La plebe, parte III - 33

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compagni. Teresa ripigliò con accento di profonda gratitudine:
— Ah voi siete buoni, lo so, voi non volete far male ad una povera
madre... Siate ringraziati, siate benedetti... Noi faremo tutto ciò che
possiamo per voi; ma meglio di noi vi compenseranno Dio e la Santa
Vergine Madre.
Molti avevano ricevuto benefizio di soccorsi nelle infermità e nella
miseria da quella donna che ora li pregava; l'avevano vista lei e sua
figlia entrare come angeli consolatori nelle squallide loro soffitte e
lasciarvi partendo un po' di gioia e di pace. Costoro presero a braccia
i più riottosi, che non osarono nemmeno contrastare, e li trassero via
con loro senza manco più parlare. In pochi minuti il cortile fu sgombro
e la fabbrica silenziosa; gli operai, muti, a tre, a quattro si
allontanarono dirigendosi giù del viale verso la città.
Teresa, per prima cosa, passato il pericolo, si era gettata al collo del
marito e l'aveva baciato con trasporto.
— Vieni, vieni, aveva ella detto di poi traendolo dolcemente con sè;
andiamo presso nostro figlio.
Nel salire le scale s'incontrarono in Luigi che partiva.
— Francesco, loro disse il giovane, è compiutamente rassicurato. Per
fortuna, e grazie al suo coraggio, signora Teresa, si è riuscito a
risparmiargli una emozione, che avrebbe potuto essergli fatale.
La madre del ferito non rispose che mandando un'esclamazione e prendendo
la corsa per arrivare più presto nella stanza del figliuolo.
Sul passo del portone, Quercia, che stava per salire in carrozza, vide
il colossale portinaio, che si era fasciata comecchessiasi la testa
rotta e che con occhio torvo guardava dietro agli ultimi degli operai
che si vedevano ancora in lontananza, borbottando fra sè parole
minacciose e imprecazioni all'indirizzo di Tanasio.
— Andate in letto, brav'uomo: gli disse Luigi; e fatevi alla testa dei
bagnòli d'acqua d'arnica.
Bastiano guardò con occhio torvo anche codestui che gli aveva parlato.
— Ah! se non fossero stati che sei! bofonchiò egli per tutta risposta,
stringendo i pugni.
Quercia sorrise, e fu d'un salto nel suo legnetto che partì di corsa. Ad
un tratto l'antico amico e compagno di Maurilio si disse ad alta voce,
come se avesse da fare ad un altro una subita interrogazione:
— E se sposassi Maria?
Si cacciò nell'angolo della carrozza senza farsi una risposta a parole;
ma pensava: «Francesco facilmente morrà; ella sarà l'erede d'una grande
ricchezza. Il mio passato lo saprò ben nascondere. Con esso saprò
rompere affatto. Non sarà la brillante sorte che ho sognato nella mia
ambizione, ma sarà sempre una bella sorte, e più felice dell'altra. È
possibile? Se facessi avvenire la prossima lotta, e in essa lasciassi
perire la _cocca?_»
Una confusione di pensieri qui lo assalse, tutti così neri ed
aggrovigliati ch'egli stesso non ci sapeva discerner chiaro e vi aveva
persino ripugnanza a tentare di farlo. La sua faccia annuvolata diceva
tutta la tempesta che gli scombuiava l'animo. Ad un punto si tirò su
della persona, e disse risolutamente come per fissare una determinazione
presa:
— Bisogna salvare ad ogni modo la fabbrica e i tesori di Benda.
Ma pronunziate appena queste parole si riscosse ed un vero lampo balenò
ne' suoi occhi, sulla sua fronte, sulle labbra.
— E i diamanti di Candida, prorupp'egli con impeto. Come farò per
riaverli, poichè la vittoria della plebe è fatta impossibile?
Tornò ad acquattarsi al fondo del suo legno e la sua fronte divenne più
scura di prima.


