Nozze d'oro: romanzo - 04

modestia, non vuol riconoscere i propri meriti.
Dietro gli alberi si sentirono dei passi e delle voci.
— Antonietta! Tullio!
— Siamo quì, siamo quì — risposero i ragazzi.
— Perchè non venite con noi?
Tullio spiegò: — Faccio vedere all'Antonietta il cedro del Libano
piantato dal nonno... Se voi andate dalla parte della capanna svizzera
c'incontreremo sulla terrazza che guarda il lago.
— Signor Tullio, se vuol fare una partita di boccie?
— Più tardi.
Quello che aveva parlato ultimo era il dottore Vignoni, che, lasciati il
commendatore Ercole e la signora Laura, s'era unito all'Angela, alla
Letizia, all'Adele, alla Marialì, a Cesare Torralba e a Giulio Frassini.
La Marialì, come soleva, se l'era accaparrato per sè, e a fianco di lui
procedeva di alcuni passi gli altri. Non bello, non elegante e d'un
aspetto che mostrava più de' suoi quarantacinqu'anni, il dottore non
poteva aver nulla di seducente per una donnina mondana qual'era la
Marialì; ma ella non si lasciava scappare nessuna occasione di
esercitare il suo fascino sugli uomini d'ogni specie e d'ogni ordine
sociale. Si divertiva a vederli a poco a poco turbarsi, e, a un suo
sguardo, a un suo sorriso, impallidire o accendersi in volto, si
divertiva a sorprendere nei loro occhi, nella loro voce il fremito
dell'ammirazione e del desiderio.
Ora ella dava appena retta all'Angela che le gridava dietro:
— Ti rammenti, Marialì, le nostre corse per questo viale?... Ti rammenti
che quì si faceva la ginnastica?... C'erano gli anelli, le parallele,
l'altalena, il trapezio...
— E perchè non ci son più? — disse distrattamente la Marialì seguitando
a camminare e a discorrere col Vignoni.
— O chi fa la ginnastica ormai a Villarosa? — ribattè l'Angela. — Se non
la faccio io!
La Marialì non replicò nulla. Ella pensava ai molti che quand'ella era
ragazza le avevano fatto la corte lì in quel giardino negli autunni di
Villarosa; compagni d'Università de' suoi fratelli, vice-segretari di
Prefettura, tenentini imberbi usciti appena dall'Accademia militare. Già
non si varcava il cancello di Villarosa senza innamorarsi di Marialì...
Di parecchi l'era sfuggito il nome, d'alcuni non sapeva più nè dove
fossero nè che cosa facessero: quasi tutti si confondevano nella schiera
infinita de' suoi ammiratori, prima e dopo del matrimonio, di quattro o
cinque soltanto l'eran note le successive vicende. Uno era salito in
alto; era professore, era celebre; uno era a capo d'una grande
industria; un terzo, uno dei tenentini, era morto capitano ad Abba
Carima, morto da eroe... dicevano... Due, che avevano addirittura
chiesto la sua mano e ch'ell'aveva respinti, per consolarsi, s'erano
sposati di lì a poco ed eran rimasti vedovi... Poi c'era stato
Frassini... Quello lo aveva voluto lei... Perchè lo aveva voluto?
Bisogna ben confessarlo; l'aveva voluto perch'egli s'era permesso di
fare il sentimentale con l'Angela... Ah, come presto la Marialì era
riuscita a tirarlo a sè!... Come se l'era visto cadere ai piedi proprio
nel viale che percorrevano adesso, e prenderle le mani e baciargliele, e
supplicarla di perdonargli se dov'era lei egli aveva potuto aver occhi
per un'altra!... Che parlantina aveva Frassini in quel giorno!... Lei,
lei sola egli amava, e certo l'aveva amata anche quando credeva di amar
sua sorella; lei, lei sola poteva esser la compagna della sua vita,
l'inspiratrice del suo genio. Le offriva la sua mano, il suo cuore,
tutto sè stesso; sarebbero stati felici; ell'avrebbe avuto un'unica
rivale, l'arte. E l'arte, grazie al cielo, a lui era lecito trattarla da
gran signore, senza piegarsi ai gusti della folla, cercando solo
d'incarnare il proprio ideale, perchè egli era agiato, perchè aveva una
zia straricca di cui era l'unico erede... Insomma, meno d'un anno dopo,
ell'era la signora Frassini... Era stata una cattiva azione verso sua
sorella Angela?... Ma no, ma no... L'Angela sarebbe stata infelicissima
con Giulio Frassini, non si sarebbe _distratta_, avrebbe preso sul serio
tutte le ubbie di quel nevrostenico, di quel mattoide... Via, ell'aveva
reso un servizio all'Angela rubandole l'innamorato... A ognuno il suo
compito... La Marialì era nata per far girar la testa ai giovani,
l'Angela per badare ai vecchi, per vegliar sulla casa. E mentre a lei,
alla Marialì, era necessario di avere un marito, e Frassini era meglio
di nessuno, l'Angela doveva stimarsi assai più contenta di esser rimasta
zitella.
