La plebe, parte I - 04

volte, quando non un bisbiglio di preghiera s'innalza più innanzi
all'altare, una forma di donna che lentamente ed a fatica si strascina,
viene a gettarsi ai piedi della statua della Vergine. Il debole lumicino
che pende dall'arco della nicchia, colla sua fioca luce illumina il
corpo curvo, affranto, miseramente vestito, d'una vecchia inferma. Tutto
bianchi i capelli, tutto rughe la faccia il pallore del bisogno e della
malattia sulle guancie, il rossore delle lagrime negli occhi mezzo
ciechi, gli strappi della miseria intorno alla persona, i segni della
fame nella magrezza dolorosa delle membra che tremano. Se tu fossi colà,
udresti delle preci mormorate con quella passione che dinota il
trasporto dell'anima, tutta tutta intesa in un pensiero, poi sospiri
profondi, poi singulti di pianto che straziano l'anima.
«— Sai tu chi è quella infelice? Mi disse, con voce commossa don
Venanzio, allorchè me l'ebbe mostrata fra le appena rotte tenebre della
chiesa. È una povera derelitta cui Dio ha concesso le più fiere prove di
purgatorio in questa vita terrena. Non ha che cinquant'anni, ma la
sciagura glie ne dà sessanta: fu povera sempre, oggi è poverissima.
Quando era giovane aveva le forze del suo corpo robusto per lottare
colla miseria; ora attempata e malaticcia soffre il freddo, soffre la
fame, soffre l'abbandono di tutti, e vive d'elemosina, e razzola nelle
spazzature i rifiuti degli alimenti altrui. Odi la sua storia.....»
Gian-Luigi si agitò sulla sua seggiola.
— Odila anche tu, soggiunse Maurilio con un accento di autorevolezza che
parve imporne al suo compagno. «Era moglie d'un onesto taglialegna;
campavano allegramente contentandosi di poco, procurandosi il tozzo di
pane inferigno con un lavoro indefesso d'ogni giorno. Ella restò madre.
Era un sopraccarico alla loro povertà; ma essi lo accolsero come una
ventura, come un regalo di Dio. Però il suo figliuolo non visse e le più
amare lagrime sparse la buona donna sul corpicino estinto di quella
creatura che era venuta a farle conoscere le sublimi gioie della
maternità, e poi erasi tostamente da lei dipartita. Alcuno consigliò al
taglialegna di trar profitto della circostanza ed accrescere con qualche
baliatico le loro misere fortune. Ma erano così poveri! Chi avrebbe
consegnato suo figlio agli abitatori di quella capanna che pareva il
soggiorno del bisogno? Non ne trovarono di genitori a cui bastasse la
fama dell'onestà loro. «Dirigetevi all'ospizio dei trovatelli; loro
disse ancora qualcheduno; colà troverete di sicuro uno di quei poveretti
ad allevare.» Così fecero, e riuscirono. La buona donna ritornò alla sua
casipola trionfante, stringendo amorosamente al suo seno il più bel
fanciullo che possa veder occhio d'uomo. Le pareva che il cielo pietoso,
commossosi alle sue lagrime, le avesse restituito suo figlio. Tutto
l'amore che aveva sentito per quell'angioletto morto, lo raccolse sopra
questo nuovo bambino mandatole dal cielo, a cui dava col suo latte la
vita. Sì, ella sentiva di farlo suo ogni giorno più, ella sentiva un
legame indissolubile, come quello del sangue, congiungere le intime sue
fibre alla esistenza della creaturina che viveva, che cresceva, che ogni
dì facevasi più bella per lei. Prima lavoravano indefessamente, i due
poveri villani, solo per guadagnarsi il pane; ora si posero a lavorare
con più accanimento per avere oltre il pane anche un po' di agio da
circondarne la culla del bambino loro mandato dalla sorte.
