Olanda - 02

apersero le dighe, il mare irruppe e distruggendo in un giorno il lavoro
di quattro secoli riformò il golfo del medio evo. Finita la guerra
d'indipendenza, si ricominciarono i lavori di prosciugamento, e dopo
trecento anni la Fiandra Zelandese risalutò il sole e fu restituita al
continente, come una figliuola risorta. Così in Olanda le terre sorgono,
spariscono e riappaiono, a somiglianza dei regni delle novelle arabe, al
tocco delle verghe dei maghi. La Fiandra Zelandese, divisa dalla Fiandra
Belga dalla doppia barriera politica e religiosa, e separata dall'Olanda
dalla Schelda, conserva i costumi, le credenze, l'impronta intatta del
sedicesimo secolo. Le tradizioni della guerra contro la Spagna vi sono
ancora vive e parlanti come d'un avvenimento del tempo. La terra è
fertile, gli abitanti godono d'una prosperità straordinaria, hanno
costumi severi, scuole, stamperie, e vivono così in pace nel loro
frammento di patria rinata ieri, fino al giorno che il mare non la
ridomandi per una terza sepoltura. Un Belga, mio compagno di viaggio,
che mi diede queste notizie, mi fece osservare giustamente che gli
abitanti della Fiandra Zelandese, quando inondarono le loro terre,
benchè già sollevati contro la dominazione spagnuola, erano ancora
cattolici, e che per conseguenza era seguìto a quella provincia lo
strano caso di sprofondarsi nelle acque cattolica, e di tornare a galla
protestante.
Il bastimento, con mia grande meraviglia, invece di continuare a
discendere la Schelda per girare intorno all'isola di Zuid-Beveland,
arrivato a un certo punto, entrò nell'isola infilando uno stretto
canale, che l'attraversa da un capo all'altro, o meglio la spacca in
due, e congiunge così i due bracci del fiume, che formano l'isola
stessa.
Era il primo canale olandese per il quale passavo: fu un'impressione
nuova. Il canale è fiancheggiato da due alto dighe che nascondono la
campagna; il bastimento scorreva così quasi di soppiatto, come se avesse
preso quella via traversa per riuscire improvvisamente alle spalle di
qualcuno; e come non v'era una barca nel canale nè un'anima viva sulle
dighe, la solitudine e il silenzio davano ancor meglio a quella corsa
nascosta l'aria d'un tradimento da pirati.
Uscendo dal canale, si entrò nel braccio orientale della Schelda.
Eravamo nel cuore della Zelanda. A destra avevamo l'isola di Tholen, a
sinistra l'isola di Noord-Beveland, dietro quella di Zuid-Beveland,
dinanzi quella di Schouwen. Fuori che l'isola di Valcheren, si vedevano
tutte le principali isole dell'arcipelago misterioso.
Ma in questo consiste il mistero: quelle isole non si vedevano,
s'indovinavano. A destra e a sinistra del fiume larghissimo, davanti e
dietro al bastimento, non si vedeva che la linea diritta delle dighe,
come una striscia verde a fior d'acqua, e dietro questa striscia, qua e
là, cime d'alberi, punte di campanili, comignoli rossi di tetti, che
pareva facessero capolino per vederci passare. Non una collina, non un
rialto di terra, non una casa scoperta da nessuna parte: tutto era
nascosto, tutto pareva immerso nell'acqua; si sarebbe detto che quelle
isole erano sul punto d'esser sepolte dal fiume e si guardava ora l'una
ora l'altra come per assicurarsi che c'erano ancora. Pareva di
attraversare un paese nel giorno del diluvio e si provava un piacere a
pensare che si era sur un bastimento. Di tratto in tratto il bastimento
si arrestava e qualche passeggiero zelandese scendeva in una barca che
si dirigeva verso la riva. Benchè fossi curioso anch'io di visitare la
Zelanda, pure guardavo quella gente con un certo sentimento di
compassione, come se quelle che parevano isole non fossero che balene
mostruose, che si dovessero sprofondare nell'acqua all'avvicinarsi della
barca.
