Novelle - 09

La mattina dopo, Candida, che da due giorni si doleva di un forte mal
di denti e aveva risoluto di liberarsene a ogni costo, doveva partire
con suo padre per la città.
Riconovaldo la incontrò per la scala, mentre scendeva per andarsene, e
la prese per una mano.
— Lasciatemi stare, — disse Candida, cercando di svincolarsi.
Riconovaldo le prese per forza anche l'altra mano.
— Lasciatemi stare, — ripetè la ragazza più severamente.
Il giovane cercò d'incrociarle le braccia.
— Lasciatemi, Riconovaldo! — gridò la terza volta facendosi pallida, e
alzando fieramente la testa.
Il giovane la lasciò andare, sforzandosi di ridere; ma un sentimento
impetuoso di dispetto e di rabbia gli offuscò la ragione, e disse con
voce soffocata: — Stupida! — Poi disparve soffocato dalla vergogna.

XXII.
Verso le otto della sera dovevano arrivare insieme dalla città Candida,
suo padre e il fratello Carlo. A Iride, per procurarle il piacere
della sorpresa, non era stato detto nulla dell'arrivo del marito. Furio
non sapeva nulla nemmeno lui; alle sei era stato mandato dalla zia a
portare una lettera a una villa vicina, e ritornando doveva trovare a
casa, a sua insaputa, il fratello.
Riconovaldo, la sera, passeggiava pel giardino sconfortato e triste.
In vita sua non gli era mai toccata un'umiliazione pari a quella che
Candida gli aveva inflitto poco prima, su per la scala, e nei giorni
addietro, ad ogni ora, ad ogni minuto, senza remissione, duramente e
spietatamente. Non c'era più dubbio per lui; gli era parso uno stupido,
un tristo, un ragazzaccio presuntuoso e insolente, quello che era, in
una parola. Già egli se l'era sempre sentito; era nato coll'anima per
isbaglio, quella ragazza aveva detto giusto; gli amici, ridendo, gli
facevano intendere la verità; egli era l'ultimo degli uomini; un bello
schizzo d'uomo; un fantoccio. La vergogna, la stizza, il rodimento
gli erano cresciuti a segno da mutargli il viso che pareva quello d'un
altro, pareva brutto; si sentiva brutto; si sentiva di fuori com'era
dentro; era annientato. E tutto questo per Candida, per quel bel cesto
di ragazza senz'anima e senza forma di donna, insipida, sgarbata e
orgogliosa.... Egli l'odiava.
Mentre era su questi pensieri si sentì chiamare improvvisamente per
nome, e voltandosi, vide la donna di servizio; una buona vecchia che
serviva in quella casa da vent'anni.
— Sono due ore che la cerco, — disse la donna — e son parecchi giorni
che ho da domandarle una cosa: mi permette? —
Il giovine accennò di sì.
— Una cosa che più ci penso e meno la capisco, e c'è solamente lei che
me la possa spiegare. Ma bisogna che venga con me subito, perchè non
c'è tempo da perdere. —
Riconovaldo s'alzò; la vecchia, precedendolo, lo condusse alla villa,
gli fece salir la scala, apri la porta della camera di Candida e gli
disse: — Entri. —
Il giovane la guardò meravigliato.
— Entri, entri; se non entriamo qui, non mi posso far capire. —
Il giovane entrò e guardò intorno; era una camera semplicissima; le
pareti nude, un lettino bianco, poche seggiole, e un tavolino accanto
alla finestra con su qualche libro.
La vecchia chiuse la porta, si venne a piantare in mezzo alla camera,
in faccia a Riconovaldo, e cominciò con aria di mistero:
— La signora Candida è una ragazza tranquilla, non è vero?
— Così m'è sempre parsa, — rispose il giovane, senza capire a che
potesse condurre quella domanda.
— Non ha mica nessun dispiacere nella famiglia?
— No, ch'io sappia.
