Ricordi d'infanzia e di scuola - 14

ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto,
parecchi quasi repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte
del capo dov'era stato baciato, come se non capisse che cosa io gli
avessi fatto. Ma i più si mostravano contenti e grati, e fra questi
alcuni che si riscotevano e brillavano sotto la carezza come per la
soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, e che ritornavan poco dopo
a prendermi la mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto il mento
e a strisciarmisi attorno come gattini, guardandomi di sotto in su con
una espressione di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, fra
gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino piccolissimo, nato
con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più
spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche quand'eran
lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi,
che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna,
propria della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le
stature ed ha per tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso.
E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del
bimbo burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi
capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto
strizzato, che gli parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi
che in un moccicoso di quell'età non poteva corrispondere il pensiero
all'espressione della maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele
mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si
fa qualche volta in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone
sconosciute, che par che ci frughino con lo sguardo nell'anima e
pensino di noi roba da chiodi.

VII.
Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone
e presero posto, in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era
scodellata la minestra di riso e fagioli. Fu un divertimento a vedere
come gingillavano tutte quelle manine per annodarsi sotto la nuca le
fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a incrociarle; molte
bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non facevano
che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da
zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile.
Non vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non
aveva appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi
si pentì e rivolle la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio
emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, scese a patti,
e gli offri, generosamente, un fagiolo — uno solo — che il primo
respinse con sdegno, invocando a grida la maestra. A capo della stessa
tavola vidi un banchettante che si ribeveva le lacrime, ma nel senso
materiale della parola, poichè mangiava avidamente e piangeva insieme
a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel gran
dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca
col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella
per consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli
occhi ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena
tre anni; era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale
di disperazione che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al
petto una medaglia; e s'era quetato come per miracolo. Nel momento
che gli passavo accanto egli spalancava la bocca per ricevere il fatto
suo: eppure, in quello stesso momento, senza neanche torcere il capo,
guardandomi con la coda dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese
la medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno
sopprimere le onorificenze ufficiali?

VIII.
Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i
panierini e tutti si sparsero per quella e per l'altre stanze per
riunirsi da capo, qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte
sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato, a
mangiare in libertà quello che s'eran portati da casa. La direttrice
mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che leticavano e —
Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il panierino in
comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, s'accapigliano
per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol prender
tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è
così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che
incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me
pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca
mia, l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai
che cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una
grossa voce: — Un pesce!
Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai
di farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità
d'una mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose
fregagioni che — come mi fu detto da un'assistente — egli aveva
liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine.
Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera
lo “scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col
suo muso di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un
panino. Finita la scrostatura, si mise a leccar la mollica da tutte
le parti, con grande cura, come se la volesse inumidir tutta quanta
prima d'addentarla. — Ne prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, —
disse la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito bene il suo pane,
si voltò verso un gruppo di bimbi che assediavano il possessore dello
zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò l'assediato, facendo in
là gl'importuni che volevano intingere il dito nella sua proprietà.
Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse nell'orecchio
non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto aperto.
Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto, che
avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato
da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un
vuoto spaventoso;
_onde_ sospiri e pianti ed alti guai.

IX.
Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi,
che sei o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente,
con le testine rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più
riprese non si destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la
maestra rivolse alcune delle solite domande scolastiche, a cui diedero
le risposte solite; comicissime alcune per il contrasto che faceva
la solennità della loro forma letteraria col viso di putto di chi le
pronunciava.
A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un
tratto: — Che cos'è l'Italia?
Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due
occhi spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: — _È la mia
terra._
Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe
detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando
in aria le due piccole braccia e spalancando la bocca impastata,
mise fuori un _O_ sonoro, come alla vista d'un fuoco d'artifizio
maraviglioso, un _O_ così prolungato ch'io ebbi tutto il tempo di
domandare a me stesso e di cercare con la fantasia quale cosa al mondo
potess'essere degno oggetto di quella stupefacente invocazione. E venne
fuori finalmente....
Oooooo tricolor bandiera,
Sventola sopra i monti,
Sui petti e sulle fronti,
Sull'armi e sugli altar....
Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il
collo, gli uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli
restava in gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un
tribuno che arringasse un popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si
spense d'un colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde sul
banco e riaddentò la ciambella.
Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una
poesia: egli si alzò e cominciò:
Una goccia, o nuvoletta....
e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare
senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise
al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra,
— il sangue dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un
po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la manina libera, come per
dire: — Aspetta, aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente
affannato e affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa,
e si contentò della goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi
allontanandosi, mentre quello continuava la commedia. — Ah, le dico che
ci abbiamo certi artisti!