Il capitano di bastimento, olandese, passandomi accanto, si soffermò a
guardare una piccola carta della Zelanda che avevo tra le mani; io
afferrai l'occasione pel ciuffo e lo tempestai di domande. Per mia
fortuna m'ero imbattuto in uno di quei pochi Olandesi che hanno comune
con noi Latini la debolezza di amar il suono della propria voce.
"Qui, in Zelanda," mi disse colla serietà d'un maestro che fa la
lezione, "le dighe, più ancora che nelle altre provincie, sono quistione
di vita o di morte. A marea alta tutta la Zelanda rimane al di sotto
delle acque. A ogni diga che si rompesse, sparirebbe un'isola. E il
guaio è che qui la diga non deve soltanto resistere all'urto diretto
dell'onda; ma ad un'altra forza anche più pericolosa. I fiumi si gettano
verso il mare, il mare si getta contro i fiumi, e in questa lotta
continua, si formano delle correnti basse che rodono la base delle
dighe, sin che le fanno sprofondare tutt'a un tratto, come farebbe una
mina ad un muro. Gli Zelandesi debbono stare continuamente all'erta.
Quando una diga è in pericolo, ne fanno un'altra più addentro, e
aspettano l'assalto delle acque dietro a questa, e così guadagnan tempo,
e o rifanno la prima diga, o continuano a dare addietro di fortezza in
fortezza, o la corrente si svia e son salvi."
"E non potrebbe darsi," domandai sempre avido di notizie poetiche, "che
un giorno la Zelanda non esistesse più?"
"Tutto il contrario," mi rispose con mio rammarico; "può venire il
giorno in cui la Zelanda non sia più arcipelago ma terraferma. La
Schelda e la Mosa portano continuamente limo che rimane in fondo ai
bracci del mare e che alzandosi a poco a poco ingrandisce le isole e
chiude nella terra città e villaggi ch'erano sulla riva e avevano i loro
porti. Axel, Goes, Veere, Arnemiuden, Middelburg, erano città marittime
e ora sono città di terra. Verrà dunque un giorno in cui fra le isole
della Zelanda non passeranno più che le acque dei fiumi e si stenderà
una rete di strade ferrate su tutto il paese, che sarà congiunto al
continente, come gli è già congiunta l'isola di Zuid-Beveland. La
Zelanda, nella lotta col mare, ingrandisce. Il mare potrà riuscire a
qualche cosa dalle altre parti dell'Olanda; ma qui ha la peggio. Lei
conosce lo stemma della Zelanda: è un leone che nuota e vi è scritto su:
_Luctor et emergo_."
Qui rimase qualche momento senza parlare e gli brillava negli occhi un
barlume d'alterezza che si estinse subito; poi ricominciò colla gravità
di prima:
"_Emergo_; ma non emerse sempre. Tutte le isole della Zelanda, una dopo
l'altra, dormirono per più o men tempo sott'acqua. Tre secoli fa l'isola
di Schouwen fu inondata dal mare, che annegò abitanti e bestiami da un
capo all'altro e la ridusse un deserto. L'isola di Noord-Beveland fu
sommersa tutta intera poco tempo dopo, e per parecchi anni non si videro
più che le punte dei campanili fuor dell'acqua. L'isola di Zuid-Beveland
ebbe la stessa sorte verso la metà del quattordicesimo secolo. L'isola
di Tholen, la stessa sorte in questo medesimo secolo, nel 1825. L'isola
di Walcheren la stessa sorte nel 1808, e nella città di Middelburg, sua
città capitale, lontana parecchie miglia dalla costa, ci fu l'acqua sino
ai tetti."
A sentir sempre parlar d'acqua, d'inondazioni, di paesi sommersi, ero
ridotto che mi pareva strano di non essere ancora annegato. Domandai al
capitano che gente fosse quella che stava in quei paesi invisibili,
coll'acqua sotto i piedi e sopra la testa.
