La vendetta di Zoe : Aristocrazia I - 13

giungere fin qui a dar ansia e martello ai miei buoni genitori, avevo
una gran fretta di partirmene, riposato quella notte, fattami rinnovare
la fasciatura alla mano, dato l’addio ai miei testimoni che ripartirono
per Parma, presi la posta, ed eccomi qua.
Udita la narrazione di questo interessante episodio, che a quel tempo
fece una grande impressione per tutta Italia e fu accolto come un
augurio di più importanti trionfi piemontesi; i visitatori della
famiglia di Valneve capirono essere conveniente di lasciare a più
liberi sfoghi quei genitori, quel fratello e sorella insieme col
salvato loro congiunto e senza più indugio se ne partirono.


XXXV.

Dopo rinnovati gli affettuosi abbracciamenti, il padre, assumendo più
grave contegno, disse al giovane ufficiale:
— Tu hai fatto passare ai tuoi più stretti parenti alcune ore di
terribili angoscie: ma te lo perdono, perchè hai valorosamente
rivendicato l’onore del tuo nome, quello della tua uniforme e insieme
anche quello del tuo paese. Innanzi a questo sacrosanto còmpito,
un Valneve non indietreggia mai, qualunque sia la prova cui debba
sottostare. Non istò quindi neppure a cercare se tu, con meno avventato
contegno, avresti potuto evitare che codesto conflitto diventasse
necessario; so che la prudenza non è una delle doti principali del
tuo carattere, e in generale non s’addice col bollore naturale della
gioventù; e ripeto che ti perdono tutto, benchè tu abbia apertamente
disobbedito agli ammonimenti che ti avevo mandato.
— Ah padre! — interruppe Ernesto con vivacità, ma insieme con molto
rispetto: — Le assicuro che quando a me giunsero le comunicazioni della
sua volontà era troppo tardi perchè io mi vi potessi acconciare, e che
non altrimenti avrei potuto obbedire che commettendo una viltà.
Il presidente fece un gesto di viva ripugnanza.
— Ed ero troppo certo delle intenzioni del conte presidente mio padre,
— continuò il giovane, — per sapere che quest’ultima cosa davvero egli
non m’avrebbe perdonata.
— Ma allora, — saltò su la contessa Adelaide, — come fu che quel Matteo
credette di poterci scrivere che ci rassicurassimo affatto, poichè quel
duello non avrebbe avuto luogo dicerto.
— Egli scrisse così? — domandò meravigliato il figliuolo, a cui balenò
un subito e spiacevole sospetto.
— E tal sua lettera fu cagione che ci producesse un colpo ancora
più doloroso la notizia dello scontro e dei funesti suoi effetti,
cogliendoci alla sprovveduta e facendoci passare dalla sicurezza alla
disperazione.
— Che cosa dunque fece credere a Matteo che il duello non avrebbe avuto
luogo? Perchè non credo che egli ci abbia voluto ingannare con una
affermazione che avesse saputo egli stesso essere una sciocca menzogna.
E non credo neppure che sii stato tu ad ingannare lui, dicendo il
falso...
— No, padre!... Ma temo pur troppo d’indovinare la ragione su cui
quel... quel tale si fondava. I gendarmi mandati per impedire il nostro
duello...
Il conte presidente fece un sobbalzo sul suo seggiolone.
— Ah! credi anche tu?... È venuto a me pure un simile sospetto...
— Giurad!... — cominciò il giovane, ma s’interruppe subito, e
volgendosi verso la contessa, disse sollecito: — perdono, madre mia,
ma è una cosa che mi fa dar nei lumi il pensare che uno, il quale si
potè credere agisse per ordine o mio o del conte capo della famiglia
Valneve, abbia commesso una simile azione.
— Sì, sì: — aggiunse il padre con accento anche lui di sdegnata
contrarietà: — è spiacevole, è doloroso; ma siamo pur conosciuti...
L’impeto del dispetto che assalse Ernesto era tanto che gli fece
perfino interrompere suo padre.
— Ma colà non siamo conosciuti come qui... E per.... lo stemma nostro,
non vorrei che, udendo codesto, avessero potuto sogghignare neppure un
momento le labbra di quel signor duca... Ah fu una infelice idea quella
di mandare presso di me quel tristo uomo di Matteo Arpione!...
