Le tragedie, gl'inni sacri e le odi - 41

Te, come piacque al ciel, nato a le grandi
De l’Eridano sponde, a questi ameni
Cheti recessi e a tacit’ombre invito.
Non feroci portenti o scogli immani,
Nè pompa io vanto d’infinito flutto
O di abitati pin; nè imperïoso
Innalzo il corno, a le città soggette
Signoreggiando le torrite fronti;
Ma verdi colli, e biancheggianti ville,
E lieti colti in mio cammin vagheggio,
E tenaci boscaglie a cui commisi,
Contro i villani d’aquilone insulti,
Servar la pace del mio picciol regno,
E con Febo alternar l’ombre salubri.
Nè al piangente colono è mio diletto
Rapir l’ostello e i lavorati campi,
Ad arricchir l’opposta avida sponda,
Novo censo al vicin; nè udir le preci
Inesaudite e gl’imprecanti voti
De le madri che seguono da lunge,
Con l’umid’occhio e con le strida, il caro
Pan destinato a la fame de’ figli,
E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l’innocua mano
Piegar l’erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti per ornarmi il seno
E le trecce stillanti. Nè gelosa
Tolgo agli occhi profani il mio soggiorno,
Ma dai tersi cristalli altrui rivelo
La monda arena. Anzi sovente, scesi
Dai monti Orobj i Satiri securi,
Tempran nel fresco mio la siria fiamma,
Col piè caprino intorbidando l’onda.
Ben al par d’Aretusa e d’Acheloo
Vanta natal divino e sede arcana,
Sacra ai congressi de le aonie suore;
Pur soave ed umil vassi Ippocrene
Su la libètride erba mormorando.
Ben so che d’altro vanto aver corona
Pretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio,
Del primo onor geloso, ancor s’ascolta
Sonar l’onda sdegnosa armi ed amori;
E so ch’egli n’andò poi de la molle
Guarinia corda, or de la tua, superbo.
Ma non vedi con l’irta alga natìa
Splendermi il lauro in su la fronte? Salve,
Vocal colle Eupilino; a te mai sempre
Rida Bacco vermiglio e Cerer bionda:
Salve, onor di mia riva! A te sovente
Scendean Febo e le Muse eliconiadi,
Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana.
Quivi sovente il buon cantor vid’io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello,
O, traendo l’inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella, che di lui temea
L’irato ciglio e il satiresco ghigno;
Ma alfin seguialo, e su le tempie antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udillo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade;
O de’ potenti maledir l’orgoglio,
Come il genio natìo movealo al canto
E l’indomata gioventù de l’alma.
Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschi
È silenzio ed orror. Te dunque invito,
Canoro spirto, a risvegliar col canto
Novo romor cirreo. A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le immagini e l’estro e il furor sacro
E l’estasi soavi e l’auree voci
Già di sua man rinchiuse. A te venturo
Fiorisce il dorso brïanteo, le poma
Mostra Vertunno, e con la man ti chiama.
Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,
Già mi preparo a salutar da lunge
L’alto Eridano tuo, che al novo suono
Trarrà meravigliando il capo algoso;
E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,
Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.


IN MORTE DI CARLO IMBONATI.
VERSI A GIULIA BECCARIA SUA MADRE.

Ch’ambo i vestigi tuoi cerchiata piangendo. CASA.
Se mai più che d’Euterpe il furor santo,
E d’Erato il sospiro, o dolce madre,
L’amaro ghigno di Talia mi piacque,
Non è consiglio di maligno petto.
Nè del mio secol sozzo io già vorrei
Rimescolar la fetida belletta,
Se un raggio in terra di virtù vedessi,
Cui sacrar la mia rima. A te sovente
Così diss’io: ma poi che sospirando,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Narrar t’udia di che virtù fu tempio
Il casto petto di colui che piangi;
Sarà, dicea, che di tal merto pera
Ogni memoria? E da cotanto esemplo
Nullo conforto il giusto tragga, e nulla
Vergogna il tristo? Era la notte; e questo
Pensiero i sensi m’avea presi; quando,
Le ciglia aprendo, mi parea vederlo
Dentro limpida luce a me venire,
A tacit’orma. Qual mentita in tela,
Per far con gli occhi a l’egra mente inganno,
Quasi a culto, la miri, era la faccia.