"Agricoltori e pastori," mi rispose. "Noi diciamo che la Zelanda è un
gruppo di fortezze difese da un presidio di agricoltori e di pastori. In
fatto d'agricoltura la Zelanda è la provincia più ricca dei Paesi Bassi.
La terra d'alluvione di queste isole è d'una fertilità meravigliosa. Il
frumento, la colza, la robbia, il lino vi fanno come in pochissimi altri
paesi. Vi sono dei bestiami stupendi e dei cavalli colossali, più grandi
ancora che i cavalli fiamminghi. Il popolo è bello e forte, conserva i
suoi costumi antichi e vive contento nella sua prosperità e nella sua
pace. La Zelanda è un paradiso nascosto."
Mentre il capitano mi faceva questo discorso, il bastimento entrava nel
canale di Keete che divide l'isola di Tholen dall'isola di Schouwen,
famoso per il guado che vi fecero gli Spagnuoli nel 1575 com'è famoso il
braccio orientale della Schelda per il guado del 1572. Tutta la Zelanda
è piena di memorie di quella guerra. Questo piccolo arcipelago di
sabbia, mezzo sepolto nel mare, per le particolari corrispondenze che vi
riteneva Guglielmo d'Orange, antico signore di molte terre nelle isole,
e per gl'impedimenti d'ogni natura che opponeva agl'invasori, era il
focolare della guerra e dell'eresia, e il Duca d'Alba smaniava
d'impadronirsene. Quindi seguirono su quelle rive delle lotte accanite,
che riunivano tutti gli orrori delle battaglie di terra e delle
battaglie di mare. I soldati guadavano i canali di notte, stretti gli
uni agli altri, coll'acqua alla gola, minacciati dalla marea, flagellati
dalla pioggia, fulminati dalle rive; i cavalli e le artiglierie
affondavano nel fango; i feriti eran travolti dalla corrente o sepolti
vivi nelle fitte; l'aria suonava di voci tedesche, spagnuole, italiane,
fiamminghe, vallone, le fiaccole illuminavano qua e là i grandi
archibugi, i pennacchi pomposi, i volti strani, e le battaglie parevano
funerali fantastici; ed erano davvero i funerali della grande monarchia
spagnuola che s'annegava lentamente nell'acque dell'Olanda, coperta di
maledizioni e di fango. Chi ha peccato di soverchia tenerezza per la
Spagna, se vuol fare ammenda, non ha che da andare in Olanda. Non ci son
forse mai stati due popoli che avessero un maggior numero di buone
ragioni per detestarsi con tutta la forza dell'anima, e che abbian fatto
valere più rabbiosamente tutte queste buone ragioni. Mi ricordo, per
notare uno solo dei mille contrasti, dell'impressione che mi faceva
l'udir parlare di Filippo II in termini così diversi da quelli in cui ne
avevo inteso parlare pochi mesi prima di là dai Pirenei. In Spagna il
meno che se ne dicesse era _gran re_; in Olanda, _tiranno vigliacco_.
Il bastimento entrò fra l'isola di Schouwen e la piccola isola di San
Philipsland, e in pochi minuti sboccò nel largo braccio della Mosa,
chiamato Krammer, che divide l'isola di Overflakkee dal continente.
Pareva di navigare per una catena di grandi laghi. Le rive eran lontane
e presentavano ancora l'aspetto delle rive della Schelda: dighe a
perdita d'occhio, dietro le dighe cime d'alberi, punte di campanili e
tetti di case nascoste, che davano al paesaggio un'aria di mistero e di
solitudine. Solamente su qualche sporgenza delle rive, che formava quasi
una breccia negli immensi bastioni delle isole, si vedeva come un
bozzetto di paesaggio olandese, una casetta colorita, un mulino a vento,
una barca, che parevano la rivelazione d'un segreto, fatta per destare
la curiosità dei viaggiatori, e deluderla, appena desta.
