Spagna - 06

E poichè sono a parlar di botteghe, entriamo in una bottega da
tabaccaio, a vedere che c'è di diverso dalle nostre. In Spagna,
all'infuori dei _cigarritos_ e degli Avana, che si vendono in botteghe a
parte, non si fumano altri sigari che i così detti di _tres cuartos_ (un
po' meno di tre soldi), della forma dei nostri sigari romani, un po' più
grossi, squisitissimi o cattivissimi, secondo la fattura, che è un po'
trasandata. Gli avventori abituali, che in spagnuolo si chiamano col
curiosissimo nome di _parroquianos_, pagando qualcosa di più si fan dare
i sigari _escogidos_ (scelti); i buongustai raffinati, aggiungendo
ancora il contentino alla giunta, ottengono _los escogidos de los
escogidos_, i scelti dei scelti. Sul banco v'è un piattino con una
spugnetta intrisa nell'acqua per inumidire i francobolli, senza quella
seccatura di star lì a leccare; e in un canto una cassetta per le
lettere e per le stampe. La prima volta che s'entra in una di queste
botteghe, specie quando c'è molta gente, vien da ridere a veder quei tre
o quattro che vendono, sbatter le monete sul banco in maniera da farsele
saltare fin sopra la testa, e coglierle in aria, con un gesto da
giocatori di bussolotti; e fan così da per tutto per accertarsi col
suono che le monete sian buone, poichè ne corron moltissime false. La
moneta più usuale è il _real_, che vale poco più di cinque soldi nostri;
quattro _reales_ fanno una _peceta_, cinque _pecetas_ un _duro_, che
equivale al nostro scudo di buona memoria, aggiuntovi ventisei
centesimi; cinque scudi fanno un _doblon de Isabel_, d'oro. Il popolo fa
i suoi conti a _reales_. Il reale si divide in otto _cuartos_, o
diciassette _ochavos_, o trentaquattro _maravedis_; monete dei mori, che
han perduta quasi la forma primitiva, e rassomigliano a bottoni
schiacciati piuttosto che a monete. Il Portogallo pure ha una unità
monetaria più piccola della nostra: il _reis_, che vale presso a poco la
metà d'un centesimo; e tutto si conta a _reis_. Figuriamoci un povero
viaggiatore, che arrivi là senza saperne nulla, e che fatto un buon
pranzetto e domandato il conto, si senta dire a muso duro, invece di
quattro lire:--Ottocento reis!--Gli si rizzano i capelli.
* * * * *
Prima di sera andai a vedere il luogo dove nacque il Cid; se non ci
avessi pensato io stesso, me lo avrebbero rammentato i ciceroni, chè per
tutto dove passavo mi mormoravano all'orecchio:--Resti del Cid; casa del
Cid; monumento del Cid.--Un vecchietto maestosamente avvolto nella sua
cappa, mi disse con aria di protezione: "_Venga Usted conmigo,_" e mi
fece salire su per una collina posta a cavaliere della città, sulla cima
della quale si vedono tuttora i resti d'un enorme castello, antica
dimora dei Re di Castiglia. Prima di giungere al monumento del Cid,
s'incontra un arco di trionfo, di stile dorico, semplice e grazioso,
fatto innalzare da Filippo II, in onore di Fernan Gonzales, nel luogo
stesso, si dice, ove sorgeva la casa in cui nacque il famoso capitano.