X.
Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan
raccolti, ed era un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un
ribollimento di suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare
soltanto in una folla di creature non ferme mai un minuto in un solo
pensiero e che parlano un linguaggio ancora monco e spezzato come i
loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci anche quella volta
il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei luoghi, di
tornarvi al più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in
quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto
di protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a
legarci, avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per
non rivederle mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il _papà_,
la bimba dai diavoletti e tutti gli altri più espansivi a domandar la
carezza d'addio, tendendo le loro manine che stringevano ancora dei
pezzetti di pane e dei torsi di mela, e dicendomi cento _Ciao_, su
tutti i toni, come a una persona della loro famiglia che partisse per
un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli, ch'eran
loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio
misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più
dolce e più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più
degli altri da soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la
fine....
Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, sentii ancora nella mia una
piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi,
e sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il
piccolo disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso,
quello a cui la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la
bontà angelica dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei
piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano così umilmente: — Son
brutto; ma son buono; non mi guardate; ma amatemi, — e mi domandai nel
cuore, con tristezza, quante umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe
costata nella vita quella menzogna spietata della natura; e stretto
fra le mani il suo capo deforme, fui costretto a prolungare il bacio
che gli stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava al bavero
con le manine, — per avere il tempo di scomporre sulla mia faccia
l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse comprendere....
Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da
quella strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due
passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca,
con l'aria di dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva
essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non
c'era lì la direttrice, gli allungavo una pacca.


I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.

Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini;
per i quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una
volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla
Balma a Piedicavallo, se ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati,
fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che salgono e si perdono
fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a processioni in ogni villaggio:
tanto numerosi da far pensare che non ci sia altra valle in Italia così
prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la popolazione
maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è
rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne
segue che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga
tutta quella razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra,
o merce importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti
floridi e biondi, di tutte le sfumature dell'oro monetato e delle
barbe di pannocchia di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una
carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza, con occhi di tutte
le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle loro Alpi a quello
chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante come i cieli
del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le
orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance,
eguali di forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole
che l'artefice imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico
del pennello. E non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche
per i lineamenti fini, per la forma gentile della bocca, per la grazia
scultoria di tutte le forme: e più belli appariscono per il risalto
che dà alle loro capigliature aurine scompigliate dall'aria viva e
ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo della vegetazione
su cui si disegnano per solito le loro personcine rotondeggianti,
quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie, in gruppi
o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il
forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della
valle.
V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli e sorelle; ci son
famiglie numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano
una serie di edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto
nè corretto: tanto rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una
certa distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso
bimbo, ora ingrandito ora rimpicciolito, ora maschio ora femmina,
come se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un personaggio dei
racconti fantastici dell'Hoffman. Ci diranno i fisiologi se questo
possa derivare dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni
medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri emigrati, i
quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro e
di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi
pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica
e d'impulso generativo.
A loro l'ardua sentenza.
Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini
nati di rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali
è ultima qualità lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici
e romantici, che paiono stati scelti da padri letterati e da madri
poetesse; benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine di quei
nomi insoliti che per ovviare alla confusione dei cognomi, diventati
comuni a un gran numero di famiglie per effetto della rete fitta di
parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del “moglie
e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole
dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli
eroi e le eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni
secolo. Dante vi passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo
nasconde tutto; Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie
fecondatrici dell'orto; qui stimola i porci Temistocle; là sferza le
vacche Tarquinio; Rinaldo strascica il sedere sui ciottoli con una
fetta di polenta fra le mani, e
Erminia intanto fra le ombrose piante
si soffia il nasino con la camicia.
Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è
generalmente placida e prudente. Il forestiere, che passa per la
prima volta, essi guardano con occhio intento e scrutatore, come se
prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto o una vendita: con
occhio scrutatore, ma rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti
abituali, che sogliono salutare in modo originale, pronunciando il
loro nome, quando li incontrano, e fissandoli, come fanno i soldati
coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco rissosi,
come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata
che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il
mondo, e attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari
di quella terra divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla
quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono
dignitosi: nessuna di quelle piccole mani, neanche dei più poveri, si
stende a chiedere il soldo al passante; e quando uno ne stringono,
non c'è caso che lo sciupino o lo perdano; somigliantissimi pure in
questo ai loro genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente
l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun altro luogo vidi mai i
ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini e condotti
d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per ore
ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai
disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo
e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana
d'un opificio.
Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori,
portando nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par
di mattoni per volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave
d'operaie adulte. Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una
mattinata, per trastullo, sulla proda d'una strada, a picchiare con
un chiodo e un martello un pezzo di sienite, come se avessero preso il
lavoro a cottimo, senza alzare una volta in un quarto d'ora la testina
bionda, dardeggiata dal sole.
Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio
precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la
strada dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che
non possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono
sempre incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati
di rispondervi nella lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla
meglio quelle venti parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una
e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi e tedeschi, con
una flemma di filologi scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra
impazienza, non intesi ad altro, con tutte le forze del cervello, che a
scansare gli spropositi.
Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a
Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona
d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa
curiosa frase di suo conio: — _L'hanno fatto passar cavaliere_ — ma
con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho cercata
un pezzo, ma l'ho trovata bene. — E hanno delle trovate singolari, da
montanari sottili, diverse in questo da quelle degli altri bimbi, che
vengon fuori in una forma di gravità comicamente impropria all'età
loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè la dividesse in
parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli stavano al
fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte
del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto,
e poi disse solennemente alle sorelle: — _Qui non si fa niente senza
il coltello_, — e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il
comodo suo; ma con l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri
pensieri, per distornare, s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano
invece in certezza gli sguardi obliqui e indagatori di cui ogni tanto
mi saettava.
E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo
di men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta
della Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò
con le manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in
fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette,
le esaminò ad una ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa
parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì
a far rientrare la linguetta nel taglio e, dopo essersi assicurato col
pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla palma della mano e ve
la premè colla sua zampetta come per farmi prender atto che era fatta
in tutte le regole la restituzione della mercanzia.
Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa
e d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e
lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire
dal guscio, per il mondo intero. Appena sono in forza da portar la
secchia della calce, la più parte vanno a fare il tirocinio di muratori
nelle città grandi, e, compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma
le separazioni della famiglia si fanno senza lagrime, e quasi senza
commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato fin dall'infanzia.
Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le strade così
rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico
su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o
ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si
rimendano i panni, stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi,
più grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente di cui ignorano
la lingua, invisi quasi sempre ai concorrenti indigeni per il loro
accanimento al lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime
qualche volta di persecuzioni crudeli.
Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine
della valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà
tutti quanti certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino
alla morte. Quanti sono già dispersi per il mondo che vidi bambini fare
i castelli coi sassi e scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli
biondi dorati dal sole e agitati dal vento!
Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i
loro nomi e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia
memoria.
Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo
ogni anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance
vermiglie, un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi,
figliuoli di padri lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi
nuovi eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto,
ai partiti, che, insomma, mi par di ritrovarmi sempre in mezzo alla
stessa popolazione infantile. Bella e strana popolazione di piccoli
impresari in forma di cherubini, di futuri capomastri, che paiono putti
scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori in erba
a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i figliuoli dei
principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure
hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere
che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo
sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una
cedola del Consolidato 5%.


