La plebe, parte III - 17

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giuramento e le mie parole.
Andrea uscì dalla bottega del rigattiere senza idea nessuna nè di dove
andare, nè di che cosa fare. Camminò per le strade dove era già notte
chiusa, senza direzione, andando in balìa delle gambe come una mosca
senza capo. Di tratto in tratto gli pareva sentire una voce misteriosa
sotto la collottola del cranio gridargli: «hai commesso una cattiva
azione». Si diceva anzi pian piano fra sè che quello si chiamava un
delitto. Egli aveva dunque posto il piede su quella brutta strada. Lo
avrebb'egli creduto un tempo? Non ci aveva fatto ancora che un primo
passo; poteva ritrarsene; ma no, sentiva di non esserne più a tempo, di
non volerlo più nemmanco. Gli pareva d'essere afferrato dalla morsa
invincibile ed inesorabile d'una macchina potentissima; avrebbe avuto un
bel dibattersi: era nelle branche d'un mostro che non lo avrebbe
lasciato più. E poi desiderava egli stesso andare a capo dell'avventura
che aveva incominciata. Nariccia gli aveva fatto tanto male; e il
desiderio di vendicarsene non poteva sfumare così agevolmente dall'animo
esulcerato dell'operaio disposto alle triste passioni dalla vita di vizi
e di sciopero intrapresa da tanto tempo. Dell'agognata vendetta aveva
egli appena gettate le basi, compito un primo atto, cominciato un
preparativo; voleva seguitarne lo svolgimento, spingerla a fine egli
stesso, godere della sua effettuazione. E poi perchè non ne avrebbe
tratto vantaggio egli pure? Perchè non avrebbe sollevata la sua miseria,
che quello scellerato avaro perseguitava ed accresceva, coi mal
raccozzati tesori dell'avaro medesimo?
Il ritorno alla innocenza d'un tempo, alla virtù dall'onesto lavoratore
egli lo credeva impossibile. Ci voleva una lotta di cui non si sentiva
più la forza in sè stesso. Ah se avesse potuto rifar vivo il passato! Se
avesse potuto levare dall'ospedale sua moglie e riaverla sana e lieta
come un tempo nel modestissimo, pulito quartieretto! Allora sì che la
forza glie ne sarebbe tornata, diceva egli a sè stesso; ma codesto era
impossibile. Togliendogli la moglie, e forse per sempre pur troppo, il
destino gli aveva tolto il suo buon angelo per lasciarlo del tutto in
balìa del genio del male. Ancor egli, l'infelice, si ripeteva la folle
scusa di tutti coloro che falliscono, che cioè era una fatalità, era
decreto di una forza superiore al suo volere, era qualche cosa
d'inevitabile che lo voleva precipitato in quell'abisso.
Assorto ne' suoi pensieri il misero Andrea non badava punto alla strada
che percorreva. L'abitudine lo portò alla casa in cui fino a quel giorno
aveva abitato colla famiglia, dove o più presto o più tardi, più o meno
in sentore egli rientrava tutte le sere a trovarci la moglie e i figli
suoi. Nel porre il piede sopra la soglia della porta da via, si
riscosse, gli parve che una mano invisibile gli desse un urto nel petto
per respingerlo di colà, tornò in sè come uomo che ad un tratto si
desta, riconobbe il luogo dove si trovava ed ebbe presenti le sue
condizioni. Non aveva più casa, non aveva più famiglia, e chi l'aveva
ridotto a tal punto, ei si diceva, era quell'uomo che se ne stava
tranquillo col suo oro in quella casa medesima. Un nuovo impeto d'odio
contro Nariccia, che siffatto pensiero gli fece salire all'animo,
concorse a scacciarne via ogni pentimento, ogni rincrescere di ciò che
aveva fatto. Gli parve il suo il più natural atto del mondo, quasi
l'esercizio d'un suo diritto.
