La plebe, parte IV - 40

Il servitore lo prese sotto alle braccia e lo sollevò alquanto; in
questo movimento uno dei guanciali andò per traverso, e quando il
giacente fece per abbandonar di nuovo sovr'esso il suo capo fu la mano
di Virginia che sollecita e lieve raddrizzò il cuscino; e in quell'atto
cortese la fine, liscia, profumata pelle della mano di lei incontrò e
toccò la fronte ardente del giovane. Un lieve sussulto scosse a lui le
membra, uno sguardo d'ineffabile dolcezza, di supremo diletto ringraziò
la pietosa fanciulla.
— Don Venanzio, diss'egli poi, il marchese può aver bisogno di lei, ed
ella ha pur bisogno di parlare al marchese.
— È vero, rispose il parroco, che in quel momento si ricordò eziandio
della povera Margherita.
— Non indugi adunque di più.
Il prete si mosse per uscire, Virginia accennò volerlo seguitare.
— Un istante: disse vivacemente Maurilio e con accento di caldissima
preghiera. Vorrei dirle due parole, Virginia.
Ella si fermò senza esitazione, non esprimendo nè cogli atti, nè cogli
sguardi, nè in modo nessuno il menomo dubbio o diffidenza.
— Eccomi: disse con semplicità, tornando ad accostarsi all'infermo.
Il domestico s'era ritirato in fondo alla camera e stava colà come se
quello non fosse fatto suo. Maurilio, abbassando la voce in modo che il
suono delle parole giungesse solamente all'orecchio della donzella, così
prese a dire:
— Ella mi ha da perdonare gli atti e le parole che ora mi ricordo aver
usati con lei, l'altro dì quando primamente mi fu tolta la volontà dalla
mano della follia.
— Le ho tutto perdonato: disse dolcemente Virginia a cui quel discorso
rincresceva, e che stimava doverlo interrompere anche in vantaggio del
malato. Non se ne preoccupi dell'altro, e non parliamone più.
Ma il giovane, facendo cenno col capo lo lasciasse continuare chè tutto
aveva bisogno d'esprimere il suo pensiero, riprese dopo un poco:
— Potrei scusare il mio trascorso coll'alterazione mentale che mi
assalse; ma non voglio, perchè ho il debito e m'incombe aver il coraggio
di dirle la verità. Quello che mi sfuggì dalle labbra a quel punto,
usciva proprio fuor dell'anima mia, è il segreto della mia esistenza.
Sono anni ed anni, o Virginia, ch'io v'amo d'un amore impossibile ad
esprimersi.
Virginia fece un movimento.
— Non mi sfugga, soggiunse ratto il giacente; non m'imponga tacere. È un
uomo che deve morire fra poco quello che vi parla. Lo stampo della morte
consacra solennemente ogni affetto, e questo è santo come santa è
l'anima vostra. La confessione d'un moribondo si deve ascoltare con
animo pacato e pietoso; l'orgoglio umano, i pregiudizi terreni devono
tacere innanzi ad un amore che sta per nascondersi dietro una tomba.
Uditemi, Virginia, in nome del cielo! Sarà l'unica volta che vi avrò
fatto penetrare nell'anima mia. Avrò così aggiustata definitivamente
questa partita de' miei affetti terreni, e non ve ne parlerò più mai. Io
vi parlerò come se ad ascoltarmi qui fossero la vostra madre che voi
perdeste — e la mia, che non conobbi mai! — E forse i loro spiriti qui
sono e ci assistono. La vostra fierezza e la vostra purità non avranno
da essere turbate pur da un'ombra di corruccio.
La donzella appoggiò, come per sorreggersi, la sua destra bianca,
sottile, dalle dita affusolate sopra la spalliera d'una seggiola vicina,
e con dignitosa semplicità, con nobile fiducia, disse benignamente:
— Parlate!