CAPITOLO XXV.

La sera di quel giorno medesimo, la taverna di Pelone rigurgitava
d'avventori; e questi erano più chiassosi del solito, tanto chiassosi
che la loro animazione scorgevasi facilmente prodotta non
dall'eccitamento dell'ebbrezza soltanto, ma da quello d'una passione che
li dominasse.
Erano in gran parte gli operai scioperanti della officina Benda, e
quelli più riottosi, più amici e più d'accordo col sommovitore Tanasio;
fra essi trovavansi eziandio alcuni di altre fabbriche, cui venivano
indettando e stimolando, intenti ad attizzare in ogni modo il fuoco,
alcuni de' più malefici fra i componenti subalterni della _cocca_.
Marcaccio si distingueva per vivacità e per zelo di propaganda.
In mezzo a tutta questa gente, a tutto questo chiaccherio, a tutto il
chiasso assordante che ne riusciva, scorrevano e si agitavano di mala
voglia e con poco frutto, Maddalena pallida, con certe occhiaie
allividite, e invece del solito sorriso procace sulle labbra, che
sembravano assottigliatesi, con una specie di sogghigno tutto amarezza,
lassitudine, scherno e dolore, e Pelone col suo passo di spettro più
riguardoso che mai, colla sua voce cavernosa e con una nube di
malcontento che veniva ogni minuto facendosi più fitta e più scura sulla
sua fronte gialla e ne' suoi occhi infossati. Meo dalla mattina mancava,
e non se ne sapeva più novella: di che Pelone bestemmiava
maledettamente, riserbandosi di fare le sue buone vendette sulle spalle
di quel grullo quando tornasse. Ciò faceva che quella sera erano peggio
serviti del solito gli avventori, che erano sempre serviti malissimo;
onde da tutte parti richiami, grida, imprecazioni, picchi di coltello
nei bicchieri, pugni sulle tavole e va dicendo, che sarebbero stati
anche maggiori, se l'attenzione di tutta quella gente non fosse stata
presa da alcun che di estraneo e di straordinario, onde, come ho già
detto, erano animati i varii crocchi che si accalcavano intorno alle
tavole.
Ora, a raccogliere sulla fronte non olimpica del povero Pelone quella
nube che vi si notava, non erano mica tutte quelle maledizioni di cui
era fatto segno dalle labbra avvinazzate di quella brava gente di
scioperoni e di birbanti, non era nemmeno solamente la mancanza
inesplicabile di Meo; sibbene quel certo che di straordinario, cui la
sua sagacia aveva notato di presente fino dalla prima ne' suoi
avventori, e che, crescendo l'ebrietà in que' sbrigliati compagnoni,
veniva sempre più manifestandosi man mano.
Pelone aveva scoperto che si parlava male delle autorità, che,
incominciando colle minaccie ai ricchi, s'era venuti alle imprecazioni
ed alle minaccie contro il Governo che sosteneva e difendeva i ricchi
colle baionette de' suoi soldati, colle manette dei suoi carabinieri e
poliziotti, colle toghe nere dei suoi giudici. Pelone udiva tutto
codesto con un sacro orrore che gli avrebbe fatto drizzare i capelli sul
cranio, se ne avesse avuti. Che cos'era questo impancarsi di politica e
toccare l'arca santa del Governo? Una pazzia senza pari. Oh! s'egli
avesse avuto l'audacia da ciò, e la voce nel petto e la eloquenza
opportuna! Avrebbe voluto gridare a tutti quegli sconsigliati: «manica
d'imbecilli, contentatevi di rubare e badate di sfuggire il capestro,
senza tanti discorsi e senza entrare nella empia sciocchezza di simili
sopraccapi.» Pochi dì prima egli, egli stesso, Pelone, aveva giurato e
spergiurato a sor Barnaba, che quanto alla devozione al Re, alla
famiglia reale, ai governanti per tutta la gerarchia, ai commissari di
polizia ed ai gesuiti, nella sua bettola non si faceva un atto, non si
pronunziava una parola che sapesse menomamente d'eresia; ed ora ecco che
gli suonavano all'orecchio tali impertinenti temerità da far
raccapricciare dal capo alle piante il suo sangue devoto di suddito
fedele e sommesso alla monarchia, alla legge, alla prepotenza de'
grandi, alle ingiustizie dei privilegi ed agli arbitrii della polizia.