— È anche una giovane di.... giudizio, seria; voglio dire che non ha
uno di quei naturali, che hanno tante, a capricci; è sempre ad un modo
lei colla gente, non è vero?
— È verissimo.
— E qui in campagna non conosce altra gente che suo padre, sua zia, suo
fratello, lei e la cognata, non è vero?
— Nessun altri.
— Oh dunque, — esclamò la vecchia dopo un momento di riflessione, —
come mai è tanto cambiata da un tempo in qua?
— Ma se dicevate adesso che è sempre ad un modo.
— Colla gente sì; ma quand'è sola e anche quando ci son io, no.
— E cosa fa quand'è sola?
— Oh se sapesse! Senta. Ma.... prima di tutto; sa lei che ci siano dei
libri che fanno piangere come disperati?
— Dove sono questi libri?
— Eccone uno. —
La vecchia tirò il cassetto del tavolino, prese un libro e lo porse a
Riconovaldo.
— _Storia di Sibilla_, — lesse il giovane sul frontespizio; — è un
romanzo, e con questo?
— Fa molto piangere?
— Può far piangere.
— Da disperati?
— Oh Dio! da disperati no; qualche lacrima, così, come se ne versano
tante.
— Allora guardi; ci devono essere dei segni; legga qui. — E le indicò
una pagina piegata, dove ci eran tre righe segnate coll'unghie.
Riconovaldo lesse da sè: — “Miss o' Neil era una ragazza grande,
magra, angolosa, che camminava con una regolarità e una rigidezza
d'automa....„
— E ora qui.
— “.... Brutta fino quasi al ridicolo, la gente si capisce, non l'aveva
punto assuefatta male. Circondata sempre d'un'atmosfera glaciale,
sempre imbarazzata e nervosa come persona che cammini sotto sguardi
malevoli ed ironici....„
— E qui.
— “.... Voi non lo potete mica sapere tutto quello che io soffro,
povera bambina, voi non lo potete.... è impossibile! Immaginatevi
ch'io sono sola al mondo, più sola d'un'altra, perchè sono brutta e
spiacevole, e questo mi condanna a esser sempre sola, senza affetto,
senza marito, senza figliuoli! E io sarei stata una così buona madre,
sapete, Sibilla, una così tenera madre!„ —
Riconovaldo, leggendo, s'era turbato; quand'ebbe finito, chiuse il
libro e rimase pensieroso.
— Ma che diavolo dice quei libro? — domandò la donna.
Il giovane non rispose
— Io era qui quando la signorina leggeva, e leggendo quella pagina
lì, piangeva, e faceva i segni coll'unghia, e poi, quando andai
fuori, diede in un pianto dirotto, e seguitò a piangere per tutta la
sera. —
Riconovaldo continuava a tacere, cogli occhi immobili a terra, come
trasognato.
— E poi tante altre cose, — riprese la donna. — Una sera venne su in
fretta, che pareva più allegra del solito, e cominciò a scrivere, a
scarabocchiare, a stracciar fogli e ci stette fino a notte avanzata,
che non pareva mai contenta del suo lavoro; e poi per che cosa? Avesse
almeno scritto una lettera! Di tanto scrivere, la mattina non c'era
altro che un fogliolino di carta pieno di sgorbi e di cancellature,
nascosto in fondo al cassetto...
Così dicendo la vecchia aperse il cassetto, prese il foglio e lo porse;
Riconovaldo lesse a stento tra frego e frego: — “.... Bisogna capirli,
bisogna studiarli, ma per studiarli bisogna amarli.... I ragazzi....
Quando il cuore si apre.... la compagnia delle bambine della sua
età....„ Cos'è questo? — gridò il giovane colla voce tremante,
passandosi una mano sulla fronte; scorse il foglio da capo a fondo,
c'era tutto il suo discorso di quella sera intorno all'educazione dei
ragazzi.