Tutt'a un tratto avvicinandomi alla prora del bastimento, dove sono le
terze classi, feci una gratissima scoperta. V'era un gruppo di
contadini, uomini e donne, vestiti alla zelandese, non ricordo di quale
isola, poichè il costume cangia da isola a isola, come cangia il
dialetto, che è un misto d'olandese e di fiammingo, se pure si può dir
così di due linguaggi che non hanno che piccolissime differenze. Gli
uomini erano tutti vestiti ad un modo. Avevano un cappello di feltro,
rotondo, con un gran nastro ricamato; una giacchetta di panno scuro,
stretta, corta da coprire appena il fianco, aperta in modo da lasciar
vedere una specie di panciotto listato di rosso, giallo e verde, chiuso
sul petto da una fila di bottoni d'argento l'uno che toccava l'altro,
come gli anelli d'una catena; un paio di mezzi calzoni di panno, del
colore della giacchetta, stretti intorno alla vita da una cintura munita
d'una gran borchia d'argento cesellata; e infine la cravatta rossa e le
calze di lana fino al ginocchio. In somma, un po' preti dalla cintura in
giù, e dalla cintura in su un po' arlecchini. Uno di essi aveva per
bottoni delle monete: uso assai comune. Le donne avevano un cappello di
paglia della forma d'un cono tronco, altissimo, che pareva un
secchiolino rovesciato, intorno al quale svolazzavano dei larghi nastri
azzurri; una veste di color scuro aperta sul petto che lasciava vedere
una camicia bianca ricamata; le braccia nude dal gomito in giù; e due
enormi orecchini d'oro o dorati di varie forme stravaganti, che
sporgevano innanzi fin sulle guancie. Per quanto mi sforzassi di fare
come fa Vittor Ugo in viaggio, _di ammirar tutto come un bruto_, non
riuscii a persuadermi che quelle foggie di vestire fossero belle. Ma a
questa sorta di contrarietà ero preparato. Sapevo che in Olanda ci si va
per vedere del nuovo più che del bello, e del buono altrettanto che del
nuovo; e perciò m'ero predisposto più all'osservazione che
all'entusiasmo. E di quella prima impressione poco grata al mio gusto
pittoresco, mi confortai pensando che quei contadini sapevano certamente
tutti leggere e scrivere, che forse la sera prima avevano studiato a
memoria una canzone del loro grande poeta Jacob Catz, e che
probabilmente si recavano col loro bravo programma in tasca a qualche
convegno rurale, dove avrebbero preso la parola per confutare cogli
argomenti della loro modesta esperienza le proposte d'un dotto agronomo
di Goes o di Middelburg. Ludovico Guicciardini, gentiluomo fiorentino,
autore d'una bell'opera sui Paesi Bassi, stampata in Anversa nel secolo
XVI, dice che in Zelanda non v'è quasi uomo nè donna che parli francese
e spagnuolo, e che moltissimi parlano italiano. Questa che forse era una
esagerazione anche ai suoi tempi, sarebbe, detta ora, una favola; ma è
certo però che fra gli abitanti della campagna zelandese si trova una
cultura intellettuale straordinaria, superiore a quella dei contadini
francesi, belgi e tedeschi, e a quella di molte altre provincie
dell'Olanda.
Il bastimento girò intorno all'isola di San Philipsland e ci trovammo
fuori della Zelanda.