Non è a credersi che mentre la Marialì faceva queste savie
considerazioni che tranquillavano pienamente la sua coscienza, ella
cessasse di alimentare la conversazione col dottore.
E con la sua vocina dolce e armoniosa lo interrogava sulla sua vita,
sulla sua famiglia, e gli diceva queste cose sbalorditive:
— Sa che qualche volta ho sognato un idillio? Esser moglie d'un medico
condotto anzichè d'un artista; chiudere il mio orizzonte entro le pareti
d'una modesta abitazione di campagna anzichè andar sempre in giro pel
mondo; occuparmi dell'orto, delle galline, dei fiori, preparare un buon
pranzetto a quel povero diavolo che affatica da mattina a sera,
accompagnarlo ogni tanto nelle sue visite agli ammalati...
Il medico la guardava incredulo.
— Parlo sul serio — ella riprese, mentre con la punta del piedino
irreprensibilmente calzato cacciava davanti a sè le pine secche che
ingombravano il viale.
Dietro di lei la Letizia, sempre pronta alla critica, diceva alla
sorella Angela: — Non è mica tenuto bene il giardino... Questi viali
dovrebbero spazzarli due o tre volte al giorno.
— Occorrerebbe un personale più numeroso — obbiettò l'Angela. — E il
babbo non intende aumentare la spesa... Per quello che lo gode lui il
giardino... Nessuno lo gode... Anch'io sto delle settimane senza
venirci..... Non posso..... non ho tempo... E in ogni caso, di questa
stagione, con gli alberi che si spogliano bisogna rassegnarsi a trovar
le foglie secche per terra.
La Letizia tentennava la testa.
— Sarà... Tuttavia si vede troppo che il giardino è lasciato andare...
Quì per esempio par d'essere in un bosco.
— Che rimedio c'è?... Vorresti abbatter le piante?
— No, ma diradarle quà e là... È quello che abbiamo fatto noi a Posilipo
sotto la direzione d'un ingegnere olandese.
Giulio Frassini protestò.
— A Posilipo non avete di queste piante d'alto fusto vecchie di oltre a
mezzo secolo... Già non c'è di peggio dei giardini agguagliati,
pettinati, lisciati come se uscissero dalle mani di un parrucchiere.
Fidatevi della natura. Essa è sempre pittoresca.
A sentirlo parlare con insolita animazione, e sostenere idee che
s'accordavano con le sue, l'Angela si tinse d'un fuggitivo rossore. Le
parve che si risvegliasse intorno a lei un'eco d'altri tempi, le parve
che per un istante Frassini tornasse l'uomo di vent'anni addietro,
l'uomo a cui ella non aveva saputo serbar rancore nemmeno dopo esserne
stata indegnamente trattata.
Invero, già da un pezzo, ella non lo amava più. Quello che chiamano
amore s'era spento a grado a grado in lei dopo il primo disinganno
ch'ell'aveva accolto senza scatti, senza disperazioni rumorose, ma che
appunto per questo aveva agito come un lento corrosivo sulla sua anima.
Ciò ch'ella provava per Giulio Frassini era una compassione triste;
compassione pel suo aspetto precocemente invecchiato, per le sue grinze,
pei suoi capelli radi e grigi, per la sua andatura stanca, compassione
per la sua misera vita conjugale, pel suo ingegno sciupato, per la
vanità della sua opera artistica. Forse anche in giovinezza il suo
ingegno non era che un fuoco fatuo; ma chi sa, con un'altra moglie?...