Ma in presenza di quella casa più vivace erasi fatto in lui il pensiero
della sua Paolina; senza rifletterci altrimenti prese la corsa e fu
all'ospedale dov'ella era stata ricoverata. A quell'ora non c'era verso
che alcun estraneo potesse introdursi nelle sale dell'ospizio: il
portiere trattò da matto il povero operaio che insisteva per entrare, e
senza voler neppure dar retta alle supplicazioni che Andrea gli faceva
per avere almeno alcune notizie della sua donna, lo respinse fuori e gli
chiuse la porta sul muso.
Che cosa aveva da fare quel disgraziato? Dove andare? Si aggirò un poco
per le strade della città e finì per capitare alla solita bettola di
Pelone, dove Marcaccio lo aspettava.
La bettola di Pelone presentava quella sera un aspetto ancora più
animato di quello che aveva la sera precedente, quando vi ci siamo
primamente introdotti dietro i passi di Maurilio che vi guidava
_Gognino_ a rifocillarsi.
A tutte le tavole si serrava intorno numerosa una frotta di bevitori, nè
Andrea avrebbe potuto trovare a nessuna un posticino, se Marcaccio,
vistolo entrare, non l'avesse chiamato e fattogli un po' di luogo al suo
fianco alla tavola a cui sedeva in compagnia d'una dozzina di brutti
ceffi, l'uno più scomunicato dell'altro.
Marcaccio doveva aver parlato in buoni termini di Andrea a quella
schiera di galantuomini, perchè lo accolsero fraternamente come uno dei
loro, e gli posero innanzi senz'altro un bicchiere colmo di quel vino
scuro dalla schiuma che pareva di sangue, cui cioncavano con delizia e
con poca discrezione.
Le conversazioni erano animatissime, e il rumore che i varii parlari
facevano saliva di quando in quando ad un tal fracasso che assordava; ma
pure in mezzo al medesimo avreste potuto notare un susurrio sommesso di
parole che si mormoravano all'orecchio da questo a quello, e insieme una
specie di attesa, di emozione, di misterioso comune intendimento che
correva da gruppo a gruppo, da persona a persona. Erano in gran parte
colà i gregarii della famosa _cocca_, che sapevano i loro capi tener
quella sera gravissimo consiglio per importantissime imprese, e loro
esser radunati colà ad aspettarne, in conseguenza delle fatte
risoluzioni, i cenni opportuni.
Piena di avventori eziandio, di guisa che un nuovo venuto non ci avrebbe
trovato posto assolutamente, era la stanza dell'uscio a vetri; verso
quest'uscio si volgevano tratto tratto curiosi e quasi impazienti gli
occhi di molti e di molti.
Pelone, quella sera, aveva l'onesto animo invaso da una collera che per
essere più contenuta non era meno intensa, e prometteva a sè stesso,
bestemmiando come un turco, fra le sue gengive, di farla passar brulla a
quel birbone di Meo, degno d'ogni peggior supplizio. Diffatti lo
sciagurato, in tempo come quello, quando per la frequenza degli
avventori c'era tanto bisogno di lui, mancava da un'ora, senz'avere pur
domandato licenza al padrone di uscire, senza che nessuno sapesse dire
dove si fosse andato a cacciare, e lasciava tutto il peso di servire
tanta gente alla svogliatezza capricciosa di Maddalena ed
all'infermiccia cascaggine del vecchio bettoliere.
— Figliuolo di mala femmina: borbottava Pelone fra un accesso e l'altro
della sua tosse cresciutaglisi per la fatica che doveva fare ad andare
di qua e di là recando piatti, vivande e mezzine. Non voglio aver più
bene in questo mondo e nell'altro se non fo danzare un trescone a suon
di legnate a quel malandrino: parola di Pelone!
E il malandrino su cui pendeva minaccioso lo sdegno del padrone,
trovavasi fra gli artigli dell'astuto Barnaba, il quale con tutta la
destrezza dell'arte sua sapeva spremerne fuori ciò che a lui importava e
che Meo aveva pur giurato le molte volte di non dir mai a nessuno.
