Racconti e bozzetti - 07

egli avrebbe fatto assai meglio a non recar con sè quella dalia!...

VIII.
Due giorni dopo, una delle migliori discepole dell'Angelina la
trascinava quasi a forza in un suo luogo di villeggiatura, poco
discosto dalla città, affinch'ella vi passasse una settimana.
L'Angelina non soleva accettare nessuno de' mille inviti che le erano
fatti: ma questa volta le istanze furono sì vive, che il rifiuto le
sarebbe parso troppo scortese. La famiglia della sua amica villeggiava
in una tenuta con vaste adiacenze, e nel visitarne lo varie parti
l'Angelina corse tosto col pensiero alla descrizione che dei suoi
poderi le avea fatta Vittorio. Anche qui v'erano le ampie praterie
cinte da lunghi filari d'alberi, anche qui le sale spaziose per
l'allevamento del baco da seta, anche qui la cascina col continuo
andirivieni delle gaie contadinelle. E quella vita sempre operosa,
eppur sempre tranquilla, della campagna le piaceva fuor di misura, e
senza volerlo ella andava dicendo a sè stessa, che ove si fosse dato
il caso improbabilissimo che si avverasse un certo suo sogno, avrebbe
avuto campo di far mostra della sua attività e delle sue abitudini
massaie. Allorchè queste idee le frullavano pel capo, ella diventava
riflessiva e meditabonda, e la sua scolara, vispa fanciulla di 14
anni, che le faceva da Cicerone, e ora la conduceva nel tepidario, ora
sulle sponde della riviera artificiale che attraversava il giardino,
ora nel boschetto d'acacie che fronteggiava la strada maestra, non
sapeva intendere la distrazione di lei e delicatamente gliene moveva
rimprovero. Ella risentivasi a guisa di chi si desta di balzo, e
sorrideva delle proprie fantasie. Pure quei pochi giorni le trascorsero
rapidissimi e deliziosi. Alla vigilia della sua partenza, il fattorino
della posta le recò una lettera della Matilde, che le mise nell'animo
una curiosità mista d'inquietudine. La lettera suonava così:
«Angelina mia cara,
«Vo contando le ore e i minuti che passeranno prima del tuo ritorno,
giacchè puoi immaginarti che vuoto ci sia in casa nostra quando ci
manchi. Ho visto il povero babbo bussare due volte all'uscio della tua
stanza, non ricordandosi più della tua assenza, e venirne via tutto
sconcertato. Egli ti tiene in conto di sua figliuola.
»E di me che dovrò dirti, cara Angelina? Sai ch'io ti voglio più bene
che a una sorella, e per questo serbo a te la prima confidenza d'una
grandissima novità.... una confidenza che non ebbero da me nè il babbo,
nè la mamma, nè nessuno al mondo. È vero che fo fondamento sul tuo
aiuto!... Sei stata tante volte il mio angelo tutelare, che tal sarai
certo una volta di più. Debbo dirti di che si tratta?... Ma no, ma no.
Vi sono cose che vengono più facilmente sul labbro che sulla penna.
Dunque a domani.
»Io non so se mi sia malinconica o allegra. È un misto curioso. Ora
vedo tutto bello, ora grossi nuvoloni mi passano innanzi agli occhi,
e mi viene una gran voglia di piangere. Quando tu mi sarai vicina,
prenderò da te un po' di quella calma, ch'è tanto necessaria allo
spirito.
»L'Amalia e il babbo ti mandano un bacio. La mamma e la Nella sono
sempre un pochino bisbetiche, ma ci vuol pazienza.
»A domani: fa di essere a casa per l'ora del pranzo.
»Un abbraccio
_dalla tua_
MATILDE.»