— E perchè non vai con Cesare a visitare le foreste vergini
dell'America? — domandò ironicamente la Marialì a suo marito, fermandosi
di botto, e agitando con la punta dell'ombrellino un mucchio di foglie
secche.
Cesare sorrise.
— Dove abito io non ci son che foreste di case... Più in là, più in
là...
Giulio Frassini si avvicinò a sua moglie.
— Vuoi che andiamo insieme in America?
— A trovar Cesare?
— A Nuova York?... No, no, di là non si farebbe che passare... Quei
miliardari mi sono odiosi.
— Fra le pelli rosse allora?
— Meglio le pelli rosse dei _yankees_.
— _Merci bien, mon cher_... Io resterò con Cesare fin che tu andrai in
cerca dei selvaggi e delle foreste.
— Di quà — disse l'Angela. — Dobbiamo incontrarci con Tullio e
l'Antonietta sulla terrazza.
E ponendosi in capofila prese una viottola ombrosa che con leggero
declivio scendeva verso il lago.
— Oh, ecco il famoso ponte — esclamò la Marialì.
Era un ponticello di legno che traversava un ruscello minuscolo derivato
dal lago. La Marialì si ricordava che su quel ponte, _in illo tempore_,
uno de' suoi primi vagheggini le aveva rubato un bacio.
— Ed ecco la piccola darsena... E il nostro canotto dov'è?
— È tirato in secco... Non lo vedi?
— È sempre quello? È sempre il nostro? Il _Calatafimi_?
— Sì.. Ma nessuno l'adopera.
Erano tutti sul ponte. Le assi scricchiolavano.
La Letizia diede l'allarme.
— Oh, oh non è mica solido il vostro ponte. E si affrettò a mettere il
piede in terra ferma.
— Per sicuro è sicuro — dichiarò l'Angela. — Ho fatto cambiar qualche
asse anche quest'anno.
— Rifarlo di pianta bisogna — ribattè la Letizia. — Lo so per pratica
quello ch'esige la manutenzione d'un giardino.
— Ma non c'è ombra di pericolo — disse il dottore che s'era indugiato a
esaminare tanto il piano quanto i due parapetti del ponte in questione.


X.

Lasciato a sinistra un simulacro di capanna svizzera, camminavano lungo
un sentiero ghiajoso che costeggiava il lago.
L'Angela ch'era rimasta indietro con Cesare passò il braccio sotto
quello del fratello e abbassando la voce gli chiese: — Dunque? Come li
hai trovati?
— Chi?
— Oh bella! Il babbo e la mamma.
Cesare scosse il capo tristamente.
— Vecchi li ho trovati, assai vecchi.
— Pur troppo — sospirò l'Angela. — E ancora il babbo, se non fosse così
indebolito nella vista, non ci sarebbe male.. Ha la sua mente libera, la
sua energia... Anzi Vignoni dice ch'è un miracolo...
— Brontolerà...
— Brontola, sì... Poveretto! Bisogna perdonargli... Non sono stati
giusti con lui... E quegli occhi, quegli occhi! A ogni modo, egli ha i
visceri sani... Spero che camperà un pezzo... Mi dà più pensiero la
mamma ch'è ridotta un'ombra.
— Era sempre debole e malaticcia.
— È vero... Ma in questi ultimi tempi ha dato un crollo!... Pare
decrepita... E ha cinqu'anni meno del babbo... Tutto l'affatica, non
s'interessa di nulla...
L'Angela si sforzava invano di trattenere le lacrime.
Cesare la guardò con simpatia.
— Che vita di sacrificio ti tocca fare!
— No, no... Io vorrei che durasse sempre così... Il mio cruccio è...
Ma s'interruppe per rispondere alla Letizia che le domandava ove fossero
andate a finire le rose da cui la villa aveva preso il nome.
— Ce ne sono in quantità — rispose l'Angela — davanti alla casa. Non le
hai viste?
— Una volta ce n'erano da per tutto... anche quì sul lago...
— Quelle son morte tutte in un inverno rigido.
— Noi a Posilipo... — principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le
sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione.
Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della
loro età, discorrevano dei più svariati argomenti.
E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua
ammirazione per l'_italianità_ che egli aveva saputo conservare vivendo
parte dell'anno a Parigi.
