Sofonisba - 2

il tuo silenzio atro profondo: io leggo
dentro al tuo cor la orribile battaglia
di affetti mille. Ma, da me rampogna
niuna udrai tu: benché oltraggiato, e in ceppi,
e da tutti deserto, ancor pur sento
di te piú assai, che non di me, pietade.
Conosci or, donna, s'io t'amai.--Mi è noto,
che il comando del padre, e l'odio acerbo
che per Roma hai nel petto, eran tue scorte
al mio talamo sole; amor, no mai,
tu per me non avevi. Io stesso adduco
le tue discolpe, il vedi. Io so, che d'altra
non bassa fiamma ardevi tu, giá pria
d'essermi sposa. Amor per prova intendo:
sua irresistibil forza, il furor suo,
tutto conosco: e, mal mio grado, io quindi
amai te sempre. A riamarmi astretta
tu dalle umane e sacre leggi, amarmi
non ti fu pur possibil mai.--Gelosa
rabbia mi squarcia a brani a brani il core:
vorrei vendetta; e, abbenché vinto e inerme,
dell'abborrito mio rival pur farla
quí ancor potrei... Ma, tu trionfi, o donna:
piú che geloso ancora, amante io vero,
col mio morir salva lasciarti or voglio.--
Perdonarti, fremendo; a orribil vita
esser rimasto, odiandola, e soltanto
per rivederti; ardentemente a un tempo
lieta con altri desiarti, e spenta;
or, come sola de' miei mali infausta
fonte, esecrarti; or, come il ben ch'io avessi
unico al mondo, piangendo adorarti...
Ecco, fra quali agitatrici Erinni,
per te strascino gli ultimi momenti
del viver lungo e obbrobríoso mio.
SOFON. ...Ardirò pur, ma con tremante voce,
l'alma mia disvelarti.--A dir, non molto
mi avanza: in mio favor, troppo dicesti
tu, generoso: a morir sol mi avanza,
degnamente, qual moglie di Siface,
qual d'Asdrubale figlia.--Al suon, che sparse
del tuo morir la fama, è ver, ch'io ardiva
la mia destra promettere; ma data
non l'ho: tu vivi, e di Siface io sono.
Le tue vendette, e in un le mie, null'uomo
contra Roma eseguir meglio potea,
che Massinissa. Di tal speme io cieca,
e presa in un (nol niegherò) del suo
chiaro valor, toglierlo a Roma, e farlo
di Cartagine scudo ebb'io disegno.
Ma, Siface respira? al suo destino,
qual ch'ei lo elegga, inseparabil io
compagna riedo, e non del tutto indegna.
SIFACE L'alto proposto tuo, grande è sollievo
a re infelice, e a non amato sposo;
ma ad un amante oltre ogni dire ardente,
qual io ti sono, ei fia supplizio estremo.
Giá da gran tempo entro al mio core ho fermo
il mio destin, cui mai divider meco,
no, mai non dei. Preghi e comandi ascolta,
donna, or dunque da me... Ma Scipio a noi
veggio venirne: a lui soltanto al mondo
bramo indrizzar gli ultimi accenti miei.

SCENA TERZA
SCIPIONE, SOFONISBA, SIFACE.