Che cosa fare? Andare a denunziare queste brutte novità al signor
Commissario? La cosa era grave e ci aveva intorno a quel partito
parecchie ragionate paure: la prima di tutte era quella di portare la
sua faccia innanzi alla guardatura fosca ma penetrante del signor Tofi.
Quegli occhi grifagni, ad ogni volta che se li era sentiti addosso,
eragli sembrato che avessero a leggergli dentro, sotto quel cranio
d'avorio ingiallito; e il bravo bettoliere aveva troppe buone ragioni
perchè nessuno ci leggesse, e tanto meno un Commissario: e poi se ciò
veniva a risapersi mai, quei furfantoni erano capaci di dargliene tal
ripaga che povero a lui!... E tacere d'altra parte egli sentiva che era
per l'affatto contro le sue opinioni esclusivamente governative, contro
la sua coscienza e contro il suo interesse. Ah se Barnaba fosse
comparso, od egli avesse saputo almanco dove pescarlo! A lui sì che si
poteva far capire la cosa, e affidarsi tranquillo poi a quanto e'
disporrebbe, senz'aversene egli da dare altro pensiero o comparir più
comecchessiasi. Ma sì; dov'era egli quel povero sor Barnaba? E questa
era un'altra cagione di paura e d'interno travaglio in Pelone, che non
avendo più visto comparire il muso da faina del poliziotto, versava
nella più penosa incertezza sulla sorte di lui. Conosceva troppo
l'abilità di Graffigna per non aver sospetto sulla causa della
sparizione di Barnaba, e il timore d'essere compromesso anche in codesto
era in lui molto altresì. Per tutto ciò faceva scorrere in mezzo ai
gruppi delle tavole la sua faccia scialba, improntata di cattivo umore,
borbottando maledizioni fra le sue gengive.
Al desco dove sbraitava Marcaccio, sedeva eziandio Andrea, il marito
della povera Paolina, ma di quanto mutato da quello di pochi giorni
prima, che pure era già così diverso dall'Andrea dei tempi lieti! Pareva
invecchiato di anni; aveva una cupa tristezza, cui l'ebrietà, invece che
diradare o sminuire, faceva più fitta per dir così e maggiore; mostrava,
nella guardatura, in certi sobbalzi della persona, un'inquietudine,
un'apprensione che l'occupava costantemente; era l'incessante dominio di
un'idea, quasi una paura, presso che un rimorso; la sua anima si sentiva
afferrata dal male, come la sua volontà dalle morse di quell'organismo,
di quel mostro complessivo che era la _cocca_; e anima e volontà si
dibattevano in mezzo a quei vincoli, già fatte incapaci a romperli e
sciogliersene, non ancora diventate tali da acquetarvisi. Di più nella
sua esistenza del tempo trascorso dopo la capitatagli sventura che, per
colpa di Nariccia, aveva dispersa così miseramente la sua famiglia e
lasciatolo solo, pareva esistere un segreto, oltre quello della sua
misteriosa entratura nel sotterraneo ricetto della vasta e potente
associazione di malfattori e della sua opera — la prima criminosa che
avesse fatto! — di fabbricarvi le chiavi false. Marcaccio, che di tutto
il giorno non l'aveva più visto, non aveva potuto sapere dove Andrea
avesse passata la notte, nè dove avesse posto sua stanza. Offertogli di
andare con lui al bugigattolo che gli serviva di quartiere, Andrea aveva
rifiutato ricisamente di tal guisa da non permettere d'insistere, ed
alle richieste fattegli in proposito aveva risposto come chi non solo
non vuole dire ciò che gli si chiede, ma non vuole che gli se ne parli
altrimenti.
