Margherita Pusterla: Racconto storico - 04

propria non permise a Buonvicino di notare se nel suono della voce di lei,
qualche tremito annunciasse l'interno commovimento: ma, per legare
discorso,--Qual è, madonna, (le chiese) il libro che ha la fortuna di
occupare la vostra attenzione?»
--È (rispose ella) il dono più caro di che mio padre mi presentasse
quando venni sposa. Caro padre! negli anni di sua senile quiete, occupava
d'ogni dì qualche ora a scriverne una pagina; coll'accuratezza che voi
vedete, miniò egli stesso e indorò queste lettere capitali; sono di
sua mano questi ghirigori del frontispizio: ma il meglio, oh il meglio son
le cose che vi ha vergate, col titolo di _Consigli a mia figlia_. E me lo
consegnò coll'ultimo bacio, allorchè mi congedò dalla sua casa a
questa. Pensate s'io mel tenga prezioso! Anzi, poichè la ventura vi
guidò in buon punto, parrei troppo ardita se, avendo voi ozio, vi
pregassi a farmene un poco di lettura?»
Un desiderio della Margherita era sempre il suo: quanto più questo, che
lo toglieva da una situazione tanto penosa e impacciata? Accostato adunque
uno scannello, tosto si fu seduto poco lontano da lei. Margherita riprese
le sue trine, la damigella continuava a cucire, e Buonvicino, con avido
movimento pigliato il libro, seguitando là appunto ove la dama mostrava
d'averne sospesa la lettura, a voce alta incominciò:
--_Ma sia pure, figliuola mia, che la passione ti tolga di mente quel Dio
che chiamasti testimonio de' giuramenti fatti allo sposo: non badare nulla
agli uomini, i quali, senza udire le discolpe, ti condanneranno
all'inappellabile tribunale dell'opinione: deva pure il tuo consorte
ignorare per sempre i torti tuoi--qual sarai tu con te stessa? Consumato
appena il fallo, addio serenità; cento timori ti assalgono; a cento
menzogne ti trovi costretta; e un passo dato in sinistro a mille altri ti
conduce_. _Tante ore passavi col marito in quella mite gioja senza
ebbrezza, che solo in grembo alla virtù si ritrova; con lui dividendo,
alleggerivi le tribolazioni, retaggio dell'uomo nell'esiglio. Ora egli dee
venirti odioso, egli continuo rimprovero del tuo peccato, egli la cui vista
ti rinfaccia un giuramento, onde libera ti legasti seco, e che poi sleale
hai violato. Se d'altro t'incolpa, se ti bistratta, vorresti giustificarti,
ma la coscienza ti grida che meriti ben di peggio. Se ti accarezza--oh qual
cosa di più straziante che le fidenti carezze d'un oltraggiato? I suoi
affettuosi abbandoni lacerano l'anima tua ben peggio che i corrucci, che
l'oltraggio, anzi, più che un pugnale. La notte, nel letto testimonio di
sereni riposi, quieto, sicuro egli ti dorme a lato:--dorme quieto, sicuro a
lato di colei che l'offese, che lo detesta come ostacolo alle fantastiche
sue felicità. Ma il placido dormire non è più per te; egli è
là per rimproverarti tacendo. Nelle penose ore della lunga veglia,
t'ingegni stornare il pensiero sulle cure della vita, sui passatempi;
cerchi bearlo in quell'oggetto che chiami il tuo bene, e ch'è causa
d'ogni tuo male; ma in ciò pure che dubbj, che delirj! Degli affetti
suoi chi ti assicura? Te n'ha egli neppur dato prove quante il marito?_--Mi
amerà, _tu dici_, perchè l'amo io.--_Oh, non t'amava il tuo sposo? e
lo tradisti. Bene; e se l'amico tuo ti trascuri e ti disprezzi, cosa gli