— Ma questo è niente! — disse ancora la vecchia; — o mi dica un po'
lei, come può venire in mente ad una ragazza di fabbricarsi un mazzetto
di questa fatta e di custodirlo come un gioiello? —
E ciò dicendo levò dalla cassetta e mostrò a Riconovaldo un mazzetto di
fiori secchi col gambo lungo un palmo, legati malamente come un mazzo
d'insalata. Riconovaldo riconobbe il mazzetto che aveva regalato per
ischerno a Candida, e ch'essa aveva buttato in un canto.
— Che gliene pare? — soggiunse la vecchia scotendolo per un braccio,
che pareva estatico. — E dire che baciava questi fiori come se glieli
avesse regalati l'innamorato! Mi spieghi dunque tutto questo.
— Un momento, — rispose il giovane, correndo nel canto della finestra
per esser libero coi suoi pensieri. Egli era giusto e buono; la
scoperta di quel segreto gli scosse tutto quello che aveva di più
gentile e di più generoso nell'anima; un impeto di gioia, una piena
di dolore amaro, uno struggimento profondo di tenerezza e di pietà gli
presero il cuore ad un punto, gli occhi gli s'empierono di lacrime, il
petto gli ansava, ed egli mormorava tra sè concitato: — M'ingannavo,
dunque! Essa è buona, è santa, mi amava; la ragione della sua freddezza
è in quelle parole del romanzo; non poteva sperar nulla, credeva
impossibile ch'io la ricambiassi, si voleva sottrarre al pericolo, si
voleva vincere; taceva, soffriva, piangeva, mi perdonava, scriveva le
mie parole, baciava i miei fiori, e io la credevo senza cuore, io la
pungevo, io la schernivo, io l'ho insultata; io che non son degno di
baciarle il vestito, io ho insultato lei, quella giovane disgraziata,
quel povero angelo senza speranze e senza conforto; io sono un
vigliacco!
— Signor Riconovaldo, — disse improvvisamente la vecchia, — è arrivata
la carrozza; se ne vada via subito; guai a me se Candida lo vede qui!
Ho appena tempo di riporre i libri.
— Andatevene.
— Ma no; lei mi vuol far sgridare; per carità vada via, a momenti
Candida è qui, la scongiuro, se ne vada!
— L'aspetto.
— Ah! no, signore, per carità.... Dio! Eccola qui!
— Oh Candida! Candida! — proruppe Riconovaldo con un accento
profondamente doloroso e supplichevole, correndole incontro colle mani
giunte; — perdono, mia povera Candida, perdono! —
Candida capì a volo, e indietreggiò gettando un grido.
— No, Candida! — continuò affettuosamente il giovine pigliandola per
mano, e conducendola in fretta vicino alla finestra, — non mi sfuggire;
perdonami; tu sei buona, tu sei un angelo; ho visto un libro, i fiori,
quel foglio di carta; io non sapevo nulla, io non potevo immaginare;...
io sono stato un indegno; tu sei buona, Candida, perdonami; io non
posso vivere con questo rimorso nell'anima; sarebbe una disperazione;
non sono cattivo, Candida; te lo sarò parso, ma non lo sono, te lo
giuro; parlavo per dispetto, credevo che tu mi disprezzassi e mi
sentivo offeso; perdonami, dimmi che ti scorderai tutte le mie parole;
io t'ho fatto del male, lo so, sì; tu neghi, perchè sei buona, ma t'ho
fatto del male; se tu non mi perdoni, vivrò sempre col crepacuore e
colla vergogna; io t'ho insultata, Candida; perdonami....
— Riconovaldo! — esclamò Candida con voce manchevole, cercando
di sciogliersi dalle sue braccia. — Non è niente vero... vi siete
ingannato.... lasciatemi....