«Ma un giorno fatale una orrenda disgrazia percosse quella povera
famiglia. Il marito di quella donna sradicando un albero restò sotto al
tronco di esso che precipitò troppo presto. Portarono alla sua casipola
il misero taglialegna fatto cadavere. Non parliamo del dolore
dell'infelice donna; essa era sola oramai al mondo per guadagnare il
pane a sè ed alla creatura che aveva fatta sua; e quanto poco si paga il
lavoro d'una donna nelle campagne! Dopo aver pianto tutte le sue
lagrime, la buona Margherita non si smarrì di coraggio; affrontò
fermamente le maggiori prove del suo nuovo stadio di vita. Il bambino
era svezzato da tempo dal latte e l'ospizio non pagava più il baliatico.
«— Restituitelo alla pia casa: consigliarono i prudenti alla brava
donna. Non ne avete abbastanza per mantenervi voi, e volete stracciarvi
le cuoia a tirar su un figliuolo che in fin dei conti non vi è nulla di
nulla?
«— Non mi è nulla? Esclamava essa quasi con isdegno. E' mi è tutto. Ho
lui solo al mondo. E poichè l'amo tanto ed avrò tenuto cura della sua
infanzia, egli mi amerà anche un poco, e consolerà la mia vecchiaia.
«Alcuno più previdente soggiungeva:
«— Eh! prima che quel bambino sia cresciuto di tanto da potervi rendere
in alcun modo i sacrifizi che fate per lui, voi avete tempo a crepar di
miseria; e ancora chi vi dice che non vi alleviate in seno la serpe d'un
ingrato?...»
A questa parola Gian-Luigi si riscosse, ma non parlò, non interruppe
nemmeno con una voce. Si curvò verso il fuoco, prese le molle e si pose
a battere con esse sui tizzoni che ardevano.
Maurilio continuava:
«— Voi siete ancora di buona età. Margherita, le dicevano inoltre, e
siete conosciuta da tutto il paese per una donna onestissima e la più
tenace e forte al lavoro. Quel mezzaiuolo che vi sposasse farebbe un
buon affare, e ne troverete di sicuro di quelli che vi cercheranno.
Avrete una nuova famiglia e più agiate condizioni di prima; ma per ciò
vi farà danno l'imbarazzo di quel figliuolo che non è vostro.
«La buona Margherita scrollava le spalle,
«— Ed io vi dico, soleva rispondere, che se c'è qualche galantuomo che
mi voglia, avrà da prendermi col mio Giannino, o lasciarmi stare: ecco!
Che io non cerco più altro, e se il far da padre a questo poveretto
spaventa la gente, bene, tirino diritto, che io non ho bisogno di
nessuno e il mio piccino mi basta.
«Coloro che facevano queste osservazioni alla donna ebbero ragione.
Alcuni l'avrebbero sposata volentieri, ed ella stessa fra questi avrebbe
trascelto uno volentieri assai: ma anche questo preferito non volle
sopracaricarsi d'un trovatello, maggiore e non dovuto aggravio alla
famiglia. Margherita non esitò neppure un momento. Sacrificò la sua
propensione, mandò a spasso tutti i pretendenti; si tenne il ragazzo.