E il giovane, con un fuoco che l'interna passione ispirava pure alla sua
debolezza, con un impeto di parola, che era come un residuo del suo
delirio, ma temperato dalla soavità dell'affetto, così parlò:
— Vi ho amata quando ero appena al limite dell'infanzia, sulla soglia
della turbolenta adolescenza della creta e del pensiero. Vi ho amata,
non perchè foste bella soltanto, ma perchè la vostra bellezza mi
incarnava dinanzi la più alta espressione di quell'ideale a cui,
inconsciamente ancora a quel tempo, ma pure con ardentissimo anelito già
aspirava l'anima mia. Ho amato il vero, quella parte del divino concessa
alla nostra natura nelle sue manifestazioni più pure, più splendide,
nella poesia, bellezza intellettuale, nella virtù, bellezza morale, in
voi, bellezza di forme che le altre due vestiva ed incarnava..... Non
arrossite, non vi corrucciate: vi parlo come parlerei all'angelo mio
custode; non c'è ombra di intendimento interessato in me, non voglio
commovervi nè lusingarvi; vo' dirvi quel che foste per me, quel che
siete, quel che potete essere nel mondo... Era naturale, era fatale
ch'io così vi amassi. Voi rappresentate tutto ciò che vi ha di bello e
di superiore nell'umana famiglia, circondato dallo splendore delle
distinzioni, dell'eleganza, dell'autorità e delle grandezze sociali: voi
siete il risultamento più completo e più perfetto dello stato attuale
della coltura e del progresso dell'umanità, fisico, morale,
intellettivo, estetico, economico. Il pensiero, il lavoro, i travagli
dell'uomo di tutti i secoli trascorsi hanno cospirato per crear voi e
disporvi intorno l'ambiente opportuno. Siete il frutto dell'intelligenza
applicata a tutti i rami dell'attività umana; la civiltà vi ha fatto un
piedestallo e voi raggiate sovr'esso, personificazione di quanto di
buono e di bello seppe arrivare e conseguire il secolo. Io sono la
plebe, la povera plebe che guarda da lontano il banchetto imbandito ai
ricchi, e muor di fame invidiando: banchetto non di cibi materiali
soltanto, ma di amore e di pace, di sapere e di fama, di potenza e di
virtù. La plebe che col suo lavoro e co' suoi stenti concorre all'opera
del progresso e non ne fruisce che poco o nulla, che ha, nell'oscurità
delle sue grandi masse ignorate, dato sforzi, sudori e vite per ottenere
il tesoro di agi sociali del secolo XIX, e vive tuttavia nella barbarie
di due secoli addietro; la plebe che contenuta, domata, ignorante, con
un barlume soltanto o con false idee de' suoi diritti, sta accalcata,
premuta alla base della società, ma s'agita talvolta e tiene il collo
levato verso lo splendore della luce, essa fitta nelle tenebre!... Io
son la plebe; ma soffrii più di essa, perchè fui conscio delle mie
condizioni e potei scrutare la ragione de' miei dolori. Seppi quel che
volevo e capii sempre l'impossibilità di ottenerlo. Conobbi dove era la
beatitudine e mi seppi sempre condannato a non arrivarla... Avverrà egli
un giorno che la plebe possa giungere alla conquista dell'Eden sociale?
Certo che sì, in un tardo, ma immancabile avvenire; e sarà quando il
figliuolo di nessuno — come io — coll'ingegno, col valore, col lavoro,
potrà ottenere l'amore della più bella, della più nobile donzella — come
voi — e gli usi e i pregiudizi sociali non grideranno allo scandalo, non
ne faranno alla fanciulla una vergogna.
Tacque un istante per riposarsi. Virginia disse, commossa, con quella
sua voce d'oro:
— Ah! gli usi e i pregiudizi sociali sono una tirannia a cui nessuno può
sottrarsi: e non è la volontà d'una debole fanciulla che possa rompere
queste catene di ferro.
La poveretta pensava al suo amore per Francesco, contrastato, ed ella
pur troppo temeva senza rimedio nessuno, dalla boria aristocratica della
sua famiglia.
Maurilio la indovinò, la comprese e con un mesto sorriso ripigliò a
parlare:
— La sorte volle che fra noi, così lontani — voi al fastigio, io
all'ultimo gradino della piramide sociale — si stabilisse in breve
un'attinenza di domestico affetto.... Oh la deve cessare, lo so: si
affrettò a soggiungere vedendo un lieve moto nelle fattezze della
fanciulla, al quale egli attribuì più superbo significato che non
avesse: ma frattanto, permettetemi ch'io me ne profitti per parlarvi in
vostro vantaggio.... in vantaggio d'un'altra persona che vi sta a
cuore.... per parlarvi come un fratello, quale un istante fui creduto
essere per voi.
