine insano fu
revocato.
Però nel vivere privato si condusse con castigata semplicità, nè
fu cieco pei parenti. Difese avvisatamente l'impero, e lasciò che
i giurisprudenti gli suggerissero ottime leggi. Zelante quando il
mostrarsi cristiano recava pericolo, si mantenne poi tollerante[116];
allontanò una legione da una sinagoga, di cui disturbava il culto;
i Pagani esercitassero i loro riti, esclusa però la magìa e le
superstizioni che dal senato erano state interdette; ai pontefici
provinciali concedette le immunità proprie dei decurioni e gli onori
di conti[117]; lasciò rinnovare i misteri Eleusini, e si videro arder
vittime sugli altari, menarsi per le vie le orgie di Bacco, e uomini e
donne, vestiti di pelli caprine, stracciar cani e fare l'altre follie
di quel culto.
Perchè il clero non si corrompesse nelle prosperità, a Dàmaso vescovo
di Roma dirizzò Valentiniano un editto, che ecclesiastici e monaci non
frequentassero le case di vergini e di vedove; ai direttori inibì di
ricevere dalle figlie spirituali donativo, legato o eredità; e pare
che dappoi a tutte le persone dell'ordine ecclesiastico fosse vietato
l'accettar testamenti o legati, atteso l'abusare che alcuni faceano
della fiducia, massime delle donne, onde fraudare i parenti della
legittima eredità[118]; e il lusso e l'ambizione facevano che il seggio
pontificale fosse ambito per ben altro che per zelo delle anime, e
acquistato sin colla forza.
Valentiniano esercitò sua bravura contro le nazioni straniere,
che quasi di conserto invadevano l'impero. I Germani, offesi
della scarsezza dei donativi fatti agli ambasciatori spediti colle
congratulazioni, si avventarono sulle Gallie, ruppero i Romani in
battaglia ordinata, uccidendone il generale Severiano; ma poi vennero
interamente disfatti da Gioviano presso Metz. I Sassoni penetrarono