Se vi ricorda, l'agente di polizia aveva dato convegno al garzone
dell'osteria per le ore otto sulla piazza del Palazzo di Città, e Meo,
stimolato dal desiderio di nuocere a colui che era penetrato nel cuore
di Maddalena, mentr'egli ne rimaneva escluso, non indifferente neppure
alle promesse di buoni guadagni che Barnaba aveva fatto balenare alla
sua cupidigia, s'era guardato bene dal mancare o dal tardare soltanto
all'assegnato ritrovo, e pochi minuti prima che battessero le otto egli,
in un momento che il padrone e Maddalena non lo potessero vedere, cheto
cheto era sgusciato fuor della porta e corso al luogo fissato, per
giungere al quale non aveva che poca strada da fare. Barnaba non si era
fatto attendere di molto.
— Benissimo, diss'egli all'imbecille, accostandolo col suo felino
sorriso; sei stato di parola e ne sarai contento. Ma qui non è luogo da
poter discorrere di cose tanto importanti quanto son quelle che ti ho da
dire; senza contare che ci fa un fresco da fare un sorbetto del nostro
naso. Dunque vieni meco nella mia stanza, dove non ci avremo certamente
una temperatura da stufa, ma almanco non correremo rischio di gelare e
dove orecchio nessuno ci può sentire.
Il poliziotto appigionava una camera ammobiliata non molto di lì
lontano; e ci furono in pochi minuti. Meo introdotto in quel povero
locale, fra quei poveri arredi, si guardava intorno quasi sgomentito,
attorcigliava il suo berrettaccio fra le mani impacciate, e se mai si
fosse potuto dire che i suoi occhi di vetro esprimessero qualche cosa,
in quel momento questo qualche cosa non sarebbe stato altro che un gran
malessere di trovarsi colà ed una gran voglia di fuggirsene se avesse
saputo come fare.
Barnaba, che non amava perder tempo, andò dritto al cuore dell'argomento
e decise far tosto vibrare quella corda che unica poteva dar suono nella
natura grossa e melensa del giovinastro.
— Dunque, cominciò egli, noi diciamo che la Maddalena è pure il gran bel
tôcco di ragazza.
Le labbra di Meo si schiusero ad uno stupido sorriso della più stupida
compiacenza.
— E tu la sposeresti volentieri, Meo?
Lo sciocco si mise a torcere il suo berretto, come se fosse bagnato e
volesse farne uscir l'acqua.
— Magari! rispose colla faccia illuminata l'imbecille.
— Tu l'ami molto, bravo Meo, eh?
Il giovine alzò al soffitto le pallottole vitree dei suoi occhi grigi.
— Come un assassino: diss'egli con tutta l'energia ond'era capace la sua
voce senza vibrazione.
— Buono!... Ma il diavolo vuole che quella birbona sia intabaccata d'un
altro, e si rida di te nella più scellerata maniera del mondo.
Meo divenne rosso rosso, e fece una smorfia come se gli avessero dato un
pizzicotto con tenaglie di ferro.
— Quelle benedette ragazze! continuava Barnaba con tono di paterna
compassione: sono proprio le più bizzarre creature che si possa
immaginare, ed anco le più cattive... Sicuro cattive, e la Maddalena è
più trista di tutte.
— Oh sì! sospirò con un grosso trar di fiato il povero scemo.
— Perchè infine ella sa che tu l'ami...
— Già che lo sa!
— E tu sei tale che ogni donna dovrebbe tenersene.
Sulle labbra di Meo tornò ad apparire, ma più leggiero e fugace, come un
pallido raggio di sole in mezzo alle nubi, il sorriso di compiacenza di
poc'anzi.
— Che cos'è che ti manca a te?
— Niente, glie l'assicuro.