Gli sguardi del malato erano così supplichevoli, la sua voce era
improntata d'un affetto che aveva qualche cosa di materno, per guisa che
Virginia represse la volontà d'imporgli silenzio cui le suggeriva
l'orgoglio, e credette far opera di pietà verso quel misero, cedendo
alla curiosità ond'era punta eziandio di ascoltare le parole che
Maurilio sarebbe per dirle, e col silenzio annuì che il giovane
continuasse.
— Io sono la plebe; Francesco Benda è la borghesia....
Al nome di colui ch'essa amava, le guancie di Virginia si suffusero d'un
lieve rossore e gli occhi si chinarono lentamente.
— La borghesia è plebe incivilita mercè l'agiatezza e l'educazione; è
parte di quel gran serbatoio comune del popolo, venuta su, trattasi
fuori dalla bolgia dell'ignoranza e della miseria grazie la fortuna,
l'intelligenza, l'operosità maggiore, arrivata a spartire colla classe
superiore una gran quantità dei beni sociali, se non tutti, a godere i
precipui vantaggi della civiltà. Ma tuttavia anch'essa, la borghesia,
anela ad ascendere pur sempre: lo splendore dell'idealismo sociale
incarnato nella grandezza e nell'autorità, la attrae sempre più su:
aspira ad un'uguaglianza assoluta cogli eredi delle grandezze antiche,
col capitale di educazione e di tradizioni raccolto dagli antenati....
Francesco Benda, il figliuolo degl'industriali arricchiti, ama Virginia
di Castelletto discendente d'una illustre prosapia di prodi. È la legge
del progresso: e l'effettuarsi di questo vuole che cotal maritaggio si
compia. Bisogna che l'aura, il profumo, il raggio della poesia
aristocratica si unisca alla prosa dell'attività, dell'audacia, della
scienza positiva del ceto medio. Ne verrà un miglioramento morale,
sociale, e fisico eziandio della razza umana. Plebe e nobiltà sono
troppo ancora distanti: il loro maritaggio è tuttavia mostruoso: ma fra
l'aristocrazia e il mezzo ceto, se gli è difficile sempre, non è più
impossibile. Le anime elette di questo e di quella, hanno oramai
dall'educazione e dalle condizioni economiche, ricevuto la patente
d'uguaglianza. Voi, Virginia, e Francesco rappresenterete questo fatto
colla vostra unione; le difficoltà della quale io conferirò ad
appianare. Come? Non so ancora: ma ho la coscienza che il mio concorso
aiuterà il conseguimento della vostra felicità. Fra voi, il povero
plebeo, cadendo, colmerà lo spazio che ancora vi disgiunge. La vostra
felicità sarà passata sul mio cadavere.
— Signore: interruppe qui Virginia: è un tristo augurio che voi mi fate.
Le circostanze straordinarie che avvennero tra noi vi hanno messo in
grado di parlarmi e mi hanno consigliata ad ascoltare da voi cose che
non avrei dovuto, che non avrei tollerato da nessuno, fuori da chi
avesse legittima autorità su di me. Avete voluto con soverchia audacia
penetrare nel segreto del mio cuore: volete ora disporre del mio destino
e far pesare su di me la risponsabilità di avvenimenti che spero non si
effettueranno, ma che in ogni modo non dipendono dal mio arbitrio.
Qualunque sieno i casi, quali che esser possano i miei sentimenti ed
affetti, una cosa sola potete ritener per sicura, ed è che la mia
condotta sarà ispirata sempre dalla coscienza dei miei doveri, della mia
dignità, dalla sommissione ai voleri di coloro cui debbo obbedire, ed
alle leggi della convenienza.