SIFACE Odimi, o Scipio.--Innanzi a te, sparisce
il simulare; innanzi a te, di niuna
mia debolezza il vergognarmi è dato:
tu, benché niuna in tuo gran cor ne alberghi,
grande qual sei, tutte in altrui le intendi,
e umanamente le compiangi.--È questa,
(mirala or ben) la cagion prima è questa
d'ogni mio danno; e in lei pur sola io posi
ogni mio affetto. Non mi hai visto ancora
tremar per me; per altri or scendo ai preghi;
a forza io 'l fo...
SOFON. Non per la figlia al certo
di Asdrúbal preghi. Al par di te, secura
fors'io non sto?--Che puoi Scipion, tu farmi?
Nata in Cartagin io, nemica a Roma,
e prigioniera entro il romano campo,
io pur secura sto...
SCIP. Noi tutti, o donna,
pone in duri frangenti or la fatale
bizzarra possa della sorte. Io lieto
certo non son dei danni vostri: e indarno
meco fai pompa tu dell'odio innato
tuo contra Roma. Ancor che Annibal crudo
da tutta Italia ogni pietá sbandisca,
non io perciò contro ai nemici atroce
odio racchiudo. Ove con lor mi è forza
a battaglia venirne, io, vincitori,
gl'invidio e ammiro ognor; vinti, gli ajuto,
e li compiango.
SIFACE Ed a te solo io quindi,
ciò che a null'uom non avrei detto io mai,
dir mi affido...
SOFON. Che dir? Tu, per te nulla
certo non chiedi al vincitore; io niego
nulla da lui ricever mai; né pure
la sua pietá: ch'altro havvi a dire? Innanzi
al gran Scipion, chi vile osa mostrarsi?
Ma, s'anca vile io fossi, il sol vedermi
davanti agli occhi il distruttor de' miei,
l'apportator d'ultimi danni all'alta
patria mia, ciò sol farmi arder potrebbe
or di magnanim'ira. Al par nemica
e di Scipione, ancor che umano ei sia,
mi professo, e di Roma: a farmen degna,
deggio in Scipion piú maraviglia or dunque,
che non pietá, destare.
SCIP. Ogni alma eccelsa,
ch'abbia avversa la sorte, a me fa quasi
abborrir la mia prospera.
SOFON. Funesta
gioja, ma gioja pure, in sen mi brilla,
or che mi è dato al fine aprir miei sensi
al primier dei Romani. Intender tutti
i misti affetti, a cui mio core è in preda,
tu solo il puoi, che cittadino ed uomo
del par sei sommo.--A chi in Cartagin culla
ebbe, non men che a chi sul Tebro nacque,
la patria sta, sovra ogni cosa al mondo,
fitta nell'alma. In me, bench'io pur donna,
femminili pensier non ebber loco,
se non secondo. Amai chi meglio odiava
voi, superbi Romani. Un dí nemico
era a voi Massinissa; e al suono allora
di sue guerriere giovanili imprese
io m'accendea. Siface, allor di Roma
era, non so se ligio, o amico.--Or questi
son gli ultimi miei detti: a Scipio parlo,
e a te Siface: il simular non giova;
che il cor dell'uom voi conoscete entrambi.--
Dei primi nostri affetti assai profonde
in noi rimangon l'orme: udendo io quindi,
che l'ucciso Siface intera palma
dava ai Romani; e Massinissa a un tempo
occorrendomi agli occhi; in mio pensiero
disegno io fei (forse il dettava il core)
di distorlo da Roma, e di lui scudo
a Cartagine fare, e a me. Nemica
quí fra l'aquile vostre io dunque or venni:
e l'alta speme, che in mio cor s'è fitta
di ribellarvi Massinissa, in bando
fatto m'ha porre assai riguardi; io 'l sento;
e colpevol men taccio; e ad alta ammenda
son presta io giá. Forse, con possa ignota,
mi strascinava ver voi la mia sorte
a dar di me non basso un saggio: ed ecco,
campo or mi s'apre a dimostrare a Roma,
qual alma ha in sen donna in Cartagin nata.
SIFACE L'inaspettato viver mio, ben veggo,
ad ogni mira tua solo e fatale
inciampo egli è: ma un'ombra vana, e breve,
fia il viver mio. Cessò mia vera vita,
dal punto in cui mia libertá cessava:
a che restassi, il sai. Sublimi sforzi,
da te gli apprendo. Ancor che orrenda piaga
sien tuoi detti al mio core, a me soltanto
dovevi aprirti; a vendicarmi degna
io ti lasciava; e lascio...
SOFON. A vendicarci,
non dubitarne, altri rimane. Ogni uomo
il suo dover quí compia; il mio si cangia,
al rivivere tuo.--Svelato appieno
t'ho del mio core i piú nascosi affetti:
mi udia Scipion; cui vil nemica io fora,
se in altra guisa io favellato avessi.
SCIP. Franco e sublime il tuo parlar, mi è prova,
che me nemico non volgare estimi.
Deh, pur potessi!...
SOFON. Assai diss'io.--Siface,
or ritrarci dobbiamo...
SIFACE In breve, io seguo
i passi tuoi...
SOFON. No: dal tuo fianco omai
non mi scompagno.
SIFACE E abbandonarmi pure
dovrai...
SOFON. Nol voglio; e alla presenza io 'l giuro
del gran Scipione.--Or via; deh! meco vieni:
alle orribili tante atre tempeste
che ci squarciano il core, un breve sfogo
vuolsi conceder pure. Il pianto a forza
finor rattenni, io donna: al tuo cospetto
no, non si piange, o Scipio: ma natura
vuol suo tributo al fine. Egli è da forte
il sopportar le avversitá; ma fora
vil stupidezza il non sentirne il carco.
SIFACE Misero me! deh! perché vissi io tanto?..