L'Angelina lesse e rilesse il singolare messaggio, sperando di trovarne
la chiave. Quale poteva essere questa gran confidenza, di cui la
Matilde serbava a lei le primizie? Era certamente un segreto del cuore,
era una passione amorosa. Ma per chi? Qui l'Angelina andava contando
sulle dita i giovani di qualche intrinsechezza con la Matilde; ma,
con sua grandissima noia, quando aveva portato l'indice della mano
destra sul pollice della sinistra e contato _uno_, non le veniva
fatto di andare più innanzi. E quell'uno era Vittorio. Dio buono! Di
tanti uomini che vi sono al mondo, doveva essere proprio Vittorio il
prescelto? E l'Angelina ritornava da capo, e si sforzava di richiamare
alla sua fantasia i nomi di tutti gli uomini al disotto dei trent'anni,
che aveva visti in casa Mauri; ma o non le venivano a mente, o li
ritrovava tutti inferiori a Vittorio. Però chi rassicurava che, ne'
sette giorni della sua assenza, la Matilde non avesse conosciuto
qualcuno, e non si fosse accesa subitamente di questo _incognito_?
Era una meschina scappatoia: pur l'Angelina facea di tutto per esserne
soddisfatta, e si infastidiva de' dubbî che ad ogni momento tornavano a
darle travaglio.
Il giorno appresso i suoi ospiti la fecero ricondurre in città in una
sontuosa carrozza, e adagiata sovra i morbidi guanciali di essa ella
lasciava libero il volo alla sua fantasia, e inebbriavasi ne' sogni
d'una felicità senza nube. Ma di tratto in tratto le si oscurava la
fronte come per cura molesta, e allora traeva dal taschino del suo
vestito la lettera della Matilde, e ne pesava ogni riga ed ogni parola,
cercando se di là donde le era venuta l'inquietudine, potesse venirle
il conforto. Fatica gettata: quel foglio non diceva nulla di più, e le
nuove letture non facevano che dar esca al fuoco.
Giunta in città, la prima persona ch'ella vide fu Vittorio. Egli
tornava a casa per l'ora del pranzo, e il romore delle ruote, e il
calpestio de' cavalli che s'appressavano, lo fecero trattenere un
istante sulla porta. Quando ravvisò l'Angelina, la sua fisonomia
manifestò il piacere grandissimo ch'egli aveva di rivederla, corse
sollecito ad aprir lo sportello della carrozza e con ambe le mani
l'aiutò a scendere.
— Finalmente siete ritornata.
— Finalmente? Se la mia assenza dura appena da una settimana!
— Ebbene: perdonate ai vostri amici, se loro è parsa tanto lunga. —
L'Angelina si fece rossa: pur quell'accoglienza la rendea giubbilante
e dissipava i suoi dubbî. Ascese frettolosamente le scale, e sul
pianerottolo trovò la Matilde e l'Amalia che le saltarono al collo,
baciandola e ribaciandola con vivissimo affetto. Volse alla Matilde uno
sguardo scrutatore, ma quella, portando l'indice al labbro, le accennò
che tacesse. Ricambiati i saluti col resto della famiglia, e in ispecie
con lo zio che l'abbracciò teneramente, salì un istante nella sua
stanza a mutar di vestito e a ravviarsi i capelli. Sul davanzale della
finestra, e precisamente tra i vetri e le persiane, vide un bicchiere
con entro la dalia che le aveva regalata Vittorio nove giorni addietro.
La dalia non è de' fiori che appassiscano più presto, ma quella lì, che
stava da una settimana nella medesima acqua, può immaginarsi se fosse
languida ed avvizzita. Pur non le bastò il cuore di gettarla via, la
prese delicatamente fra le dita, la mise in una tazza d'acqua fresca
che era sul tavolino, e stette qualche minuto a contemplarla. Poi diede
un'altra occhiata allo specchio, e scese nel salotto da pranzo. Dopo il
desinare, che trascorse più silenzioso del solito, e durante il quale
le diede argomento di novella inquietudine l'imbarazzo dei commensali,
e in ispecie di Vittorio e della Matilde, ritornò nella sua stanza,
seguita dalla cugina, e, non senza mostrare nella voce e nel gesto una
certa commozione, sedette presso di lei alla finestra a ricevere la
confidenza del suo segreto.
