La montanara - 25

Pietro.
--A lui?--ripigliò il dottore, vedendo quella guardata.--Ma il vostro
amico l'ha letta.--
Lo sguardo di Gino non si spiccava più dalla faccia di Don Pietro.
--Che debbo farne?--chiese a sua volta il vecchio prete.--Mostrarla,
forse.... ad altre persone?
--Sì;--rispose il ferito.
E nello sguardo gli brillava la contentezza di essere stato capito.
--Bene!--replicò Don Pietro.--Il primo a leggerla sarà il signor
Francesco Guerri. Ma sappiate, mio Gino, che non sarebbe necessario.
Tutto ciò che è avvenuto era stato inteso per il suo verso, e niente,
si è mutato per voi alle Vaie, dal giorno che voi ne siete partito.
M'intendete? niente mutato, e tutti amici vostri, come prima.--
Il medico, tiratosi un po' indietro, accennò con gli occhi al prete. E
questi, che intese la mimica, fece poche altre parole, poi si tolse di
là, promettendo di ritornare tra poco. Anche il medico si mosse dopo
di lui, e lo raggiunse quasi vicino al letto di Aminta.
--Povero conte Malatesti!--gli disse.--Se sapeste come ha pianto,
quando gli ho letta la lettera di suo padre! Allora non era così
debole, così rifinito come ora; ed anche il dolore aveva
un'espressione più forte dalla medesima saldezza della fibra.
--Ah sì, povero conte Malatesti!--ripetè il vecchio prete.--Forse meno
infelice oggi, nel punto di lasciare la vita, che non lo fosse prima
di ricevere quella palla in petto! Egli ha sofferto molto, nella vita,
portando i rimorsi di una colpa non sua, ma del conte suo padre.
--Appunto!--disse il dottore.--C'è una frase, nella lettera....
--Ah!--esclamò Don Pietro.--L'ha osservata anche Lei? È quella in cui
il conte Jacopo esprime il suo dispiacere di aver fatto contro ai
desiderii del figlio. Ed è per quella frase che il conte Gino desidera
che la lettera sia veduta da altri. Le dico un segreto non mio, signor
dottore; ma tra noi, in questo momento, è cosa necessaria. Possiamo
parlare qualche minuto in disparte?
--Sì, venga qua;--rispose il dottore.--C'è il camerino
dell'infermiere.--
L'infermiere in quel mentre stava accanto al letto di Gino Malatesti,
dandogli a bere un sorso di brodo: unico suo nutrimento, oramai. Poco
stante, il ferito chiuse gli occhi e si assopì. La fibra, eccitata un
istante dall'arrivo dell'amico e da tutti i ricordi delle Vaie, si
rilassava da capo. Ma il suo sonno, come al solito, doveva esser
breve.
Anche al sonno riparatore è necessario, negli infermi, un buon resto
di forze; perciò è naturale che non dia lunghi sopori una vita che
sfugge. Così nella mente di Gino Malatesti erano anche poche idee,
come è poca cerchia di luce intorno ad una fiammella che sta per
ispegnersi. Egli sentiva gratitudine per il dottore, per quell'amico
degli ultimi giorni, che oramai non esciva neanche più da Santa
Eufemia, per esser pronto ad ogni chiamata. Pensava anche a suo padre,
già tanto severo e crudele con lui, ma nobilitato, purificato da un
pentimento sincero. Poi, si raccoglieva a contemplare un'immagine di
donna, una immagine dolorosa e cara, che si offriva a lui sempre nella
sua ultima forma, quando gli era apparsa un istante nel teatro di
Modena. Che istante era stato quello, per il povero Gino! Ferito da
un'aspra parola della contessa Elena, si era alzato dal suo posto.
Anch'essa, la povera Fiordispina, si era ritirata dal suo. Nè più
l'aveva veduta; ma da quel punto, e in quella forma, in quell'atto,
gli era rimasta impressa negli occhi. Così come aveva cercato di
stordirsi dapprima, quando suo padre lo aveva costretto alle nozze con
la Baldovini, così aveva egli cercato di stordirsi, dopo
quell'incontro, battendosi col barone De Wincsel. Non n'era venuto a
capo, per la intromissione audace della marchesa Polissena; ad altro
ancora aveva dovuto pensare, perchè fosse stornata dal capo dei Guerri
una nuova tempesta. Ma dopo d'allora la sua vita era stata un tormento
quotidiano dello spirito, reso anche più doloroso dalla necessità di
portar la sua maschera d'uomo tranquillo e felice. Per fortuna erano
sopraggiunte le cure politiche, turbando in vario senso gli animi
della sua classe. La marchesa Polissena si era sempre occupata poco di
politica; ma quella volta bisognava pensarci, poichè si trattava di un
grosso temporale, e il suo primo pensiero fu di dispetto contro gli
uomini potenti, che mettevano l'Italia, o, per dire più esattamente,
la sua piccola corte a soqquadro. La contessa Elena, si capisce,
seguitava le idee di sua madre, come ne imitava gli esempi.