— .... Tu sei offesa, — egli continuò con voce affannosa, baciandole il
vestito a ogni parola, — tu non mi vuoi perdonare, è giusto; ma io non
voglio lasciarti così, è impossibile, non saprei più che far di me, non
mi potrei più soffrire, sarei troppo spregevole anche ai miei occhi; mi
parrebbe sempre di vederti piangere, mi saresti un ricordo doloroso per
tutta la vita, io non posso andarmene senza il tuo perdono; Candida, te
ne scongiuro, perdonami... cara, buona Candida....
— Sì, perdono.... — mormorò con voce semispenta la ragazza,
posandogli la mano sulla fronte per tenerlo lontano — ma andatevene,
andatevene....
— No, perdono non basta, Candida; dimmi qualche altra parola; tu
non hai detto perdono col cuore; dimmi che mi perdoni tutto, che
dimenticherai tutto, che non mi credi un indegno, che le mie parole non
ti faranno piangere, che le terrai come parole d'un insensato, dette in
un momento di passione; io volevo essere stimato da te; io non posso
sopportare l'idea che tu mi disprezzi, tu che sei tanto buona; dimmi
che mi stimi ancora, te ne scongiuro; ho bisogno del tuo perdono e
della tua stima!...
— La mia stima! — gridò Candida, frenando un vivo slancio d'affetto.
— Sì, sì, Candida, dimmi questa benedetta parola; dimmi così: —
Riconovaldo, io ti perdono e ti stimo.
— Ebbene, sì! — esclamò essa, fissando i suoi occhi ardenti e soavi in
quelli gonfi di lacrime del giovine; — io ti perdono, io ti stimo... ti
stimo, e ti.... stimo! — soggiunse a bassa voce.
— Candida! — gridò il giovine balzando in piedi con rapidità fulminea,
e stringendole la testa tra le mani; — tu volevi dire un'altra parola;
dilla! —
E Candida gli bisbigliò all'orecchio: — T'amo! — e nascosto il viso
contro la spalla di lui, diede in un pianto disperato.

XXIII.
In quel punto furono scossi da uno strepito sul terrazzino dalla parte
della camera d'Iride; sentiron prima la voce di Furio, poi quella di
Carlo, poi il suono d'un potentissimo schiaffo, un grido d'Iride, un
rumore concitato di passi.
— Ah! l'avevo preveduto! — gridò Candida, slanciandosi fuori della
camera; il giovane la seguì.
Furio, inconsapevole dell'arrivo di Carlo, tornando ch'era già notte
alla villa, e vedendo il lume nella camera d'Iride, e lei appoggiata
alla finestra colle spalle verso la campagna, era corso in punta di
piedi sul terrazzino, era salito adagio adagio sul parapetto, e l'aveva
baciata nei capelli, dicendole appassionatamente: — Caro angelo! — Il
marito, ch'era nella camera, l'aveva rovesciato con uno schiaffo fuori
della finestra, a viso in giù, sopra i vasi dei fiori.
Furio, atterrito, fremente, col volto sanguinoso, pallido come un
cadavere, si precipitò per le scale in cerca d'un rifugio. Carlo lo
inseguì; il ragazzo si cacciò nella prima stanza a terreno, ma non
fece a tempo a chiuder la porta; il fratello entrò minacciando; egli,
forsennato per lo spavento, afferrò un fucile da caccia in un canto
e si mise in guardia colle spalle alla parete; Candida apparve sulla
porta, Carlo incalzò più sdegnato; Furio, dando indietro ancora,
urtò il calcio del fucile nel muro, il colpo partì, la ragazza
scappò gettando un altissimo grido, Riconovaldo le volò dietro, Carlo
scomparve... Furio lasciò cadere il fucile e restò là solo, immobile,
pietrificato.
Seguì qualche minuto di silenzio profondo.
Riconovaldo ricomparve sulla porta e disse freddamente:
— Candida è ferita nelle dita.
— Ferita! — gridò disperatamente il ragazzo cacciandosi le mani nei
capelli, e poi slanciandosi di corsa: — Oh Dio! presto! subito! Bisogna
fasciarle la mano!