La Matilde, come accade sempre in tali casi, era tutta confusa e non
trovava la via di principiare: eppure era dinanzi alla sua amica,
alla sorella del suo cuore. Finalmente fece uno sforzo supremo, e con
mille perifrasi, e chinando il capo, e arrossendo, proferì la solenne
parola. Ella amava Vittorio. Da quando? Non saprebbe dirlo: forse dal
primo giorno che lo vide. Come se n'era accorta? Nemmen questo sapeva:
quell'amore le si era insinuato dolcemente nell'anima, l'aveva cinta
d'una rete invisibile, ed ora ella lo sentiva, nessun altro partito
le rimaneva che quello di subirne le leggi. E del resto perchè avrebbe
dovuto sottrarvisi? era forse indecoroso questo suo affetto? No, cerio.
O forse il gelido soffio del disinganno minacciava distruggere le sue
speranze? No, il cuore le diceva ch'ella era riamata.
Mentre la Matilde parlava, l'Angelina erasi fatta bianca come la
pezzuola che teneva alla bocca e che andava logorando coi denti: a
guisa di nuvole varie di forma e di tinta, che passano rapidissime
sopra un cielo tempestoso, le sensazioni più diverse s'erano dipinte
sul suo pallido volto. Sennonchè la pietà naturale alle anime gentili
come la sua prevaleva agli opposti affetti, e atteggiava la sua
fisonomia ad una espressione malinconica, eppur rassegnata, a un
cordoglio profondo, eppure scevro di acrimonia e di rancore. Però alle
ultime parole della Matilde le sue guance si colorarono lievemente, gli
occhi, volti a terra ed immobili, si sollevarono con trepida ansietà, e
con voce tenue ed incerta ella chiese:
— Ma quali prove hai tu del suo amore? —
Allora la Matilde cominciò una minuta descrizione di tutto ciò che
s'era passato fra lei e Vittorio sino dal giorno dell'arrivo di lui in
casa, e gli sguardi ricambiati, e le parole del giovane ora scherzose,
ora serie, ma sempre più che cortesi, e certe sue delicate attenzioni
che con le persone indifferenti certo non si usano, e di cui invece
egli era prodigo verso di lei. E disse come nell'ultima settimana
egli le si era mostrato più gentile che mai, e come l'aveva difesa
vivacemente in uno sciagurato diverbio nato una di quelle sere tra lei
e sua madre e sua sorella, e come essendosi ella rivolta a lui tutta
commossa e avendogli chiesto — _Mi proteggerete voi sempre?_ — egli le
avesse risposto — _Sempre_, — e strettale la mano con tanta effusione
che un senso ineffabile di voluttà le avea ricercato tutte le fibre.
Queste cose ella andava raccontando, ed altre che forse erano inezie,
ma che sommate insieme non facea maraviglia se aveano turbato il suo
cuor di fanciulla.
L'Angelina, che in sul principio pareva racconsolata, vedendo che
non si trattava di una seria e formale dichiarazione d'amore, ma
solo di comuni galanterie, era a poco a poco ricaduta nel primiero
abbattimento. Vittorio, ben è vero, non aveva detto nulla d'esplicito
alla Matilde: ma a _lei_ che cosa avea detto di più? Con qual titolo,
con qual diritto poteva ella opporsi alla felicità dell'amica? Forse
perchè Vittorio in un momento d'espansione le aveva regalato un flore,
forse perchè le aveva sorriso al ritorno, o perchè le aveva declamati
i suoi versi, o perchè le avea confidato le cure e i dolori della sua
fanciullezza? O doveva ella architettare un inganno per disingannare la
Matilde, e sforzare le tinte, e dir ciò che non era? O con un eccesso
di franchezza strappare il velo che nascondeva a lei medesima i segreti
del suo cuore, e proclamarsi amante di Vittorio e dichiarar guerra alla
sua rivale? Ciò rifuggiva affatto dal carattere dell'Angelina. Ella era
energica sì, ma solo nell'effettuazione del bene; operava risolutamente
quelle cose soltanto, della cui bontà non avea dubbio alcuno
nell'animo. E poi troppo era aliena dalle violente manifestazioni de'
suoi sentimenti. Per lei anche la passione più viva doveva avere la
sua verecondia e non fare sfoggio di sè agli occhi del mondo. Inoltre
quello ch'ella soffriva le facea presupporre ciò che avrebbe sofferto
la Matilde in condizione uguale alla sua, ed ella, avvezza alla parte
pietosa del Cireneo, non sapeva risolversi a far pesare sovra un'altra
i proprî dolori.