Come d’infermo, cui feroce e lungo
Malor discarna, se dal sonno è vinto,
Che sotto i solchi del dolor, nel volto
Mostra la calma, era l’aspetto. Aperta
La fronte, e quale anco gl’ignoti affida:
Ma ricetto parea d’alti pensieri.
Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso
Non difficile il labbro. A me dappresso
Poi ch’e’ fu fatto, placido del letto
Su la sponda si pose. Io d’abbracciarlo,
Di favellare ardea; ma irrigidita
Da timor da stupor da reverenza
Stette la lingua; e mi tremò la palma,
Che a l’amplesso correva. Ei dolcemente
Incominciò: Quella virtù, che crea
Di due boni l’amor, che sian tra loro
Conosciuti di cor, se non di volto,
A vederti mi tragge. E sai se, quando
Il mio cor ne le membra ancor battea,
Di te fu pieno; e quanta parte avesti
De gli estremi suoi moti. Or poi che dato
Non m’è, com’io bramava, a passo a passo
Per man guidarti su la via scoscesa,
Che anelando ho fornita, e tu cominci,
Volli almeno una volta confortarti
Di mia presenza. Io, con sommessa voce,
Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensa
Ciò che dir debba, e pur dubbiando dice,
Risposi: Allor ch’io l’amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime furo; e la dolcezza
De l’esser teco presentia, chi detto
M’avria che tolto m’eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t’apersi,
Che non saria da gli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.
E come il pellegrin, che d’amor preso
Di non vista città, ver quella move;
E quando spera che la meta il paghi
Del cammin duro e lungo, e fiso osserva
Se le torri bramate apparir veggia;
E mira più da presso i fondamenti
Per crollo di tremuoto in su rivolti,
E le porte abbattute, e fori e case
Tutto in ruina inospital converso;
E i meschini rimasti interrogando,
Con pianto ascolta raccontar de i pregi
E disegnar de i siti; a questo modo
Io sentia le tue lodi; e qual tu fosti
Di retto acuto senno, d’incolpato
Costume, e d’alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo:
Com’oggi al mondo al par di te nessuno
Gusti il sapor del beneficio, e senta
Dolor de l’altrui danno. Egli ascoltava
Con volto nè superbo nè modesto.
Io rincorato proseguia: Se cura,
Se pensier di quaggiù vince l’avello,
Certo so ben che il duol t’aggiunge e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto. E se possanza
Di pietoso desio t’avrà condotto
Fra i tuoi cari un istante, avrai veduto
Grondar la stilla del dolor sul primo
Bacio materno. Io favellava ancora,
Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunte
Alzando in ver lo loco onde a me venne,
Mestamente sorrise, e: Se non fosse
Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto
Quell’anima gentil fuor de le membra
Prendesse il voi, per chiuder l’ali in grembo
Di Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia.
Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso. A questi accenti
Chinammo il volto, e taciti ristemmo:
Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava.
Poi che il pianto e i singulti a le parole
Dieder la via, ripresi: A le sue piaghe
Sarà dittamo e latte il raccontarle
Che del tuo dolce aspetto io fui beato,
E ridirle i tuoi detti. Ora, per lei
Ten prego, dammi che d’un dubbio fero
Toglierla io possa. Allor che de la vita
Fosti al fin presso, o spasimo, o difetto
Di possanza vital feceti a gli occhi
Il dardo balenar che ti percosse?
O par ti giunse impreveduto e mite?