«La storia di costui non occorre dirla. Egli parve tale da dover
compensare d'ogni cosa la madre adottiva. Lui bello, lui forte, lui
primo a tutti in tutto. Il parroco prima lo istrusse; poi il vecchio
medico del villaggio, innamorato dell'ingegno e della grazia nativa del
trovatello, il prese con sè, lo fece studiare, lo mandò all'università;
volle preparare in esso il suo successore. Ma questa sorte, che tutti
dicevano fin troppo bella pel giovane senza nome, sembrò a lui meno
degna ed inferiore ai suoi meriti, all'audacia de' suoi desiderii. Il
medico morì ad un tratto prima che il giovane avesse finito i suoi studi
professionali; e d'allora in poi questo giovane mai più non fu visto al
villaggio. Qual vita fu la sua? Che fece? che fa? quali sono i suoi
mezzi di sussistenza e i suoi guadagni? Questo è un mistero che io non
voglio, nè posso penetrare; ma si buccinò che fosse visto in ricchi
panni nelle case dei ricchi, che la sua vita corresse splendida nelle
più splendide sfere della società torinese; ma lo vidi io stesso un
tempo vestito da elegante far l'elemosina d'una raccomandazione alla mia
povertà assoluta. Se egli trovò mezzo col suo onesto lavoro di
riscattarsi dalla miseria, ben sia di lui; ma che dirà ogni uomo di
cuore quando sappia quella povera donna che piange e prega la sera nel
tempio, lasciata sola sulla terra, nella più dolorosa miseria cui non
può vincere più il lavoro, quella povera donna essere la raccoglitrice,
la benefattrice, la madre di questo giovane che ora vive colle apparenze
della ricchezza?»
Gian-Luigi, che era sempre stato curvo sul fuoco a percuotere i tizzi,
si drizzò della persona, gettò via le molle e proruppe con impeto:
— Dove le vedi, tu ora codeste apparenze? Guarda quali panni mi vestono!
E che sai tu altro di me? Non ti dice questo povero abbigliamento che io
forse mi guadagno con istentato lavoro la vita?
— Forse! esclamò Maurilio con una strana espressione nell'accento.
Gian-Luigi volse vivamente il capo verso il suo compagno, e i suoi occhi
neri e brillanti si piantarono in quelli di Maurilio.
— Insomma, diss'egli, che conto debbo io renderti dei fatti miei?
— Nessuno: rispose freddamente Maurilio.
— E se qualcuno, e se tu stesso mi hai visto in mostre signorili, tu hai
detto giusto, erano apparenze, apparenze e non altro. Dovresti ricordare
quel che ti dissi un dì in casa l'usuraio Nariccia. Sotto i panni da
ricco, nelle sale eleganti della società, tu non sai quanta miseria si
possa molto volte nascondere! Tu non sai come chi piglia delicatamente
coi guanti color di burro un pasticcino ed un sorbetto in una festa di
danza possa avere lo stomaco incavato da due giorni di digiuno... Non ti
dico neanche che questo sia il mio caso: soggiunse vivamente; ma pure
che sai tu s'io possa o non possa mandar soccorsi a quella donna? forse
tu pensi che io doveva tutto sacrificare l'avvenire della mia vita, a
tutti rinunziare de' miei desiderii, delle mie aspirazioni, per morire a
lento fuoco nel misero lezzo di quella capanna dov'essa mi aveva
accolto? Lo poteva io? Lo doveva fors'anche? No, no, no. L'acqua può,
deve cessar di scorrere alla china? La fiamma di innalzarsi al cielo? È
un'assurda impossibilità. La mia natura mi chiamava, mi spingeva, mi
voleva ad ogni costo in questo mondo: non potevo resistere, sarei morto,
facendolo. E d'altronde quella donna è forse mio sangue?...
— E qualche cosa di più: proruppe con forza Maurilio; e disgraziato te,
se non lo comprendi.
Gian-Luigi accennava voler rispondere alcun che: ma in quella entrò
precipitosamente la Maddalena, la quale pronunciò sommessamente alcune
parole all'orecchio del giovane. Questi mandò un'imprecazione e si levò
sollecito.
— Addio Maurilio: disse in tutta fretta. Va di là, ti prego... Ma il
nostro colloquio non è finito, e verrò io a cercare di te per parlare
con più agio. Dammi il tuo indirizzo.
Maurilio trasse fuori una cartolina su cui era scritto il suo nome e il
luogo della sua dimora, e glie la diede.
— Sta bene.. Non parlare di me, non dire che qui mi hai veduto, nè
alcuna cosa mai con nessuno al mondo del mio passato, te ne prego.....