Maurilio rispose con un mesto sorriso:
— Non è un uomo che ora vi parla, è un'idea. Attribuite pure l'audacia
dei miei discorsi al residuo del delirio, ed ascoltatemi, pietosa come
siete, con generosa tolleranza, per compassione della mia follia; ma le
cose ch'io vi dico serbatele nella vostra memoria e richiamatevele alla
mente il dì che avrete bisogno di conformare a quei principii gli atti
della vostra vita. No, non è vero ch'io voglia addossare a voi la
responsabilità di fatti che sono un effetto necessario di quello
svolgersi del dramma umano nella esistenza particolare dei singoli
individui e nella complessiva della massa, del quale non possiamo
abbracciare le forme generali e lo scopo finale. Chiamatelo caso,
chiamatelo destino, chiamatelo piuttosto Provvidenza, noi siamo attori
che traduciamo in atto, ciascuno per la sua parte maggiore o minore, il
concetto di quell'autore. Il nostro dovere, l'importante è di
rappresentarla questa parte il meglio che ci sia possibile: l'esserne
conscii e il travagliarvisi intorno deliberatamente, è il privilegio
degli esseri eletti. Voi siete tra questi; voi siete un tipo; voi
sentite, forse ancora in confuso, la vostra missione: io, dall'orlo
della tomba, illuminata la mente da lampi di luce eterea che già mi
guizzano tra la materia che si scioglie, io vengo a definirvi colla mia
parola, a farvi concrete le forme vaghe della vostra ispirazione. Ponete
mente, voi siete la grazia, la bellezza, l'ultimo portato
dell'educazione civile, l'arte, la poesia, l'ideale; Francesco è la
ricchezza economica, il progresso materiale, la tendenza all'egoismo del
benessere, l'attività meccanica che nella lotta colle difficoltà
affacciate dalla natura sempre ribelle, anche soggiogata, dimentica
agevolmente la luce superiore, diventa sorda alla voce di doveri più
vasti che non son quelli avvertiti dalla comune, d'impulsi più sublimi
che non quelli delle pedisseque virtù delle anime volgari. Voi avete da
essere nella sua vita quella luce; voi avete da far risuonare al suo
cuore quella voce. L'uomo che avrà l'immensa felicità di possedervi deve
pagarla alla Provvidenza, deve farsene degno coll'essere un'anima
superiore. Francesco è un'anima generosa, ma debole: voi l'avete da
temperare col vostro amore alla forza delle grandi idee, alla sublimità
dei grandi sacrifizi, alla potenza delle grandi volontà. Di quel ferro
fatene acciaio. Fategli guardare in alto: sempre più su, sempre più su,
excelsior, coll'animo, coll'intelletto; ma fategli tendere la mano al
basso. Voi siete la beneficenza; siate di più ancora: siate il genio del
mondo novello; e l'uomo che ha l'amor vostro bandisca il vangelo della
nuova redenzione, lavori per l'effettuamento della nuova civiltà.
Si sollevò sui cuscini con più forza di quello che si sarebbe creduto, e
la vasta fronte parve corsa da una lieve fiamma fugace, mentre gli occhi
parevano riflettere un raggio di sole.
— Guardatevi dintorno in questa società, che si travaglia nella
gestazione dolorosa dell'avvenire. Quante cose da fare! Tutto vacilla:
la fede, l'autorità, la coscienza umana. Una casta, a nome dello
spirito, ha troppo disprezzata e maltrattata la materia: questa
s'insorge e dà la battaglia della negazione allo spirito, in nome della
libertà. Gli errori cozzano innanzi alla verità sbalordita. Gl'infimi,
dal ghiacciato fango dove giacciono oppressi levano in su la testa, si
drizzano in punta di piedi e vogliono arrampicarsi alle più tepenti aure
della ricchezza. I derelitti gettano in faccia alla civiltà del secolo
la tremenda questione; «Perchè abbiamo sofferto sinora? Perchè
soffriamo?» La risposta autoritativa delle religioni dommatiche non
basta più ad acquetarli. Un miasma di materialismo inasprisce le piaghe
sociali e manda al parosismo la febbre della miseria.... Convien
provvedere, convien provvedere.... La quistione politica non è che
vicenda di transizione. È la tendenza del predominio della borghesia; ma
l'avvenimento di questa non sarà che una sosta nella lotta sociale, dove
essa non pensi alla redenzione della plebe e non l'effettui.
Si strinse colle mani la fronte e tacque un istante; le carni gli
ardevano ed affannoso aveva il respiro. Virginia fece un atto come per
venirgli pietosamente in aiuto; ma egli lasciò cadersi le braccia e
mostrò spento nelle pupille il raggio, svanita la fosforescenza della
fronte diventata color della morte.
— Oh meschinità ed impotenza della parola! disse egli con voce sorda,
soffocata, in cui ogni vibrazione era spenta. S'io potessi tradurre in
linguaggio umano le mie idee! S'io potessi dar forma alle mie
visioni!... Mi avete voi potuto comprendere? Potrete voi completare
nella vostra intelligenza il concetto da me appena accennato?... Ah
perchè non posso trasmettere in altrui quello che s'agita dentro il mio
cervello? Perchè non son io Francesco?..... Perchè sono condannato a
morire?...