— No, — soggiunse il giovane fermandolo, — bisogna tagliarle il
braccio. —
Furio svenne.

XXIV.
La mattina appresso Iride e suo marito partirono; in poche parole era
stata chiarita ogni cosa; la condotta sconsiderata della signora era
stata indovinata e posta fuori di dubbio alla prima; nè lei nè Carlo
potevano più rimanere alla villa.
Furio ritornò in sè molto tardi; riavutosi dallo svenimento, lo aveva
preso una febbre violenta. Quetata la febbre, e con essa il delirio,
egli si trovò nella sua camera solo e circondato da un profondo
silenzio come se la villa fosse stata abbandonata. Il pensiero di quel
che era accaduto la sera lo assalì all'improvviso, lo prese un'angoscia
disperata, e pianse amaramente per molte ore, esclamando fra i
singhiozzi: — Candida! mia povera Candida! Che cosa ho mai fatto! — e
desiderava di morire.
Stette per molte ore solo, senza sentire il suono nè d'un passo nè
d'una voce, oppresso da uno sgomento indicibile.
A un tratto si spalancò la porta della sua camera. Egli balzò a sedere
sul letto; ma non vide nessuno, non sentì nessuno; la porta pareva
stata aperta da un fantasma.
Passò qualche altro minuto.
Sentì un rumore di passi lenti e gravi; tremò; qualcuno saliva su per
la scala; passò suo padre davanti alla porta, senza guardare; passò
la zia, passò il medico di casa, passò un signore sconosciuto, passò
Riconovaldo, tutti silenziosi, col capo basso, tristi. Egli tese
l'orecchio, sentì che salivano al secondo piano, e restò immobile col
respiro sospeso. Allora gli tornarono in mente quelle parole: — Bisogna
tagliarle il braccio; — e cominciò a tremare violentemente in tutta la
persona.
Dopo pochi minuti s'affacciò qualcuno alla porta e disse:
— È finita. —
Allora Furio gettò un grido straziante e cacciò la testa sotto le
coperte prorompendo in singhiozzi disperati.

XXV.
In quel frattempo Riconovaldo condusse nel salotto da pranzo i due
vecchi, e li fece sedere davanti a sè, dicendo che lo stessero a
sentire senza interromperlo.
— Vi ho fatti venir qui — cominciò con viso e accento severo — per
dirvi che la cagione di tutto quello che è accaduto siete voi. —
Il vecchio si rizzò.
— Lasciatemi dire, — riprese Riconovaldo; — v'ho da dire una cosa
che nessuno vi disse mai, o che voi non voleste mai capire. Ed è che
per Furio voi non avete mai avuto cuore, che lo avete disconosciuto,
trascurato, e tenuto in casa come un estraneo, credendovi sciolti
da ogni dovere verso di lui con dargli da mangiare e da dormire...
Lasciatemi parlare... L'avete creduto sempre uno scemo, ed è pieno
d'ingegno; perverso, ed è pieno di cuore; e rivende in tutto e per
tutto voi, suo fratello, me, tutta la mia stirpe e tutta la vostra.