Se mi vedrai in altri luoghi sotto ben diverso aspetto, non riconoscermi
neppure, se non son io a parlarti per primo... e non far troppo tristi
giudizi di me. — Ora va.
Maurilio ubbidì. Sul passo dell'uscio a vetri, si imbattè in un uomo a
faccia volpina che entrava.
Era vestito da povero operaio ancor esso, ma aveva alcun che di losco e
di dissimulato nella fisionomia e nello sguardo. Il suo occhio
scrutatore corse ratto per tutta la stanza in cui entrava.
— Che? Diss'egli. Non c'è nessuno. Credevo di trovar qui tutti i posti
occupati.
Lo sguardo di quest'uomo esaminò per bene, ma in guisa coperta, Maurilio
che usciva. Questi sentì una specie di freddo all'incontrare coi suoi
gli occhi che sbirciavan di soppiatto del nuovo venuto. Nel partire
Maurilio si volse indietro a guardare e fu tutto stupito vedendo che
Gian-Luigi era scomparso, senza ch'egli potesse dire da che parte, non
essendoci altro uscio visibile fuor quello per cui era entrato l'uomo
dall'aspetto volpino.
Costui sedette ad un desco, e Maurilio l'udì che diceva alla fante:
— Dite a Meo di grazia di portarmi la mia solita porzione ed a Pelone di
venirmi a parlare; da brava, Maddalenuccia bella.
Maurilio andò a raggiungere il ragazzo a cagione del quale soltanto egli
era entrato in quella bettola.


CAPITOLO VII.

Maddalena era appena uscita da quella stanza per andare ad eseguire i
cenni del nuovo venuto, che colà entrava l'oste con una cert'aria da can
che teme il bastone, che era la più ridevol cosa a vedersi.
— Ah sei qui galantuomo: gli disse l'avventore con ironia e con una
famigliarità insolente. Vieni un po' qui che la discorriamo. C'è sempre
da imparare, conversando con un uomo della tua fatta.
Mastro Pelone s'avvicinava lentamente all'interpellante, col suo passo
riguardoso, sbirciandolo di sottecchi dal fondo delle sue occhiaie
incavate, con molto sospetto e diffidenza.
— Uhm! Uhm! Rispos'egli tossendo, voi credete? La vostra opinione è
molto lusinghiera per me, signor Barnaba, ma....
Era giunto presso al desco e, secondo suo costume, ci puntava le mani
su, curvando il suo lungo corpo verso l'uomo seduto.
Questi levò sul volto dell'oste uno sguardo acuto che penetrava fin
nelle midolle, e disse bruscamente:
— Siedi lì, vecchio peccatore, e parlami come devi parlare. Che cosa c'è
di nuovo? Tu hai di sicuro qualche cosa d'interessante da raccontarmi.
Pelone aveva schivato lo sguardo di Barnaba; sedette e tossendo più
disperatamente che mai, rispose:
— Di nuovo?... Uhm!... C'è proprio niente..... Uhm! Uhm! Che cosa volete
che ci sia?
— Tu non hai dunque proprio nulla da dirmi?
— Proprio nulla.
Barnaba allungò il braccio sopra la tavola ed impugnò colla mano il
polso dell'oste.
— Ebbene, sta attento, che te ne dirò io di nuovo.
— Ah sì?... Mi farete piacere.... È vostro mestiere saper delle novità.
— Stanotte hanno scassinato la porta che mette negli uffizi del signor
Bancone; sono entrati nella stanza della cassa, hanno potuto romper
questa ed hanno portato via venti mila lire.
— Che bel colpo! sclamò Pelone i cui occhi in fondo alla loro cavità
brillarono un momento e tornarono spegnersi di botto.
— Tu non lo sapevi? Domandò Barnaba colla ironia di prima.
— Sì..... oh sì..... L'ho udito a contare..... Tutt'oggi non si è
parlato d'altro che di questo furto a quel ricco banchiere.