— Sì, sì — aveva risposto Tullio con vivacità; — io sono italiano e
voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la
nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in
Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E
mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua
lingua...
— Il tuo babbo, quello si è infranciosato.
— Fino a un certo punto, specie dopo il suo secondo matrimonio... Però
ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non
sarei andato d'accordo con la matrigna...
— Che donna è?
— Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato
d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in
Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a
Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi.
— Quando facevi il volontariato a Livorno — disse l'Antonietta — io ero
in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte.
— Vestivi da collegiale.
— Che orrore!
— No... Eri tanto bellina anche così.
— Zitto!
— Ma ora sei infinitamente più bella.
— Basta!...
— Sei come doveva essere la tua mamma alla tua età.
— Oh, la mamma è molto più bella anche adesso.
— Tu hai un'espressione più dolce...
— Non fidarti.
— Che tesoro di cuginetta!
— Finiscila, o scappo.
— Provati.
— Chiamerò in ajuto Max e Fritz.
E accompagnò la minaccia con una sonora risata a cui Tullio fece eco di
cuore.
Ma ricompostasi a gravità ella mutò argomento.
— E vai a studiare ancora?
— Sempre si deve studiare a questo mondo.
— Che pedante!... E vai a studiare a Venezia?
— Sì, a quegli Archivi.
L'Antonietta arricciò il naso.
— Già io non capisco niente... Che cosa sono gli Archivi?... Una volta
si andò a Bologna... sai, il babbo è bolognese e sino ad alcuni anni
addietro aveva in quella città una vecchia zia che abitava in un palazzo
antico... Ebbene, l'anno prima ch'io entrassi in collegio, si andò a
Bologna con la mamma e col babbo... Una mattina, in casa appunto della
zia morta da pochi mesi, sciorinarono davanti al babbo, ch'era l'erede,
un fascio di carte gialle, polverose, intorno a cui volavano le
tignuole... Un signore calvo, in occhiali, non so se avvocato o notajo,
disse al babbo: — Queste sono carte dell'Archivio. — Il babbo,
spaventato, le respinse con la mano e disse a quel signore: — Guardi
lei, faccia lei. — ...Io da quel giorno ho pensato che l'Archivio sia un
luogo ove si conservano delle carte sudice e puzzolente...
— Fino a un certo punto non hai torto.
— E tu vai a studiare in un Archivio?... A sternutir tutto il giorno in
mezzo alle cartacce.... A me, per farmi sternutire, è bastato che
sciogliessero un pacco...
— Ah cara cuginetta mia, — replicò Tullio — gli è che in quelle cartacce
c'è anche qualche altra cosa... Senti, non ti son mai venute delle
curiosità retrospettive?
— Spiegati.
— Per esempio, quando visiti un monumento non t'è mai venuto il
desiderio di conoscerne le origini, le vicende?
— Sì, anche a noi, in Collegio, insegnavano le origini di Santa Maria
del Fiore, di Palazzo Vecchio...
— Ebbene, chi ve le insegnava come le sapeva queste cose?
— A me lo domandi?... Le sapeva, credo almeno... Sta a vedere che ci ha
insegnato delle corbellerie.
— Speriamo di no... Chi le insegnava si sarà appoggiato ai documenti...
Senza documenti non c'è storia.
— Che parole difficili!... Documenti, curiosità retrospettive...
— Mi canzoni, birichina?
— Tutt'altro... Ma che rapporto c'è?...
— Ce n'è moltissimo... Anche le scritture che si conservano negli
Archivi sono documenti del passato, ci permettono cioè di assicurarci se
certe cose sono avvenute e come sono avvenute.
— E a Venezia?
— Figurati centinaja e centinaja di stanze piene di buste d'alto in
basso, e in quelle buste chiuse le memorie di molti secoli, le memorie
di ciò che generazioni e generazioni d'uomini hanno operato, pensato,
sofferto; leggi, relazioni, sentenze, condanne, note di spese e note di
entrate, fogli aridi come le cifre che portano scritte e fogli
palpitanti come le glorie e i dolori che narrano;... eccoti gli Archivi
di Venezia, d'una città che fu per tanto tempo regina dei mari...
L'Antonietta pendeva estatica dalle labbra dell'eloquente cugino.