Così questa provincia misteriosa prima che ci entrassimo, ci parve anche
più misteriosa quando ne fummo usciti. L'avevamo attraversata e non
l'avevamo vista; ci eravamo entrati e ne uscivamo colla medesima
curiosità. La sola cosa che avevamo veduta era che la Zelanda è una
provincia che non si vede. Ma s'ingannerebbe però chi credesse che sia
un paese misterioso per la sola ragione che è un paese nascosto. Tutto,
in Zelanda, è mistero. Prima d'ogni altra cosa, come s'è formata? Era un
gruppo di piccolissime isole d'alluvione, non separate che da canali, e
disabitate, le quali, come credono alcuni, si son riunite e han formato
isole maggiori? o era, come credono altri, terraferma, quando la
Schelda s'andava a versare nella Mosa? Ma lasciando anche stare
l'origine, in che altro paese del mondo seguono le cose che seguono in
Zelanda? In che paese i pescatori pigliano colle reti una sirena, e il
marito dopo averla domandata invano piangendo, getta, per vendicarsi, un
pugno di sabbia, profetando che quella sabbia colmerà i porti delle
città, e la profezia s'avvera? In che paese, come sulle rive dell'isola
di Walcheren, le anime dei morti smarrite nel mare, vanno a svegliare i
pescatori per farsi condurre in barca alle coste d'Inghilterra? In che
paese le tempeste del mare portano, come sulle rive dell'isola di
Schouwen, dei cadaveri rapiti al polo, mostri metà uomo e metà barca,
mummie vestite d'un tronco d'albero che nuota; e se ne può ancora veder
uno nella casa municipale di Zierikzee? In che paese, come presso
Wemeldinge, avviene che un uomo cada a capofitto in un canale, vi resti
immerso un'ora, ci vegga la moglie e il figliuolo morti che lo chiamano
dal paradiso, e ne sia estratto vivo e racconti il prodigio a Vittor
Ugo, che lo tiene per vero e lo commenta, concludendo che l'anima può
uscire per qualche tempo dal corpo e poi ritornarci? In che paese come
presso Domburg, si pescano, a marea bassa, dei tempii antichi, e delle
statue di divinità sconosciute? In che paese, come a Wemeldinge, la
spada d'un capitano spagnuolo, Mondragone, serve di parafulmine a una
torre? In che paese, come nell'isola di Schouwen, le donne infedeli si
fanno passeggiare nude nate per le strade della città, con due pietre
appese al collo e un cilindro di ferro sulla testa? Andiamo,
quest'ultima meraviglia non si vede più; ma le pietre esistono ancora e
ognuno le può vedere nella casa municipale di Brauwershaven.
Il bastimento entrò in quella parte del braccio meridionale della Mosa
che si chiama Volkerak; la scena era sempre la stessa: dighe e poi
dighe, punte di campanili e case nascoste, qualche bastimento qua e là;
una sola cosa era cangiata, il cielo.
Vidi allora per la prima volta il cielo olandese nel suo aspetto
ordinario, e assistetti a una di quelle battaglie di luce, proprie dei
Paesi Bassi, che i grandi paesisti d'Olanda ritrassero con una efficacia
insuperabile. Fino allora il cielo era stato sereno, era una bella
giornata d'estate, le acque azzurre, le rive verdissime, l'aria calda e
non un fiato di vento. Tutt'ad un tratto, una nuvola densa nascose il
sole, e in men che non si dice, ogni cosa cambiò aspetto in una maniera
da far pensare che si fosse cangiato tutt'a un tratto di stagione,
d'ora, di latitudine. Le acque diventaron cupe, il verde delle rive si
fece smorto, l'orizzonte si nascose dietro un velo grigio, ogni cosa
apparve come circonfusa d'una luce crepuscolare che ne sfumava i
contorni, e si levò una brezza maligna che metteva freddo nelle ossa.
Pareva d'essere in dicembre, si sentiva l'uggia dell'inverno e
quell'inquietudine che mette nel cuore ogni minaccia improvvisa della
natura. Poi, da tutto il cerchio dell'orizzonte cominciarono a salir
nuvole color di piombo, mobilissime, che pareva cercassero con una
specie d'impazienza penosa una direzione e una forma, e poi le acque a
incresparsi e a rigarsi di rapidi riflessi luminosi, di larghe striscie
verdastre, violacee, bianchiccie, color di creta, nerognole; e infine
quell'irritazione della natura si risolvette tutt'a un tratto in una
pioggia violenta e fitta, che confuse cielo, acqua e terra in un solo
colore grigiastro, appena interrotto da una sfumatura un po' più fosca
delle rive lontane e da qualche bastimento a vela che appariva qua e là
come un'ombra ritta sulle acque del fiume.