— Il commissario, soggiunse Barnaba abbassando ancora la voce, pretende
che tu non l'hai saputo solamente dopo.... ma lo sapevi prima.
— Io? Esclamò Pelone elevando le braccia e gli occhi al cielo. Dio
buono! Si può egli pensare una cosa simile?
— Che tu, continuava Barnaba, conosci gli autori di questo «bel colpo»
come tu lo chiami....
— Io ho detto così... così per dire... ma voglio che il corno del
diavolo mi colga se...
— Che, inoltre, questo «bel colpo» è stato combinato nella tua osteria,
qui stesso, in questa camera, forse a questo medesimo desco a cui siamo
seduti tu ed io.
Mastro Pelone mandò un _oh_ d'indignazione che si convertì in uno
sbruffo di tosse.
— Il signor commissario mi fa torto, diss'egli poi, un gran torto, un
grandissimo torto. A quest'ora dovrebbe già conoscermi, e dopo i servigi
che gli ho resi, e che non domando meglio che di rendergli ancora...
— Gli è appunto perchè ti conosce che la pensa di questo modo sul conto
tuo.
L'oste protestò con un'altra esclamazione e con una pantomima analoga.
— Or ben, vediamo. Ai fatti, signor mio. Sai tu dirmi qualche cosa del
furto di questa notte?
Pelone pose la sua scarna e grossa mano destra sul petto incavato e
rispose con enfasi:
— Parola da Pelone!... Non so nulla.
Barnaba lo guardò un istante con espressione che significava chiaramente
qual poca fiducia avesse nella parola dell'oste; poi fece un sorriso e
riprese scrollando le spalle:
— Bene! Non parliamone più. Guarda soltanto, vecchia gatta maliziosa, di
non lasciarti cogliere lo zampino nel graffiare il lardo. Passiamo ad
altro.... Chi era quel cotale che usciva di qua allorchè io ci entrai?
— Non so affatto, affatto, e voi, messer Barnaba, credo possiate saperlo
più presto e meglio di me. Vi fu un momento che l'ho creduto uno dei
vostri.
— Era egli solo qui dentro?
— Credo bene..... Ah! C'era Maddalena che lo serviva.
Pelone teneva gli occhi a terra per evitare quelli di Barnaba, che non
cessavano di fissarlo con iscrutatrice insistenza.
Barnaba crollò la testa.
— No, diss'egli, Maddalena non c'era. Tu sai che al mio occhio non
isfugge nulla. Entrando nel tuo sucido antro ho visto di là Maddalena,
la quale, appena m'ebbe scorto, si slanciò in questa stanza ratta come
il baleno.
— Quell'avventore l'avrà chiamata: susurrò con voce insinuante Pelone.
— Non vorrei che fosse venuta ad avvertire qualcheduno del mio arrivo.
— E chi mai, buon Dio?.... Che il diavolo mi porti!
— Quella ragazza sarebbe mai per caso istrutta del vero esser mio?
— Oh! Che cosa dite?.... Uhm! Uhm!.... Manco per sogno!
— Meglio per voi mille volte, che non sia; sapete?
— Se lo so!..... Diavolo!.....
— Da alcun tempo mi pare che qui, _questi galantuomini_ mi accolgono con
una diffidenza che non avevan prima.
— Vi assicuro, esclamò vivamente Pelone, che se mai per caso hanno dei
sospetti, io non ci entro per nulla.
— Ma li hanno questi sospetti?
— Non credo.... Anzi no di sicuro.
Barnaba tacque un istante.
— Caro mastro Pelone, riprese egli di poi, fra i frequentatori della tua
osteria c'è un personaggio di cui tu non mi hai ancora parlato mai, e
che, per una combinazione veramente strana, non mi è ancora mai avvenuto
di vedere.
— Ci siamo! Pensò l'oste cercando di prendere il meglio possibile
un'aria da nesci. Qui conviene stare in gamba.