Come da sonno, rispondea, si solve
Uom, che nè brama nè timor governa,
Dolcemente così dal mortal carco
Mi sentii sviluppato; e volto indietro,
Per cercar lei, che al fianco mio si stava,
Più non la vidi. E s’anco avessi innanzi
Saputo il mio morir, per lei soltanto
Avrei pianto, e per te: se ciò non era,
Che dolermi dovea? Forse il partirmi
Da questa terra, ov’è il ben far portento,
E somma lode il non aver peccato?
Dove il pensier da la parola è sempre
Altro, e virtù per ogni labbro ad alta
Voce lodata, ma nei cor derisa;
Dov’è spento il pudor; dove sagace
Usura è fatto il beneficio, e brutta
Lussuria amor; dove sol reo si stima
Chi non compie il delitto; ove il delitto
Turpe non è, se fortunato; dove
Sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.
Dura è pel giusto solitario, il credi,
Dura, e pur troppo disegual, la guerra
Contra i perversi affratellati e molti.
Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E a l’onor vano e al lucro; e de le sale
Al gracchiar voto e del censito volgo
Al petulante cinguettìo, d’amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,
Segui tua strada; e dal viril proposto
Non ti partir, se sai. Questa, risposi,
Qualsia favilla, che mia mente alluma,
Custodii, com’io valgo, e tenni viva
Finor. Nè ti dirò com’io, nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
De l’insipida stoppia, il viso torsi
Da la fetente mangiatoia; e franco
M’addussi al sorso de l’Ascrea fontana.
Come talor, discepolo di tale,
Cui mi saria vergogna esser maestro,
Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente, e ragionar con loro.
Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nome
Macchiar de’ vili, che oziosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro
L’operosa calunnia. A le lor grida
Silenzio opposi, e a l’odio lor disprezzo.
Qual merti l’ira mia fra lor non veggio;
Ond’io lieve men vado a mia salita,
Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,
Se di te vero udii che la divina
De le Muse armonia poco curasti.
Sorrise alquanto, e rispondea: Qualunque
Di chiaro esemplo, o di veraci carte
Giovasse altrui, fu da me sempre avuto
In onor sommo. E venerando il nome
Fummi di lui, che ne le reggie primo
L’orma stampò de l’italo coturno:
E l’aureo manto lacerato ai grandi,
Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;
E di quel, che sul plettro immacolato
Cantò per me: _Torna a fiorir la rosa_.
Cui, di maestro a me poi fatto amico,
Con reverente affetto ammirai sempre
Scola e palestra di virtù. Ma sdegno
Mi fero i mille, che tu vedi un tanto
Nome usurparsi, e portar seco in Pindo
L’immondizia del trivio, e l’arroganza,
E i vizj; lor; che di perduta fama
Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso
Far di lodi mercato e di strapazzi.
Stolti! Non ombra di possente amico,
Nè lodator comprati avea quel sommo
D’occhi cieco, e divin raggio di mente,
Che per la Grecia mendicò cantando.
Solo d’Ascra venian le fide amiche
Esulando con esso, e la mal certa
Con le destre vocali orma reggendo:
Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,
E Rodi a Smirna cittadin contende:
E patria ei non conosce altra che il cielo.
Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
Sopravissuti, oscura e disonesta
Canizie attende. E tacque; e scosse il capo,
E sporto il labbro, amaramente il torse,
Com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.
Gioja il suo dir mi porse, e non ignota
Bile destommi; e replicai: Deh! vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far, che s’io cadrò su l’erta,
Dicasi almen: su l’orma propria ei giace.
Sentir, riprese, e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi: conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir: nè proferir mai verbo,
Che plauda al vizio, o la virtù derida.
O maestro, o, gridai, scorta amorosa,
Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio
Non mi sia spento; a governar rimani
Me, cui natura e gioventù fa cieco
L’ingegno, e serva la ragion del core.
Così parlava e lagrimava: al mio
Pianto ei compianse, e: Non è questa, disse,
Quella città, dove sarem compagni
Eternamente. Ora colei, cui figlio
Se’ per natura, e per eletta amico,
Ama ed ascolta, e di filial dolcezza
L’intensa amaritudine le molci.