"Eccoci ora veramente in Olanda" disse il capitano del bastimento,
avvicinandosi a un gruppo di passeggieri, che contemplavano quello
spettacolo. "Questi cambiamenti di scena, in così breve tempo, non si
vedono che qui."
Poi interrogato da uno di noi, soggiunse:
"L'Olanda ha una meteorologia tutta sua. L'inverno è lungo, l'estate
breve, la primavera non è che la fine dell'inverno, e nondimeno, come
vedono, di tratto in tratto, anche in estate, l'inverno fa capolino. Noi
sogliamo dire che in Olanda si vedono le quattro stagioni in un giorno.
Abbiamo il cielo più incostante del mondo. Per questo parliamo sempre
del tempo. L'atmosfera è lo spettacolo più vario che abbiamo. Se
vogliamo veder qualche cosa che ci ricrei, dobbiamo guardare in su. Ma è
un clima ben tristo. Il mare ci manda la pioggia da tre parti, i venti
si scatenano sul paese senza trovar resistenza; anche nelle più belle
giornate, la terra esala dei vapori che oscurano l'orizzonte; per
parecchi mesi l'aria non ha alcuna trasparenza. Vedranno l'inverno: vi
son dei giorni, che si direbbe non s'abbia mai più da rivedere il
sereno; l'oscurità par che venga dall'alto, come la luce; il vento di
nord-est ci porta l'aria agghiacciata dei poli e solleva il mare con una
furia e un fracasso che par che debba subissare le coste." Qui si voltò
verso di me, e disse sorridendo: "Si deve star meglio in Italia."
Poi si rifece serio e soggiunse: "Però, ogni paese ha il suo male e il
suo bene."
Il bastimento uscì dal Volkerak, passò dinanzi alla fortezza di
Willemstad, innalzata nel 1583, dal principe d'Orange, ed entrò nel
Hollandsdiep, gran braccio della Mosa, che separa l'Olanda meridionale
dal Brabante del Nord. Una grande distesa d'acqua, due strisce oscure a
destra e a sinistra e un cielo color di cenere, eran tutto lo spettacolo
che si vedeva dal bastimento. Una signora francese esclamò in mezzo al
silenzio generale, tirando uno sbadiglio: "Com'è bella l'Olanda!" Tutti
risero, fuor che gli Olandesi.
"Eh, signor capitano," uscì a dire uno riattaccando il discorso, un
vecchietto belga, una di quelle cariatidi da caffè che caccian la loro
politichina in tutti i buchi: "ogni paese ha il suo bene e il suo male,
e noialtri Belgi e Olandesi avremmo dovuto esser persuasi di questa
verità, e fare a compatirci, per veder di vivere d'amore e d'accordo.
Quando si pensa che ora saremmo uno statino di nove milioni, noi colle
nostre industrie, voialtri col vostro commercio, con due capitali come
Amsterdam e Bruxelles, e due città commerciali come Anversa e Rotterdam!
Si conterebbe per qualche cosa nel mondo, eh, capitano?"
Il capitano non rispose. Un altro Olandese disse: "Già, colla guerra
religiosa in casa dodici mesi dell'anno."
Il vecchietto belga, un po' sconcertato, continuò il discorso a bassa
voce con me: "È un fatto, signor mio. È stata una corbelleria,
specialmente da parte nostra. Lei vedrà l'Olanda: Amsterdam non è
Bruxelles, no davvero, e il paese è piatto e noioso quanto si può dire;
ma per quel che sia prosperità, ci rivende. Si figuri che spendono il
fiorino, che val due lire e centesimi, come noi spendiamo la lira. Se ne
accorgerà dai conti degli alberghi. Son due volte più ricchi di noi. La
colpa è stata di Guglielmo I, che voleva fare un Belgio olandese e ci ha
spinto agli estremi. Lei sa come sono seguite le cose ec."