Il conte presidente, a queste parole che contenevano una così precisa
e risoluta riprovazione del figlio a un suo fatto, ebbe una mossa di
risentito stupore; e il giovane s’affrettò a soggiungere riprendendo il
tono del massimo rispetto:
— Oh perdono, padre mio. Non voglio neppure accennare che in Lei sia il
menomo torto. So che quel... tale venne ad offrirsi egli stesso; e se
Lei non l’ha respinto, la colpa è mia, tutta mia, perchè ho trascurato
di dirle tutto ciò che riguarda quell’uomo, di farglielo conoscere
qual’è realmente, perchè ho taciuto la maggior parte della verità, e ho
fatto di tutto, sinora, affinchè non arrivasse sino a Lei.
— Come? — esclamò il padre sporgendosi innanzi della persona con mossa
di vivo interessamento. — Che vuoi dire? Qual’è dunque codesta verità?
Parla, e non tacer più nulla ora, te lo comando.
Ernesto rimase un momentino perplesso, mortificato, peritoso; si
pentì d’essersi lasciato sfuggire quelle parole, e dicerto avrebbe
dato qualunque cosa per poterle disdire e fare che non fossero state
pronunziate; ma al comando paterno egli non era avvezzo a disubbidire e
credeva una degradazione la menzogna.
— Padre, — cominciò egli esitando, — se tacqui, se dissimulai, fu per
cagione di bene; credetti poterle e doverle risparmiare un maggior
disinganno, un maggior dolore...
Il padre lo interruppe con accento severo.
— Avete avuto torto... La mancanza di sincerità, l’offesa al vero sono
sempre una colpa e producono immancabilmente peggiori effetti... Forse
le tristi cose che ora sto per apprendere mi avrebbero fatto men danno,
se voi me le aveste dette a tempo, che ora, dopo le crudeli scosse
dell’animo che ho sofferto.
— Ebbene, padre mio, — disse con calda instanza il giovane, —
proroghiamo ad altro momento più opportuno questo discorso... Lei sarà
più forte e io stesso più preparato.
— No! — gridò il conte presidente. — È in questo stesso momento che voi
dovete dir tutto: è ora che ve lo comando, ora che mi dovete obbedire.
Ernesto chinò il capo e s’accinse a parlare.
Erano presenti suo padre, sua madre, il fratello, la sorella e il
cugino; ed era una dolorosa confessione quella ch’egli aveva da fare;
avrebbe dicerto preferito parlare innanzi ai genitori soltanto, ma non
pensò neppure di chiedere l’allontanamento dei giovani; egli si sapeva
in colpa e credeva che la confessione a cui s’accingeva sarebbe stata
una tanto maggiore espiazione di questa sua colpa. I giovani, da parte
loro, non osarono accennare nemmanco a partirsene, perchè il conte capo
della famiglia non aveva manifestata in alcun modo l’intenzione che
essi avessero da ritirarsi e alla volontà del capo, anche tacita, si
obbediva da tutti ciecamente.
— Quando io tornai alla cara vita domestica, uscito dall’Accademia,
— così egli cominciò, — conoscevo nulla del mondo, e degli uomini
quel poco soltanto che avevo potuto imparare in mezzo ai compagni,
giovani generosi quasi tutti, a’ quali è ignota la falsità, è in
orrore la dissimulazione e la parola non è fatta stromento di inganno
e di perfidia. Non avevo idea precisa neppure delle ricchezze, delle
condizioni finanziarie della famiglia, dei limiti che la quistione
economica deve assegnare a tutti nel soddisfare ai propri desiderii. Mi
pareva che ad ogni mio capriccio dovesse soccorrere pronto il mezzo di
levarmelo, e siccome di capricci pur troppo ne ho sempre avuti molti,
nacque in me un grande sdegno, una specie d’umiliazione, quando mi
trovai così presto arrestato nel mio cammino dalla mancanza di denaro.
Ella, padre mio, mi dichiarò che nulla avrebbe accresciuto al mensile
assegno che aveva stabilito per me, e che dovessi quindi rinserrare le
mie spese nei limiti di esso e del mio stipendio da sottotenente.
«Mi perdoni, padre, se le parlo con tutta la schiettezza del mio
carattere; mi parve quello poco meno che un torto che mi venisse
fatto; ma pure mi sarei adattato a’ suoi voleri, non cercando nemmeno
se vi fossero mezzi di procurarmi altrove quel più di denari che
richiedevano le mie pazzie, se un serpe tentatore non fosse venuto a
mostrarmi il cammino per cui mettermi affine di provvedermi di denaro,
e facilitarmene l’accesso, e spingermivi con arte sopraffina; e questi
fu Matteo Arpione.