— Sei giovane, sei bello...
— Sì signore.
— E sei onesto.
— Oh sì signore.
— Ma sei povero.
— Pur troppo!
— Se tu avessi il borsellino guernito di bei marenghini....
— Come ha sempre quell'altro: si lasciò scappar detto Meo con accento di
stizza e d'invidia.
— Ah sì, neh?... Ebbene se tu fossi come quell'altro, e più ancora
fornito di denaro, niun dubbio che saresti tu il preferito.
Meo ricominciò ad abbozzar quel tal sorriso; ma di subito lo cancellò
dalla sua fisionomia, che ritornò in tutta la sua abbattuta tristezza.
— No pur troppo, diss'egli crollando il capo scoraggiatamente: la
Maddalena va proprio così pazza di quel demonio d'un....
S'arrestò: la parola che stava per uscirne, parve gelarglisi sulle
labbra.
— D'un _medichino_: suggerì l'agente di polizia col tono il più naturale
del mondo.
Questo nome risuonando in quella stanza, sembrò destare in Meo un alto e
subito terrore, sentimento che di subito superò ogni altro. Il
giovinastro si trasse indietro come esterrefatto e la sua faccia melensa
espresse più che mai il vivissimo desiderio di essere lontano da quel
luogo le mille miglia.
— _Medichino!_ esclamò egli: io non so nulla del _medichino_.... non
l'ho nominato, io.... io non so manco se egli esista.
Barnaba comprese che per giungere a scovar fuori da costui tutto ciò che
importava, conveniva calmare alquanto quello spavento così tosto e sì
violentemente inalberatosi. Colla riserva poi anche, se altri mezzi non
avessero giovato, di vincere quello con uno spavento maggiore. Non
insistendo dunque niente affatto su quel punto, riprese tornando il
discorso all'indirizzo di prima.
— Io credo che tu hai torto a disperarti così; dove Maddalena ti vedesse
ricco, tosto tosto sarebbe tutta per te. Or bene, di guadagnare dei bei
rotoli di denari io posso dartene l'occasione.
E qui, sapendo, anche senz'aver letto Orazio, che assai più fanno
impressione nell'animo le cose vedute coi proprii occhi, Barnaba aprì un
suo stipetto che aveva per colà e ne trasse un mucchietto di monete
d'oro che ci stavan riposte.
— Guarda! soggiunse venendo a far suonare le monete in mano, agitandole
sotto il naso di Meo: questi bei marenghini sono per te.
Lo scemo tese avidamente la destra per ghermirli; ma Barnaba ritrasse la
sua.
— Un momento: soggiunse. Sono per te, ma col patto che tu faccia quello
che io voglio.
— Che cosa debbo fare?
— E non solamente questi, ma ne avrai di molti e di molti altri.
— Che cosa debbo fare? ripetè con ardore il giovinastro.
Oh strano potere dell'oro! Ecco un miseruccio di imbecille che ha
un'anima torpida in corpo di torpidi sensi; cui la condizione della
nascita, dell'esistenza, dell'intelletto non consente che pochi ed umili
desiderii; il debolissimo spirito del quale è occupato da una paura
tremenda che gli hanno fatta le minaccie di morte per costringerlo al
silenzio intorno a quelle cose che di necessità a lui si dovettero
lasciare scorgere e che a lui piuttosto che a un altro si permise
fossero note, credendo appunto una guarentigia il suo timore e la sua
melensaggine; ebbene quest'imbecille, al suono di poche monete che gli
si fanno luccicare dinanzi, dimentica per un istante ogni altro
sentimento, per non aver più che quello di potere far suo quell'oro.
— Che cos'hai da fare? disse Barnaba chiudendo in pugno i marenghini:
rispondere la verità, tutta la verità alle domande che sto per farti.
— Signor sì, disse lo scemo, risponderò.
— Ieri sera, quando sono entrato da Pelone, nel gabinetto c'era il
_medichino_: non è vero?