Ora posseduto da quell'ebbrezza in cui sventuratamente da tanto tempo
andava cercando l'oblio della sue traversie, e presentemente cercava
quello della sua pena ed anco lo stordimento del suo morale malessere,
il povero Andrea bestemmiava ed imprecava ancor egli contro i ricchi,
contro il Governo e contro la società; ma i ricchi per lui si
personificavano nella scelleratezza di Nariccia e nella crudeltà di
Benda, che lo aveva respinto dalla fabbrica, e il Governo e la società
faceva egli risponsabili dell'appoggio dato coi loro ordinamenti e colla
loro forza alle birbonate legali dell'usuraio padrone di casa, alla
severità del fabbricante.
Pelone adunque raccapricciava a quei discorsi, e guardava su quale delle
faccie degli uomini colà presenti vedesse la nobile impronta dalla spia,
appostata lì a raccogliere e trasmettere all'orecchio di sor Commissario
l'eco di quegli orrori. La sera fu lunga a passare per questo bravo
bettoliere, e innumerevoli furono gli accidenti che in cuor suo mandò ai
suoi indemoniati avventori, e quando finalmente verso la mezzanotte potè
abbarrar l'uscio dietro le spalle dell'ultimo degli ubbriaconi messo
fuori, Pelone mandò un sospiro tanto fatto e raggomitolatosi a suo modo
sopra un seggiolo, le lunghe gambe ripiegate da quasi appoggiarvi su il
mento, stette lì a pensare seriamente ai fatti suoi.
Innanzi a lui rimase piantata Maddalena, sempre pallida e mesta, in atto
di chi ha qualche cosa da dire e non sa da che capo rifarsi.
L'oste agitava seco stesso questa grande quistione: «Domattina debbo
andare o non andare al Palazzo Madama a spiattellare ogni cosa?»
Il suo spirito perplesso gli faceva dondolare il capo fra gli sbruffi
della sua tosse profonda; del sì e del no che gli tenzonavano nella
mente, vedeva tutti i disavvantaggi e non sapeva definire da qual parte
fossero i maggiori. Avrebbe dato volentieri l'ultimo dente che gli
ballava nelle gengive per un buon consiglio. In quella, Maddalena, che
aveva atteso un poco, gli si accostò e, messagli una mano sulla spalla,
disse:
— Oh date retta, Pelone.
Il bettoliere si riscosse, come se gli avessero sparata una pistola
presso l'orecchio.
— Che c'è egli? domandò tossendo. Ah sei tu, Maddalena? Come qui
ancora?... Parola di Pelone io ti credeva già a casa del diavolo, voglio
dire a casa tua.
— Ho qualche cosa da dirvi.
Pelone crollò le spalle.
— Cara mia, vedi, ho una carrata e mezzo di fastidi per la testa; non
venirmi a seccare ancora colle tue favole, che Dio ti dia bene, e il
fistolo ti colga!
Ma la ragazza, senza punto commuoversi, come se il padrone non avesse
manco parlato:
— Voi m'avete da dire, riprese, perchè di questa notte fu chiuso il
passaggio dall'osteria al _Cafarnao_.
— Che ne so io? rispose Pelone con impazienza: ma ad un tratto diede in
un piccolo sussulto della persona, e alla sua mente s'affacciò il
pensiero che quella in vero non doveva essere una cosa indifferente e
che avrebbe potuto interessare anco lui il saperne la ragione.
— Ma già, appunto, borbottò egli; oh perchè fu esso così improvvisamente
chiuso questo passaggio?
Volse verso il viso patito di Maddalena il suo sguardo semispento dal
fondo delle sue occhiaie incavate sotto l'esagerata protuberanza
dell'osso frontale.