dirai tu? rimproverarlo d'infedeltà, rinfacciargli i giuramenti? Ma il
bene stesso che gli vuoi non è un'infedeltà, uno spergiuro? Allora
abbandonata da esso, ove ricorrerai? allo sposo ingannato? ai figliuoli
posti in dimenticanza? alla pace domestica demeritata?_
_Tali sono le tue veglie. E quando pure il sonno dà tregua alla fatica
dei pensieri, che sogni! che visioni! Tu ne balzi atterrita, e fissi gli
occhi sullo sposo. Oh! forse, tra il dormire, ti uscì dal labbro una
parola che tradisse il tuo segreto; lo guardi spaventata, egli guarda te
carezzevole, e ti domanda: _Che hai?_--Oh l'animo tuo in quel punto!_
_Ed ecco intorno i pargoletti, cari, vezzosi, dolcissima cura, abbellimento
e delizia della vita. Tu li carezzi, li carezza il padre; li bacia, li
palleggia, ne guida i primi passi: insegna alle labbra infantili a ripetere
il suo nome, il tuo, con essi viene a ricrearsi dalle sollecitudini dei
negozj; all'innocenza loro cerca il balsamo quando il nausearono la
prepotenza, l'orgoglio, la doppiezza degli uomini. E ti dice:_ Diletta mia,
quanto è soave questa età; quanta affezione ci lega al nostro sangue!
_Miserabile! perchè impallidisci?_
_Poi coll'immaginazione egli previene il lampo, quando, gia' vecchio, si
vedrà ringiovanire in quegli esseri amati, e guidato a mano da loro,
ritesserà la tela della vita_: Essi saranno buoni, è vero, diletta
mia? buoni come la loro madre; e consolazione nostra come essa fu sempre la
mia.
_Che? tu chini la fronte? arrossisci? premi al seno il più piccino, non
per impeto d'affetto, ma per celare il turbamento del viso? Suvvia, sta
ferma: che temi? Dio non v'è, o non cura, o perdonerà per un sospiro
che gli darai quando il mondo ti avrà abbandonata. Gli uomini non ne
sanno nulla: nulla mai ne saprà il tuo consorte... Oh ma che importa? Lo
sa la coscienza tua: te lo rinfaccia con voce insistente che non puoi
soffocare, cui non sai rispondere: essa ti mostra davanti una strada di
menzogne e di raggiri, per cui sei costretta a scendere più rapida,
quanto più inoltri nel declivio: vorresti fermarti e non puoi... Guai,
guai se ti porta fin là, dove neppure ti giunga la voce della
coscienza._
_A ciò, figlia mia, a ciò vuol ridarti colui che tenta rapirti
all'amore del tuo sposo.--E costui, ti ama?_
Grosse stille di sudore gocciavano dalla fronte impallidita di Buonvicino
mentre leggeva: il cuore gli si serrava: sentivasi mancare: più e più
fioca gli diveniva la voce; qui alfine del tutto gli mancò. Depose il
libro, o piuttosto se lo lasciò cascare di mano: rimase cogli occhi a
terra confitti, nè per alquanti minuti potò riavere la parola.
Margherita seguitava ad aggruppare i fili, muovere i piombini, trapiantare
gli spilli del suo lavoro, studiando mostrarsi tranquilla: ma chi v'avesse
posto mente, dallo scompiglio dell'opera avrebbe argomentato allo
scompiglio dell'interno. Neppure a Buonvicino poterono rimanere inosservate
alcune lagrime che, per quanto ella si ingegnasse di rattenere, le caddero
dagli occhi sul lavoro.--Qual merito avrebbe la virtù, se le sue
vittorie non costassero nulla?
Dopo un intervallo di silenzio, egli si alzò; e facendosi forza quanto
poteva maggiore per rendere salda la voce,--Margherita (esclamò) questa
lezione non sarà perduta: quanto mi basterà la vita, ve ne avrò
obbligazione».