Meo si diede a grattarsi in testa con tanto furore che pareva volersi
strappare la lana grossolana e mal cardata de' suoi capelli.
Barnaba allargò la mano, e gli fece luccicare dinanzi agli occhi, e
suonare all'orecchio, agitandoli di nuovo, i marenghini che teneva in
pugno.
— Rispondi, e rispondi giusto, o di questi non ne vedrai più nemmen
l'ombra.
Un crudele e feroce combattimento avveniva nell'anima sciocca del
giovinastro fra la cupidigia e la paura. E' si grattava più forte in
testa e si contorceva della persona come se fosse stato colto da mal di
ventre.
— Era colà il _medichino_, ripetè a voce bassa ma vibrata il poliziotto:
era colà il damo di Maddalena?
La cupidigia e la paura tenevano in Meo la bilancia del parlare e del
tacere così equilibrata che mal si sarebbe potuto indovinare da qual
lato avrebbe traboccato; ma l'arte di Barnaba, aggiungendo alla prima il
peso della passione della gelosia, saputa eccitare a tempo, la fece
precipitare dalla parte del parlare. Meo divenne rosso rosso e pronunziò
con voce soffocata un monosillabo che pareva stentare ad uscirgli della
gola.
— Sì.
Barnaba mandò un sospiro di soddisfazione, e fece scivolare un
marenghino dalla sua nella mano dell'imbecille. Era egli vivamente
soddisfatto, l'agente poliziesco, perchè finalmente aveva così
certificata l'esistenza di quel misterioso personaggio di cui ogni
malfattore che avessero arrestato fino allora, con una pertinacia
indefettibile aveva sempre negata la reale personalità, parte per non
conoscerla diffatti e per essere essi stessi persuasi che la era un
mito, parte per fedeltà al prestato terribilissimo giuramento di
tacerne, anzi di negarla ad ogni costo. Era soddisfatto altresì, perchè
ben sapeva l'esperto poliziotto, che una volta superato quel riserbo e
quel timore che tengono un uomo in silenzio, le parole poi, come fiume
per infranto serraglio, precipitano in compiute rivelazioni.
Meo, al tocco di quel metallo coniato che perdette tante virtù, tante
onestà, tante innocenze di uomini e di donne, sentì sminuire ancora più
e quasi dileguarsi i suoi scrupoli e i suoi terrori; alla vista del
luciore di quella moneta nella palma della sua mano, che mai sino allora
non ne aveva stretta una di tanto valore come sua, dimenticò del tutto
le ripetute minaccie del suo padrone e si diede compiutamente in preda
alle due passioni che Barnaba aveva saputo eccitare in lui: il desiderio
di vendicarsi del suo fortunato rivale e l'avidità di far suo quell'oro.
— Va bene: ripigliava Barnaba. Appena mi vide entrare, Maddalena.....
quella birba di Maddalena che si getterebbe nel fuoco, che darebbe la
pelle per colui, tanto ne va pazza... non è vero?
— Sì pur troppo! rispose il giovinastro coi denti stretti.
— Maddalena andò ad avvertirlo della mia venuta, ed egli, per non
lasciarsi vedere, sparì tosto, come se fosse profondato sotto terra.
— Sì, e' fa sempre così: disse Meo, il quale, come Barnaba avea
preveduto, ora ci andava di proprie gambe nel propalare le segrete cose
ch'ei sapeva: ad ogni volta che il _medichino_ comparisca nell'osteria,
e ciò avviene di rado, ed è Maddalena che tutti i giorni..... che cosa
dico?.... due o tre volte al giorno, tutti i momenti, quasi, la sparisce
anco lei per andarlo a trovare nel segreto ridotto.....
Barnaba lo interruppe con tutta pacatezza.
— Ah ah! c'è un segreto ridotto? Domandò egli freddamente, lentamente,
guardando ben fisso il giovane entro gli occhi.