Pur non si ristette dall'ammonire la Matilde. — Bada — le diceva — di
non t'illudere, di non fabbricarti un mondo che svanisca ad un soffio
come una bolla di sapone. Gli uomini, vedi, si trastullano molte volte
con noi, ci pigliano per il passatempo di una giornata, d'un'ora, e
mentre, senz'accorgersene forse, gettano nel nostro cuore il seme d'una
di quelle passioni che durano tutta la vita, pensano a nuove galanterie
e a nuovi trionfi.
— Oh! no, — sclamava la Matilde interrompendola; — sarebbe troppo
crudele. Vittorio non può esser fatto così.... Oh! quando tu la
proverai, Angelina, quando tu la proverai questa febbre d'amore (chè
non devi sperar di scamparne, bella e seducente come tu sei), quando
uno sguardo appassionato t'avrà fatto battere il cuore d'un battito
nuovo, t'avrà aperto lo spiraglio di non più visti orizzonti, oh!
allora tu intenderai che cosa sia il timore di veder dileguarsi ad un
tratto tutte le proprie speranze... Oh! non dev'essere permesso. Ci
dev'essere una legge del cuore che lo vieta agli onesti.... E Vittorio
è onesto, sai.... —
E così dicendo si mise una mano sugli occhi rattenendo a stento i
singhiozzi.
L'Angelina le si fece più presso, e, curvata innanzi sulla seggiola di
lei, rimosse dolcemente quella mano che le facea velo alle pupille, e
la guardò fisa, e con un accento pieno di tenerezza le chiese:
— Ma l'ami tu veramente? —
— Oh! se l'amo! — rispose la Matilde unendo le palme, e levando gli
occhi al cielo. E soggiunse, a compire le rivelazioni che lo aveva
fatte prima: — Senti, Angelina, io in questa casa non ci posso più
stare. E dal dì che Vittorio mi lasciò intravvedere la sua simpatia per
me, una speranza dolcissima mi si pose nell'anima, quella d'uscire di
qui, ove mi si vuole inutile e uggiosa, per entrare in una famiglia ove
potrò farmi amare, ove potrò esser buona a qualcosa. Le tue virtù io
non le possiedo; io non sono al pari di te un angelo di rassegnazione
e di sacrifizio.... Qui divento cattiva, ma se Vittorio mi farà sua,
se mi sarà consentita la nobile attività della madre di famiglia....