SCENA QUARTA

SCIPIONE.
Sublime donna ella è costei: Romana
degna sarebbe.--Io 'l pianto a stento affreno.


ATTO QUARTO

SCENA PRIMA
MASSINISSA, SOLDATI NUMIDI.

MASSIN. Tutti a' miei cenni, all'annottar, sien presti,
co' lor destrieri; e taciti si appiattino
dov'io ti dissi, o Bocar.--Tu, mio fido
Guludda, intanto ad ogni evento in pronto
tieni il fatal mio nappo. È il solo usbergo
d'ogni re, che nemico o amico fassi
della esecrabil Roma.--Itene; e nulla
di ciò traspiri.

SCENA SECONDA
MASSINISSA.

O Massinissa, all'arte
scender tu dei, per sostener tuo dritto?...
Mai per me nol farei; ma in salvo porre
io deggio pur chi nel periglio ho posto,
o perir seco.--In questo luogo, e a stento,
breve udíenza ottengo?... Oh ciel! cangiata
ella è dunque del tutto?... Eccola... Io tremo.

SCENA TERZA
SOFONISBA, MASSINISSA.

SOFON. Io non credei piú rivederti; e in vero
piú nol dovea: ma il volle (il crederesti?)
Siface istesso...
MASSIN. E fu pietade, o scherno?
SOFON. Grandezza ell'era; e, a ridestare in noi
ogni alto senso, è troppa. Ei stesso teco
vuolsi abboccar: ma ch'io il preceda impone;
e che...
MASSIN. Tal vista io sostener?...
SOFON. Men grande
sei tu di lui? Teme ei la tua?
MASSIN. Né posso
dirti pria...?
SOFON. Che dirai, che udire io 'l possa?
MASSIN. Nuovo martire invan mi dai: va' dirti,
ch'io quí ti trassi, e che sottrarten voglio,
ad ogni costo, io stesso.
SOFON. A te mi diedi
io stessa, il sai; da te mi tolgo io stessa.
Funesto a me il comanda alto dovere:
ma, da ogni mal sottrarmi, in me son certa,
seguitando Siface. Ad esser forte,
dunque apprendi or da me. Di Roma è il campo
questo: Scipion vi sta; tu, re, vi stai:
ed io vi sto, d'Asdrúbal figlia: or dimmi;
vuoi forse tu che amar volgar sia il nostro?
MASSIN. Ah! di ben altra fiamma arde il mio core,
che non il tuo... Grandezza e gloria e fama,
tutto in te sola io pongo... Esser dei mia;
pera il mio regno; intero pera il mondo;...
tu mia sarai. Perigli omai, né danni,
non conosco, né temo. A tutto io presto,
fuor che a perderti, sono; e pria...
SOFON. Ti basti
d'aver tu sol tutto il mio core... Indegno
non ten mostrar... Ma, che dich'io? la vista,
la sola vista di Siface inerme,
vinto, e cattivo, eppur sereno e forte,
fia bastante a tornarti ora in te stesso.
MASSIN. Misero me!... Se almen potessi io solo!...
Ma, di voi non son io men generoso;
ben altro amante io sono: e nobil prova
darne mi appresto...
SOFON. Ecco Siface.
MASSIN. --Udirmi
anch'ei potrá; né di spregiarmi ardire
avrete voi.

SCENA QUARTA
SIFACE, SOFONISBA, MASSINISSA.