Dille ch’io so, ch’ella sol cerca il piede
Metter su l’orme mie; dille che i fiori,
Che sul mio cener spande, io gli raccolgo,
E gli rendo immortali; e tal ne tesso
Serto, che sol non temerà nè bruma,
Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancora
De le sue belle lagrime irrorato.
Dolce tristezza, amor, d’affetti mille
Turba m’assalse; e da seder levato,
Ambo le braccia con voler tendea
A la cara cervice. A quella scossa,
Quasi al partir di sonno io mi rimasi;
E con l’acume del veder tentando,
E con la man, solo mi vidi; e calda
Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.


A PARTENEIDE

E tu credesti che la vista sola
Di tua casta bellezza innamorarmi
Potente non saria, che anco col suono
Di tua dolce parola il cor mi tenti,
Vergine Dea? Col tuo secondo Duca[1301]
Te vidi io prima, e de le sacre danze
O dimentica o schiva; e pur sì franco,
Sì numeroso il portamento, e tanto
Di rosea luce ti fioriva il volto,
Che Diva io ti conobbi, e t’adorai.
Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieto
D’amor primiero ti porgea la destra,
Di sì fidata compagnia, che primo
Giurato avrei che per trovarti ei l’erta
Superasse de l’Alpe, ei le tempeste
Affrontasse del Tuna, e tremebondo
De la mobil Vertigo, e da l’ardente
Confusion battuto, in sul petroso
Orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite
Quegli avversarj che van sempre insieme,
Riverenza ed Amor; ma pur sì pio
Aprivi il riso, e non so che di noto
Mi splendea ne’ tuoi sguardi, che Amor vinse,
E m’appressai securo. E quel cortese,
Di cui cara l’immago ed onorata
Sarammi infin che la purpurea vita
M’irrigherà le vene, a me rivolto,
Con gentil piglio la tua man levando,
Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldo
La man ti stesi; ma tremò la mano
E il cor: chè tutto in su la fronte allora
Vidi il dio sfolgorarti, e tosto in mente
Chi sei mi corse, ed in che pura ed alta
Aria nutrita, ed a che scorte avvezza.
Mesto allor la tua vista abbandonai;
Ma l’inquïeto immaginar, che sempre
Benchè d’alto caduto in alto aspira,
Sovra l’aspro sentiero a vol si mosse
Del tuo vaggio, e a te fidato, al sommo
Stette de l’Alpe, e si librò securo
Sovra i vestigj e i desiderj umani.
Poi riverito il tuo celeste nido,
Di pensiero in pensier, di monte in monte,
Seguitando il desio, ver la mia sacra
Terra drizzai le penne, ed i cognati
Reti giganti valicando, alfine
Vidi l’Orobia valle. Ivi un portento
Al mio guardar s’offerse: una indistinta
Aeria forma or si movea qual pura
Nuvoletta d’argento, ed or di neve
Fiocco parea che un bel cespuglio vesta.
Ma pur l’immagin bella e fuggitiva
Tanto con l’occhio seguitai, che vera
Alfin m’apparve, a te simile alquanto,
Vergine intatta, e non veduta ancora,
E d’immortal concepimento anch’ella.
Non tenea scettro, non cingea corona
Se non di fiori; e sol di questi vaga,
Fra i color mille onde splendea distinta
La verdissima piaggia, or la viola,
Or la rosa coglieva, or l’amaranto,
Tal che Matelda rimembrar mi feo,
Qual la vide il divin nostro Poeta
Ne l’alta selva da lui sol calcata.