— E tu lo domandi a me il perchè? le diss'egli. Tu che puoi saperlo
dal....
Voleva dire _medichino_, ma nè anco da solo colla fante egli pronunciava
volentieri quella parola.
— Da _lui_, disse invece.
Maddalena fece più amaro il suo sogghigno.
— Ah sì da lui! esclamò essa con indescrivibile accento di cordoglio e
dispetto.
Pareva fosse per soggiungere altre e certo sdegnose parole, ma se ne
trattenne; stette un poco, e poscia curvando il capo addoloratamente,
riprese con voce sommessa, quasi soffocata:
— Forse non è che per escludere me da quel luogo.... Egli vuole
sbarazzarsi dell'amor mio....
Un singhiozzo le salì alla gola, ed ella voltò in là il viso per
nascondere le stille di pianto che le vennero agli occhi.
— Eh via! esclamò Pelone crollando le spalle: come puoi tu immaginarti
d'essere un personaggio di tanta importanza da motivare un simil fatto?
Quando e' non ti voglia più per i piedi, che sì che si prenderà la
menoma suggezione a cacciartene via come un botolo fastidioso.... che tu
sei: soggiunse a bassa voce fra le sue gengive.
La ragazza sentì che l'oste aveva ragione e curvò con anco maggior
dolore la testa scoraggiata.
— Piuttosto, seguitava il bettoliere pensando fra sè, ciò indica che si
ha paura la cosa venisse scoperta, che si ha motivo di credere alcun
sospetto di codesto possa esser nato nei signori del Palazzo Madama....
Diavolo! diavolo!...
Colla sua destra grossa, lunga, ossea, villosa, del colore della pelle
d'un salame, si trasse indietro la bisunta berretta e si grattò il
cranio lucicchiante.
— Se così fosse, soggiungeva sempre fra sè, mi converrebbe provvedere un
poco ai fatti miei, per non lasciarmi poi rovinare... dovrei parare
almeno il peggior colpo, facendomi qualche merito di rilievo...
Rimise a posto la berretta, anzi se la tirò fin sopra le orecchiaccie;
il partito di andare a riferire al Commissario ciò che era avvenuto
nell'osteria quella sera, aveva vinto nell'anima sua fin allora
combattuta.
Si levò da sedere e disse più brusco che non solesse a Maddalena, colla
quale fino allora aveva sempre creduto di dover usare alcun riguardo
parlando:
— Orsù, figliuola di mala femmina, mala femmina tu stessa, che cosa mi
stai lì impalata dinanzi? Vuoi piantar le radici?... Prendi l'aire e
vattene alla malora come ti meriti, e ti venga un canchero coi fiocchi.
L'anima della giovane doveva essere bene affranta, perchè, come se non
avesse punto udite le parolaccie del padrone, ella, che prima se ne
sarebbe maledettamente imbizzita, disse col medesimo accento di
afflizione e di scoramento con cui aveva parlato finora:
— E vo' dirvi anche un'altra cosa: ed è che domani non vengo a bottega,
che mi sento male, e questa vita oramai sono stanca e stufa di farla, e
non so manco se mi ci lascierò ancora pigliare.
Pelone drizzò un poco la sua curva persona in un tentativo sbagliato di
assumere un'aria imponente.
— Oh che capriccio è codesto? esclamò egli tossendo più forte. Quel
martuffo di Meo... ah! se lo agguanto... questa mattina è scomparso e
non si è lasciato veder più; ed ora tu, sgualdrina da quattro denari, mi
vuoi dare anche tu un dolce piantone?...
— Sto male: soggiunse la ragazza con voce quasi supplichevole. Non
vedete anche voi che sto male? Stassera ho fatto miracoli a reggere in
piedi.