Un po' più oltre si trova il monumento del Cid, eretto nel 1784. È un
pilastro di pietra, poggiato sur un piedistallo in muratura, e
sormontato da uno scudo araldico, con questa iscrizione: «In questo
luogo sorgeva la casa, nella quale nacque l'anno 1026 Rodrigo Diaz di
Vivar, chiamato il _Cid campeador_. Morì in Valenza il 1099, e il suo
corpo fu trasportato nel monastero di San Pietro di Cardena presso
questa città.» Mentre leggevo queste parole, il cicerone mi espose una
leggenda popolare sulla morte dell'Eroe: "Quando il Cid morì," mi disse
con molta gravità, "nessuno rimase a custodire il suo cadavere. Un ebreo
entrò nella chiesa, si avvicinò alla bara e disse:--Ecco il grande Cid
al quale nessuno, fin che visse, ebbe il coraggio di toccare la barba;
io gliela tocco, e voglio vedere che mi può fare.--Così dicendo allungò
la mano; ma nello stesso punto il cadavere afferrò l'elsa della spada e
ne trasse un palmo fuori della guaina. L'ebreo gettò un grido e cadde a
terra tramortito; i preti accorsero, l'ebreo fu sollevato, tornò in sè e
raccontò il miracolo; allora tutti si volsero verso il Cid, e videro che
teneva ancora la mano sull'elsa in atteggiamento minaccioso. Dio non
aveva voluto che la salma del grande guerriero fosse contaminata dalla
mano d'un miscredente." Dicendo questo, mi guardò, e visto che non
facevo il menomo segno d'incredulità, mi condusse sotto un arco di
pietra, che doveva essere d'un'antica porta di Burgos, pochi passi
lontano dal monumento, e indicandomi una scanalatura orizzontale che si
vedeva nel muro a poco più d'un metro da terra, mi disse: "Questa è la
misura delle braccia del Cid, quand'era giovanetto, e veniva qui a
giuocare coi suoi compagni." E tese le braccia lungo la scanalatura per
farmi vedere quanto ce n'avanzava; poi volle che mi misurassi anch'io,
ed ero anch'io più corto; allora mi diede uno sguardo di trionfo e si
mosse per ritornare in città. Giunto in una strada solitaria, davanti
alla porta d'una chiesa, si fermò, e mi disse: "Questa è la chiesa di
Santa Agneda, dove il Cid fece giurare al re Don Alfonso VI di non aver
avuto parte nell'uccisione di suo fratello Don Sancho." Lo pregai di
dirmi tutta la storia: "Eran presenti" continuò "i prelati, i cavalieri,
gli alti personaggi dello Stato. Il Cid mise il Vangelo sull'altare, il
Re vi stese su la mano, e il Cid disse:--Re Don Alfonso, voi mi dovete
giurare che non vi siete macchiato nel sangue del re Don Sancho, mio
signore; e se giurate il falso prego Iddio che vi faccia perire per la
mano d'un vassallo traditore.--E il Re disse:--Amen;--ma cangiò di
colore. E il Cid ripetè:--Re Don Alfonso, voi dovete giurare che non
avete nè ordinata, nè consigliata la morte del re Don Sancho mio
signore; e se giurate il falso, possiate morire per la mano d'un
vassallo traditore!--E il re disse:--Amen;--ma cangiò una seconda volta
di colore. Dodici vassalli confermarono il giuramento del Re; il Cid gli
volle baciare la mano; il Re non glielo permise, e l'odiò da quel
momento per tutta la vita."--Soggiunse poi che un'altra tradizione
narrava non avere il re Don Alfonso giurato sul Vangelo, ma sul
chiavistello della porta della chiesa; che per molto tempo i viaggiatori
di tutti i paesi del mondo eran venuti ad ammirare quel chiavistello,
che il popolo gli attribuiva non so quali virtù soprannaturali, e che se
ne faceva tanto parlare in ogni parte, e gli si appioppavano tante e sì
strampalate favole, che il vescovo Don Fray Pascual fu costretto a farlo
togliere, come quello che creava una pericolosa rivalità di potere tra
la porta e l'altar maggiore.--Il cicerone non disse altro; ma ci sarebbe
da metter assieme dei bei volumi se si volessero raccogliere tutte le
tradizioni del Cid che corrono in Spagna. Nessun guerriero leggendario
fu mai più caro al suo popolo che questo terribile Rodrigo Diaz de
Vivar: la poesia ne ha fatto poco meno d'un dio; la sua gloria vive nel
sentimento nazionale degli Spagnuoli, come se fossero trascorsi, non
otto secoli, ma otto lustri dal tempo in che visse; il poema eroico che
da lui s'intitola, e che è il primo monumento della poesia della Spagna,
è ancora l'opera più possentemente nazionale della sua letteratura.