Voi lo avete sempre umiliato; gli avete turato la bocca ogni volta che
v'ha domandato un po' d'affetto; l'avete tenuto qui per comodo vostro
sei mesi dell'anno, come una fiera in un parco, a inselvatichirsi nella
solitudine e a istupidirsi nella noia; gli avete fatto respirare per
quattordici anni, non l'aria pura e benefica della famiglia, ma quella
fredda e pesante d'una casa d'ospizio, come se l'aveste raccolto per
la strada, o ve l'avessero dato a convitto; non avete avuto un palpito
insomma, non vi siete dati una cura, non vi siete preso un pensiero, un
solo pensiero per lui. Nessuna meraviglia dunque che questo ragazzo,
con tanto affetto nell'anima, a cui s'impedì sempre l'uscita, l'abbia
poi versato tutto con impeto alla prima occasione; nessuno stupore
che le prime parole affettuose abbiano trovato in lui un'eco troppo
viva, se non glien'avevate mai fatta sentire nessuna; nulla di più
naturale che il primo viso di donna che gli si parò dinanzi, gli
abbia fatto dar di volta al cervello, s'egli non n'aveva mai visti, se
era stato sempre lontano dalla gente, se era sempre vissuto in mezzo
ai campi come un eremita. Sacrificate una volta i vostri comodi, se
avete cuore e giudizio, andate a stare in città, conducetelo con voi
nelle case dei vostri conoscenti, fatelo stare in mezzo alle bambine,
sfranchitelo, incoraggiatelo, amatelo, e fategli capire che lo amate,
e penetrate un po' nell'anima sua e nella sua testa, chè non tutti
son fatti a un modo e non bisogna giudicar tutti da noi. E finitela
con questa maniera d'educazione che vuol mantenere l'autorità colla
freddezza e la disciplina coll'umiliazione, e non fa altro che soffocar
l'amor proprio, indurire il cuore, alimentare la diffidenza, seminar
l'avversione e l'ingratitudine. È un'educazione da collegi. La casa non
è un collegio. Nella casa non ci devono essere nè freddezze, nè odii,
nè ipocrisie, nè oppressioni; nella casa si corregge, si consiglia, si
prevede, si dà dei buoni esempi, e si ama, e così si compie il proprio
dovere, si educano i figliuoli, si preparano gli uomini e si lavora per
la società. Scusate se sono stato un po' duro, e ora andiamo a terminar
questa scena.
Tutte queste cose erano state dette con tanto calore, con tanta forza,
con un accento così fermo di persuasione, e tanto spedito, che i due
vecchi, sopraffatti, non solo non trovarono modo d'interrompere,
ma nemmeno quand'ebbe finito non riuscirono lì su quel subito a
infilar due parole. L'ispettore avrebbe ben voluto dire, con aria di
rassegnazione, che c'era _qualchecosa di vero;_ ma il giovane lo spinse
leggermente fuori del salotto, senza lasciargli il tempo di rifiatare.

XXVI.
Riconovaldo s'affacciò alla porta della camera di Furio e lo chiamò per
nome.
Furio, pallido e trasfigurato che metteva pietà, venne innanzi tremando
e vacillando.
— Animo — disse il giovane — ora è tempo che tu venga a veder tua
sorella.
— Oh! no! — esclamò il ragazzo con voce di pianto, retrocedendo; — non
posso! non ho coraggio!
— Vieni! — ripetè Riconovaldo con accento imperioso. — È nostro dovere
d'importelo e tuo dovere d'obbedire.
Furio obbedì; Riconovaldo lo prese per mano e lo condusse sopra; il
padre e la zia lo seguirono.
Sul punto d'entrare nella camera di Candida, Furio si sentì mancar
le gambe; il giovine lo sorresse e gli disse: — Coraggio! — ed
entrarono.
La camera era quasi buia; Candida era a letto tutta coperta fino al
mento; Furio gettando un grido disperato si lanciò verso di lei, ma si
arrestò ad un tratto e cadde in ginocchio, singhiozzando: — Candida!
Candida! io ti volevo tanto bene... perdono! —
Candida tirò fuori un braccio e fece l'atto di cingergli il collo;
Furio s'alzò, chinò il viso sulla spalla di lei, esclamando con voce
soffocata: — Oh Dio! Dio! che cosa ho fatto! che cosa ho fatto! — ed
essa gli posò la mano sul capo e stettero un po' di tempo così.
All'improvviso Furio si sentì sul capo un'altra mano, e balzò indietro
atterrito.
Candida, sorridendo, gli tese tutt'e due le mani sane e intatte come le
aveva sempre avute.