Ed ecco, alfin del mio venire accorta,
Volger le luci al pellegrin parea,
Piene di maraviglia; e la rosata
Faccia levando, mi parea guardarlo,
E sorridere a lui come si suole
Ad aspettato. E quando io, de la diva
Bellezza innebriato e del gentile
Atto, con l’ali de la mente a lei
Appressarmi tentai, se udir potessi
Come in cielo si parla, affaticate
Caddero l’ali de la mente, e al guardo
Tacque la bella vision. Ma sempre
Da quel momento la memoria al core
Di lei ragiona. E quando in sul mattino
Lieve lo spirto dal sopor si scioglie
(Allor per l’aria de’ pensier celesti
Libero ei vola, e da le basse voglie
De la vita mortal quasi il divide
Un deserto d’obblio), sempre in quell’ora,
Più che mai bella quell’eterea Virgo
Mi vien dinnanzi. Or d’oro o d’onor vani
Nessun mi parli; un solo amor mi tenta,
Sola una cura: degli Orobj dorsi
Rivisitar l’asprezza, e questa Diva,
Deh mel consenta! accompagnar primiero
Per le italiche ville pellegrina.
Che se l’evento il mio sperar pareggia,
Se nè la vita nè l’ardir mi falla,
Forse, più ardito condottier già fatto,
Ti piglierò per mano; e come io valgo,
Meraviglia gentile a la mia sacra
Italia io mostrerotti, a quell’augusta
D’uomini madre e d’intelletti, augusta
Di memorie nutrice e di speranze.[1302]
[1301] _Il Fauriel, che aveva tradotto in prosa francese il poema
idillico in dodici canti, e in tedesco, del danese Baggesen,
«Parthénäis». La traduzione fu pubblicata solo più tardi, nel 1810._
[1302] _Postilla del Manzoni_: «Quando ai due illustri amici [il Baggesen
ed il Fauriel] non pajano affatto cattivi, mi studierò di farli ancor men
cattivi, avendo già notate varie cose da levarsi, e pensatene alcune che
si potrebbero più opportunamente aggiungere».


URANIA

POEMETTO.
Su le populee rive e sul bel piano
Da le insubri cavalle esercitato,
Ove di selva coronate attolle
La mia città le favolose mura,
Prego, suoni quest’Inno: e se pur dégna
Penne comporgli di più largo volo
La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno
Sposa gentil, che a te gradito ei vegna
Chieggo a le Grazie. Chè da i passi primi
Nel terrestre viaggio ove il desio
Crudel compagno è de la via, profondo
Mi sollecita amor che Italia un giorno
Me de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga,
Italia, ospizio de le Muse antico.
Nè fuggitive dai laureti achei
Altrove il seggio de l’eterno esiglio
Poser le Dive; e quando a la latina
Donna si feo l’invendicato oltraggio,
Dal barbaro ululato impäurite
Tacquero, è ver, ma l’infelice amica
Mai non lasciâr; chè ad alte cose al fine
L’itala Poësia, bella, aspettata,
Mirabil virgo, da le turpi emerse
Unniche nozze. E tu le bende e il manto
Primo le désti, e ad illibate fonti
La conducesti; e ne le danze sacre
Tu le insegnasti ad emular la madre,
Tu de l’ira mäestro e del sorriso,
Divo Alighier, le fosti. In lunga notte
Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,
Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo
Su la vedova terra il sole invia,
Nol sa la valle ancora e la cortese
Vital pioggia di luce ancor non beve,
E già dorata il monte erge la cima.
A queste alme d’Italia abitatrici
Di lodi un serto in pria non colte or tesso;
Chè vil fra ’l volgo odo vagar parola
Che le Dive sorelle osa insultando
Interrogar che valga a l’infelice
Mortal del canto il dono. Onde una brama
In cor mi sorge di cantar gli antichi
Beneficj che prodighe a l’ingrato
Recâr le Muse. Urania al suo diletto
Pindaro li cantò. Perchè di tanto
Degnò la Dea l’alto pöeta e come,
Dirò da prima; indi i celesti accenti
Ricorderò, se amica ella m’ispira.
Fama è che a lui ne la vocal tenzone
Rapisse il lauro la minor Corinna.