Nell'Hollandsdiep cominciammo a veder barconi, piccoli bastimenti da
pesca e qualche grande naviglio proveniente da Hellewoetsluis, grande
porto marittimo, posto sulla riva destra del braccio della Mosa chiamato
Haringvliet, presso la foce, dove s'arrestano quasi tutti i bastimenti
che fanno il viaggio delle Indie. La pioggia cessò, il cielo, a poco a
poco, quasi a malincuore, si rifece in parte sereno, e subito le acque
e le rive ripresero i loro colori vivi e freschi, e risentimmo l'estate.
In breve tempo il bastimento giunse vicino al villaggio di Moerdijk.
Là si vede uno dei più grandi ponti del mondo.
È un ponte di ferro, lungo un miglio e mezzo, sul quale passa la strada
ferrata che va a Dordrecht e a Rotterdam. Di lontano presenta l'aspetto
come di quattordici enormi edifizi eguali e schierati a traverso il
fiume, parendo un edifizio ognuno dei quattordici archi altissimi che
sormontano in forma di volta il piano su cui scorrono i treni. A
passarci su--ci passai pochi mesi dopo ritornando in Olanda--non si vede
altro che acqua e cielo, da tanto che è largo il fiume; e si prova un
sentimento quasi di paura, come se si fosse sul mare, e il ponte dovendo
finire tutt'a un tratto, il treno avesse da un momento all'altro a dare
un tuffo nell'acqua.
Il bastimento voltò a sinistra passando dinanzi al ponte, e infilò uno
strettissimo braccio della Mosa, chiamato Dordsche kil, fiancheggiato da
dighe, che ha più l'aspetto di canale che di fiume. Era già la settima
svoltata che si faceva dopo il passaggio della frontiera.
Passando per il Dordsche kil cominciammo a vedere intorno a noi qualche
cosa che ci annunziava la vicinanza d'una grande città. Lunghe file di
alberi sulle sponde, cespugli, casette, canali a destra e a sinistra, e
un via vai di barche e di barconi. Fra i passeggieri si vedeva un certo
movimento, si sentiva dire qua e là:--Dordrecht,--vedremo
Dordrecht;--pareva che tutti si disponessero a qualche spettacolo
straordinario.
Lo spettacolo non si fece aspettare, e fu straordinario davvero.
Il bastimento svoltò un'ottava volta, a destra, ed entrò nell'Oude-Maas,
o vecchia Mosa.
Dopo pochi minuti si videro le prime case dei dintorni della città di
Dordrecht.
Fu come l'apparizione improvvisa dell'Olanda, la soddisfazione
istantanea di tutte le nostre curiosità, la rivelazione di tutti i
misteri che ci tormentavano la fantasia; fu come lo svegliarsi in un
mondo nuovo.
Si vedevano da tutte le parti altissimi mulini a vento che giravano le
braccia; casine sparpagliate lungo le rive, di mille forme strane, come
villette, padiglioni, chioschi, capanne, cappelle, teatrini, coi tetti
rossi, le mura nere, azzurre, rosee, cinerine, con contorni bianchi come
la neve intorno alle finestre e alle porte. In mezzo alle case, canali e
canaletti; davanti alle case e lungo i canali, gruppi e file di alberi;
bastimenti fra casa e casa; barchette davanti alle porte; vele in fondo
alle strade; antenne, bandierine di bastimenti e braccia di mulino
sporgenti confusamente di sopra gli alberi e di là dai tetti; ponti,
piccoli scali, giardinetti sull'acqua, mille cantucci, bacinetti, seni,
sbocchi, crocicchi di canali, nascondigli di barchette, un andare e
venire di uomini, di donne e di bambini dal fiume alla riva, dai canali
in casa, dai ponti sui barconi; uno spettacolo vario e mobile; per tutto
acqua, colori, cose piccine, forme fanciullesche, tutto lustro e fresco,
un'ostentazione ingenua di leggiadria, un misto di primitivo e di
teatrale, di gentile e di ridicolo, un po' chinese, un po' europeo, un
po' di nessun paese; con un'aria beata di pace e d'innocenza.