PICCOLI STUDENTI


MOMENTI SOLENNI.

Il regolamento delle scuole municipali dice che gli esami orali sono
“pubblici„. Non feci dunque che esercitare uno dei miei diritti di
cittadino chiedendo d'assistere agli esami degli alunni della 1ª
elementare della scuola “Giuseppe Grassi.„ Desideravo di vedere con che
animo e con che aspetto i miei concittadini di sette anni affrontavano
la prima prova del fuoco sul campo di battaglia della scienza.
Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne,
trovai molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o
stavano aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente
e rassegnata di postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù,
col viso ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione
chirurgica. E pensai a quanti altri milioni di madri, in quei giorni,
erano, come quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni di
quella macchina immensa dell'istruzione pubblica, che lavora il
cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili.
Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove
quattro maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola
coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno,
che gli stava accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso
barbuto e benigno, — girava attorno alla tavola, usciva, rientrava,
assentendo col capo alle risposte giuste e corrugando la fronte ai
farfalloni che coglieva a volo. A quella vista il mio pensiero fece
un improvviso salto indietro di quarant'anni, e sentii come il vago
ridestarsi d'un terrore antico, che era già quasi morto anche nella mia
memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver avuto una forte tremarella
in una stanza di quello stesso colore, davanti a una tavola verde come
quella, in presenza di un'altra gran barba nera di direttore, di faccia
a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale veniva dentro
lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso
silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai
veramente al pensare che non ero là per essere esaminato.
Oltre agli esaminati v'era in un angolo un gruppetto d'esaminandi,
che al vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero
tutti a un tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono
gli occhi addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio
di aiutante aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura;
e quando mi videro tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche
di più, come se avessi cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi
amichevolmente, per rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio
sorriso significasse: — Ora v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile,
perchè non si rasserenarono punto; anzi mi parve che si turbassero
peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... _per non farli più
tristi_.
Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi,
che dava l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre
coppie; in ciascuna delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro
sull'aritmetica. Essendo stati promossi senza esami gli alunni
migliori, gli esaminandi non erano che gli “scadenti„ o, per parlare
col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.
Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco
più di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto
cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una
tigre. Ma pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria
l'ultima domanda, che era di letteratura storica: — Quali sono i colori
della bandiera italiana?
— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde.
— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi
piacere.
Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione
di domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti,
da varie parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? —
_Pere cite_ (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... —
Quattordici, tredici, dodici.... — Il maiale grugnisce. — Ma bene,
quattro nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si raccolgono i
frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque, significa.... — _La mia
patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede_.... — E scrivi
venti con due zeri? Mariuolo!...
A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, dopo il quale udii
distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa
il bue?
E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte.
Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due
occhi fulminei.