* * * * *
Sull'imbrunire me n'andai a passeggiare sotto i portici della piazza
maggiore, colla speranza di vedere un po' di gente; ma pioveva a
rovescio e tirava un vento maledetto, così che non ci trovai che qualche
gruppo di ragazzi, di operai e di soldati; e me ne tornai difilato
all'albergo. V'era arrivato la mattina stessa l'Imperatore del Brasile,
e doveva ripartire la notte per Madrid. Nella sala dove io desinai,
insieme ad alcuni spagnuoli, ai quali feci conversazione fino all'ora
della partenza, desinavano tutti i maggiordomi, cameriere, servitori,
staffieri e che so io, di sua maestà imperiale, seduti intorno ad una
gran tavola, che occupavano tutta. In vita mia non ho visto un più
strano gruppo di creature umane. C'eran dei visi bianchi, dei visi neri,
dei visi gialli, dei visi color di rame, con certi occhi e nasi e
bocche, da non trovarne gli uguali in tutta la raccolta del _Pasquino_
del Teja. E ognuno parlava una lingua diversa imbastardita: chi
l'inglese, chi il portoghese, chi il francese, chi lo spagnuolo;
qualcuno una mescolanza non mai più udita di tutte e quattro, aggiuntovi
parole, suoni e cadenze di non so che dialetti; e si capivano, e
discorrevano tutti insieme con confusione tale da far credere che
parlassero una sola arcana orrenda lingua di qualche terra selvaggia
ignorata dal mondo.
Prima di lasciare la Vecchia Castiglia, la culla della monarchia
spagnuola, avrei voluto veder Soria, fabbricata sulle rovine dell'antica
Numancia; Segovia, dall'immenso acquedotto romano; Sant'Idelfonso, il
delizioso giardino di Filippo V; Avila, la città natale di Santa Teresa;
ma fatte in fretta e in furia, prima di prendere il biglietto per
Valladolid, le quattro prime operazioni dell'aritmetica, dissi a me
stesso che in quelle quattro città non ci potevano essere grandi cose da
vedere, che le _Guide_ esagerano, che la fama fa le frangie, che val
meglio veder poco che molto, pur che quel poco si veda bene, e si
ritenga; ed altre profonde ragioni che rispondevano rigorosamente ai
dati dei miei calcoli e alle mire della mia ipocrisia.
Così partii da Burgos senz'aver visto proprio altro che monumenti,
ciceroni e soldati, poichè le castigliane, impaurite dalla pioggia, non
avevano osato avventurare i loro piedini nella strada; e mi rimase
perciò un ricordo quasi tristo di quella città, nonostante la pompa dei
suoi colori e la magnificenza della sua Cattedrale.
Da Burgos a Valladolid, la campagna è poco diversa che da Saragozza a
Miranda; sono ancora quelle pianure vaste e spopolate, cinte di colline
rossastre, dalle forme recise e dalle creste nude; quelle lande
solitarie, mute, inondate d'una luce ardente, che volgon la fantasia ai
deserti dell'Affrica, alla vita romita, al cielo, all'infinito, destando
nel cuore un sentimento inesprimibile di stanchezza e di malinconia. In
mezzo a quelle pianure, in quella solitudine, in quel silenzio, si
comprende la mistica natura del popolo delle Castiglie, la fede ardente
dei suoi re, le sacre ispirazioni dei suoi poeti, le estasi divine dei
suoi santi, le sue grandi chiese, i suoi grandi chiostri, e la sua
grande istoria.


IV.
VALLADOLID.