oh! te lo giuro, Angelina, che mi ricorderò del tuo esempio, e sarò
degna di te.... Tu m'aiuterai a correggermi de' miei difetti, Angelina,
tu mi trarrai da quest'angoscia, non è vero? tu parlerai a Vittorio,
gli dirai quello ch'io soffro.... Non negarmelo, Angelina mia; le tue
parole possono avere un gran peso, perchè se v'ha persona ch'_egli_
stimi grandemente, tu sei quella.... Oh! se si compissero i miei sogni,
— soggiunse quindi nell'atto di chi segue un'idea vagheggiata dalla
fantasia, — potremmo esser tutti felici! Sì: perchè tu verresti a stare
con noi, ed io vorrei usarti un'ospitalità da regina per renderti in
parte almeno il bene che tu m'hai fatto.... Ma, che cos'hai, Angelina,
che piangi così?... —
E infatti l'Angelina piangeva. Aveva frenato la sua commozione nel
ricevere la confidenza d'un amore che dissipava tante sue dolci
speranze, aveva serbato la calma, mentre la Matilde la scongiurava di
parlare a Vittorio in favore di lei; ma quando la inconscia fanciulla
venne ad offrirle l'ospitalità nella futura sua casa, sentì scoppiarsi
il cuore e inondarsi il viso di lagrime. Temè d'essersi tradita, ma per
buona ventura la Matilde aveva pigliato la cosa in tutt'altro senso, e
le disse:
— Tu sei commossa, Angelina, sei commossa per me, non è vero? — E
così dicendo s'era abbandonata fra le braccia della cugina, e le due
giovinette piansero insieme. L'Angelina ruppe il silenzio la prima.
— Acquetati, Matilde, prendi un po' di riposo; domani riparleremo
a miglior agio, ora è tardi, io sono un po' stanca.... a domattina,
sai....
— Ma dunque non mi prometti nulla? Vuoi abbandonarmi?
— Oh! Matilde, dubiteresti di me?
— Giammai, giammai, — rispose la Matilde con un accento convinto, che
scosse profondamente l'Angelina.
In quella sonarono le dieci; chè il colloquio delle due giovinette
aveva durato più di quattr'ore, e, senza che se ne avvedessero, le avea
sopraggiunte la sera. Era una bella e limpida notte di agosto: l'aura
olezzante di caprifoglio e d'acacia entrava per le finestre spalancate,
la luna nel pieno suo disco tenea luogo di ogni altra face. Le due
ragazze si alzarono in silenzio, e l'Angelina, ch'era un po' all'ombra,
tenea fise le pupille nella Matilde, il cui volto era rischiarato
dalla luce fredda e scintillante ad un tempo che inondava la stanza. Ed
era egli realmente un effetto di luce che la trasfigurava così, o era
il soffio creatore della passione? L'Angelina non l'aveva mai veduta
sì bella, e, tali sono le contraddizioni del cuore umano, ella, già
quasi deliberata all'estremo dei sacrificî, pur tremava che Vittorio
entrasse in quel punto e fosse colpito dalle grazie peregrine della sua
rivale. La ricondusse fino alla soglia e poi si trascinò al suo letto,
come glielo concedevano le forze stremate e lo spirito agitatissimo,
e si gettò boccone sulla sponda celandosi il volto fra le mani, e
tentando raccogliere i suoi pensieri. Ma non le venne fatto, e si alzò
nuovamente, e si approssimò alla finestra per prendervi una boccata
d'aria: guardò il cielo limpidissimo e la campagna rischiarata dalla
luna e la tremula striscia del fiume che si perdeva nella pianura, udì
il sibilo acuto della strada ferrata che solcava i campi lontani, e
il gracchiare della stridula cicala tra le foglie degli alberi, e il
gemito amoroso della colombella sotto la gronda ospitale, aspirò il
profumo dei fiori che confidano alla notte i loro segreti, sentì il
concerto armonioso che governa il creato, e non sorrise, e non pianse,
e non disse parola. Poi si staccò dal balcone come se vi soffocasse,
e rientrando nella stanza urtò col gomito nel tavolino: qualche cosa
ne cadde e si ruppe. Si chinò al suolo e la sua mano toccò frantumi
di vetro ed un fiore. Era appunto la dalia, a cui ella poche ore prima
aveva voluto prolungar l'esistenza, era la dalia che a lei significava
amore e speranza. L'Angelina non era superstiziosa, ma le parve che
quella tazza in frantumi, che quel fiore caduto, volessero dirle: —
Destati: il tuo sogno è finito. — Rizzossi in piedi, e stette qualche
minuto a contemplare gli avanzi della sua cara illusione, come si
contemplano le rovine d'un antico edifizio; indi si lasciò cadere sopra
una seggiola, e proruppe in dirottissimo pianto. In quel punto s'intese
qualcuno salir con rapido passo la scala, zufolando uno de' più
popolari motivi del _Ballo in maschera_. Era Vittorio che ritornava dal
teatro. L'Angelina involontariamente sollevò il capo e tese l'orecchio.