Furio guardò, si passò una mano sugli occhi, girò lo sguardo intorno,
lo rifissò sulle mani di Candida, cominciò ad ansare, a gemere, a
sorridere, a mormorare qualche tronca parola, ad agitarsi tutto come
preso da febbre, e poi, tutto a un tratto, raccolta con grande sforzo
la voce, proruppe in un altissimo grido di gioia e si gettò fra le
braccia di sua sorella.
— Povero Furio! — essa gli disse, accarezzandolo affettuosamente,
— perdonami; ho fatto tutto questo per tuo bene; il dolore che hai
sofferto per cagion mia t'ha guarito; ora sei contento e tranquillo; ma
ho sofferto anch'io tanto per te; pensa quel che mi dev'esser costato
il farti penare così! Riconovaldo m'aiutò, persuase il babbo e la zia,
eravamo tutti d'accordo; tu mi perdoni, Furio, non è vero? —
Furio senza staccar la bocca dal viso di Candida accennò di sì.
— Ed ora, — uscì a dire Riconovaldo, — io ne ho già parlato al babbo e
alla zia; Furio verrà a fare un piccolo viaggio con me, per compenso di
quello che gli abbiamo fatto soffrire. —
Furio si gettò al collo di Riconovaldo. Questi si accostò a Candida,
cinse con un braccio la testa di lei, coll'altro la testa di Furio,
se le serrò tutt'e due contro il petto, e dopo aver guardato un pezzo
i due vecchi meravigliati di quell'atto, sorrise e disse: — Non avete
ancora capito che c'è qualche faccenda da accomodare? —
E allora Candida nascose dietro al capo di Furio il suo viso purpureo e
radiante di fidanzata.


UN GRAN GIORNO.

[Illustrazione]

La famiglia G*** era in villeggiatura, a poche miglia da Firenze,
quando l'esercito italiano si preparava ad andare a Roma. L'impresa
non era veduta di buon occhio. Il padre, la madre, le due figliuole
grandi, cattolici ardenti e patriotti tranquilli, volevano i _mezzi
morali_. — Noi — diceva la signora agli amici — di politica non ce ne
intendiamo, io poi meno di tutti; e se dovessi dirvi proprio chiaro e
netto perchè la penso come la penso, mi troverei imbarazzata. Ma, che
volete? Io ho un presentimento nel cuore, mi sento dentro una voce, un
tremito, un qualche cosa che mi dice: — A Roma in codesto modo non ci
s'ha da andare, non ci si deve andare, non ci si può andare. —
Io mi ricordo del quarant'otto, mi ricordo del cinquantanove, mi
ricordo del sessanta; ebbene, in quei giorni, non ho mai avuto paura,
non mi son mai sentita nel cuore quest'ansietà che mi ritrovo adesso,
pensavo sempre che la dovesse finir bene.... Ma questa volta, Signori
miei, avete un bel dire, io vedo del buio nell'aria, e di molto! Voi
ridete.... Pregate il cielo che un giorno o l'altro non s'abbia da
piangere. A me quel giorno non par molto lontano.
Il solo che non la pensasse così, di tutta la famiglia, era il
figliuolo: giovane di vent'anni, che appunto in que' giorni rileggeva
la storia romana, e bolliva. Per questo, in casa, proferire il nome di
Roma era attaccar battaglia, e ce n'era già stata una vivissima, dopo
la quale avevano convenuto di non toccare mai più quel tasto.
Una sera, ai primi di settembre, ricevettero un giornale _ufficioso_,
in cui si dava per certo che i soldati italiani avrebbero passato
il confine. Il giovane gongolò. Il padre lesse l'articolo, stette un
po' sopra pensiero e poi, crollando la testa, brontolò: — No! — e poi
daccapo: — no! — e una terza volta: — no, no, no!
— Ma scusi, babbo! — esclamò il figliuolo infiammandosi.