— Chi è che volete dire? Domandò egli. Ce ne vien tanta della gente alla
mia povera osteria, con l'aiuto di Dio.... Che il diavolo mi porti!
— Intendo dire colui che chiamano col soprannome di _medichino_.
Pelone tossì per cinque minuti prima di rispondere.
— Ah sì, disse poi, l'ho udito nominare ancor io.... Forse è venuto
qualche volta egli pure qui dentro, ma non l'ho osservato, o non me
l'hanno additato, o non me lo ricordo.... Del resto, che uomo è egli
costui?... È forse tale che possa interessarvi?... Volete che guardi
d'informarmene?.... Sapete che non ci ha il mio pari in codesto; e se vi
piace, saprò dirvi chi egli è, che cosa fa ed altro ancora....
Barnaba fece un gesto di minaccia verso Pelone col dito indice della
mano destra.
— Oste mio, ho paura che tu faccia male i tuoi conti. Sai che a me non
la si dà così facilmente ad intendere.
— Vi assicuro....
— Che tu tieni il piede in due staffe, gli è un pezzo che lo sappiamo, e
siamo disposti a perdonarti fino ad un certo punto, quando tu ci
compensi del nostro chiuder gli occhi sui tuoi malestri con importanti
effetti d'altra parte; ma se invece tu credi poterti servire delle
attinenze che hai con noi per aiutare i birboni e favorire le opere
loro, alla croce di Dio che sapremo fartene pentire e mettere al passo
anche te.
— Credete, messer Barnaba.... Vi giuro....
— Basta! Pensa ai casi tuoi e fa senno. Persisti intanto a non aver
nulla da dirmi intorno al furto Bancone ed al _medichino_?
— Non posso che ripetervi le stesse parole: nulla affatto.
— Ancora una cosa. Bada che questa è la più importante e intorno a
questa non ti si vorrebbe tollerare neppur l'ombra d'uno scarto.
— Che cosa mai? Domandò Pelone con interesse.
Barnaba si curvò verso il suo interlocutore, abbassò ancora di più la
voce, e disse:
— I nemici della società non sono solamente quelli che attentano alla
proprietà ed alla vita degl'individui; ve ne hanno di più pericolosi e
di più scellerati, e son quelli che cercano sovvertire le basi stesse su
cui si pianta la fabbrica sociale, lo altare ed il trono, la monarchia e
la religione. Sappiamo che in questi brutti tempi la perfida razza di
costoro s'è accresciuta grandemente; sappiamo che essi si agitano e non
si peritano innanzi a nessun eccesso per potere arrivare ai loro empi
fini. L'iniqua setta va diffondendo le sue scellerate dottrine e la sua
influenza per mezzo di società segrete che serpeggiano negli strati
inferiori della società come la gramigna nei campi. Anche nella infima
plebaglia ha gettate ora le sue radici e tenta abbarbicarvisi giovandosi
dell'ignoranza di quella misera gente. Conviene vegliare più che mai e
colpire più ratto e più severamente che sia possibile... Pelone,
rispondete la verità, perchè si tratta proprio della vostra sorte. Nella
vostra osteria avete voi udito che dai componenti della _cocca_ si
tenessero discorsi contro il Re ed il suo Governo, contro la religione e
i suoi ministri? o che qualcheduno forse d'una classe superiore, qualche
apostolo della borghesia s'insinuasse fra di loro a fare di cotali
parlate?
La faccia di Pelone esprimeva la meraviglia e l'orrore che possano
essere maggiori.
— E che? Esclamò egli con profonda indignazione. Voi potete pensare che
io avrei sentito non fosse pure che una mezza parola di cotante
scelleraggini, senza dirvi di subito qual fosse e chi l'avesse detta
perchè ne ottenesse il premio che si meriterebbe?
— Dunque contro S. M. niente?
Pelone si levò di capo il berretto unto e bisunto e in un profondo
inchino fece lucicchiare al lume della lampada il suo cranio pelato,
giallo come l'avorio antico.