— Lui, che aveva tutta la mia fiducia! — esclamò il conte padre. — Lui
che avevo raccolto quasi miserabile!
— Ebbene fu lui che venne, non richiesto, non consultato, a suggerirmi
di ricorrere ad imprestiti che egli prometteva procurarmi a patti
vantaggiosissimi; lui che mi ottenne denaro a interessi scelleratamente
usurarii; lui che mi pose nelle branchie di sfacciati scorticatori,
la più vigliacca, infame e sudicia genìa che possa essere al mondo. E
sapete che cos’erano quegli sconci animali di rapina di seconda mano?
quelle iene affamate che mi sguinzagliava ai fianchi? Niente altro che
suoi agenti, suoi _uomini di paglia_, come s’usa dire, e il denaro
che mi procurava a così enorme tasso era il suo, e suoi erano gli
spropositati guadagni che ne faceva.
— Lo scellerato!
— Non basta. Gli parve forse che io non sciupassi ancora abbastanza,
che io non fossi ancora abbastanza sua preda, e per ingolfarmi peggio
in quel pantano, per avermi di più a sua discrezione, volle regalarmi
un vizio che almanco non avevo; fece di me un giuocatore.
— Oh come?
— Fino allora i denari gli avevo spesi in grandigie: in cene agli
amici, in cavalli, in regali a... questi e a quelli; non li avevo
buttati sul tappeto verde che li ingoia come un abisso senza fondo;
Matteo fu a consigliarmi, come un buono e facile mezzo di procurarmi
denaro, senza spesa nessuna, il tentare la sorte del giuoco.
— Ah! l’infame.
— Mi condusse lui stesso in una bisca: mi assettò lui a un tavolo, mi
assistette.... Fosse crudele cilecca del caso, fosse perfidia di quei
mascalzoni, e primo fra essi Matteo, i quali volevano tirarmi nella
pania così bene che non me ne potessi districar più, da principio
guadagnai... Non insisterò su questi vergognosi particolari: il
vischio tenace di quella sciaguratissima passione si appiccicò anche
a me, e.... fui uno dei più disperati, dei più ostinati e dei meno
avventurosi giuocatori...
— Basta! — interruppe con tono di austera severità il conte presidente.
— La vostra confessione deve essere finita; non vogliamo intenderne di
più. Voi, giovane sconsigliato, avete posto in oblìo quanto dovevate a
voi stesso, al nome che portate, alla vecchiaia dei vostri genitori...
Vi meritate un doppio rimprovero: pel male a cui vi siete lasciato
indurre e pel silenzio che avevate serbato; ma questi rimproveri non
li pronunzierà ora il mio labbro, lascio che ve li esprima la vostra
stessa coscienza.
Ernesto chinò il capo nella mossa umilissima d’un reo veramente
pentito, innanzi al giudice, da cui vorrebbe e non osa implorare
clemenza. Egli era pallido come un cadavere, e da circa mezz’ora era
assalito tratto tratto da una contrazione, da uno spasimo di nervi
che gli scuoteva tutta la persona. La ferita della mano, da tante ore
non più medicata, collo strapazzo del viaggio fatto in tanta furia, lo
faceva immensamente soffrire.
— Voi dovete ancora... a quel triste uomo che non voglio più nominare?
— domandò il padre dopo una breve pausa.
— Sì — mormorò il figliuolo.
— Ebbene, domattina direte all’intendente la somma del vostro debito
verso colui... e anche d’ogni altro che possiate avere. L’intendente
pagherà, qualunque sacrificio sia necessario di fare per ciò. E intanto
darò ordine assoluto che quell’uomo, l’Arpione, non sia più lasciato
penetrare, sotto niun pretesto, sotto il tetto della mia casa.
Successe un silenzio grave, che era penoso a tutti i presenti,
ma che nessuno sapeva o ardiva interrompere. Il conte presidente,
afflitto, turbato, stava con accasciato abbandono nel suo seggiolone,
impallidito anch’egli, soffrente, meditando in dolorosa sembianza
fra sè, le sopracciglia aggrottate, le labbra fermamente chiuse, gli
occhi velati dalle palpebre, le mani strette con forza ai bracciuoli.