Ma non sentì altro che aprirsi e richiudersi l'uscio della stanza di
Vittorio: in un istante tutto era tornato nel silenzio di prima.

IX.
Eppure Vittorio non era un libertino volgare che si compiace del male
che fa intorno a sè: era un poco leggiero, un po' spensierato, e non
altro. Egli andava lieto di destare la simpatia delle due cugine,
e forse anco di suscitare un senso di rivalità fra di loro; ma non
supponeva nemmeno che quella simpatia dovesse mutarsi in amore, ma
credeva, ed era questo il suo inganno, che due cuori inesperti di
giovinette potessero arrestarsi a tempo sullo sdrucciolevole terreno,
sul quale egli medesimo le aveva poste. Era però tanto accorto da
avvedersi ormai dell'errore commesso, e l'avvenuto di quegli ultimi
giorni gli era stato una rivelazione. Bisognava assolutamente ch'egli,
pur rimanendo cortese, si ristesse dalle soverchie assiduità verso la
Matilde per non dar pascolo a funeste illusioni. O forse non sarebbe
stato conveniente di venire a dirittura a una spiegazione franca e
sincera, e chiarire alla giovinetta com'egli intendeva di essere
buon amico e nulla di più? Gli balenò alla mente anche l'idea di
incaricare del delicato messaggio l'Angelina, ch'era d'indole così
buona e discreta: poi se ne ricredette, e giudicò miglior consiglio di
non appigliarsi a un troppo precipitoso partito, e di stornare invece
adagino adagino il pericolo. Finalmente si soffermò a indagare un poco
i segreti del suo cuore. In quell'arrisicato gioco d'equilibrio, a
cui s'era messo per solo istinto di giovanile galanterìa, era egli ben
certo di non avere piegato nè da una parte, nè dall'altra? Era certo
di essere così scevro d'ogni occupazione seria dell'animo, com'era
per lo addietro? In verità non faceva d'uopo d'un lungo esame per
accertarsi che nessuna passione violenta s'era impadronita di lui. Non
c'è pericolo che chi domanda a sè stesso: — Sono innamorato? — sia sul
punto d'impazzir per amore. Ma che cosa volete? Quelle due immagini
di donne, di così diversa bellezza, eppur entrambe sì belle, non gli
volevano uscir dallo spirito. E mezzo assopito com'era, cedendo alla
vanità naturale del suo carattere, gli sembrava di essere il pastore
dell'Ida in mezzo alle Dee: e quando gli passava innanzi la Matilde
gaia, espansiva, con le pupille nere e i neri capelli che spiccavano
sulla sua carnagione bianchissima, egli stava lì per darle la palma;
ma poi più contegnosa nella gioia, più composta nella malinconia e gli
occhi pieni di pensiero e d'affetto gli si affacciava l'Angelina, ed
era un fascino irresistibile che lo attraeva verso di lei. Qual fosse
la catena che vincolava la libertà de' suoi movimenti, non avrebbe
saputo dirlo egli stesso: pur libero affatto non era, pur non era
uscito della mischia senza ferita. E quanto più mulinava il modo di
rompere quei fili invisibili, tanto più il suo pensiero vi si smarriva
e le contraddizioni del suo carattere gli suscitavano mille difficoltà
imprevedute. Così nulla concludendo, finì coll'addormentarsi e col
rimandare al mattino la soluzione dell'arduo problema.