— Ora credo d'intendere anch'io... Se gli Archivi son così, è naturale
che uno vi si deva interessare... Ma c'è da spenderci dentro la vita....
— La vita?... Supposto che un uomo per cinquant'anni di fila perdesse
l'intera giornata sulle carte di quella colossale raccolta, egli, dopo
mezzo secolo, sarebbe appena al principio.
— Misericordia! — esclamò la ragazza inorridita. — Quand'è così, è
inutile sobbarcarsi all'impresa.
— Ma nessuno si sogna di compulsar tutto un Archivio... Si studia un
breve periodo; un singolo avvenimento, un solo incidente talvolta...
— Come pagherei di vederli questi famosi Archivi! — disse l'Antonietta.
— Vieni a Venezia... Ti accompagnerò io — riprese Tullio con calore.
— Eh no — ella soggiunse. — Il babbo non vuol più saperne di Venezia
dopo che gli hanno rifiutato un quadro all'Esposizione del 1895...
Peccato... Io sono entusiasta di Venezia.
— Ci sei stata dunque?
— Parecchi anni fa... Ero piccolina... Ma rammento perfettamente la
Chiesa di San Marco, la Piazza, il Palazzo Ducale, la Riva degli
Schiavoni, e una gita in gondola... Era un dopopranzo d'estate... con un
cielo limpido, con un'acqua chiara, tranquilla che pareva uno
specchio... E, in fatti, vi si riflettevano come in uno specchio le case
e i palazzi... Che magnificenza!
— Ah se tu venissi a Venezia quando ci son io, vorrei condurti a spasso
per tutti i canali della città.
— Magari! — disse l'Antonietta saltando per l'allegrezza. — Oh... che
c'è?
E fece per alzar la mano, ma Tullio la prevenne, e delicatamente tolse
dai capelli della cugina una foglia di platano ingiallita agli orli che
vi si era posata.
— «Da' bei rami scendea» — egli principiò.
— Oh, è un verso?
— Sicuro.
— Tuo?
— No, d'uno che valeva meglio di me, Messer Francesco Petrarca.
E riprese a declamare:
Da' bei rami scendea,
Dolce nella memoria.
Una pioggia di fior sovra il suo grembo...
— Quella non era che una foglia — interruppe l'Antonietta.
— Fa lo stesso.
Tullio continuò:
Ed ella si sedea
Umile in tanta gloria...
— Chi, _ella_?
— Laura, l'amante di Petrarca.
— Sua moglie?
— No, veramente. Era moglie d'un altro.
— Che vergogna.... Però — soggiunse l'Antonietta con un sorriso
malizioso — dev'essere un gran piacere il sentirsi recitar dei versi
fatti in proprio onore.
— Vuoi che ne faccia io per te?
— Tu?... Sei poeta?
— Si diventa per l'occasione.
Camminarono un tratto in silenzio. E in silenzio passarono accanto al
cedro del Libano piantato dal nonno, il famoso cedro che Tullio s'era
proposto di mostrare alla cugina e di cui non si ricordavano più nè
l'uno nè l'altra. Di là dagli alberi che andavano via via spogliandosi
si vedeva lo scintillìo del lago.
L'Antonietta battè palma a palma.
— Ecco l'acqua.
E affrettò il passo. Ma poichè Tullio non la seguiva si fermò sui due
piedi. E guardandolo chiese:
— O che hai? Che vai borbottando?
— Senti! — egli disse con aria inspirata.
Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare...
— Versi? — domandò di nuovo l'Antonietta in tono dubitativo.
— Sì — rispose Tullio. — Ma non farmi perdere il filo.
E ripetè:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare...
— Bellissimo! — mormorò l'Antonietta in un soffio mentre pendeva dalle
labbra del vate, non ben sicuro che l'estro gli durasse sino alla fine.
«Sopra uno schifo
ripigliò Tullio. Ma non parve contento dello _schifo_, e corresse:
«Sopra un naviglio dalla bianca prora...
A questo punto l'Antonietta andò in brodo di giuggiole e non seppe darne
migliore dimostrazione che quella di ripetere anch'ella i due versi:
«Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora...
— E poi?
Tullio s'impazientì.
— E poi? Credi che fare un sonetto sia come sorbire un ovo?