— Hai fatto, secondo il solito, il peggio che possa una miseruzza buona
da nulla e che non ha voglia che di stare in panciolle. Oh! ve' la
signorina che la si pretende regolare sè ed altrui a suo comodo e
talento! L'ha piacere di riposarsi, ed io ci ho da star qui solo a
frustarmi l'osso della schiena, eh? Stai male?... Vorrei che crepasti,
mangiapane a tradimento che tu se'!...
A questo punto l'antica Maddalena rinacque nella abbattuta ragazza. La
fiamma della primitiva risoluzione, della solita audacia e di quella
insolente autorità ch'ella si era attribuita e il padrone aveva dovuto
sofferire che la si attribuisse per le sue relazioni col _medichino_,
quella fiamma tornò a brillare negli occhi neri di lei, e levata
fieramente la faccia con tutta l'impertinenza di prima, ribattè:
— Oh oh mastro Pelone, che vi credete voi di potermi parlare in questo
tono e in questi modi?... Oh che non la conoscete ancora la Maddalena,
che di male parole e di mali tratti la non ne soffre da persona...
fuorchè da uno?
Lo sguardo del vecchio non sostenne quello della ragazza; come le
pupille di lui si chinarono a terra, così il suo corpo tornò ad
incurvarsi e il suo sembiante riprese quell'aria tra d'impaccio, tra di
malvogliosa sommessione con cui usava sempre trattare colla petulante
fantesca.
— Uhm! uhm! rispose tossendo, non dico mica io, non voglio già dire...
sono espressioni così..... alla buona... anzi amichevoli..... Non voglio
guastarmi teco il meno del mondo. Sai che ti porto molta affezione... (E
piano fra le gengive borbottava a suo modo: ti darei alle mazzerate, e
se mai il _medichino_ ti pianta, l'abbiamo da vedere)... Dunque non
corrucciarti meco, buona e cara la mia Maddalena... (che ti venga un
accidente!)... Ma ti prego soltanto a non volermi lasciar solo
nell'osteria, che non ci è più manco quel barbagianni di Meo, che vorrei
vedere impiccato e peggio..... Ah! se mi casca fra le unghie!..... Ier
sera e' ci ha avuto una buona lezione, ma se lo ripesco, alla
misericordia di Dio, che gli voglio far danzare un trescone a
battuta.....
— Egli di certo, interruppe la Maddalena, vi è scappato appunto pei
vostri maltrattamenti, e non si lascierà coglier più... Non c'è che i
cani, i quali, percossi, baciano la mano del padrone che li percuote...
Un cane pel suo padrone, soggiunse con molta amarezza, ed io per _lui_!
— Ma io te, Maddalena, riprese Pelone, non ti ho mai maltrattata...
Dininguardi!... Anzi!... Se vuoi dire proprio il vero, hai da confessare
che io ho usato sempre verso di te de' maggiori riguardi...
— Ora non è caso da ciò... Vi avverto che per de' giorni, e non so
quanti, non potrò venire all'osteria, e non ci verrò.
Pelone mandò parecchi gemiti, e tossì per parecchi minuti secondi.
— Ma, poveretto me!... Come ho da fare?... Tu vuoi rovinarmi,
Maddalena... Aspetta almeno ch'io abbia un altro servitore in luogo di
Meo..... E sai che non è facile sostituirlo... Non si può mica accettar
qui il primo venuto...
Maddalena, che era tornata in tutta la prepotenza delle sue maniere, non
volle nè udir altro, nè dare ulteriore risposta.
— Siamo intesi: diss'ella con accento di supremazia al bettoliere
tornato nelle apparenze dell'umile bonarietà: domani non vengo, e se
verrò ancora mai in avvenire, ve lo farò sapere.
Uscì ratta e sdegnosa, mentre Pelone faceva ancora un tentativo di
supplicazione; ed all'oste contrariato all'estremo non rimase altro
partito che di abbarrare le imposte dell'uscio.