La contessa Adelaide, collo sguardo mite de’ suoi occhi ancora
bellissimi, andava dal volto del marito a quello del figlio, e la sua
nobile fisonomia esprimeva pena, pietà e una tormentosa esitazione
innanzi all’accigliamento del capo di casa. A togliere tutti da
quell’impacciosa situazione, a rompere quel doloroso silenzio venne
la visita del medico, mandato a chiamare, cui Tommaso introdusse con
sollecita premura.
— Ebbene? Ebbene? — domandò egli con molto interessamento. — Che cos’è?
Una ferita al contino?
— Oh! non è nulla! — rispose facendosi forza a sorridere il giovane
Ernesto che pure provava dolori acutissimi: — una graffiatura a questa
mano.
— Vediamo! vediamo! — disse il dottore, accingendosi subito a sfasciare
la destra.
— Sarà meglio che mi ritiri nella mia camera: — notò il contino.
— Oh no! — fu sollecita ad esclamare la madre. — Lascia pure che
il signor dottore ti veda qui subito; sarà sempre un po’ di tempo
guadagnato.
— La signora contessa ha ragione: — aggiunse il medico, che intanto
finì di levar la benda e pose a nudo la ferita. Ma appena egli ebbe
gettato uno sguardo su questa, il suo volto fece una smorfia e dalle
labbra gli uscì un’esclamazione che dinotava la poca soddisfazione che
provava a quella vista.
— Che cosa ne dice, dottore? — domandò ansiosa la madre che aveva
osservato quell’espressione del volto e avvertito il significato di
quell’esclamazione.
— Dico che questa ferita fu troppo imprudentemente trascurata, che
era gran tempo la si curasse... Contino, vada subito subito a porsi a
letto, e io la raggiungerò tosto a farle una medicatura, per cui ho già
meco tutto l’occorrente.
— Allora, — disse Ernesto che soffriva immensamente, — se mio padre e
mia madre mi permettono...
— Va, va presto, — disse senza lasciarlo finire la contessa sgomentata.
— Sì, Ernesto, — aggiunse il padre, un po’ atterrito anche lui,
tornando al tono affettuoso di voce e al tu: — va subito. Abbiamo forse
avuto torto a trattenerti qui in piedi tanto tempo!
— Oh no, padre mio — esclamò Ernesto: poi s’accostò al padre e alla
madre, baciò loro con reverenza la mano e uscì.
Appena fuori il figliuolo, la contessa domandò con premura al medico:
— Le pare una cosa grave quella ferita?
Il medico, preoccupato dalle triste condizioni in cui aveva trovato la
piaga, non pensò neppure in quel primo momento a dissimulare.
— La ferita in sè stessa non sarebbe stato nulla; — rispose: — ma
sembra che siasi fatto di tutto per esacerbarla: c’è niente meno che il
pericolo del tetano.
Padre e madre gettarono un grido di dolore e spavento.
Il medico volle attenuare le sue parole: disse che questo pericolo si
poteva ancora facilmente allontanare: ma il colpo era dato. Il padre,
che da parecchio tempo era malaticcio, che quella sera aveva avuto al
cuore tante strette dolorosissime, ricevette ora una botta mortale.
Egli volle assistere alla medicatura del figlio, non acconsentì a porsi
al riposo che quando vide il ferito, affatto calmo, caduto in un sopore
che lo ristorava; ma allorchè finalmente si coricò nel suo lettuccio
severo, nella camera modesta, ahimè, fu per non levarsene più!


XXXVI.

Matteo Arpione, rimasto a Parma, attendeva con molta impazienza la
notizia dell’effetto che avrebbe avuta la rivelazione fatta da lui
stesso al direttore della Polizia del luogo e del tempo in cui doveva
succedere il duello fra l’ufficiale piemontese e l’ufficiale austriaco.
Egli aveva creduto che di quel giorno medesimo il conte di Camporolle
sarebbe ritornato a Parma ed avrebbero potuto avere insieme quel
colloquio ch’egli assai desiderava in una e temeva. Ma per quante volte
e’ si recasse al palazzo abitato dal conte, non mai gli avvenne d’udire
nè che il giovane fosse ritornato, nè che alcuna nuova di lui fosse
giunta. Inquieto, anzi turbato, egli finì per rivolgersi al Pancrazi
medesimo.
Il direttore della Polizia lo accolse accigliato e burbero.