Anche il conte Jacopo vedeva addensarsi la burrasca, e se ne
addolorava profondamente. Egli, che da tanti anni era stato messo
fuori delle grazie del Duca, riprese proprio allora a mostrarsi in
Corte, mentre tanti altri fedeloni, favoriti del giorno innanzi,
diradavano le visite, preparandosi a prendere di largo: mentre lo
stesso marchese Paolo, spiando l'occasione di lasciare l'ufficio, si
teneva quasi sull'ali, disposto ad allontanarsi anche lui.
--Jacopo,--gli disse il marchese Paolo, un giorno che le notizie di
Parigi e di Torino erano venute più tristi che mai per la causa dei
tirannelli d'Italia,--voi siete un uomo raro.
--Perchè dite questo, mio buon Paolo?
--Perchè voi serbate fede alla sventura.
--Non ho fatto così, anche nel Quarantotto? E vi è parso allora un
difetto?
--Nè allora, nè oggi;--rispose il marchese Paolo;--quantunque oggi, a
giudicarne da certi indizi, mi sembri che se si va....
--Non si torna più, volete dire? Ebbene, non si torni;--replicò il
conte Jacopo.--I vecchi Malatesti si contenteranno di finire con me.
Non sono mai stati furbi, lo sapete; sarebbero assai più di quel che
sono, se si fossero voltati, come i girasoli, ad ogni sole nascente.
Ma poi.... che importa ciò?--soggiunse egli, stringendosi nelle
spalle.--Guardate i girasoli. Non muoiono anch'essi? Si muore tutti,
amico Paolo, e non c'è altro conforto, per l'uomo di carattere, che di
esser vissuto disprezzando chi andava disprezzato, e di lasciare, dopo
morto, un nome non disprezzabile.
--Onore ai vecchi Malatesti!--esclamò il marchese Paolo.--E fortuna ai
nuovi!
--Parlate di mio figlio?--rispose il conte Jacopo.--Egli è andato dove
lo chiamavano le sue idee giovanili, che io non ho ispirate, vivaddio,
nè educate. Qualunque cosa egli faccia, e per quanto io mi dolga di
saperlo su quella strada, mi è caro di pensare che egli non ha
aspettato il nuovo sole, per fargli festa. Noi vecchi restiamo al
nostro posto. La via è senza uscita, ci dicono? Ebbene, poichè ci si è
entrati, e per nostra elezione, c'è anche onore a non ritornare più
indietro.--
Questi discorsi trattenevano un poco il marchese Paolo. Ma egli non
seguì il Duca, quando questi dovette partirsene, e non si ritirò da
Modena che quando fu proclamato il governo provvisorio. Ai pochissimi
che andarono a visitarlo in quel giorno, che doveva essere così triste
per lui, disse chiaro e tondo che egli «lo aveva preveduto»; che non
si erano voluti seguire i suoi consigli, rispettosi, ma fermi e
frequenti; che infine egli era nato italiano e non si sentiva
straniero in casa sua; solamente per non dar noia con la sua presenza
a nessuno, sarebbe andato il giorno dopo in campagna. Infatti, se ne
andò in una sua villa, presso Reggio, tranquillo, rassegnato agli
eventi, col desiderio di essere dimenticato per allora, non senza una
lontana speranza di essere ricordato in tempi più calmi.
Il conte Malatesti, niente furbo, e contento di non esserlo, aveva
seguitato il suo signore sul territorio austriaco. Egli credeva di
essere italiano, mantenendo le sue convinzioni, perseverando anche in
un errore, per non dare il brutto esempio di un cambiamento
consigliato dall'utile personale. E poi, e poi, era della vecchia
generazione, il conte Jacopo. Ben poteva scrivere da Vienna al suo
Gino, sapendolo arruolato nel 13° Reggimento dell'esercito piemontese:
«A voi giovani, il futuro.»
Ahi, quale futuro, povero Gino! Fu molto, fu ogni cosa per lui, che la
immagine soave di Fiordispina Guerri consolasse il suo breve sonno:
che quella immagine, così amorevolmente pietosa come gli era apparsa
nel sogno, gli apparisse ancora al suo ridestarsi.