Neppur la Matilde passò la più placida notte del mondo. La repentina
violenza della sua passione le avea messo la febbre addosso, ed ella
si rivoltolava tra le coltri senza poter chiudere occhio. A' dubbî
suscitati dall'Angelina non voleva badare affatto, ma contro sua
voglia essi ritornavano a molestarla come la mosca importuna che par si
compiaccia nell'infastidirvi. Non era forse vero ch'ella aveva troppo
rapidamente aperto il cuore alla speranza, e che supponeva in Vittorio
un affetto, di cui egli non le aveva dato nessuna valida prova? E
bisognava pur venirne a capo e sapere a che cosa attenersi. Ma qui il
timore di una verità incresciosa la disanimava dal far più profonde
indagini; ed ella preferiva lasciar parlare la voce del cuore, che le
diceva: — Non è possibile ch'egli non ti ami. — Strano a pensarsi: in
mezzo a' suoi dubbî non le venne mai quello che l'Angelina potesse
amar ella Vittorio; è la più semplice ipotesi che ultima s'affaccia
allo spirito. Ma v'era anche un altro motivo che sviava la sua fantasia
da questa supposizione. L'Angelina aveva tanto avvezza la famiglia al
sacrifizio di sè, da non lasciar nemmen campo all'idea ch'ella potesse
opporsi come un ostacolo alla felicità altrui. Il mondo è fatto così.
A chi opera il bene una volta tanto piovono le lodi e le testimonianze
di riconoscenza; ma quando il praticare il benefizio diventa una
consuetudine della vita, diventa del pari una consuetudine pel
beneficato il riceverlo: non si tien conto all'uomo delle buone azioni
che ha fatto, ma si biasima acremente di quelle ch'egli non volle o
non seppe compiere: l'annegazione, che per gli altri è una virtù, per
lui è un dovere. In questa maniera, se la Matilde avesse supposto che
il povero cuore dell'Angelina osava battere degli stessi battiti suoi,
e che a lei, derelitta nel vasto universo, balenava il desiderio d'un
nuovo affetto, d'una nuova esistenza, ella non avrebbe lasciato certo
di chiamarla ingrata e cattiva. Ma non vi pensava, e del modo col quale
l'Angelina avea accolto le sue rivelazioni, accagionava la maraviglia
e null'altro, e non metteva in dubbio che in lei avrebbe trovato una
discreta confidente, un efficace strumento dell'amor suo.
Sfortunata Angelina! Ella era rimasta lungamente nella posizione,
in cui l'abbiamo lasciata, dinanzi al suo tavolino, dinanzi alla sua
tazza infranta, alla sua dalia appassita; aveva intesa, e l'era parsa
una crudele ironìa, la voce di Vittorio che canticchiava mentr'ella
piangeva, e sentiva pesarle tremenda sull'anima l'inesorabilità del
destino. Qual'era stata la sua vita da due anni in qua? Un sacrifizio
continuo d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni minuto. Ella aveva diviso
il suo pane con gli altri; aveva con l'opera sua servito ad alimentare
la vanità di due donne sciocche e bisbetiche, quali erano la signora
Clara e la Nella; aveva forzato il labbro al sorriso per rasserenare la
fronte annuvolata del suo povero zio; erasi acconciata con lieto animo
alle privazioni, e mai non l'era sfuggita una parola di rimprovero,
e mai un lamento. E che ne aveva ella avuto in ricambio? Da alcuni
la indifferenza superba, dagli altri quell'amore egoista ch'è largo
soltanto di carezze e di smorfie, ch'è sempre pronto a chiedere e
restìo sempre ad offrire. Ed ora, a suggellare tanti suoi sacrifizî,
le si domandava di rinunziare alla speranza onde la vita è bella a
vent'anni, alla speranza d'essere amata! Ed era la Matilde, l'amica
sua prediletta che glielo chiedeva, come a renderle più arduo il