La dama levò sopra di lui uno sguardo di quell'ineffabile compassione,
che forse prova un angelo quando osserva l'uomo, alla sua tutela commesso,
inciampare nella colpa, da cui prevede che frappoco risorgerà, bello del
pentimento. Poi, non appena Buonvicino fu uscito, non appena intese
l'imposta rabbattersi sull'osservata orma di lui, concesse libero sfogo
all'affanno, sin allora penosamente compresso: si alzò, corse alla culla
ove dormiva il suo Venturino, lo baciò, lo ribaciò, e sulla tenera
faccia del vezzoso infante lasciò sgorgare un torrente di lagrime;
ultimo tributo che pagava alle memorie della gioventù, a quei primi
affetti che aveva lusingati perchè innocenti. Una madre, nei pericoli
del cuore, a qual asilo più sicuro può riparare, che all'innocenza
de' suoi bambini? E il bambino aprì gli occhi, quegli occhi di
fanciullo, in cui il cielo pare riflettersi in tutta la serena limpidezza;
fissò, conobbe la madre, e gettandole al collo le tenere braccia,
esclamò:--Mamma, cara mamma!»
Quella parola come sonava in quel momento preziosa, illibata, santa alla
Margherita! Tutta ne godette la voluttà; in quella trovò di nuovo la
calma, la sorridente tranquillità d'un cuore che, il momento dopo la
procella, esulta d'esserne uscito illeso.
Buonvicino andossene come fuori di sè: non distinse la scala, i servi,
la porta, la via; errò lungo tempo come il caso lo portava, senza
vedere, senza udire. Era, non so se l'abbiamo accennato, il giovedì
santo, giorno di universale compunzione, quando, siccome oggi ancora molti,
così tutti in quel tempo solevano girare alla visita dei sepolcri, in
cui si cela il Sacramento, per commemorazione di quel glorioso, ove stette
riposta la salma dell'Uom Dio, nel dì che fu consumata la rigenerazione
del genere umano. Torme d'uomini, di donne, di fanciulli, poveri, cenciosi
e mezzo ignudi, contadini in zoccoli e giubbone di stamina, cavalieri in
ricco abito dimesso, senza piume, senza le armi, empivano le strade, quali
solitarj, quali a coppia, in fila o a disordinate torme seguitando una
croce, da cui, tolto il divino peso, cascava un sindone a festone. I più
camminavano scalzi, molti non d'altro coperti che d'un sacco; alcuno
ripeteva ad alta voce il rosario, e un disaccordo di voci piagnolose gli
rispondeva: altri intonavano lo _Stabat Mater_ e i salmi del re penitente:
o mormorando in tono compunto il _Miserere_, ad ogni verso si percotevano
le spalle con flagelli di corde aggruppate: alcuno, quasi ciò fosse
poco, ravvolto sino al capo in ruvido traliccio e cosperso di cenere, si
avviava lento con dietro due o tre famigli e confratelli, che tratto tratto
gli scagliavano sul dorso staffilate a tutta forza. Ed ecco comparivano
numerose confraternite di maschi e donne imbacuccati, schiere di frati e di
monache non legate alla clausura: e tutti nude le piante, le mani giunte,
gli occhi a terra, scoronciando, cantando, singhiozzando.
In tal modo passavano da una all'altra delle sette basiliche principali, di
cui le più rimanevano allora fuori del recinto della mura; e giunti in
ciascuna, fra le adorazioni che vi prestavano, e le memorie del maggior
mistero di amore e di espiazione, raddoppiavano le preci, il canto, il
piangere, il gemere, il picchiar dei petti, il flagellarsi.
Da ciascuna parrocchia poi venivano alla visita lunghe processioni; in
tutte era un uomo vestito da Cristo, con un pesante crocione sulla spalla:
e intorno a lui donne che figuravano la Vergine, la Maddalena, santi d'ogni
età, d'ogni nazione, innalzando gemiti di pietà: nel mentre altri,
vestiti alla foggia che i molti pellegrini avevano veduto usarsi in
Palestina, dovevano figurare i Giudei, Pilato, Erode, Longino, il Cireneo;
e ciascuno rappresentava secondo il suo personaggio, e proferiva strane
parole, interrotte dai gridi, dai singhiozzi degli spettatori, da un
frastuono di raganelle e di mazze percosse per le muraglie e contro le
porte, onde i fanciulli in frotta manifestavano l'incomposta loro
devozione.