Ricascò sui guanciali e chiuse gli occhi così che parve già fatto
cadavere.
La nobile fanciulla si curvò su di lui, impietosita, palpitante; e gli
fece scendere sull'anima la rugiada di dolci parole di speranza e di
conforto. Egli sorrise mestamente a quella melodia soave.
— Addio bellezze dell'esistenza terrena; susurrò colle tremole labbra
sfiorate da un sorriso: addio poesia della mia vita!... Sì, sono
condannato a morire..... Bere sino alla feccia il calice delle amarezze,
e morire.
Il misero pensava all'ignominia di suo padre, il quale pure ei voleva
conoscere.
— Perdonatemi, Virginia, e compatitemi... E non dimenticate le mie
parole!... Forse non vi parlerò più..... Ma son lieto d'aver potuto
manifestarvi un cantuccio dell'anima mia..... E siate benedetta voi che
avete per pietà inchinato il vostro orgoglio alla pazienza di
ascoltarmi. Ora sento offuscarsi di nuovo la mia mente turbata: addio;
lasciatemi alle tenebre che m'invadono..... e siate felice!
Virginia s'allontanò pensosa, commossa, a passo lento. La rozza figura
del giovane plebeo aveva preso ai suoi occhi proporzioni mai più credute
di grandezza. Essa lo aveva indovinato; traverso le confuse parole aveva
capito il pensiero, aveva travisto la luce dell'idea. Si fermò innanzi
al ritratto di sua madre e stette assai tempo contemplandolo, assorta in
profonda riflessione. Quando si riscosse si passò le piccole mani sulla
fronte: gli occhi mandavan faville.
— Esser la luce, la coscienza, l'ideale dell'uomo che si ama! esclamò.
Essere il genio del mondo novello!... Oh! il mio Francesco sarà un
grand'uomo!
Don Venanzio vide sul volto del marchese le traccie d'una tal
desolazione e d'un tale abbattimento, che avventurandosi ad una maggiore
famigliarità di quella che mai avesse ardito usare coll'illustre
personaggio, gli si avvicinò con premura, gli prese una mano e disse con
tono di amichevole conforto:
— Coraggio, signor marchese.
— Ah! se sapesse!..... mormorò lo zio di Virginia.
— So tutto; disse affrettatamente il parroco; e narrò che veniva dalla
stanza di Maurilio, da cui aveva appreso la fatale novella, e come
quello sciagurato che da pochi dì andava per le bocche di tutti col nome
di _medichino_ egli avesse conosciuto bambino ed istrutto in compagnia
di Maurilio.
Il marchese si nascose nelle mani la faccia.
— Ah! come Iddio ha punita la mia famiglia e me stesso: disse gemendo.
Togliere ad una moglie il suo sposo, rubare ad una madre il frutto delle
sue viscere, condannare alla miseria ed alla vergogna un innocente
bambino furono orribili colpe... ma orribile pure è il castigo del
cielo!... Ed ora che fare, mio Dio! che fare?
Don Venanzio parlò col buonsenso della sua anima religiosa ed onesta.
— Bisogna rendere omaggio al vero; bisogna obbedire alla manifesta
volontà di Dio che per suoi imperscrutabili fini ha voluto appunto che
in questa occasione si scoprisse il segreto: bisogna che quello
sciagurato sappia tutto.
— Come! La pensa a quello che dice? disse il marchese levando in
sussulto la testa, vorrebbe che l'onore della famiglia fosse posto in
balìa di quel cotale?...
— La verità ha un diritto maggiore di quello dell'onor d'una casa;
quell'infelice medesimo non può ulteriormente lasciarsi nell'ignoranza
dell'esser suo. Chi le dice non sia uno de' maggiori e de' principali
castighi che gli abbia riserbato la Provvidenza pel suo traviamento,
quello di apprendere, quando caduto al fondo dell'infamia, che avrebbe
potuto essere ricco, glorioso, felice, dove avesse camminato sempre
senza inciampare nel cammino della virtù?
Il marchese curvò il capo e tacque alcun tempo, assorto in una profonda
e dolorosa meditazione.
— Forse Ella ha ragione, Don Venanzio: disse poi con accento di
scoraggiato abbandono; ma io sono in mezzo ad impulsi diversi, a
sentimenti contrarii, a doveri contraddittorii, e non so bene qual
seguire, qual condotta trascegliere. Quel miserabile può egli dirsi che
abbia ancora qualche diritto verso la mia famiglia? Non gli ha egli
persi tutti coll'infamia della sua vita?