— Ah, è un sonetto?
— Avrebbe l'intenzione di essere un sonetto — confermò il cugino. — Ma è
un'impresa seria... Occorrono quattordici versi e finora non ne ho
improvvisati che due.
— Se potessi ajutarti? — insinuò timidamente l'Antonietta.
Tullio sorrise.
— Oh sì, brava, un sonetto in collaborazione.
E andava masticando:
«Sotto un limpido ciel... sotto un limpido ciel.
— Se ti fa male, smetti — disse la giovinetta pietosa.
«Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che fra rosei vapor la luna appare,
declamò Tullio trionfante.
— Oh Tullio! — proruppe l'Antonietta non trovando parole per esprimere
il suo entusiasmo.
Senonchè Tullio era ripiombato nello scoraggiamento. Certo quella era
una quartina, ma ne occorreva una seconda. E dopo la quartina
occorrevano due terzine.
Il poeta estemporaneo s'era fermato e l'Antonietta ne aveva imitato
l'esempio, e ora guardava lui, ora guardava uno stuolo di formiche che
attraversavano obliquamente il sentiero.
Visto però che l'inspirazione tardava a venire, Tullio riprese a moversi
a passi lenti.
Egli borbottava:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora;
Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che tra rosei vapor la luna appare.»
E da capo:
«Vorrei... vorrei...
Per fortuna, a questo punto, Tullio Torralba fu invasato dal Nume. E
afferrando la mano dell'Antonietta che lo seguiva come un cagnolino
declamò quasi tutto d'un fiato:
«A un'isoletta ti vorrei portare
Ove fiorisse primavera ognora,
E vorrei dirti: Sei la mia signora,
Ti starò notte e giorno ad adorare.»
— No, no, è troppo — esclamò l'Antonietta commossa fino alle lacrime. E
ne' suoi occhi c'era tanta ammirazione quanta non n'ebbe mai quella
civetta a freddo di Madonna Laura pel suo Petrarca nè quel pezzo in
ghiaccio teologico di Beatrice per Dante Allighieri.
— Vedi — spiegò Tullio — qualche volta per trovar l'estro bisogna
rifarsi da capo, come chi prende la rincorsa per un salto. Ora mancano
le due terzine.
— Ma ora devi riposarti — supplicò l'Antonietta con affettuosa
sollecitudine. — Già potrebbe bastare così.
— Brava! Un sonetto senza terzine... Tal quale una carrozza a cui
manchino le due ruote davanti.
Senz'accorgersene erano arrivati in vista della terrazza ove gli altri
della brigata li avevano preceduti da qualche minuto.


XI.

— Sia lodato il cielo — gridò Cesare accennando ai due nipoti di
affrettarsi. — C'era la zia Angela inquieta.
In fatti l'Angela voleva che suo fratello andasse alla ricerca dei due
cugini. La Marialì l'aveva trattenuta con un gesto dicendo: — Che vuoi
che succeda?
— Eccoci, eccoci.
— L'avete ammirato a vostro agio il cedro del Libano? Com'è bello, non è
vero?
Il cedro del Libano! Ora soltanto si risovvennero della pianta che aveva
servito loro di pretesto per appartarsi dalla compagnia.
Colta in fallo, l'Antonietta arrossì. Tullio biascicò qualche parola che
si perdette nella lontananza.
Alla terrazza si accedeva in due modi; o per un sentiero che saliva
dolcemente a zig zag, o per una scaletta a chiocciola scavata nel muro.
Tullio e l'Antonietta scelsero quest'ultima via, e giunsero ansanti.
— Come siete scaldati!... Come sei rossa, Antonietta! — disse l'Angela.
— E pur non siete mica venuti correndo — soggiunse la Marialì.
— È stata la scala... Ci son certi scalini — notò il futuro compulsatore
di documenti.
— Ma sì — ripigliò l'Angela. — Non la si fa mai quella scala.
Il dottor Vignoni si strinse nelle spalle.
— Via, che un po' di ginnastica è sempre utile. Questo scambio
d'osservazioni fu interrotto da un movimento subitaneo della Letizia che
con un'agilità insolita in lei si affacciava alla ringhiera della
terrazza.
— Oh, oh!
— Che c'è?