— Ah se avessi a mia disposizione una provvista di accidenti, diss'egli
bofonchiando, so io a chi ne vorrei mandare.... E quel bertuccione di
Meo, dove sarà egli andato a cacciare la sua grullaggine?.... L'ho
raccomandato a Graffigna, e son certo che questo gatto di buona razza
saprà scovarnelo, il topolino.... E domattina intanto mi recherò a far
riverenza a sor Commissario.
Con questi pensieri e con questa risoluzione andò a dormire; nè il suo
sonno fu tranquillo di certo, chè troppe ragioni aveva da stare
inquieto. La mattina, alzatosi, sentiva egli in sè vieppiù afforzata la
risoluzione di fare la sua comparsa al Palazzo Madama, e stava per
avviarsi, quand'ecco, per togliergli il merito d'una spontanea
presentazione, venirgli innanzi il brutto ceffo d'una guardia di polizia
travestita, a comandargli, d'ordine dell'egregio commissario sig. Tofi,
di recarsi immantinenti _ad audiendum verbum_.
Il povero Pelone, che vide così fatta inutile tutta la sua buona volontà
e i proponimenti del suo zelo, temendo già gli fosse piombato addosso
quel pericolo e quel danno cui egli voleva appunto scongiurare, si sentì
tremar le gambe e fuggire ogni coraggio: non seppe che rispondere e
stette lì a bocca larga a mirare quel profeta di polizia, che veniva con
sì brusco tono a scaraventargli sulla faccia allampanata il _mane thecel
phares_ del nume di Palazzo Madama.
— Avete capito? riprese più ruvidamente ancora l'_arciere_. E' vi
conviene mettervi in cammino senza manco un trar di fiato, e venire con
me.
— Ma... ma... balbettò l'oste confuso e intimorito: ma io sono qui
solo... non ci ho manco un cane da stare a bottega in vece mia... Oh che
ho da piantar lì l'osteria senza niuno che ci badi?
— Che volete mai ch'io vi dica? Vi ho da menare da sor Commissario, e vi
ci menerò senza fallo... Non so altro io... Del resto aggiustatevi voi;
e se non ci avete nessuno da lasciare, chiudete la bottega e _filate_.
Pelone adottò questo partito, chè diffatti non ce n'era altro da
prendersi, e seguì il poliziotto, mogio come un bracco che vien fuor
dell'acqua. Con quest'apparenza umilmente rimminchionita comparve
innanzi al severo viso aggrottato del signor Tofi, che il mento riquadro
posato gravemente sul suo cravattone duro, abbottonato fino al collo nel
suo lungo soprabitone, lo accolse coll'urbanità con cui uno staffiere
riceve sul tappeto elegante d'una sala dorata un villanzone dalle
scarpaccie infangate.
L'oste non ebbe mestieri di domandare la menoma spiegazione: col tono
corrispondente all'aspetto, saettandolo d'uno sguardo freddamente
minaccioso, il signor Tofi lo apostrofò di subito nella seguente
maniera:
— Voi volete andare ad ingrassarvi un po' quel vostro scheletro col pan
di prigione, tavernaio della malora.....
— Sor Commissario: balbettò il mal capitato, tremando verga a verga.
E il signor Tofi, con più superbo piglio di quello che avrebbe potuto
avere il suo titolato superiore, il conte Barranchi medesimo:
— Silenzio! gridò: lasciatemi parlare e che le mie parole vi stieno ben
bene attaccate alle orecchie. Nella vostra caverna di bettola si tengono
discorsi sovversivi, discorsi che offendono il Governo di S. M. (si levò
il cappello a larga tesa che aveva fieramente piantato in testa); e voi
lo tollerate....
Pelone fu scosso da un raccapriccio come d'orrore, e la soverchia paura
gli diede il coraggio di interrompere.
— Scusi!... Io non tollero.... Se avessi potuto ieri sera tappar la
bocca a tutti quegli scellerati!... Che cosa vuole che faccia un povero
vecchio contro una frotta di ubbriachi che son capaci di romper le ossa
ad una persona come di bere un buon gotto di vino?...