Misero! e non sapea di quanto Dio
L’ira il premea; chè a la famosa Delfo
Venendo, i poggi d’Elicona e il fonte
Del bel Permesso ei salutando ascese;
Ma d’Orcomene ove le Grazie han culto,
Il cammin sacro omise. Il dévio passo
Vider da lunge e il non curar superbo
Del fatal giovanetto le Immortali,
E promiser vendetta. Al meditato
Inno di lode liberato il volo
Pindaro avea, quando le belle irate,
Aërie forme a mortal guardo mute,
Venner seconde di Corinna al fianco.
Aglaja in pria su la virginea gota
Sparse un fulgor di rosea luce, e un mite
Raggio di gioja le diffuse in fronte:
Ma la fragranza de’ castalj fiori
Che fanno l’opra de l’ingegno eterna,
Eufrosine le diede; e tu pur anco,
Dolce qual tibia di notturno amante,
Lene Talia, le modulasti il canto.
Di tanti doni avventurata in mezzo
Corinna assurse: il portamento e il volto
Stupìa la turba, e il dubitar leggiadro
E il bel rossor con che tremando al seno
Posò la cetra; e, sotto la palpebra
Mezza velando la pupilla bruna,
Söave incominciò. Volava intorno
La divina armonia che, con le molli
Ale i cupidi orecchi accarezzando,
Compungea gl’intelletti, e di giocondo
Brivido i cori percotea. Rapito
L’emulo anch’ei, non alito non ciglio
Movea, nè pria de’ sensi ebbe ripresa
La signoria, che verdeggiar la fronda
Invidïata vide in su le nere
Trecce di lei, che fra il romor del plauso
Chinò la bella gota ove salia
Del gaudio mista e del pudor la fiamma.
Di dolor punto e di vergogna, al volgo
L’egregio vinto si sottrasse, e solo
Sul verde clivo onde l’äeria fronte
Spinge il Parnaso, s’avvïò. Dolente
Errar da l’alto Licoreo lo scòrse
Urania Dea cui fu diletto il fato
Del giovanetto, e di blandir sua cura
Nel pio voler propose. È nei riposti
Del sacro monte avvolgimenti un bosco
Romito opaco, ove talor le Muse,
Sotto il tremolo rezzo esercitando
L’ambrosio piè, ringioviniscon l’erbe
Da mortal orma non offese ancora.
A l’entrar de la selva, e sovra il lembo
Del vel che la tacente ombra distende,
Balza l’Estro animoso, e de le accese
Menti il Diletto, e, ne la palma alzata
Dimettendo la fronte, il Pensamento
Sta col Silenzio che per man lo tiene.
Bella figlia del Tempo e di Minerva
V’è la Gloria, sospir di mille amanti:
Vede la schiva i mille, e ad un sorride.
Ivi il trasse la Diva. A l’appressarsi,
De l’aura sacra a l’aspirar, di lieto
Orror compreso in ogni vena il sangue
Sentia l’eletto, ed una fiamma leve
Lambir la fronte ed occupar l’ingegno.
Poi che ne l’alto de la selva il pose
Non conscio passo, abbandonò l’altezza
Del solitario trono, e nel segreto
Asilo Urania il prode alunno aggiunse.
Come tal volta ad uom rassembra in sogno,
Su lunga scala o per dirupo, lieve
Scorrer col piè non alternato a l’imo,
Nè mai grado calcar nè offender sasso;
Tal su gli äerei gioghi sorvolando,
Discendea la celeste. Indi la fronte
Spóglia di raggi, e d’ale il tergo, e vela
D’umana forma il dio; Mirtide fassi,
Mirtide già de’ carmi e de la lira
A Pindaro mäestra; e tal repente
A lui s’offerse. Ei di rossor dipinto,
A che, disse, ne vieni? a mirar forse
Il mio rossore? o madre, oh! perchè tanta
Speme d’onor mi lusingasti in vano?