rifiuto, era essa che distruggeva il primo sogno di felicità ch'ella
aveva formato in due anni! Era dunque scritto lassù ch'ella, povera
sfortunata, non dovesse aspirare a cosa alcuna nel mondo, e immolarsi
sempre, e morire! Sì; un vago presentimento di morte andavasi
insinuando a poco a poco nell'animo dell'Angelina. Con l'ultimo
olocausto ch'ella si apprestava ad offrire, sentiva che le sarebbero
venute meno le forze, che la spossatezza si sarebbe resa signora di
lei. Ebbene! questo pensiero della morte, questa idea di sottrarsi per
sempre ai disinganni ed alle lusinghe, le metteva una calma infinita
nell'anima e la persuadeva, quasi senza ch'ella se ne avvedesse, alla
novella prova d'annegazione ch'era domandata al suo cuore. No; la
Matilde non avrebbe avuto a dolersi di lei: ella avrebbe soffocati i
suoi sentimenti, e quanto possedea d'eloquenza e d'affetto lo avrebbe
speso a commovere Vittorio in favore della cugina. Una risoluzione
presa, col deliberato proposito di mantenerla, ridona, almeno per
qualche istante, la calma allo spirito. Così l'Angelina, poichè si
fu acquetata in questo partito, riebbe un poco dell'antico vigore.
Benchè fosse innanzi nella notte e la luna accennasse al tramonto, e
qua e là nella campagna cominciasse a ridestarsi la vita che precede
i primissimi albori; ella chiuse le imposte, e si gettò sul letto
cercandovi il sonno. L'ospite invocato non venne, ma venne invece
quell'assopimento, che, se anche non ristora le forze, calma, attutisce
l'agitazione morale, quell'assopimento che non sospende la volontà, ma
ne diminuisce gli effetti. L'Angelina vide la luce del giorno entrare
nella sua stanza attraverso le imposte, intese come in un confuso
ronzìo l'orologio della torre vicina battere successivamente le sette,
le otto, le nove; ma la spossatezza delle membra le fece richiudere le
palpebre e voltarsi da un altro lato. Una vocina squillante la scosse
da quella specie d'incubo che la teneva inchiodata sulla coltrice. Era
la piccola Amalia che aveva messo pian piano la testa per lo spiraglio
dell'uscio, e battendo le mani con aria di infantile importanza,
proruppe:
— Ah! bellissima. Stamane mi tocca far lo svegliarino della famiglia.
La Matilde dorme, Vittorio non s'è ancora visto fuori di stanza, e
tu, che sei sempre in piedi innanzi degli altri, nemmeno ti sogni
d'alzarti.
— Sii buona, — rispose l'Angelina, che fin dalle prime parole
aveva dato segno d'esser desta; — aprimi le imposte e fa un po' da
donnina. —
L'Amalia eseguì prontissima l'ordine avuto; ma, quando l'aria e la luce
ebbero inondata la stanza, si avvide del disordine insolito che v'era,
ed esclamò ridendo:
— O che hai fatto baruffa col gatto stanotte? Guarda un po'....
un bicchiere in pezzi.... una dalia per terra che pare un pollo
spennacchiato, e tutto _sans dessus dessous_, come direbbe la mia
maestra di francese. —
L'Angelina si sforzò di far il viso ridente, e soggiunse:
— Orsù, poichè stamane sei una persona tanto assestata, metti un po' di
regola in questo _caos_. —
La fanciulla seria seria s'accinse al suo ufficio.... Rimise al posto
il tavolino e le sedie, prese fra la punta del pollice e dell'indice
i pezzi del bicchiere infranto, e li raccolse sul davanzale della
finestra; poi si pose a esaminare gravemente la dalia, e volgendosi
all'An- gelina disse:
— E questa? —
L'Angelina fece uno sforzo, poi rispose:
— Buttala via.
— Guarda, guarda, l'è quella stessa che ti regalò Vittorio tante sere
fa.... Glielo dirò io che bel fine ha fatto il suo fiore, — soggiunse