Un saltambanco cieco, montato sur un tavolotto, con una tal quale flebile e
monotona cantilena ripeteva una composizione, rozza se poteva essere, e che
oggi desterebbe sorriso e disprezzo[6], allora moveva lacrime di devota
compassione. L'intenta plebe si affrettava di gettar un quattrino nel
bossolo del povero cieco: ad alcuni di quei robusti uomini, educati o
cresciuti per la guerra, che non avevano mai compatito ai travagli veri e
presenti dei loro simili, ora udendo rammentare le volontarie pene
dell'Innocente, s'imbambolavano gli occhi: e taluno, battendo la scabra
destra sull'elsa della spada, esclamava:--Oh che non éramo là noi a
liberarlo!»
Frati intanto, o palmieri coperti del sarrocchetto, profittavano di
quell'ardore, di quel commovimento per dipingere gli orrori onde avevano
veduta oppressa la Terrasanta dai Musulmani, e incoravano chi avesse fede a
voler redimerla col ferro, o almeno coll'oro sollevarla.
In mezzo a questo brulichìo di popolo, a questa bizzarra mescolanza di
cose le più serie con burlesche, carattere dei mezzi tempi; fra lo
spettacolo grandioso di una gente intera che si condolea dei patimenti di
tredici secoli fa, come fossero di jeri, passava Buonvicino, ora
lasciandosi dalla calca trasportare, ora fendendola a ritroso, ma
coll'occhio a terra, quasi temesse incontrar un accusatore in ogni volto
che fissasse: assorto ne' suoi pensieri così, che uno, al mirarlo, potea
crederlo più di tutti compreso dalla pietà universale. Era in quella
vece un travaglio fiero, insistente, di fantasie, di sgomenti, che gli si
stringevano attorno come la folla ond'era circondato. Ma dalla folla si
sviluppò alla fine, e cacciossi fuori della città. Il sole piegava al
tramonto; un vento impetuoso, come suole di quella stagione, fischiava tra
i rami delle piante, ove appena cominciava a rifluire il succhio vitale, ed
agitava le erbette rinnovate al raggio del sole, che, dopo il torpore
invernale, le fomentava traverso un aere, la cui limpidezza non era
offuscata ancora dalle crasse esalazioni dei prati marci.
Quivi trovata alfine la solitudine, tanto desiderata agli animi commossi,
abbandonavasi Buonvicino ai suoi sentimenti,--sentimenti opposti di amore,
di dispetto, di gioje, di tribolazioni, di speranze, di ripetio. Sedeva,
girava, meditava: or rivolgeva gli sguardi sopra la città, sulle torri
ove ammutolivano i sacri bronzi; sugli spaldi ove le ronde passeggiando, a
intervalli gridavano e si rispondevano, _Visconti, Sant'Ambrogio_. Questo
grido ritraendolo a pensare ai mali della sua patria, lo svagava un istante
da' suoi proprj:--ma i mali della patria non erano gran parte, anzi la
maggior parte de' suoi? Riandava i tempi della passata libertà,
paragonandoli ai troppo diversi che ora gli pesavano sopra, ed ai peggiori
che vedeva avvicinarsi; ricorreva le balde speranze giovanili, quando si
figurava libero in libera patria, e giovare col braccio e col consiglio i
suoi cittadini, salire ai primi onori, meritar lode e gloria nel
pubblico:--in privato poi... E qui tornava alla Margherita, a lei ancora
fanciulla, ancora un bocciuolo di rosa che da lui aspettava l'alito
vivificatore: un cuore innocente, che ad una sua parola poteva sorgere al
pieno sentimento di una intemerata felicità.--Ah! tutto era disparso;
disparsa la pubblica speranza, disparsa la domestica contentezza.--Ella,
almeno, ella sia felice, e goda anche la porzione di bene che a me fu
negata.--Felice?... bene?... Ed io, sciagurato, io osai d'insidiarne la
purezza? io aspirai a turbare per sempre la tranquillità di lei, d'un
amico?»