Come la madre al fantolin caduto,
Mentre lieto al suo piè movea tumulto,
Che guata impäurito e già sul ciglio
Turgida appar la lagrimetta, ed ella
Nel suo trepido cor contiene il grido,
E blandamente gli sorride in volto
Perch’ei non pianga; un tal divino riso,
Con questi detti, a lui la Musa aperse:
A confortarti io vegno. Onde sì ratto
«L’anima tua è da viltate offesa?»
Non senza il nume de le Muse, o figlio,
Di te tant’alto io promettea. Deh! come,
Pindaro rispondea, cura dei vati
Aver le Muse io crederò? Se culto
Placabil mai degl’Immortali alcuno
Rendesse a l’uom, chi mai d’ostie e di lodi,
Chi più di me di preci e di cor puro
Venerò le Camene? Or se del mio
Dolor ti duoli, proseguia, deh! vogli
L’egro mio spirto consolar col canto.
Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,
Qual d’uom che d’udire arda, e fra sè tema
Di far parlando a la risposta indugio.
Allor su l’erba s’adagiaro: il plettro
Urania prese, e gli accordò quest’Inno
Che in minor suono il canto mio ripete.
Fra le tazze d’ambrosia imporporate,
Concittadine degli Eterni e gioja
De’ paterni conviti eran le Muse
Ne’ palagi d’Olimpo, e le terrene
Valli non use a visitar; ma primo,
Scola e conforto de la vita, in terra
Di Giove il cenno le invïò. Vedea
Giove da l’alto serpeggiar già folta
La vaga mortale orma, e sotto il pondo
Di tutti i mali andar curvata e cieca
L’umana stirpe: del rapito foco
Piena gli parve la vendetta; e a l’ira
Spuntate avea l’acri säette il tempo.
Alfin più mite ne l’eterno senno
Consiglio il Padre accolse, ed, Assai, disse
E troppo omai le Dire empio governo
Fer de la terra; assai ne’ petti umani
Commiser d’odj, e volser prone al peggio
Le mortali sentenze. Di felici
Genj una schiera al Dio facea corona,
Inclita schiera di Virtù (chè tale
Suona qua giù lor nome). A questi in pria
Scorrer la terra e perseguir le crude
De l’uom nemiche ed a più miti voglie
Ricondur l’infelice, impose il Dio.
Al basso mondo ove la luce altérna,
Sceser gli spirti obbedïenti, e tutto
Ricercârlo, ma in van; chè non levossi
A tanto raggio de’ mortali il guardo;
E di Giove il voler non s’adempia.
Però baldanza a quel voler non tolse
Difficoltà che a l’impotente è freno,
Stimolo al forte; essa al pensier di Giove
Novo propose esperimento. Al desco
Del Tonante le Muse una concorde
Movean d’inni esultanza; inebrïate
Tacean le menti degli Dei; fe’ cenno
Ei la destra librando; e la crescente
Del volubile canto onda ristette
Improvviso. Raggiò pacato il guardo
A le Vergini il Padre; e questo ad elle
D’amor temprato fe’ volar comando.
Figlie, a bell’opra il mio voler ministre
Elegge or voi. Non conosciute ancora
Errar vedete le Virtù fra i ciechi
Figli di Pirra: d’amor santo indarno
Arder tentaro i duri petti, e vinte
Farsi de l’ardue menti aprir le porte:
La forza sol de l’arti vostre il puote:
Là giù dunque movete: a voi seguaci
Vengan le Grazie; e senza voi men bella
Già la mia reggia il tornar vostro attende.
Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremi
Detti, dal ciglio e da le labra rise
Blandamente. Al divino atto commossa
Balzò l’eterea vetta, e d’improvviso
Di tutta luce biondeggiò l’Olimpo.
Nel primo aspetto de la terra intanto
Il lungo duol de le Virtù neglette
Vider le Muse; ma di lor la prima
Chi fu che volse le propizie cure
I bei precetti ad avverar del Padre?
Calliope fu che fra i mortali accorta
Orfeo trascelse; e sì l’amò che il nome
A lui di figlio non negò. Vicina