— Ma di chi la colpa s'ei precipitò a quel modo?
— È vero, è vero.... Ma non ho io il dovere di conservare inviolato
l'onore del nome che devo trasmettere a' miei figli? Poichè tutto
s'ignorò finora, poichè tutto si può seppellire.... non ho io il diritto
di fare che si continui ad ignorare?
Il buon prete stette un momento, perplesso ancor egli: il marchese
incalzò:
— Se quell'infelice medesimo conoscesse le condizioni in cui mi trovo,
vedendo dall'una parte un inutile lustro gettato sulla sua ignominia a
dispendio del decoro d'un glorioso casato, dall'altra il silenzio e
l'oscurità continuati intorno alla sua origine, oh certo vorrebbe darmi
ragione di appigliarmi a questo secondo partito...
S'interruppe come sovraccolto da una nuova idea.
— Don Venanzio, soggiunse egli poi affrettatamente e senza guardare in
faccia il vecchio sacerdote: quel disgraziato è ben padrone della sua
sorte, in lui sta bene il diritto di rinunziare ad un nome e ad un
grado?
— Oh sì.
Il marchese tacque di nuovo un poco meditando.
— Ella mi ha detto avere stupito di trovare uno scellerato in quell'uomo
ch'Ella aveva giudicato capace dei più alti destini.
— Sì.
— Non è dunque spenta nella sua anima ogni generosità, ogni nobile
sentire?
— Non credo.
Altra pausa; poi con voce più bassa e testa più china, il marchese
soggiunse:
— Voglio andare io stesso ad apprendere la verità a quello
sventurato.... Ella mi vi accompagnerà, Don Venanzio.... Farò giudice
colui medesimo di quel che si debba.
Il parroco parlò allora della povera Margherita; il marchese promise
l'avrebbe raccomandata, e nello stesso tempo, quando avrebbe chiesto di
poter avere un colloquio senza testimoni col _medichino_, avrebbe
ottenuto facoltà a Don Venanzio di visitare la vecchia incarcerata.
All'influenza del marchese non fu difficile il conseguire per lo stesso
giorno successivo la permissione di quell'abboccamento coll'imputato
Gian-Luigi Quercia.
Ma di quella sera frattanto, una dolorosa scena aveva luogo nella
famiglia Baldissero.
Si era al finir del pranzo. Durante questo non si era quasi parlato mai:
il marchese era cupo, Virginia era triste e preoccupata, la marchesa
superbamente fastidiosa, il marchesino ancora in broncio con tutti.
Appena se poche parole erano state pronunziate in grazia a Don Venanzio
che in mezzo a quelle cere imbrunite mostrava afflitta eziandio la sua
bella fisionomia di uomo senza peccato. All'ultimo bicchierino di
Bordeaux, Ettore, come per protestare contro la comune musoneria,
sciolse il scilinguagnolo ed entrò di pieno nell'argomento che era sulle
bocche di tutti, ma che allora, per diversa cagione, suscitava
particolarmente l'interesse di Virginia, che quel giorno medesimo era
stata a vedere Maria, del marchese e di Don Venanzio, che avevano avuto
il colloquio or ora riferito; parlò del _medichino_.
— E' pare veramente, disse, che vi sieno in giuoco delle suste potenti
per sottrarlo alla sorte che si merita. Ieri sera ebbe luogo un
tentativo d'evasione che fu per un filo se non riuscì. (Contò le cose
com'erano andate). L'agente di Polizia che venne in momento tanto
opportuno ad arrestarlo, fu nominato sott'ispettore delle carceri e
specialmente incaricato della custodia di quel mariuolo: il
capoguardiano e il custode che fuggiva con lui sono ai ferri:
l'ispettore medesimo, caduto in sospetto, è per intanto sospeso
dall'impiego. È sperabile che quello sciagurato non isfugga al suo
destino: e ci ho gusto. L'infame supplizio il miserabile lo ha meritato
mille volte più d'ogni altro. Pensare che osava comparire nelle società
di garbo...
— Non nella nostra: disse con tono secco la marchesa.
— Ma pur tuttavia oggi che la società è così mêlée ci avvenne di
costeggiarlo le tantissime volte. Pensare che ci tendeva inguantata
quella mano la quale giuocava di baro, rubava ed assassinava!... Pensare
che l'ho avuto io di fronte in una quistione d'onore e che l'ho trattato
come uomo onorevole! Esso merita cento morti.