Fra questi e somiglianti pensieri, Buonvicino si accostò alla postierla
di Algiso, come chiamavano quel ch'è oggi il ponte di San Marco; ed
entrato, si trovò di fianco alla chiesa degli Umiliati di Brera. Nel
giorno e nell'ora che Buonvicino vi capitò, pochi devoti, quelli solo
cui l'età o le occupazioni impedivano di visitare cogli altri le sette
chiese, traevano qui ad offrire la solinga loro preghiera a Colui, che
tutte e da per tutto le ascolta.
L'ordine degli Umiliati era nato in Milano, circa tre secoli prima, da
alcuni laici congregatisi a far vita devota in case comuni, ove le donne
non erano dagli uomini appartate. San Bernardo, quando viaggiava
persuadendo l'Europa a precipitare sopra l'Asia per impedire che la
mezzaluna prevalesse alla croce, Maometto a Cristo, la civiltà alle
barbarie, dettò qui agli Umiliati le regole, per cui alcuni vennero unti
sacerdoti, segregati i due sessi; onde rimase formato il secondo Ordine, di
cui erano questi, che sovra un _prædium_, e vulgarmente _breda_ o
_brera_, avevano fabbricato il convento che conservò l'antico nome. Il
terzo Ordine riconosceva per istitutore il beato Giovanni da Meda, che
nella casa di Rondineto, oggi collegio Gallio a Como, fondò i preti
Umiliati. Tanto crebbe l'Ordine, che nel solo Milanese possedeva ducenventi
case (case e canoniche chiamavano i loro conventi), e in ciò si
distingueva dagli antichi di san Benedetto e dai recenti di san Domenico e
san Francesco, perchè dedito per istituto all'operosità manufattrice.
La seta in quei tempi era cosa rara, e una libra pagavasi fino a 180 lire:
nè Milano pare ne abbia posseduto manifatture prima del 1314, quando
molti Lucchesi, avendo perduta la patria per la tirannide di Castruccio, si
sparsero per l'Italia portandovi quell'arte che già tra loro fioriva.
Vivissimo all'incontro era in queste parti il traffico e il lavorìo
della lana, e gli Umiliati ne facevano la parte maggiore. Nel 1305, questi
di Brera appunto avevano inviato alcuni dei loro a piantare manifatture
sino nella Sicilia: per Venezia spedivano a tutta Europa gran quantità
di panni, e guadagnavano immense ricchezze, con cui compravano immensi
poderi, soccorrevano i bisognosi, e potevano persino, nelle debite
proporzioni, prevenir quello che fece la Compagnia delle Indie in
Inghilterra col servire di somme il patrio Comune, Enrico VII imperatore ed
altri sovrani.
Gran credito perciò godeva quest'Ordine; e sovente ai membri di esso
affidavasi pubbliche incombenze, singolarmente di riscuotere le gabelle,
percepire i dazj all'entrata della città, trasportare peculj, conservare
pegni. Ma essendo d'ogni istituzione umana il corrompersi, tralignarono
anche gli Umiliati: le ricchezze bene acquistate furono convertite male:
all'operosità subentrarono l'ozio e i vizj che ne conseguono: immensi
tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano in
lusso di tavola e di trattamenti: tanto che gli scandali che ne nascevano
indussero san Carlo Borromeo a domandarne l'abolizione nel 1570, destinando
gran parte dei loro beni a favore d'un Ordine allora nascente, i Gesuiti.
Questi pure, passato il loro tempo, vennero dal papa disfatti, e il
grandioso palazzo ch'essi avevano fabbricato a Brera, fu destinato
all'istruzione, all'astronomia, alle belle arti, di cui oggi sono colà
le scuole e i modelli.