Meo, che s'era lasciata scappare quasi inavvertita quella parola, a
sentirla sulle labbra dell'altro si spaventò di nuovo come cavallo che
inalbera.
— Non ho detto: soggiuns'egli volendosi tirare indietro.
Il poliziotto lasciò scorrere un'altra moneta nella mano di Meo.
— L'hai detto, e non c'è più da disdirsi. Tanto e tanto l'esistenza di
quel segreto ridotto io la conosceva già!
— Sì? domandò tutto stupito il melenso allargando tanto d'occhi.
— Or bene, ascolta: gli è in questo segreto luogo ch'io voglio sapere il
modo di penetrare. Se tu me lo insegni, non solamente tutto quest'oro
sarà tuo, ma ne avrai il doppio, il triplo, quanto ne potrai desiderare.
Una grande agitazione s'impadronì di Meo. Barnaba, a crescerne ancora
l'attenzione e fargli penetrar meglio l'efficacia delle sue parole, gli
prese un braccio e glie lo strinse con forza:
— E ti vendicherai di quello scellerato che ti ha tolto l'amore di
Maddalena, che mentre tu sospiri invano, da povero ciuco qual sei, se la
gode tranquillamente con essa, sghignazzando insieme della tua
grullaggine.
L'agitazione di Meo s'accrebbe forte: i suoi parevano gli occhi di
quelle certe figure sopra gli orologi a contrappesi, che coll'andare e
venire di qua e di là delle pupille segnano il movimento del pendolo.
Barnaba pensò che ad ottenere più compiuto il fine ch'egli si era
proposto, non sarebbe stato inopportuno di aggiungere a quelli già messi
in giuoco anche l'effetto della paura; soggiunse adunque facendo cupa la
voce, e dando al suo accento tutta la minacciosa imponenza ond'era
capace:
— Codesto otterrai tu parlando; ma se non parli, sai tu quale oramai
sarà la tua sorte?..... Tu sei irremissibilmente perduto. Questa sera
medesima io ti faccio arrestare, e non vedrai mai più la luce del sole.
Meo si mise a tremare.
— Senta, signor Barnaba, diss'egli, io sono un povero diavolo che tutti
maltrattano, a cominciare da Maddalena. Il padrone mi tien peggio d'un
cane e so io quanta conoscenza hanno i miei calzoni qui di dietro con
quella scarpaccia grossa del suo lungo piede destro... Le voglio contar
questa: un giorno entro nel gabinetto che il _medichino_ vi era solo con
Maddalena. Quel prepotente, perchè gli è un prepotente sa! mi si volta a
guardarmi con certi occhi che parevano quelli d'un basilisco. «Che cosa
vieni a far tu qui? scimunito» mi dice con una faccia da Caifasso; io
che avevo una rabbia maledetta perchè vedevo Maddalena seduta sulle
ginocchia di lui, con un braccio passatogli intorno al collo, gli ho
risposto non so più che parole, che egli trovò insolenti. «Ah ah gli è
così che rispondi a me!» disse il _medichino_ con quel suo tono che
farebbe paura ad un tamburo maggiore, «ti vo' insegnar io la creanza.»
Si tolse Maddalena dalle ginocchia e si alzò venendo tranquillamente
verso di me. Se non ci fosse stata lì Maddalena, sarei scappato, ma in
sua presenza ebbi vergogna e volli fare il bravo. « — Non mi tocchi,
gridai, o ch'io le perdo il rispetto.» E' non parve aver udito nemmanco;
mi appoggiò le sue mani sulle spalle e premette di guisa che, volere o
volare, dovetti chinarmi giù e non arrestarmi finchè non fui in
ginocchio a lui dinanzi; allora mi prese le due orecchie e me le tirò da
farmi far sangue dicendo: «Ecco di che modo si puniscono i ragazzacci
riottosi. Tu, Meo, adesso mi domanderai perdono e mi prometterai di star
sempre buonino e rispettoso per l'avvenire.» Dovetti domandare e
promettere ciò che volle; e intanto Maddalena si sganasciava dalle risa
per le mie smorfie; diceva essa che erano ridevolissime, per la mia
figura, per la mia umiliazione. Quando n'ebbe abbastanza di questo mio
tormento, il _medichino_ mi fece drizzare e mi congedò con un saluto a
uso Pelone che mi fece saltar fuori della porta. Udii dietro di me le
risa di Maddalena raddoppiare...