C'era questo. Al punto estremo del lago sbucava lenta fuor da una
macchia di salici una barchetta vogata da due rematori in un
elegantissimo vestito completo di lana a quadri bianchi e neri. Erano
Max e Fritz.
Un lampo d'orgoglio brillò negli occhi della Letizia. Quali _sportsmen_
erano i suoi figliuoli!
Ma l'orgoglio cedette il posto all'ansietà quand'ella udì sua sorella
Angela gridare: — No, ragazzi! Che ghiribizzo v'è saltato di entrar nel
canotto? Non lo si adopera più da anni... Farà acqua certamente...
L'avevo fatto tirare in terra apposta.
Pare che i due fratelli si fossero già accorti di qualche avarìa, perchè
dopo essersi avanzati fino in mezzo al laghetto si affannavano a tornare
alla riva.
Però la cosa non era facile. Una grossa falla si era aperta nel fondo, e
il canotto andava via via sommergendosi.
La Letizia metteva degli strilli da pavone.
— Max! Fritz!... Ajuto!... Presto!
L'appello disperato era rivolto agli uomini che pur essendosi mossi
dalla terrazza non accorrevano con sufficiente rapidità in soccorso dei
naufraghi.
— Eh — gridò Cesare Torralba dal basso, — non siamo mica in mezzo
all'Oceano... Sapranno nuotare, spero?
La Letizia accennò col capo di sì.
— O che c'è dunque da spaventarsi? Se la caveranno con un bagno freddo.
Intanto il canotto s'era adagiato con molta calma sul fondo del lago. I
giovinetti che avevano l'acqua fino alla cintola non trovavano il verso
d'uscirne.
Tullio si tolse le scarpe e le calze, rimboccò i calzoni fin sopra il
ginocchio, e slanciatosi coraggiosamente nel terribile pelago si accinse
all'opera di salvataggio.
Indi toccò all'Antonietta ad essere in angustie.
— Bada, Tullio, bada!
La Letizia se la prendeva con l'Angela.
— Dovevi farlo distruggere o farlo racconciare, quel canotto.
— Hai ragione — rispose la mitissima donna. — Ma se tu sapessi quanti
grattacapi ho avuto negli ultimi tempi!
La Marialì e l'Adele ridevano.
— Siete pur le gran confusionarie. Non vedete che in questo lago
durerebbe fatica ad affogare un bambino? Non vedete che camminano
comodamente?
Camminavano infatti; Tullio davanti diguazzando nell'acqua come
un'anitra; gli Alvarez dietro di lui, con maggior sussiego e dignità,
lagnandosi perch'egli li spruzzava e riparandosi il viso con le mani.
Il primo a guadagnar la riva fu Tullio che in un attimo si rimise le
calze e le scarpe, e benchè tutto grondante si accostò agli zii e al
dottor Vignoni commentando allegramente la goffa avventura.
Ma gli Alvarez, accolti dalla madre ch'era scesa trafelata a
incontrarli, si affrettavano con lei verso casa.
— Ci sarà, spero, della stipa da accendere il fuoco nel caminetto —
diceva la Letizia.
— Ce n'è fin che vuoi — rispose l'Angela che, mortificata dell'accaduto,
seguiva la sorella a pochi passi di distanza. E soggiunse rivolgendosi a
Tullio:
— Ce n'è anche in camera tua... Va, va subito a mutarti... Rischi di
prendere un reuma.
— Andrò or ora. Non sono mica _une poule mouillée_, io — replicò il
salvatore.
Ultime sopraggiunsero la Marialì e l'Antonietta, la quale si avvicinò al
cugino e gli susurrò carezzevole: — Sono io che ti prego di non rimanere
coi vestiti fradici addosso... Fa questo piacere a me.
— Lo desideri proprio? — diss'egli con un garbato cenno del capo.
— Proprio.
— Quand'è così, bisognerà ubbidire.
E s'avviò.
— O che ci stiamo quì a fare noi altri? — saltò su la Marialì. —
Accompagniamo il nostro eroe.
E avvolgendolo del suo sguardo fascinatore gli si pose al fianco e,
bagnato com'era, gli prese il braccio.
— Tu sei un uomo, almeno.
Tullio arrossì fino alla radice dei capelli.
L'Antonietta non era più contenta come prima.


XII.