Valladolid _la rica_, come la dice il Quevedo, famosa dispensatrice di
raffreddori, era fra le città situate al nord del Tago, quella che più
vivamente io desiderava di vedere, benchè sapessi che non ci sono grandi
monumenti artistici, nè alcuna cosa moderna notevole. Avevo una
particolar simpatia pel suo nome, per la sua storia, e per il carattere,
che m'ero immaginato a mio modo, dei suoi abitanti; mi pareva che
dovess'essere una città signorile, allegra e studiosa; e non potevo
raffigurarmi le sue strade, che non vedessi passar di qui il Gongora, di
là il Cervantes, da un'altra parte Leonardo d'Argensola, e tutti gli
altri poeti e storici e dotti, che vivevan là quando c'era la splendida
Corte della monarchia. E pensando alla Corte, vedevo un confuso
avvicendarsi nelle vaste piazze della mia città simpatica, di
processioni sacre, di corse di tori, di pompe militari, di mascherate,
di balli, tutto il diavolío delle feste per la nascita di Filippo IV,
dall'arrivo dell'Ammiraglio inglese col corteo dei seicento cavalieri
fino all'ultimo banchetto dai famosi mille e duecento piatti di carne,
senza contare i non serviti, per dirla colla tradizion popolare. Arrivai
di notte, scesi al primo albergo e m'addormentai col pensiero delizioso
che mi sarei svegliato in una città sconosciuta.
E lo svegliarsi in una città sconosciuta, quando ci si è andati per
elezione, è infatti un piacere vivissimo. Quel pensare che dal momento
che uscirete di casa fino a quando ci tornerete la notte, non farete che
passare di curiosità in curiosità, e di soddisfazione in soddisfazione;
che tutto quello che vedrete vi riuscirà nuovo, e che ad ogni passo
imparerete qualcosa, e che ogni cosa vi s'imprimerà nella memoria per
tutta la vita; che sarete tutta la giornata libero come l'aria e allegro
come un uccello, senza un pensiero al mondo, fuor di quello di
divertirvi; che divertendovi, gioverete nello stesso punto alla salute
del corpo, dell'animo e dell'intelletto; che il termine, finalmente, di
tutti questi piaceri, invece di avere per voi qualcosa di malinconico
come la sera dei dì di festa, non sarà che il principio d'un'altra serie
di diletti, che vi accompagnerà da quella città ad un'altra, da questa a
una terza, e via via, per uno spazio di tempo al quale la vostra
fantasia si compiace di non assegnare confini; tutti questi pensieri,
dico, che vi si affacciano alla mente in folla, nel punto che aprite gli
occhi, vi danno una cosiffatta scossa di gioia, che prima di
avvedervene, vi trovate ritto in mezzo alla stanza, col cappello in
testa e la Guida tra le mani.
Andiamo dunque a godere Valladolid.
Ahimè! quanto mutata dai bei tempi di Filippo III! La popolazione, che
fu già di centomil'anime, è ora ridotta a poco più di ventimila; nelle
strade principali fanno un po' di comparita gli studenti dell'Università
e i viaggiatori che passano per andare a Madrid; le altre strade sono
morte. È una città che fa l'effetto d'un gran palazzo abbandonato, nel
quale si vedono ancora qua e là traccie di bassorilievi, di dorature e
di mosaici, e nelle sale di mezzo alcune famiglie di povera gente, a cui
la solitaria vastità dell'edifizio ispira malinconia. Molte piazze
spaziose, qualche antico palazzo, case in rovina, conventi vuoti, lunghe
strade erbose e deserte; tutti gli aspetti, insomma, d'una gran città
decaduta. Il più bel punto è la piazza Maggiore, vasta, cinta
tutt'intorno da un porticato sostenuto da grandi colonne di granito
azzurrognolo, sulle quali s'alzan le case, tutte di tre piani, munite di
tre ordini di terrazzini lunghissimi, dove si dice che starebbero
comodamente sedute ventiquattro mila persone. Il porticato si stende
ancora ai due lati d'una larga strada che sbocca nella piazza, e qui e
in altre due o tre strade vicine è la maggiore frequenza della gente.