MASSIN. Siface, al tuo cospetto
or si appresenta il tuo mortal nemico;
ma in tale stato il vedi, ch'ei non merta
nullo tuo sdegno omai.
SIFACE D'un re fra ceppi
stolto fora ogni sdegno. A me davanti
se appresentato il mio rival si fosse
mentr'io brando cingeva, allor mostrargli
potuto avrei furor non vano: or altro
a me non lascia la crudel mia sorte,
che fermo volto e imperturbabil core.
Quindi or pacato mi udrai favellarti.
MASSIN. Il disperato mio dolore immenso
a te ristoro esser pur dee non lieve:
odi or dunque, qual sia.--Mirami: in ceppi,
piú inerme assai di te, piú vinto e ignudo
di senno io sono, e assai men re. Giá tolto
mi avevi il regno tu, ma allor per tanto
tu vincitor di me non eri: ardente,
instancabil nemico io risorgeva
piú fero ognor dalle sconfitte mie;
fin che a vicenda io vincitor tornato,
il mio riebbi, e a te il tuo regno io tolsi.
Ma godi tu, trionfa; intera palma
di me ti dá questa sublime donna,
ch'or ben due volte a Massinissa hai tolta.
SOFON. E vuoi, ch'io pur del debil tuo coraggio
arrossisca...?
MASSIN. Non diedi a voi per anco
del mio coraggio prova: ei pur fia pari
al dolor mio.--Voi state (io ben lo veggo)
securi in voi, per la prefissa morte.
Degno è d'ambo il proposto; ed io l'intendo
quant'altri; e a voi, ciascun per se, conviensi.
Tu, prigioniero re, non vuoi, né il dei,
viver piú omai: tu, di Siface moglie,
e di Asdrubale figlia, in faccia a Roma
pompa vuoi far d'intrepid'alma ed alta;
né affetto ascolti, altro che l'odio e l'ira.
Ma Siface, che t'ama; ei, che all'intera
rovina sua per te, per te soltanto,
s'è tratto; ei ch'alto e nobil cor, non meno
che infiammato, rinserra; oh ciel! deh!... come,
come può udir, che l'amata sua donna
abbia a perire?...
SOFON. E potrebb'egli or tormi
dal mio dover, s'anco il volesse?
SIFACE E donde
noto esser puovvi il pensier mio?
MASSIN. Guidato
io da furie ben altre, omai tacerti
il mio non posso; né cangiare io 'l voglio,
se pria spento non cado. Ad ogni costo
salvare io voglio or Sofonisba; e salva
ella (il comprendo) esser non vuol, né il puote,
se non è salvo anco Siface.--In sella
giá i miei Numidi stanno: al sorger primo
della vicina notte, ove tu vogli,
Siface, un d'essi fingerti, a te giuro
d'esserti scorta io stesso, e illeso trarti
con Sofonisba tua, fino alle porte
di Cartagine vostra. Ivi tu gente,
armi, e cavalli adunerai: né vinto
egli è un re mai, cui libertá pur resta.
Abbandonar queste abborrite insegne
di Roma io voglio; e per Cartagin io,
e per l'Affrica nostra, e per te forse,
d'ora in poi pugnerò. Qualor tu poscia
regno e possanza ricovrato avrai,
sí che venirne al paragon del brando
re potrem noi con re, col brando allora
ti chiederò questa adorata donna;
ch'or non per altro a te pur rendo io stesso,
che per sottrarla a misera immatura
orribil morte.
SOFON. Ineseguibil cosa
proponi, e invano...
SIFACE Ei d'alto cor fa fede;
me non offende: anzi, a propor mi sprona
ben altro un mezzo, assai piú certo; e fia
piú lieve a lui, men di Siface indegno;
e in un...
MASSIN. Voi, domi dalla sorte avversa,
ineseguibil ciò che a me fia lieve,
stimate or forse; ma, se onor vi sprona,
meco ardite e tentate. Ultimo, e sempre
certo partito egli è il morir; né tolto
ai forti è mai: ma a tutti noi, per ora,
necessario ei non è. Scipion deluso,
sol coll'alba sorgente il fuggir nostro
saprá; fors'egli umano e giusto in core,
rispetterá miei dritti: ad ogni guisa,
mercé i ratti corsier, sarem coll'alba
lontani assai. Ma, se inseguirci pure
si attenta alcun, giuro che il brando io pria
a Scipio istesso immergerò nel petto,
che a lui rendervi mai. Questa mia spada,
che me salvò gia tante volte; questa,
onde il mio regno e in un l'altrui riebbi,
non fia bastante a porvi entro a Cartago
in salvo entrambi? Or, deh! per poco cedi;
cedi, o Siface, alla fortuna: in sommo
puoi ritornare ancor; né cosa al mondo
tu mi dovrai. Nemici fummo; e in breve,
di bel nuovo il saremo; il sol periglio
di cosa amata al par da noi, fa muto
l'odio e lo sdegno in noi. Supplice m'odi
parlarti; in te la tua salvezza è posta.
Ma se pur crudo il tuo nemico abborri
piú che non ami la tua donna, intera
abbine almen pria di morir vendetta.
Ecco ignudo il mio brando; in me il ritorci.--
O me uccidi, o me segui.
SIFACE Oh Massinissa!...
Infra il bollor della feroce immensa
tua passíon, raggio di speme ancora
traluce a te; vinto non sei, né inerme,
né prigioniero: or tu d'altr'occhio quindi
le umane cose miri. Ma, si asconde
sotto serena imperturbatil fronte,
entro il mio cor, piú strazíato assai
del tuo, si asconde tal funesta fiamma,
tal dolor, tal furor, cui vengon manco
i detti appieno... A riamato amante
ignoti sono i miei martirj... Ah! crude
tanto or son piú le mie gelose serpi,
quanto piú veggio Sofonisba intenta
a smentire magnanima gli affetti
del piagato suo core. A duro sforzo
il suo coraggio indomito mi tragge;
ma degno sforzo.--Ambizíon, vendetta,
gelosa rabbia, ogni furor mio ceda
al solo amore.--Or, piú che a mezzo il nodo
è sciolto giá. Donna, mi ascolta. Io t'amo,
per te soltanto, e non per me: ti voglio
quindi pria sposa ad altri dare io stesso,
pria che per me vederti estinta invano.
SOFON. Che ascolto? Oimè!... Ch'osi tu dirmi?...
SIFACE I preghi,
spero, udrai tu del tuo consorte: e dove
non bastin preghi, gli ultimi comandi
n'eseguirai.--Di Massinissa sposa
tu quí venisti:... a Massinissa sposa
io quí ti rendo.
SOFON. Ah! no...
SIFACE Tu, che salvarla
non tua potevi, or che l'ho fatta io tua,
meglio il potrai.--Per sempre, addio. Seguirmi
nullo ardisca di voi.