Così ad un podere successe una manifattura, a questa l'educazione,
infine il culto del bello: sicchè quel palazzo può in alcun modo
segnare l'andamento della società.
A quel posto però, nei giorni di Buonvicino, sorgeva un monastero
disadorno secondo i tempi, e una vasta chiesa di stile gotico, lavorata di
fuori a marmi scaccati bianco e nero. Sui due campi laterali si vedea da
una banda il beato Rocco, pio pellegrino di Mompellieri, morto poc'anni
prima, dopo essere vissuto in continuo servizio degli appestati,
perlocchè veniva riverito e invocato come tutore contro i contagi che
allora di frequente ripullulavano; dall'altra un san Cristoforo, persona
gigante, con un Gesù bambino a cavalluccio; effigie che poneasi sulle
facciate e lungo le vie, perchè credeano che, al solo mirarla, desse la
buona andata, e preservasse dalla morte improvvisa.
Nel mezzo si apriva una portella, cui faceano stipite certi fasci di
colonnine ritorte a spira, con attorno fiori, rabeschi, uccelli; e che
sorreggevano un arco acuto, di sopra il quale sormontava un terrazzino,
sostenuto da due colonne dì porfido, le quali, invece di base,
impostavano sopra due grifoni in atto di spiegare le ali. Quel terrazzino
era il pulpito, da cui nei giorni festivi, i frati predicavano alla folla
concorsa in sul sagrato, all'ombra di un olmo centenario.
V'ha dei momenti, quando l'animo nostro è disposto, quasi direi
necessitato a meditare su tutto ciò che si affaccia ai sensi: le cose
medesime, che cento volte si erano vedute con indifferenza, toccano e
colpiscono.
Quante fiate Buonvicino era passato innanzi a quel piazzuolo, a quell'olmo,
a quella chiesa senza più che inchinarsi, come si usa ai luoghi
benedetti! Ora vi si fermò; tenne gli occhi sopra una porta che, di
fianco alla chiesa, introduceva al convento, e vi lesse scritto: _In loco
isto dabo pacem_.
La pace? non era quella ch'egli avea perduta? che andava rintracciando? un
momento di calma non era la più ambita delle dolcezze fra le sue
burrasche? Perchè non entrare laddove era promessa?
Ed entrò.
I conventi, in qualunque concetto voglia aversene la santità e la vita
contemplativa, erano un ricovero, a cui volentieri rifuggiva l'uomo
sbattuto dagli affanni; il loro silenzio, la devota quiete, quel distacco
dagli affari mondani, li faceva somigliare ad isole fra il turbolento mare
della società: e il cuore bersagliato dalla fortuna (onesta parola, onde
si velano la slealtà, l'ingratitudine, l'incongruenza degli uomini) vi
cercava, e spesso anche vi trovava il balsamo della dimenticanza.
Fra i duri casi di mia vita, non m'usciranno mai dalla mente otto giorni,
che volli vivere in un monastero. La situazione di quello, sotto
incomparabile temperie di cielo, ricreato dalla vista di un'ubertosa
amenità campestre e montana, contribuirono senza dubbio a rendermi la
tranquillità ch'io era venuto a domandarvi. Ma sotto quei portici
taciturni, in quelle fughe di corridoj, non popolati che da persone, in
ogni apparenza diverse da quelle che siamo avvezzi scontrare pel mondo,
sempre mi tornava al pensiero Dante Alighieri, quando, errabondo al par di
me, lasciata anch'egli ogni cosa più caramente diletta, anch'egli
indispettito colla patria e coi compagni di sua sventura, là per la
diocesi di Luni si assise in un chiostro a meditare. Dove un frate, vistolo
rimanere così a lungo osservando, gli si appressò chiedendogli:--Che
volete, che cercate, buon omo?»--Egli rispose:--Pace».