Era giorno di mercato; sotto i portici e sulla piazza formicolava una
folla di contadini, di erbivendole, di merciai; e poichè a Valladolid si
parla il castigliano con proprietà mirabile di forma e di pronunzia, io
mi misi a bighellonare fra le ceste d'insalata e i mucchi degli aranci,
per cogliere a volo i motti e i suoni della bellissima lingua. Mi
ricordo, tra gli altri, d'un curioso proverbio detto da una donna
stizzita a un giovinastro che facea lo smargiasso: "_Sabe Usted,_" gli
disse piantandosegli davanti, "_lo que es que destruye al hombre?_" Mi
fermai e tesi l'orecchio: "_Tres muchos y tres pocos: Mucho hablar y
poco saber, Mucho gastar y poco tener, Mucho presumir y nada valer._"[2]
E mi parve di sentire una gran differenza tra le voci di quella gente e
le voci dei Catalani: qui più limpide e più argentine, ed anco il
gestire più gaio, e l'espressione dei volti più vivace; benchè nulla
ancora di particolare nelle fisonomie e nei colori; e il vestire punto
differente da quello delle nostre plebi del nord. E appunto nella piazza
di Valladolid m'accorsi per la prima volta che dacchè ero entrato in
Spagna non avevo ancora visto una pipa! Gli operai, i contadini, i
poveri, tutti fumano il _cigarrito_; e c'è da ridere a veder certi omoni
tarchiati e baffuti andar attorno con quel cosino microscopico in bocca,
mezzo nascosto dai peli; e fumarlo diligentissimamente fino all'ultimo
filo di tabacco, fino a non aver più che una scintilla moribonda sul
labbro di sotto; e questa ancora tenerla lì, come una goccia di
liquore, fin che ne sputan la cenere, coll'aria di chi fa un sacrifizio.
E d'un'altra cosa m'accorsi, che osservai pure in seguito, per tutto il
tempo che rimasi in Ispagna: non ho mai sentito fischiare.
Dalla piazza Maggiore mi recai alla piazza di San Paolo, vasta ed
allegra piazza, nella quale è l'antico palazzo reale. La facciata non è
notevole, nè per grandiosità, nè per bellezza: mi affacciai alla porta,
e prima di provare un senso d'ammirazione per la maestà del luogo, ne
provai uno di tristezza per il silenzio sepolcrale che vi regnava. Non
v'è cosa che produca una impressione più vicina a quella d'un
camposanto, che la vista d'una reggia abbandonata, appunto perchè ivi è
forte e vivo, più che in ogni altro luogo, il contrasto tra i ricordi
che desta e lo stato in cui si trova. O superbi cortei di cavalieri
piumati, o splendidi conviti, o godimenti febbrili d'una prosperità che
pareva eterna! Dinanzi a questi vuoti sepolcri, è un piacere nuovo
quello di tossire un po', come qualche volta fanno i malati per prova, e
sentir ripetere dall'eco la vostra voce robusta, che v'assicura che
siete giovani e sani. Nell'interno del palazzo è un ampio cortile,
circondato di busti a mezzo rilievo che rappresentano gl'imperatori
romani; una bella scala, e spaziose gallerie al piano superiore. Tossii,
e l'eco mi rispose:--Che salute!--ed uscii confortato. Un portinaio
sonnecchiante mi accennò sulla medesima piazza un altro palazzo, al
quale non avevo badato, e mi disse che in quello era nato _el gran rey
Felipe segundo_, dal quale Valladolid ricevette il titolo di città;
"_Usted sabe, Felipe segundo, hijo de Carlo quinto, padre de..._"--"_Lo
sé, lo sé;_" m'affrettai a rispondere per salvare il _realito_, e dato
un sinistro sguardo al sinistro palazzo, m'allontanai.