SCENA QUINTA
MASSINISSA, SOFONISBA.

SOFON. No, non v'ha forza,
che me rattenga or dal seguirti.--Addio,...
Massinissa...

SCENA SESTA
MASSINISSA.

Oh dolor!... Ma, breve è il tempo;
antivenir voglionsi entrambi... Oh cielo!
Io temo sol d'esser di lor men ratto.


ATTO QUINTO

SCENA PRIMA
SCIPIONE, CENTURIONI.

SCIP. Giá tutto io so. Nella imminente notte,
ciascun di voi delle romane tende
a guardia vegli: ma comando espresso
vi do, che ostacol nullo, insulto nullo
non si faccia ai Numídi. Itene; e queta
passi ogni cosa.

SCENA SECONDA
SCIPIONE.

O Massinissa ingrato,
il tuo furor contro al mio solo petto
sfogar dovrassi; o in me, qual onda a scoglio,
infranger si dovrá.--Ma il passo incerto,
ecco, ei ver me turbato porta: ei forse
sa il destin di Siface... Oh qual mi prende
pietá di lui!--Deh! vieni a me; deh! vieni.....

SCENA TERZA
SCIPIONE, MASSINISSA, SOLDATO NUMIDA IN DISPARTE.

MASSIN. Quí mi attendi, o Guludda.--A questo incontro
non era io presto.
SCIP. E che? sfuggir mi vuoi?
Io son pur sempre il tuo Scipione: indarno
cerchi or te stesso altrove; io sol ti posso
rendere a te.
MASSIN. Fuor di me stesso io m'era,
certo, in quel dí, che di mia vita e onore
traffico infame, onde acquistar catene,
io fea con voi. Ma, la dovuta ammenda
faronne io forse; e fia sublime. Allora
vedrai, che appien tornato in me son io.
SCIP. Giá tel dissi; svenarmi, o Massinissa,
anco tu puoi: ma, fin ch'io spiro, è forza
che tu mi ascolti.
MASSIN. A ciò mi manca or tempo...
SCIP. Breve or tempo hai da ciò.--Ma omai, che speri?
Ogni tua trama è a me palese: stanno
furtivamente in armi entro lor tende
i tuoi Numídi; impreso hai di sottrarre
Siface, e in un...
MASSIN. Se tanto sai; se l'arti
d'indagator tiranno a tanto hai spinte,
ch'anco fra' miei chi mi tradisca hai compro;
a compier l'opra anche la forza aggiungi,
poiché piú armati hai tu. Presto me vedi
a morir, sempre; a mi cangiar, non mai.
SCIP. Scipion tu oltraggi; ei tel perdona. Ah! teco
spada adoprar null'altra io vo', che il vero;
e col ver vincerotti. La tua stessa
Sofonisba, che t'ama, (il crederesti?)
ella stessa svelare a me tue trame
appieno or dianzi fea...
MASSIN. Che ascolto? oh cielo!...
SCIP. Sí, Massinissa; io te lo giuro. Or dianzi,
per espresso comando di Siface,
fu dal suo padiglione ella respinta;
quindi e rabbia e dolore a tal l'han tratta,
ch'ogni disegno tuo scoprir mi fea.--
Ma invano io 'l seppi: in tuo poter tuttora
sta, se il vuoi, di rapirla. Abbiati pure
suo difensor Cartagine; nol vieto:
avronne io 'l danno; io, che l'amico e insieme
la fama perderò. Ma, il ciel, deh! voglia,
che a te maggior poscia non tocchi il danno!
MASSIN. E Sofonisba istessa,... a favor tuo...
vuol contra me?.. Creder nol posso. Or donde?..