— Loro piemontesi, — disse bruscamente a Matteo, — sono una razza
di testardi che vogliono dar del capo anche nel muro. Finiranno per
romperselo, glielo dico io. Intanto se Lei s’interessa per quel conte
Sangrè di Valneve, gli faccia pur sapere che nei dominii di S. A. sarà
assai meglio per lui se non metterà più i piedi. S. A. è in collera, in
una collera!... in una collera!... Ed ha ragione: e se quel matto viene
ancora a cimentare la bontà di S. A., il serenissimo nostro signore
farà benissimo a dargli prove patenti di questa sua giusta collera.
— Ma che cosa è capitato? — domandò Matteo con qualche ansietà.
— Ah! che cosa è capitato? Ma Lei dunque non sa l’impertinenza con
cui quello sfacciato nobile piemontese ha osato, in pieno teatro,
fissare col suo cannocchiale l’augusta faccia del nostro signor duca?
Ma Lei dunque non sa che, sprezzata l’autorità sovrana di S. A. Reale,
rappresentata da due gendarmi, quel temerario si fece ardito di violare
impudentemente la proibizione fattagli di battersi?
— Come — esclamò l’Arpione con ispiacevole meraviglia. — Si sono
battuti?
— Sissignore! — gridò il Pancrazi con isdegno che a Matteo sembrò
affatto vero.
— Ma Lei che aveva assicurato?...
— Eh! — interruppe con più ira ancora il direttore di Polizia. — Chi
avrebbe potuto supporre tanta impertinenza, tanta pazzia? Varcarono
la frontiera per battersi in Piemonte. E quegli stupidi gendarmi non
furono capaci di prenderli, arrestarli tutti, duellanti e testimoni, e
condurli qua in fortezza, magari colle manette!...
— Anche i testimoni? — esclamò Matteo turbato.
— Sicuro! — affermò con vigore il Pancrazi, scrutando bene la
fisonomia del suo interlocutore. — I testimoni sono colpevoli al pari
degli altri. Quando udirono l’intimazione fatta a nome di S. A., per
obbedienza alla legittima autorità del sovrano, dovevano a ogni modo
ritirarsi. La disprezzarono e...
— Ne può loro venire qualche danno? qualche punizione? — domandò
l’Arpione, a cui l’inquietudine diede il coraggio d’interrompere il
terribile poliziotto.
— Eh, eh! — fece questi con un sogghigno e un dondolar del capo assai
poco rassicuranti.
— Allora, — soggiunse sollecito Matteo, — il meglio pel conte di
Camporolle sarebbe eziandio di non tornare più qui... di abbandonare
addirittura il ducato.
Il direttore di Polizia finse un nuovo piccolo accesso di sdegno.
— Come! — gridò. — Credono potersi sottrarre così agevolmente alla
giusta ira, alla meritata vendetta di S. A. R. il duca Carlo III?... Ma
non sanno che l’augusto nostro signore ha le braccia lunghe, più lunghe
di quello che credono e che può raggiungerli dove vuole?
Matteo pensava fra sè, che dove Alfredo fosse venuto in Piemonte, le
braccia del duca, per quanto lunghe, non l’avrebbero potuto cogliere;
ma egli in Piemonte, per certe sue ragioni, non voleva a niun modo che
il giovane si recasse. Ora era pur vero che nel ducato di Modena, nel
Lombardo-Veneto, negli Stati pontifici, anche in Toscana, il duca di
Parma gli avrebbe potuto nuocere. Determinò cercare di ammansare la
belva minacciosa nella persona di quel tracotante e burbero poliziotto.
— Il conte di Camporolle, — disse, — ch’io conosco per bene, fin da
bambino, è d’indole eccellente, di opinioni le più assennate, dei
migliori principii che possano aggradire al Governo e al duca medesimo.
Lui come lui, certo non sognerebbe neppur mai di farsi ribelle, di
indugiare soltanto l’ubbidienza a qualunque ordine di S. A. Qui fu il
caso, furono le circostanze...
Il Pancrazi lo interruppe.
— Sì, è vero che quel giovane venne qui colle migliori referenze e con
lettere di raccomandazione da personaggi degni d’ogni riguardo... Tanto
è vero che io stesso ho avuto per lui certe attenzioni e dirò anche
tolleranze... e S. A. medesima non l’ha ammesso a Corte? Ma ciò tanto
più doveva imporgli l’obbligo di andar cauto, di vegliar bene sulle sue
azioni, di guardarsi attentamente dallo spiacere... dall’offendere...
dall’irritare il duca.