Di fronte al palazzo reale è il Convento dei Domenicani di San Paolo,
con una facciata di stile gotico, così ricca, stracarica di statuette,
di bassorilievi, d'ornamenti d'ogni maniera, che basterebbe la metà ad
abbellire un vasto palazzo. In quel punto vi batteva su il sole, e
l'effetto era stupendo. Mentre io stavo contemplando a mio bell'agio
quel labirinto di scultura, dal quale lo sguardo, una volta cadutovi,
par che non possa più uscire; un accattoncino di sette o ott'anni ch'era
seduto in un angolo lontano della piazza, si spicca dal suo posto _come
da corda cocca_, e si slancia verso di me, gridando con voce tenera e
affannosa: «_Señorito! Señorito! que le quiero á Usted mucho!_» (ch'io
le voglio molto bene). Questa è nuova, pensai, che i poveri facciano
delle dichiarazioni d'amore. Mi si venne a piantare dinanzi, e io gli
domandai:
"_Porqué me quieres?_"
"_Porque_" mi rispose con franchezza "_Usted me da una limosnita._"
"E perchè ti debbo dare una _limosnita_?"
"_Porque...._" rispose esitando; poi risoluto, col tuono di chi ha
trovato una buona ragione: "_Porque usted tiene el libro._"
La guida che avevo sotto il braccio! Ma vedete se bisogna proprio
viaggiare per sentirne delle nuove! Io avevo la guida, la guida l'hanno
i forestieri, i forestieri fanno la limosina, dunque io dovevo far la
limosina a lui; tutto questo ragionamento sottinteso invece di dire:--Ho
fame.--Mi piacque la speciosità del trovato, e misi nella mano del
profondo ragazzo i pochi _cuartos_ che mi trovai nelle tasche.
Svoltando in una strada accanto, vidi la facciata del Collegio
domenicano di San Gregorio, pure gotica, e più grandiosa e più ricca di
quella di San Paolo. Poi, di strada in strada, giunsi fino alla piazza
della Cattedrale. Nel punto che sbocco nella piazza, incontro una
spagnolina graziosissima, alla quale si sarebbero potuti applicare quei
due versi dell'Espronceda:
«Y que yo la he de querer
Por su paso de andadura.»
o il nostro «non era l'andar suo cosa mortale» che è la grazia suprema
delle donne spagnuole. Aveva nell'andatura quei mille sfuggevoli guizzi
e mollissimi ondeggiamenti, che l'occhio non iscorge a uno a uno, nè la
memoria ritiene, nè la parola esprime; ma che formano tutti insieme
quello che ha di più seducentemente femminino la donna. Qui mi trovai in
un imbarazzo; vedevo in fondo alla piazza la gran mole della Cattedrale,
e la curiosità mi stimolava a guardare la mole; vedevo, pochi passi
davanti a me, quella personcina, e una curiosità non meno viva mi
costringeva a guardare la personcina; e non volendo perdere nè il primo
colpo d'occhio della Chiesa, nè la fugace vista della donna, correvo
cogli occhi dal visino alla cupola e dalla cupola al visino, con sì
affannosa avidità, che la bella sconosciuta dovette credere certamente
ch'io avessi scoperto una qualche corrispondenza di linee, o qualche
legame misterioso di simpatia fra lei e l'edifizio; perchè si volse a
guardar la chiesa essa pure, e passandomi accanto sorrise.
La Cattedrale di Valladolid, benchè non finita, è una delle più vaste
cattedrali della Spagna: è una imponente massa di granito, che produce
nell'animo d'un incredulo un effetto simile a quello della chiesa del
_Pilar_ di Saragozza. Al primo entrare, si vola col pensiero alla
Basilica di San Pietro: è un'architettura grandiosa e semplice, che
riceve dal color fosco della pietra come un riflesso di mestizia; le
pareti son nude, le cappelle buie, gli archi, i pilastri, le porte, ogni
cosa gigantesco e severo; è una di quelle cattedrali che fan balbettar
la preghiera con un senso di terrore segreto; non avevo ancora visto
l'Escurial, ma ci pensai; è opera, in fatti, dello stesso architetto; la
chiesa fu lasciata incompiuta per dar opera alla costruzione del
convento; e visitando il convento si ricorda la chiesa. A destra
dell'altar maggiore, in una piccola cappella, sorge la tomba di Pietro
Ansurez, signore e benefattore di Valladolid, e al di sopra del
monumento è deposta la sua spada. Ero solo nella chiesa, e sentivo
echeggiare il mio passo; mi prese tutt'a un tratto un senso di freddo
acuto e non so che fanciullesco timore; volsi le spalle alla tomba ed
uscii.