SCIP. Ella, maggior del suo destino assai,
prova d'amor darti or ben altra intende.
Necessitá fa forza anco ai piú prodi:
al suo gran cor sprone si aggiunge il forte
ultimo esempio di Siface.
MASSIN. Or quali
ambigui detti?.. Di qual prova parli?
Qual di Siface esemplo?...
SCIP. E che? nol sai?
Giunto è Siface entro sua tenda appena,
qual folgor ratto ecco ei si avventa al brando
del centurion, che a guardia stavvi; in terra
l'elsa ei ne pianta, ed a furor sovr'esso
si precipita tutto...
MASSIN. Oh, mille volte
felice lui! dalla esecrabil Roma
cosí sottratto...
SCIP. Spirando, egli impone,
ch'ivi l'ingresso a Sofonisba a forza
vietato venga.
MASSIN. Ed ella?... Ahi! ch'io ben veggo
del di lei stato appien l'orror... Ma troppo
dal destin di Siface è lunge il mio.
Vinto ei da te, di propria man si svena:
io, non vinto per anco, esser vo' spento
da un roman brando, ma col brando in pugno.
SCIP. Ah! no; perir tu al par di lor non dei.
Piú che il morire, assai di te piú degno,
sublime sforzo ora il tuo viver fia.
MASSIN. Viver senz'essa?... Ah! non son io da tanto...
Ma, ch'io salvarla in nessun modo?... Io voglio
vederla ancor, sola una volta.
SCIP. Ah! certo,
gli alti tuoi sensi a ridestarti in petto,
piú ch'io non vaglio, il suo parlar varratti.--
Eccola; starsi alla mia tenda appresso
vuol ella omai; d'Affrica intera agli occhi,
di Roma agli occhi, ogni dover suo crudo
ella compier disegna. Odila; seco
Scipion ti lascia: in ambo voi si affida
il tuo Scipion; ch'esser di lei men grande,
tu nol potresti.

SCENA QUARTA
SOFONISBA, SCIPIONE, MASSINISSA.

SOFON. Ah! ferma il piede. Io vengo
a te, Scipione; e tu da me ti togli?
SCIP. Sacro dover vuol che pomposo rogo
al morto re si appresti...
SOFON. Almen, quí tosto
riedi; ten prego. Mia perpetua stanza
fia questa omai: quí d'aspettarti io giuro.

SCENA QUINTA
SOFONISBA, MASSINISSA.

MASSIN. Perfida! ed anco all'inumano orgoglio
il tradimento aggiungi?
SOFON. Il tradimento?
MASSIN. Il tradimento, sí: mentr'io mi appresto
a voi salvare, a morir io per voi,
a Scipio sveli il mio pensier tu stessa?
SOFON. --Siface seco non mi volle estinta.
MASSIN. Meco salva ei ti volle.
SOFON. Ei giá riebbe
sua libertá; quella ch'io cerco, e avrommi.--
Teco sottrarmi dal romano campo,
nol poss'io, se non perdo appien mia fama.
Di vero amor troppo mi amasti e m'ami,
per salvarmi a tal costo: io, degna troppo.
son del tuo amor, per consentirtel mai.
Null'altro io dunque, in rivelar tue mire,
ho tolto a te, che la funesta possa
di tradir la mia fama e l'onor tuo.
MASSIN. Nulla mi hai tolto; assai t'inganni: ancora
tutto imprender poss'io: rivi di sangue
scorrer farò: versare il mio vo' tutto,
pria che schiava lasciarti...
SOFON. E son io schiava?