Così mi apparì per la prima volta Dordrecht, una delle più vecchie, e
insieme delle più fresche e allegre città dell'Olanda; regina del
commercio olandese nel medio evo; madre feconda di pittori e di dotti;
onorata dalla prima assemblea dei deputati delle provincie unite
nell'anno 1572; sede in vari tempi di sinodi memorabili; e
particolarmente famosa per quell'assemblea dei teologi protestanti del
1618, che fu come il Concilio Ecumenico della Riforma, e definì la
terribile controversia religiosa tra Arminiani e Gomaristi, fissando la
forma della religione nazionale, e dando principio a quella serie di
torbidi e di persecuzioni, che finì col malaugurato supplizio del
Barnewelt e il sanguinoso trionfo di Maurizio d'Orange. Dordrecht è
ancora presentemente una delle più floride città commerciali delle
provincie unite per la sua agevolissima comunicazione col mare, col
Belgio e coll'interno dell'Olanda. A Dordrecht arrivano le immense
provvigioni di legna che scendono per il Reno dalla Foresta Nera e dalla
Svizzera, i vini del Reno, la calce, i cementi, le pietre; nel suo
piccolo porto è un via vai continuo di vele, di nuvoli di fumo e di
bandierine, che le portano i saluti di Arnhem, di Bois-le-Duc, di
Nimega, di Rotterdam, di Anversa e di tutte le sue sorelle misteriose
della Zelanda.
Il bastimento si soffermò pochi minuti a Dordrecht, e in quei pochi
minuti, guardando le case più vicine, vidi mille piccole cose nuove,
inaspettate, prette olandesi, che mi misero addosso una gran smania di
scendere, di toccare, di sapere. Ma pensando che avrei visto le stesse
cose e molte altre di più a Rotterdam, vinsi la curiosità e stetti a
bordo. Il bastimento partì, voltò a sinistra (era la nona svoltata) ed
entrò in uno stretto braccio della Mosa chiamato _de Noord_, uno dei
mille fili della inestricabile rete di acqua che copre l'Olanda
meridionale.
Il capitano mi si avvicinò; io lo cercavo per pregarlo di spiegarmi
sulla carta la situazione di Dordrecht, che, così a occhio, mi pareva
singolarissima. È singolarissima in fatti. Dordrecht è posta
sull'estremità d'un tratto di terra separato dal continente, che forma
un'isola in mezzo alle terre, un crocicchio di fiumi, metà fatto dalla
natura, metà dall'uomo, un pezzo di Olanda circondato e imprigionato
dalle acque, come un battaglione sopraffatto da un esercito. Da una
parte lo cinge il fiume Merwede, dall'altra la vecchia Mosa, dall'altra
il Dordsche kil, dall'altra l'arcipelago di Bies-bosch, attraversato
dalla nuova Merwede, largo corso d'acqua formato dalla mano dell'uomo.
L'imprigionamento di questo spazio di terra su cui giace Dordrecht, è
un episodio d'una delle grandi battaglie dell'Olanda coll'acqua.
L'arcipelago di Biesbosch non esisteva prima del secolo decimoquinto, e
si stendeva in quel luogo una bella pianura sparsa di villaggi popolosi.
Nella notte del 18 novembre del 1421, le acque del Waal e della Mosa
ruppero le dighe, distrussero più di settanta villaggi, annegarono quasi
centomila abitanti e frastagliarono quella pianura in più di cento