— E tu, stupidaccio, interruppe Barnaba con forza, esiteresti a
vendicarti di quell'uomo?.... Ma che cosa hai dunque tu nelle vene
invece di sangue?
— Ah! ci ho pensato ben bene e delle belle volte a vendicarmi: disse Meo
con un sospiro e con una specie di fremito. Ma come poterlo? Non me ne
veniva in mente nessun mezzo. Siccome queste venute del _medichino_ si
volevano tener segrete, ed a me s'era proibito di nominarlo perfino,
quell'uomo, capivo bene che, se avessi parlato, avrei fatto a tutti loro
una bella rabbia; ma mi hanno minacciato tante volte che alla prima
parola che mi fuggisse di bocca io sarei un uomo morto, che non ho mai
osato.... Ella dunque vede la mia condizione.... Se parlo, zaffete,
quattro dita di lama nella coratella.
— Dallo in mio potere quell'uomo, ed egli non ti potrà nuocere mai più.
— Egli, va bene.... ma ce ne ha tanti d'amici e servitori... cominciando
da Pelone.
— Preso lui, saranno presi anche gli altri...
— Ma prima che li prendano....
— Ebbene, ti salverò io senza fallo dai loro coltelli....
— Oh come? oh come?
— Tu lascierai la bettola e verrai meco. Ti terrò nascosto fino a che
ogni pericolo per te non sia dileguato.
Meo tornò a grattarsi in testa con quel suo modo furibondo.
— Abbandonare l'osteria!.... Ma gli è che così non potrò più vedere la
Maddalena.... So bene che la mi disprezza, vedo che sempre più mi
maltratta; ma che cosa vuole? a me mi fa piacere il vederla.
— Scimunito! Non capisci che facendo a mio modo tu ti privi per alcuni
giorni della vista di lei, ma arrivi poi a possederla per sempre?
— Davvero?
— Te lo guarentisco.
— Dunque io sono il suo uomo..... Faccia di me quello che vuole.
— Voglio che tu mi riveli per dove e come si entra in quel segreto
ridotto.
— Ah! codesto io non lo so...
— Bada Meo!...
Questi si pose una mano sul petto,
— In fede di galantuomo, diss'egli, non lo so davvero.
Barnaba stette un momento raccolto in sè.
— L'ingresso è di certo nel camerino dell'osteria, poichè ieri sera alla
mia venuta il _medichino_ non è venuto fuori per l'uscio a vetri, e
quando io entrai colà non c'era più. Sei tu capace di scoprire dov'è
questo nascosto passaggio, se nella parete o nel pavimento, e di che
guisa si apre?
— Io? esclamò spaventato il giovinastro. Se siamo d'accordo che non ci
rimarrei più nell'osteria... Ho già detto e fatto sin troppo per
compromettere la mia pelle.
— Or bene, disse Barnaba, ciò scoprirò io di per me.... Tu, se ci tieni
a guadagnare l'oro che ti ho promesso e la vendetta che desideri, potrai
servirmi in altro modo; ed è questo: domattina abbandonerai l'osteria e
verrai qui dov'io t'attenderò verso le dieci; ti condurrò meco,
camuffandoti in guisa da non potere essere da nessuno riconosciuto alla
bella prima; ci apposteremo ad una certa cantonata, dove quasi di sicuro
ha da passare un cotale, e quando io te lo additi, tu mi dirai — e per
l'anima tua, tu m'avrai da dire il vero — se riconosci o no in
quell'uomo il _medichino_. Hai tu capito?