— Come! — esclamò l’Arpione. — Forse che ci sarebbero altre ragioni di
malcontento di S. A. verso il conte?
Il direttore di Polizia parve lasciarsi andare ad un momento
di abbandono; rispianò la fronte, fece una smorfia che avrebbe
quasi potuto dirsi un sorriso amichevole, e, chinandosi verso
l’interlocutore, disse con voce sommessa e in tono pressochè
confidenziale:
— Ci sono!... Eh! benedetta gioventù!... e maledette donne!... Queste
e quella sono due elementi di guai, a’ quali si devono la maggior parte
dei trambusti del mondo.
Anche Matteo prese un tono più famigliare e fiducioso, ed abbassando
egli pure la voce, domandò:
— Ah! dunque c’entra di mezzo qualche gonnella?
Ma il poliziotto cambiò subito accento e maniere: si tirò in là quasi
sdegnoso, riprese il suo cipiglio e il tono burbero di prima.
— Che cosa mi volete tirar fuori? — esclamò corrucciato. — Io non
ho detto nulla, non ho voluto dir nulla, e vi ammonisco a guardarvi
bene di voler capire più di quanto suonino le mie parole. Se voi
v’interessate pel conte di Camporolle, raccomandategli anzi di tornar
presto a Parma, chè sarà meglio, di esser prudente e di affidarsi alla
clemenza e generosità di S. A.
Fece un gesto che voleva indicare finito il colloquio e congedato
l’interlocutore.
Matteo Arpione finse di volere arrendersi a questo congedo: si alzò,
fece una gran riverenza e disse:
— La ringrazio de’ suoi preziosi consigli, che saranno scrupolosamente
seguiti e pei quali il conte di Camporolle non mancherà di manifestarle
la sua viva riconoscenza. Quel nobil giovane è molto ricco, ed è
generoso ancora più: io, che amministro le sue sostanze, so quanto
egli possa spendere... senza risentirne il menomo danno, per
levarsi un capriccio, per fare un regalo, per mostrare altrui la sua
magnificenza... Io stesso, per fargli un servizio, sarei in grado di
impiegare una bella somma, senza ch’egli se ne accorgesse nemmanco...
E così a chi mi sapesse indicare in tutta confidenza, colla promessa
che darei del massimo segreto... oh! si potrebbe esser certi che non
uscirebbe dalla mia bocca la menoma parola che potesse compromettere
alcuno; a chi, dico, mi sapesse consigliare come regolarsi, quello che
ci fosse da fare per mettere il conte in buona vista di S. A., io sarei
disposto a dare fin d’ora e per intanto, per esempio... un biglietto da
mille lire...
E accompagnando la parola coll’azione, il furbo tirò fuori pian piano
dal portafogli un bel biglietto di banca di color bianco e lo fece
scivolare sopra un cantuccio della scrivania a cui sedeva il Pancrazi.
Questi non ismise il suo contegno serio, anzi severo; colla coda
dell’occhio osservò il moto delle mani di Matteo, ma fece mostra di non
accorgersene; l’occhio suo però lasciò la durezza di espressione che
aveva assunta, e anche la voce si fece più umana.
— L’interessamento di Lei per quel giovane mi piace, — disse, — mi
commove; e creda pure che io sono disposto a fare in suo favore... in
favore di quel giovane che mi fu caldamente raccomandato... di fare,
dico, tutto quello che posso; beninteso che non sia contrario, che non
sia neppure una menoma mancanza ai doveri del mio ufficio.
— Oh certo! — esclamò l’Arpione, che tornò ad accostarsi al poliziotto
e a chinarsi verso di lui. — Già, glielo ripeto... tutte le parole che
Ella pronunzierà scendono nel mio petto come in una tomba.
Il Pancrazi riprese il tono confidenziale, anzi quasi facetamente
amichevole:
— Dunque, — disse, — ecco: la gonnella c’è proprio; ma, eh! mi
raccomando....
— Oh! pensi!... Si figuri!...
— Il duca è giovane anch’egli, e come tutti quelli della sua razza...
razza di Francesco I, d’Enrico IV di Francia, re donnaiuoli... è
molto propenso al sesso gentile... Già, del resto sono così tutti i
principi... Ed è venuta qui ultimamente una famosa bellezza... che fu
già un tempo fiamma del duca... e la quale pare che ora abbia di nuovo
saputo risuscitare la fiamma medesima.