Uscendo, incontrai un prete e gli domandai dov'era la casa che
aveva abitato il Cervantes. Mi rispose ch'era nella strada Cervantes e
m'indicò da qual parte dovevo passare; lo ringraziai, mi domandò s'ero
straniero, risposi di sì; "_de Italia?_"--"_de Italia._" Mi diede
un'occhiata da capo a piedi, si levò il cappello e tirò via per
la sua strada. Mi mossi anch'io, in senso opposto, e mi venne
un'idea:--Scommetto che s'è fermato per vedere com'è fatto un carceriere
del Papa;--mi voltai, ed egli era proprio là immobile in mezzo alla
piazza, che mi guardava con tanto d'occhi. Non potei trattenermi dal
ridere e scusai il riso con un saluto: "_Beso a usted la mano!_" ed egli
a me: "_Buenos dias!_" e tirò via; ma deve aver soggiunto, non senza
meraviglia, che, per essere un Italiano, non avevo poi tanto la faccia
di farabutto. Attraversai due o tre strade strette e silenziose, e
riuscii nella strada Cervantes, lunga, diritta, fangosa, fiancheggiata
da case meschine. Andai per un pezzo non incontrando che qualche
soldato, qualche criada, e qualche mulo, e guardando qua e là pei muri
in cerca dell'iscrizione:--_A qui vivió Cervantes_ ec.;--ma non trovai
nulla. Giunto in fondo, mi trovai nell'aperta campagna; non c'era anima
viva; stetti un po' là a guardare intorno, poi tornai. M'imbattei in un
mulattiere, e gli domandai: "_Donde está la casa que vivió Cervantes?_"
Per tutta risposta diede una sfruconata al mulo, e tirò innanzi.
Interrogai un soldato: mi mandò in una bottega. Nella bottega interrogai
una vecchia: non mi capì, credette ch'io volessi comprare il _Don
Chisciotte_, mi mandò da un libraio. Il libraio, che volea fare il
saputello, e non sapeva risolversi a dirmi che della casa del Cervantes
non aveva notizia, mi si mise a batter la campagna, parlando della vita
e delle opere del _milagroso escritor_; così che in somma delle somme me
ne dovetti andare pei fatti miei senza aver visto nulla. Eppure si
dev'esser serbata memoria di quella casa (e certo, se l'avessi meglio
cercata, l'avrei rinvenuta), non solo perchè il Cervantes l'abitò, ma
perchè seguì là un fatto, del quale tutti i suoi biografi fanno
menzione. Poco tempo dopo la nascita di Filippo IV, essendosi
incontrati, una notte, un cavaliere della Corte e uno sconosciuto,
vennero, non si sa perchè, a parole, misero tutti e due mano alle spade,
si batterono, e il cavaliere fu ferito mortalmente. Il feritore se la
svignò; il ferito, tutto intriso di sangue, corse a chieder soccorso ad
una casa vicina. Abitavano in quella casa il Cervantes colla sua
famiglia, e la vedova d'un rinomato scrittor di cronache, con due
figliuoli. Uno di questi accorse, alzò da terra il ferito, e chiamò il
Cervantes, ch'era già a letto. Il Cervantes scese, e aiutò l'amico a
portare il cavaliere in casa della vedova. Due giorni dopo morì. Se ne
mischiò la giustizia, si cercò di scoprir la cagione del duello, si
credette che i due campioni facessero la corte tutti e due alla figlia
o alla nipote del Cervantes: tutta la famiglia fu messa in gattabuia.