— Signor sì.
— Or va e torna nella bettola, perchè la tua mancanza non ne sia troppo
lunga.... Prendi questi denari, e guardati bene dal lasciarti sfuggire
parola di quanto si disse fra noi, di dove sei stato e che soltanto ci
siam visti.... Se sarò contento di te, se la tua risposta domani fosse a
seconda de' miei voti, tu avrai altrettanto di marenghini, quanto hai
avuto adesso. Prudenza adunque, metti all'impegno quel tuo ottuso
cervello, e va.... Fra un'ora o poco più, capiterò anch'io all'osteria.
Bada bene che non un tuo cenno, non uno sguardo tradisca le nostre
segrete intelligenze!
Meo s'affrettò a correre all'osteria, dove la sua venuta fu accolta dai
più violenti improperii e dalla più violenta tosse di Pelone furibondo.
Naturalmente il padrone volle sapere dove fosse stato il suo servitore,
ma questi che non aveva in nissuna misura la facoltà della immaginativa,
non sapendo inventare la menoma frottola con cui rispondere alle
interrogazioni fattegli con insistenza e minaccie, non oppose che il più
ostinato silenzio, accompagnato dalla sua insuperabile aria d'imbecille.


CAPITOLO XIV.

Frattanto la sera s'inoltrava. Come era avvenuto il giorno innanzi, la
schiera degli avventori più eletti che radunavansi nel gabinetto erane
venuta fuori ad un punto e si era sparsa per le tavole occupate dello
stanzone. Erano i capi-squadra che già avevano ricevute le proprie ed
acconcie istruzioni e venivano comunicarle ai loro dipendenti.
Dall'uscio a vetri era comparsa un momento con cauteloso contegno la
figura acuta di Graffigna che, vista nissuna faccia sospetta
nell'osteria, aveva sporto in fuori tutta la testa per chiamare a sè
Pelone.
Questi obbedì senza indugio all'appello e nel camerino ebbe luogo fra
questi due valentuomini il seguente dialogo:
— Quell'uomo non è ancora venuto? domandò Graffigna.
— Che uomo? disse Pelone guardando le sue enormi scarpaccie.
— Non far lo gnorri, mio caro amico, che tu possa essere impiccato:
soggiunse graziosamente colla sua voce in falsetto e col suo tono
insinuante il galeotto. Tu sai bene di chi voglio parlare.
— Vi giuro di no, carissimo signor Graffigna — e fra sè l'oste di
cattivo umore soggiungeva con tutta sincerità e caldezza d'augurii:
potessi tu precipitare nel fin fondo dell'inferno, a farti attenagliare
dagli artigli roventi di Satanasso.
— Ebbene, mio bell'amorino da galera: ripigliava vezzosamente Graffigna,
voglio dire quel tuo degno amico, infame spia d'un poliziotto birbante,
Barnaba, come ho sentito ch'e' si chiama.....
— Oh oh mio amico! protestò Pelone con accento indignato.
— Sicuro, stimabile Pelone, furfante matricolato. Rispondi adunque
categoricamente, come dicevami l'avvocato fiscale nel suo
interrogatorio: è egli già venuto?
— No, non l'ho ancora visto.
— Bene. E ti ricordi ancora quel che ti ho detto quest'oggi?
— Cioè? domandò il bettoliere guardando per terra in un angolo della
stanza.
— Cioè che tu, quando sia capitato quel cotale, l'hai da ritener qui in
bel modo, fin dopo la mezzanotte. Mi pare che te lo avevo cantato
abbastanza chiaro per non avertelo più da ripetere..... Ed ora sai tu
proprio ben l'affar tuo?
Pelone fu assalito da quella sua incomoda tosse che gli veniva così
comoda per torlo all'imbarazzo di dar certe risposte che gli seccava
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