E per desiderio di pace Buonvicino si condusse sotto l'atrio, ove la
tettoja proteggeva i muricciuoli, disposti ai pitocchi che numerosi,
principalmente nella carestia d'allora, venivano per le zuppe ivi
distribuite ogni mezzodì. Sulle pareti d'allato vedeasi la storia, vera
o leggendaria della istituzione degli Umiliati: e chi oggi in quel palazzo
ammira i capolavori degli artisti antichi e le mediocrità dei moderni, a
fatica saprebbe figurarsi la rozzezza, onde allora v'erano pitturate a
guazzo certe immagini lunghe, smilze, in punta di piedi, senza movenze
nè scorci, senza ombre nè fondo nè terreno.
L'indovinare che cosa significassero non sarebbe stata facile impresa, se
non fossero venuti in soccorso caratteri e versi non meno grossolani. A
manritta dunque si mostrava un diroccamento di case, di mura, di chiese, e
la scritta _Mediolano_ indicava doversi intendere le rovine di questa
città, allorchè rimase desolata per opera dell'imperatore Federico
Barbarossa e de' suoi confederati, pur troppo italiani. Sul dinanzi, alcuni
in abito dimesso, parte in ginocchio, tutti colle mani giunte, avevano a
significare i cavalieri milanesi che, secondo la tradizione, fecero voto,
se mai la patria si rassettasse dalla schiavitù, di congregarsi a vita
di penitenza e di santità. Ciò dichiarava la sottoposta iscrizione in
questi che, almeno nell'intenzione dell'autore, erano versi:
Come diruto Mediolano
De Barbarossa cum la mano
Li militi se botano a Maria
Ke laudata sia.
Erano dalla banda sinistra figurate delle case, quali finite, quali ancora
in costruzione per indicare Milano, se distrutto dalle dissensioni, or
rifabbricato dall'affratellamento dei Lombardi: e una dozzina fra signori e
dame, non distinti che dal prolungarsi a queste la guarnacca bianca fino
sul tallone, mentre agli altri dava appena al ginocchio, recandosi a
braccio e in collo dei fardelli, cioè i loro averi, si dirizzavano ad
una chiesa, sovra la quale, fra certe nuvole che avresti scambiato per
balle di bambagia, appariva la Madonna, e la scritta diceva:
Questi enno li militi humiliati
Quali in epsa civitati
Solvono li boti sinceri.
Dicete un ave o passeggieri.
La rusticità dei versi e del dipinto non offendeva Buonvicino, a poco di
meglio abituato; poichè, sebbene fossero già vissuti Dante e Giotto,
ristoratori della poesia e della pittura; sebbene i canti di quello fossero
letti pubblicamente e commentati in Lombardia, e Giotto fosse venuto qui a
dipingere in Corte di Azone Visconti, non per questo il gusto era diffuso;
e non era l'infimo degli scolari di Andrino da Edesia pavese quel che aveva
eseguito il grossolano dipinto.
Bensì la storia quivi rappresentata rispondeva bene allo stato interno
del nostro Lando, talchè vi stette alquanto fiso in muta contemplazione.
Angiolgabriello da Concorezzo portinajo, allorchè lo vide accostarsi
alla soglia, si trasse da banda, dicendogli:--Iddio vi benedica»; ed
esso entrato, si trovò in un cavedio erboso, nel cui mezzo un pozzo,
presso al quale verdeggiava un agnocasto, arboscello che nei chiostri mai
non lasciavasi mancare, credendo giovasse a mantenere illibata la
castità. Tutt'intorno girava un portico in volta, sostenuto da
pilastrelli di cotto, sotto al quale altre immagini, del merito delle
prime, istoriavano la vita operosa d'alcuni santi, come san Paolo che
tesseva fiscelle, san Giuseppe intento alla pialla, i Padri dell'eremo che
faceano carità insieme trecciando foglie di palma.