— E la sua condotta verso la povera Maria Benda? esclamò con
indignazione Virginia. Quello è uno dei peggiori suoi assassinii, se non
è il pessimo. Chi può vedere quella vittima infelice e non sentirsi
schiantar l'anima?... No, non v'è punizione di leggi terrene, non v'è
maledizione di Dio che basti per tanta scelleraggine.
Il marchese era divenuto pallido pallido e guardava con occhi sbarrati
ora la nipote, ora Don Venanzio.
— Ah! la misericordia di Dio è grande: disse questi colla sua voce mite
e commossa: e dove noi non veggiamo che ragione di maledire, il Supremo
Giudice sa le cause di compatire e di perdonare. Non anticipiamo i
giudizi del Signore!
— Lasciamo stare la giustizia di Dio: disse Ettore con quel suo fare fra
l'impazienza e la leggerezza, in cui un impertinente sussiego era appena
temperato dall'urbanità delle maniere. Quanto alla giustizia umana, se
havvi caso in cui la debba essere implacabile, è certo questo. Uno
scellerato che ruba la considerazione della gente, che non è spinto al
delitto dall'urgenza del bisogno, ma da empie passioni, che si trafora
nelle famiglie a rubarvi onore e denaro... Ma la morte è troppo poco...
Ha torto a mio avviso la nostra filantropia moderna che abolì le
tenaglie roventi e il supplizio della ruota...
Il padre di Ettore si drizzò di scatto più pallido ancora, e si levò di
tavola. Tutti ne imitarono lo esempio e lo seguirono nel vicino salotto.
Colà il marchesino che non s'accorse dell'emozione di suo padre, e che
ad ogni modo non ne avrebbe capita la ragione, continuò come se di nulla
fosse il suo discorso.
— Bisogna farli soffrire quella gente: la morte sì, ma dopo buoni
tormenti...
— Siete voi senza cuore, Ettore? esclamò il marchese con accento di
rimprovero doloroso.
— Per quella canaglia, sì: rispose col medesimo tono Ettore: e tanto più
per quel cotale. E' mi ha sempre sovranamente spiaciuto.... Se fosse
stato mio pari, gli è da tempo che avrei voluto dare anche a lui una
buona lezione.... Ma io sentiva per istinto che quello era degli uomini
che sono indegni anche del nostro odio, un vil verme che si disprezza e
si calpesta.
Il marchese fece un passo verso suo figlio con mossa così vibrata e con
aspetto così turbato che tutti gli si voltarono a guardarlo, ansiosi di
botto delle parole che stavano per uscire dalle sue labbra. Le porte del
salotto erano chiuse, e niun altro orecchio estraneo alla famiglia
poteva udire, fuor quello di Don Venanzio.
— Sapete chi è quel vil verme? disse il marchese con voce bassa, ma
tremola; sapete chi è quello scellerato, ladro, assassino, falsario, che
voi volete attenagliare ed arrotare?..... Egli è vostro cugino, Ettore,
è il figliuolo di mia sorella, è il tuo fratello, Virginia....


CAPITOLO XXVIII.

Virginia aveva detto il vero. Spettacolo da schiantar l'anima era vedere
la povera Maria, dopo la sera fatale dell'arresto di Gian-Luigi, quella
che esser doveva per lei la sera lietissima de' suoi sponsali. Chi
avrebbe ancora riconosciuta in essa la vispa, allegra, spensierata
fanciulla che abbiamo presentata al lettore nel secondo capitolo della
seconda parte? I pochi giorni che erano trascorsi dal momento in cui
ella aveva gittato quel suo grido di spasimo all'udire nominare il suo
diletto, ladro ed assassino, avevano tratta via dalle sembianze, dalla
persona, dal cuore della infelice ogni traccia di giovinezza,
distruttane ogni letizia, uccisa ogni speranza. La era diventata pallida
come una vittima della clorosi, magra come una malata d'etisia
nell'ultimo stadio; gli occhi infossati nelle livide occhiaie avevano le
palpebre rosse per le cocenti lagrime, per le veglie delle notti non più
visitate dal sonno, e come tormentose! i muscoli delle guancie cascavano
inerti dando alla fisionomia un'espressione di abbandono disperato che
si poteva dire morte dell'anima; cascavano gli angoli della bocca da cui