— Niente contro la sacra persona di S. M., ve lo giuro.
— E contro le LL. EE. i ministri?
L'oste aveva rimesso la berretta in capo, fece un inchino meno profondo,
senza più levarsela, e rispose:
— Niente.
— Contro la polizia?
L'inchino di Pelone fu rivolto specialmente all'interrogatore.
— Niente affatto.
— Contro i preti? E sopratutto contro i Gesuiti?
— Meno che mai.
— Va bene. Ma state in guardia. Il marcio vi è, ne siamo sicuri, e
conviene vegliare attentamente per apportarci subito il rimedio colà
dove si manifesti.
— Per le corna del diavolo!..... Ferro e fuoco senza tardare..... Oh
state tranquillo che non son io che in queste cose andrei
rimessamente..... Per un povero diavolo che graffia via una borsa o che
dà una coltellata perchè ha un bicchiere di vino nella testa, peuh!
chiuderei qualche volta anche un occhio; ma per chi volesse dir male del
nostro amatissimo sovrano.... uhm! uhm!... per la testa di S. Giovanni
decollato!.... o per chi sparlasse delle autorità o dei buoni padri del
Carmine...... sarei senza misericordia, che il diavolo mi porti!
— Siamo dunque intesi?
— Intesissimi.
— E bada a farti onore.
— Vedrete, messer Barnaba.
— E va bene. Vedremo..... Intanto guarda un po' che cosa fa questo Meo
che non comparisce colla porzione che ho domandato.
— Subito: disse Pelone, levandosi con una vivacità che poteva dimostrare
o la premura che metteva nel servire quell'avventore, oppure la gran
voglia che aveva di terminare quel colloquio; e in due passi delle sue
lunghe gambe fu fuori della stanza.
Eravi in realtà un gran bisogno che mastro Pelone intervenisse perchè
quell'avventore fosse servito, mentrecchè una contesa era nata nella
cucina sotterranea fra Meo e Maddalena, per la quale il giovinastro
stava là piantato col piatto della vivanda in una mano e un fiasco di
vino nell'altra a sopportare le bordate di parole e di improperii che
gli gettava contro lo scilinguagnolo troppo svelto di Maddalena,
eccitando imprudentemente tratto tratto la bile e il fuoco delle ciarle
della ragazza con qualche atto del capo che dimostravano la non vinta ed
invincibile ostinazione della mulaggine del bravo Meo, imbecille ma
testardo sino alla perfezione.
Ecco di che modo era nata la lite.
Maddalena era corsa giù a trasmettere al garzone gli ordini di Barnaba,
e Meo, con aspetto torvo che pareva accrescere ancora la sua
melensaggine, aveva accolto quegli ordini con un brontolio che pareva un
grugnito, ma senza pronunziare una parola, e si era posto con tutta
lentezza ad eseguirli.
— Un po' più lesto, marmotta: aveva detto Maddalena vedendolo muoversi
così di malavoglia.
Meo aveva volto i suoi occhi grigi e a fior di pelle verso la ragazza,
nei quali, se avessero potuto manifestar lo stato della sua anima, ci
sarebbe dovuto essere collera e rimprovero, e che invece non avevano
altra apparenza fuor quella di due pallottole di vetro incassate in una
zucca; aveva sospirato, soffiato, grugnito, ma non aveva risposto. E
tutto sarebbe rimasto lì se la Maddalena, per un eccesso di prudenza,
non avesse commesso un fallo imprudentissimo.