— Perchè non avete denunciato il fatto all'autorità?....
— Ma Dio falso!... Cioè, voglio dire... Mi perdoni: sono così confuso
che mi lascio scappare contro il mio solito delle bestemmie, io che
rispetto sopratutto la religione, che il diavolo mi porti... Di questa
razza discorsi se ne tennero ier sera per la prima volta.
Il Commissario fece un gesto d'incredulità.
— Glie lo giuro! esclamò con forza l'oste mettendosi la manaccia sul
petto: parola di Pelone, ch'io possa essere sbattezzato! E questa
mattina già ero sulle mosse per venire a fare il mio dovere, quando
Vossignoria mi ha mandato a chiamare.... Questa è la verità vera, com'è
vero che la mia protettrice è la Madonna della Consolata, che il
diav.....
Masticò fra le gengive le altre parole, e parve inghiottirle in mezzo ad
uno sbruffo di tosse.
— No, no, signor Commissario, rispose poi. Non è Pelone che sia mai per
fallire al suo dovere di buon suddito. Glie l'ho detto ancora l'altra
sera a sor Barnaba.
Ma non ebbe appena pronunciato quel nome che si morse la lingua, ed
avrebbe pagato non so che cosa per poterlo tirare indietro. Che c'era
egli bisogno d'andare a trarre in mezzo la memoria di quel cotale? Non
ne aveva abbastanza impicci per quell'incidente, senza andare a
cacciarsi in quelli di possibili interrogazioni intorno a colui che
avrebbe voluto obliato da tutto il mondo? S'interruppe, guardò ratto, di
sbieco, la faccia del Commissario e si turbò vieppiù vedendo un certo
guizzo negli occhi di lui: riparò, secondo il solito, il suo imbarazzo
in un accesso di tosse.
Tofi guardava veramente il bettoliere con una nuova espressione e con
nuova intentività osservatrice.
— Oh appunto: diss'egli; poichè avete nominato Barnaba, conviene che vi
dica qualche cosa eziandio sul conto di lui.
Pelone era abbastanza scaltrito per non sapere sollecitamente nascondere
il suo imbarazzo; assunse la più naturale aria da nesci, e stette colla
mossa di chi si prepara ad ascoltare, riverentemente attento.
— Ne sapete voi alcun che de' fatti suoi? domandò il Commissario dopo
una brevissima pausa.
— Io?... Che ne ho da sapere? So quel tanto che sono obbligato per mio
dovere.... Ecco!
— Da quando non l'avete più visto?
— Dall'altra sera.... Stette fino in sul tardi all'osteria.
— E ieri?
— Ieri non si lasciò vedere.
— E qual ragione pensate voi di questa sua mancanza?
— Non penso nulla.... Non ci viene mica tutti i giorni da me.
— E l'altra sera non vi disse niente?
— Di che?
— Di cosa che lo riguarda.
— Niente affatto.
— Ebbene ve lo dico io. Sappiate che Barnaba, per cagione di certa sua
imprudenza, incontrò la disapprovazione de' superiori, e dovrà
partirsene di Torino per una più umile destinazione in altra città.
— Oh bella! esclamò Pelone con tono di maraviglia bastevole da far
credere quella essere la prima notizia ch'egli ne ricevesse. Egli è pur
tuttavia un brav'uomo....
— Basti di ciò: interruppe Tofi. Torniamo ai nostri polli.
Pelone s'inchinò in atto d'umile assentimento; ma fra sè pensava:
— Uhm! c'è qualche cosa qui sotto. Perchè dirmi codesto? Per levarmi il
filo della camicia? Ma allora avrebbe insistito nelle interrogazioni e
non dato di presente la volta al discorso... Direi quasi che si vuole
vedere s'io ho sentore di qualche cosa che è capitato, e di cui si
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