Dopo non molto tempo vennero lasciati in libertà, e non si seppe più
altro. Ma anche questa doveva capitare al povero autore del _Don
Chisciotte_, perchè potesse proprio dire d'averne avuta una per sorte!
In quella stessa strada Cervantes, mi son goduto una scenetta che mi
compensò a mille doppi di non aver trovato la casa. Passando davanti a
una porta, sorpresi al piè d'una scala una castiglianina, di dodici o
tredici anni, bella come un angioletto, la quale teneva fra le braccia
un bambino. Non trovo parole abbastanza delicate e gentili per
descrivere l'atto ch'ella faceva! Una infantile curiosità delle dolcezze
dell'amor materno l'aveva soavemente tentata; i bottoni del suo
camiciotto erano usciti pian piano dagli occhielli, l'un dopo l'altro,
sotto la pressione d'un ditino tremante; era sola, non sentiva rumor
nella strada, aveva nascosto la mano nel seno; allora, forse, era
rimasta un momento perplessa; ma data un'occhiata al bambino, e sentito
rinascere il coraggio, aveva fatto un leggero sforzo colla mano
nascosta, e aveva messo fuori quello che poteva; e tenendo schiusi i
labbruzzi al bambino coll'indice e col medio, gli diceva con tenerezza:
"_Héla aqui_" (eccola qui), e aveva il volto color di foco, e un sorriso
dolcissimo negli occhi. Sentito il mio passo, gettò un grido, e
scomparve.
Invece della casa del Cervantes, trovai, di lì a poco, quella dove
nacque don José Zorilla, uno dei più valenti poeti spagnuoli di questi
tempi, vivo tuttora, da non confondersi, come fanno molti in Italia,
collo Zorilla capo del partito radicale; benchè della poesia in testa ce
n'abbia anche questi, e la sparga a larga mano ne' discorsi politici,
con rinforzo di alte grida e di gesti furiosi. Don José Zorilla è nella
letteratura spagnuola, a parer mio, un po' più di quello che
nell'italiana è il Prati, col quale ha molti tratti di somiglianza: il
sentimento religioso, la passione, la fecondità, la spontaneità, e un
non so che di vago e di ardito, che scalda le fantasie giovanili; e un
modo di leggere, a quello che si dice, risonante e solenne, benchè
leggermente monotono, del quale molti spagnuoli vanno matti. La forma,
direi che l'ha più corretta il poeta spagnuolo; prolissi un po' l'uno e
l'altro; in tutti e due un barlume di grande poeta. Ammirabili, sovra
ogni altra opera dello Zorilla, _I cantos del Trovador_, racconti e
leggende, pieni di versi d'amore dolcissimi e di descrizioni
d'un'evidenza impareggiabile. Scrisse anco pel teatro: e il suo _Don
Juan Tenorio_, dramma fantastico, in versi ottonari a rime, è una delle
più popolari opere drammatiche della Spagna. Si rappresenta ogni anno il
giorno dei morti, con grande apparato, e vi accorre il popolo come a una
festa. Alcuni tratti di lirica sparsi nel dramma, corrono per le bocche
di tutti; e in special modo la dichiarazione d'amore di Don Giovanni
all'amante rapita, che è quanto di più soave, di più tenero, di più
ardente possa uscire dalle labbra d'un giovane innamorato nel più
impetuoso prorompere della passione. Sfido il più freddo degli uomini a
legger quei versi senza tremare! Ed è forse anche più potente la
risposta, della donna:--Don Giovanni! Don Giovanni! Lo imploro dalla tua
nobile compassione: o strappami il cuore o amami, perchè
t'adoro!--Fateveli dire, quei versi, da un'Andalusa, e ve n'accorgerete;
o se non potete far questo, vedete di leggere almeno la ballata col