Senza conoscerne bene la ragione, ella sapeva, perchè Gian-Luigi
medesimo glie l'aveva detto, e il padrone pure della bettola le aveva
fatte a questo riguardo le più calde raccomandazioni, ella sapeva essere
cosa sommamente importante che quel cotal messer Barnaba non venisse mai
a scoprire che fra i misteriosi frequentatori della riposta camera eravi
il _medichino_, e tanto meno poi che vedesse costui; quindi, secondo
l'usato, visto appena spuntare la faccia arguta e maliziosa di Barnaba,
ella s'era precipitata ad avvertirne il _medichino_, al quale, come
avete potuto accorgervi, la Maddalena portava il più vivo ed il maggior
interesse del mondo; mentre alcuni di quelli che erano compagni a
Gian-Luigi in quella stanza dall'uscio a vetri, prima che ne uscissero
chiamati dal rumore della contesa fra Maurilio e Marcaccio, fosse caso
od intenzione dietro ricevute istruzioni, arrestavano Barnaba nel
cammino e lo tenevano un istante in novelle, fatto che giovava ad
accrescere i sospetti di questo agente segreto e importante della
polizia.
Ora, dovendo Meo presentarsi innanzi a Barnaba colla vivanda e col vino,
Maddalena temette che quell'imbecille di garzone, benchè
severissimamente proibito ancor egli di far motto alcuno di Gian-Luigi,
dalle accorte domande di Barnaba si lasciasse mettere in mezzo e alcuna
cosa dicesse di quanto non si doveva dir mai.
Il miglior partito a prendersi sarebbe stato quello di incaricarsi essa
stessa di servire il sig. Barnaba; ma codesto non venne neppure in mente
alla Maddalena, come quello che per nulla s'accordava colla sua gran
voglia di fare il meno possibile. Laonde, pur conoscendo l'impero che le
sue attrattive avevano sulla grossa natura di quel giovane soro, e
sicura che una sua parola bastasse a farne quanto ella volesse,
Maddalena, quando già aveva messo il piede sul primo scalino per
risalire nell'osteria, si volse indietro verso Meo e gli disse:
— Bada sopratutto, per qualunque cosa ti possa dire ser Barnaba, a non
lasciarti sfuggir di bocca parola intorno al _medichino_.
Meo divenne rosso più che un tacchino in bizza, e i suoi occhi di
cristallo rotearono come usano quelli delle figure di cera dei gabinetti
meccanici.
— Ah! Il _medichino_, rispos'egli a denti stretti; oh sì il
_medichino_..... Potessi vederlo impiccato quel cicisbeo della malora!
Queste parole avevano dato l'aire alla collera ed alle ciancie della
Maddalena.
Allorchè mastro Pelone sopraggiunse, perchè non trovando nello stanzone
di sopra nè la fante ne il garzone, era disceso nella canova; allorchè
egli sopraggiunse, la ragazza diceva sfavillante d'ira gli occhi:
— Tu non parlerai, o guai a te!
— Parlerò: rispondeva coi denti serrati e colla sua aria e col suo
accento da testardo, il giovane tenendo sempre fra le mani il piatto e
la bottiglia.
— Che cosa è questo? Esclamò Pelone pigliando dal suo sdegno tanta forza
da poter parlare ad alta voce e con accento concitato. Figlioli di male
femmine che state qui a perdere il tempo a bisticciarvi invece di servir
gli avventori!.... Non so chi mi tenga dal misurarvi un calcio dove so
io... che il fistolo v'accoppi.
Maddalena che mostrava chiaro non esser per nulla intimorita alle
parolaccie del padrone, si volse vivacemente a quest'esso e gli disse in
tutta fretta:
— Questo martuffo di Meo vuol dire al signor Barnaba che il _medichino_
era qui adess'adesso.
Pelone divenne pallido, se pur poteva dirsi che la sua pelle d'alluda
impallidisse. Stette un momento senza parlare, quasi glie ne mancasse il
fiato, poi con voce soffocata ma tremenda, disse al garzone:
— Disgraziato! Se una sola parola ti sfugge, hai finito di vivere.
Alle parole del padrone, Meo rimase il più sgomento uomo del mondo.
Stava là piantato sulle sue gambaccie, cogli occhi sbarrati, colla bocca