— Vuol dire colei che si fa chiamare baronessa di Muldorff? — domandò
Matteo interrompendo con tono anche lui di amichevole domestichezza,
quale fra due persone che s’intendono e che son fatte proprio per
intendersi.
— Precisamente!
— E che in realtà è l’antica danzatrice sui cavalli, Zoe, detta la
_Leggera?_ — continuò Matteo.
— Appunto! — rispose il Pancrazi abbassando ancora la voce. — Vedo
che Lei è bene informata... Ma codesto passato della donna non s’ha da
dire... A Vienna fu chiamata baronessa di Muldorff, e la distinzione di
cui è fatta segno dal principe, la onora, la solleva la rende uguale a
qualunque dama.
Matteo Arpione s’inchinò con un’apparenza di convinzione perfettamente
simulata.
— Sicuro! — disse. — Tutto quel passato non esiste più.
— Ora, — continuò il poliziotto prendendo sempre meglio un’aria di
bonarietà confidenziale, — se a tutti gli uomini rincresce il dividere
le buone grazie d’una bella, figuriamoci poi un principe!
E l’usuraio, abbondando anche lui nelle mostre d’un sincero abbandono:
— Capisco! — esclamò. — E non possiamo dargli torto... Io già non gli
do torto menomamente.
Erano fronte a fronte due volponi, ciascuno dicerto coll’intesa di
servirsi dell’altro come stromento per qualche suo fine; ma intanto
sentivano ambedue di avere innanzi un avversario abilissimo e
procedevano cauti, guardinghi, chiamando in aiuto tutta la loro finezza
ed accortezza in quella gara d’impostura.
— Sia o non sia, — riprese il Pancrazi, — questo non è affar mio e non
ci tengo ad appurarlo... ma si crede, e il duca ne ha sospetto, che
quella donna è venuta qui non per altro che per raggiungere il conte.
— Il quale però non ha mai saputo, che S. A. avesse un tempo gettato
gli occhi su colei.
— Lo credo bene: ma il quale si assicura è pure innamorato pazzo della
cosidetta baronessa.
— Oh innamorato!... Oh pazzo poi!... Sa pure anche Lei!... Un giovane
che si intoppi con una donna bella ed elegante, la quale gli faccia gli
occhi dolci...
— Il guaio sta che la nostra eroina del romanzetto fa al conte assai
più che gli occhi dolci; e il diavolo ha voluto che S. A., rivedendo
quella maliarda, se n’è incapricciato ancora di più. Questa notte il
duca fu da lei: — abbassò ancora più la voce: — e la pettegola seppe
metterlo bellamente alla porta.
— O diavolo!
— E v’è di più... Il duca apprese che mentre egli veniva congedato,
un altro era nascosto nella camera da letto della sirena e che
quest’altro... già la nostra Polizia sa tutto!... quest’altro era il
conte di Camporolle.
— Diavolo! Diavolo!
— Può immaginarsi i sentimenti di S. A.!
— Li immagino.
— E questo fortunato rivale, disubbidendo agli ordini del principe,
assiste ancora un nemico del suo trono, un indolente che ha bravata
l’autorità ducale, un piemontese, in un duello che S. A. voleva
assolutamente che non succedesse!
— Ha ragione! — esclamò Matteo facendo l’aria spaventata. — Ha mille
ragioni... Quel povero contino, senza badarci, senza volerlo... oh
rispondo della innocenza delle sue intenzioni... si è cacciato in uno
spineto... Ma nella condizione delle cose, le ripeto, Eccellenza, non
sarebbe meglio addirittura ch’e’ non tornasse nemmen più a Parma?
— Le ripeto di no: — disse con autorevole cipiglio il direttore della
Polizia. — Venga, anzi, e dimostri colla sua condotta il rispetto e la
deferenza pel duca.
— Come sarebbe a dire? Non veder più quella donna?
— Ecco!... Essere un po’ più zelante a far la corte al principe... e
se questi degnasse scherzare su di lui... S. A. è certe volte molto di
buon umore ed ha tanto spirito... far bocchin da ridere e applaudire
lui primo...
S’interruppe come uomo cui la parola abbia trascinato ben al di là
di quanto avrebbe voluto; e s’alzò per accennare risolutamente che il
colloquio doveva essere finito.
— Lei vede con quanto interessamento e con quanta fiducia io abbia