Del resto ogni cosa quieta. Passeri a migliaia stormivano su per le
tettoje, mentre qualche rondine primaticcia aliava esplorando e meditando
il nido sotto quelle volte, ove mai non le era stato turbato: i numerosi
telaj, che si vedevano disposti negli spaziosi cameroni, riposavano in quel
dì, sacro al meditare: tratto tratto appariva alcun frate in tunica di
lana bianca: sovr'essa un'onestà, pur bianca, cinto i lombi d'una
coreggia, cogli zoccoli in piede e coll'aria di grande mestizia,
conveniente al solenne lutto di quel giorno. Erano avvezzi a vedere
estranei vagare per le loro case: non ne facevano meraviglia, non
domandavano, non temevano: la religione proteggeva le ricchezze ivi
raccolte, e rendea sacre le persone, che la divozione o la sventura vi
conducesse. Onde passavano da lato a Buonvicino, esclamavano _Pax vobis_, e
seguitavano la loro via.
Tutto questo insieme facea su Buonvicino l'effetto di un placido zefiro
sopra un lago mareggiante. Vagò osservando, riflettendo, e il suo passo,
dapprima frettoloso e incomposto, veniva lasciando la furia, e dando
indizio della calma che a poco a poco le subentrava. Udivasi fra ciò un
accordo di voci, ma fioco, lontano come uscisse di sotterra, intonare una
lugubre melodia; dietro al cui suono Buonvicino arrivò nella chiesa. Era
affatto oscura acciocchè meglio ajutasse il raccoglimento: nessuna
lampada, nessun cero luceva sullo spogliato altare: un bisbiglio di
preghiere, fatto da devoti che non si vedeano, ricordava gli angelici
spiriti che, nel giorno medesimo, furono intesi gemere invisibili nel
tempio di Gerusalemme quando moriva il loro Fattore. Nella confessione o,
come diciamo noi Lombardi, nello _scuruolo_, i frati ripetevano a muta le
lamentazioni di Geremia, e il racconto così semplice e così
appassionato della morte di Cristo.
Tentone si inoltrò Buonvicino, e appressatosi ad una delle sedici
colonne che in tre navate dividevano il tempio, trovata alcuna cosa, le si
inginocchiò davanti, e tastando si accorse esser un avello, con sopra
effigiato colui che in esso riposava. Era di fatto il sepolcro di Bertramo,
primo gran maestro generale degli Umiliati, che aveva loro dettate le
costituzioni, e si era addormentato in Dio nel 1257.
Sopra quell'urna appoggiato il capo, Buonvicino pianse, dirottamente
pianse. Una devota compunzione tutto l'aveva preso: il pensiero di un Dio,
di una fine che tutti aspetta, di un Giusto, soffrente per le colpe altrui,
di un dolore universale, era sottentrato al sentimento delle personali
affezioni, all'idea dei danni antichi, del recente errore, della patria, di
Margherita, di quanto il mondo l'aveva fatto godere e soffrire. Quel godere
del mondo (egli pensava) a che riesce se non a scontenti e noje? Qui invece
all'austerità della quaresima, al lutto di questi giorni, succederà
il tripudio, l'alleluja: l'altro domani, scontrandosi per le vie, l'un
l'altro saluterà esclamando: _È risorto!_--salubri penitenze che si
risolvono in una santa esultazione!
Ciò meditando, Buonvicino si sentì toccar il cuore, e fermò la
risoluzione di togliersi dal tramestio mondano, e rendersi tutto a Dio. La
sera non uscì dal convento; chiese d'esser annoverato tra i fratelli, e
l'ottenne; in breve fu vestito e professato. Persona di tal credito fu
tenuta un prezioso acquisto per la congregazione: la fama se ne diffuse
tosto, genza che destasse gran meraviglia, perchè non erano rari
somiglianti casi. I buoni ne benedissero il Signore; Buonvicino più fu
diletto dai suoi amici, più rispettato dai padroni; i malevoli stessi,
ora ch'egli più non dava ombra, ne confessavano i meriti e le virtù.
Egli, assaporando quella _pace di Dio che oltrepassa ogni intendimento_,