— Non ricominciamo! — interruppe amorevolmente la madre. E per quella
sera non ci furono altre parole. Ma il guaio serio seguì la sera
dopo, poco prima d'andare a letto, quando il giovane, con una faccia
franca, senza preamboli, come se fosse la cosa più naturale del mondo,
manifestò l'intenzione d'andar a Roma coll'esercito.
Fu un grido generale di sorpresa e d'indignazione. E poi una tempesta
di rimproveri e di minaccie: — Che non eran cose da poter onestamente
desiderar di vedere; che purtroppo già ne toccava a ciascuno,
come italiano, una parte di colpa, senza bisogno d'aggiungervi la
responsabilità di testimonio oculare, e che qui e che là, e che infine
tutto si poteva concedere e perdonare ad un giovane bennato, fuorchè
la smania (furon parole della madre) di andar a vedere _bombardare un
povero vecchio_. Bella guerra! bella gloria davvero! —
Quand'ebbero finito, il giovane strinse i denti, fece in pezzi un
giornale, s'alzò con impeto, accese un lume, e andò a chiudersi nella
sua camera, pestando i piedi come un attore italiano quando fa il re
furibondo.
Ma dopo una mezz'ora, cheto cheto, in punta di piedi, ritornò nella
stanza da pranzo. Non c'era più che il padre e la madre, silenziosi e
melanconici. Egli domandò scusa al padre, che si lasciò stringere la
mano brontolando; e poi ritornò verso la camera. La madre l'accompagnò.
— Dunque mai più di codeste idee, non è vero? — gli disse
amorevolmente, ponendogli le mani sulle spalle.
Il figliuolo le rispose con un bacio.
E il giorno dopo passava il confine degli Stati Pontificii.

In casa, appena se n'accorsero, furono lagrime, furori, invettive,
proponimenti di non volerlo più vedere, di non alzarsi nemmeno quando
ritornasse, di lasciar passare un mese senza dirigergli una parola,
di dar di frego al capitolo _minuti piaceri_ nel bilancio domestico, e
cento altre cose. Per parte della madre, parole; ma nel padre propositi
serii. Non era uomo da transigere; era buono, ma duro, e qualche volta,
nelle sue collere, tremendo; e il figliuolo lo sapeva e lo temeva.
Come dunque si fosse potuto risolvere a fargliene una così grossa,
non si poteva spiegare. Le notizie del venti settembre non fecero che
inviperire vie più padre e madre. — Ci sentirà, — dicevano a denti
stretti, — ha da venire! — Le parole, i gesti, il contegno da tenersi,
tutto era pensato e preparato: doveva essere una lezione solenne.
La mattina del ventidue, stavano tutti nella sala da pranzo, leggendo,
quando sentirono un gran picchio nella porta, e subito dopo videro il
figliuolo, rosso, ansante, abbronzato dal sole, dritto e immobile sulla
soglia.
Nessuno si mosse.
— Come! — esclamò il giovane, incrociando le braccia, con aria di gran
meraviglia. — Non sapete la novità? —
Nessuno rispose.
— Non v'hanno detto nulla? Non è venuto nessuno da Firenze? Siete
ancora al buio di tutto? —
Nessuno fiatò.
— La presa di Roma.... — s'arrischiò a dire di lì a un po' una delle
ragazze, dopo aver consultato il babbo con un'occhiata — .... la
sappiamo.
— Come! Nient'altro?
— .... Nient'altro.
— Ma che presa di Roma! — proruppe il giovane con un grido che fece
tremare tutti quanti; — che presa di Roma! Ve la porto io dunque la
notizia! —
Tutti si alzarono e gli corsero intorno.
— Ma com'è possibile, — continuò egli a gridare agitando le mani, —
com'è possibile che non sappiate nulla? Non s'è sparsa la voce per la
campagna? Non si son radunati i contadini? Che cosa fa il Municipio?
Oh! questa è inconcepibile davvero! Sentite dunque, mettetevi tutti
intorno a me, vi racconterò tutto; mi batte il cuore che non posso
quasi parlare....
— Ma che è stato?