Era là, daccanto al suo letto, la fanciulla dei Guerri; era là, viva e
palpitante per lui. Spalancò gli occhi, il poveretto, la guardò
attonito, la guardò lungamente, quasi non potesse credere a tanta
fortuna; da ultimo aperse le labbra, mormorando il suo nome.
--Tacete, ve ne prego!--diss'ella sommessamente, chinando il bel viso
su lui.--Tacete, Gino; non vi affaticate, e confidiamo in Dio!--
La vista di Fiordispina Guerri parve dar nuove forze a quel povero
morente. Viveva di quella contemplazione muta. Riconoscente di quel
perdono e di quella cura amorosa, Gino Malatesti ebbe ancora la virtù
di sorridere alla sua consolatrice. Ma oramai non gli restava che un
soffio di vita. Quella medesima notte, vegliando essa al suo
capezzale, il ferito mandò un gemito, e a lei, che si era prontamente
accostata a guardarlo, mormorò:
--Mi sento morire.
--Gino! che pensieri son questi?
--No, mi sento morire;--ripetè egli, con voce soffocata dal rantolo
dell'agonia.--Raccogliete la mia anima.... ve ne prego!--
Si era chinata su lui, la povera fanciulla, per rialzargli la testa,
leggermente, come un'altra volta aveva fatto, dandogli un po' di
sollievo. Ma la testa di lui ricadde inerte sull'origliere, e un
soffio rapido sulle labbra di Fiordispina, e un fiotto di sangue
apparso sulle labbra di Gino Malatesti, dissero chiaramente alla
fanciulla dei Guerri, che tutto era finito.


Capitolo XX.
Vent'anni dopo.

Sette anni fa, il mio amore per le vecchie castella, per i monti e i
laghi dell'Appennino, mi condusse a Reggio, donde risalii a Canossa,
alle Carpinete, a Bismantua, e di là, sempre per vie di montagna, a
Fiumalbo, per salire la vetta del Cimone.
Eravamo in parecchi, amici provati, ed anche avvezzi a fare insieme
quelle escursioni estive. Uno di essi, l'ingegnere, conosceva
benissimo i luoghi, e ci aveva anche assicurato che presso Fiumalbo,
da certi suoi conoscenti, avremmo trovato alloggio e cavalli, per far
l'ascensione con ogni comodità.
Non fu vana promessa. Poco sopra Fiumalbo avemmo i cavalli, e al
nostro ritorno (poichè allora non volevamo fermarci) avremmo anche
avuto l'ospizio. Il padrone di casa, un bell'uomo, ancora giovane,
dall'aspetto severo, ma dai modi singolarmente cortesi, si mostrò
dolentissimo di non poterci accompagnare, per sue ragioni di famiglia,
che lo chiamavano quel giorno in paese. Ringraziammo, accettando le
guide che egli aveva messe a nostra disposizione, e ci avviammo su per
un bosco di cerri, al dorso sassoso del Cimone.
--L'amico non può;--mi disse l'ingegnere, quando fummo al largo ed
egli potè mettere il suo cavallo al pari col mio;--ma se anche
potesse, verrebbe difficilmente con noi. Le alture non lo tentano più.
--Niente di strano;--risposi.--Ho già avute occasione di osservare il
fenomeno. Son tutti così, questi abitatori della campagna: hanno i
meravigliosi spettacoli della natura a uscio e bottega, e non c'è caso
che si vogliano scomodare un'oretta per andarli a contemplare. Così
avviene che i cittadini della pianura si facciano alpinisti e
conoscano a palmo a palmo i gioghi e le vette, mentre i signori
montanari non fanno cento passi lontano da casa.--
L'ingegnere mi lasciò fare tutte le variazioni possibili sul tema,
pensando forse alla beatitudine di certa gente, a cui basta una
parola, per mettere in moto il cervello e svolgete un'intiera teorica,
senza curarsi più affatto del punto di partenza. Io ero felice di
chiacchierare a distesa, e non badai lì per lì al silenzio dell'amico.
Credo anzi di averlo interpetrato allora come un atto di assentimento
alla bontà delle mie osservazioni. Vedete dove si ficca la vanità, e
fin dove ci seguita!
Giungemmo col sole alto alla vetta del monte, e dopo una breve fermata
scendemmo a visitare i laghi. Quello della Ninfa mi piacque
moltissimo, forse perchè aveva una leggenda, che il capo della scorta
ci raccontò. Vedevamo laggiù, dall'altra parte dell'acqua, lo scoglio
dorato che raffigurava imperfettamente il profilo di una donna supina,
e volentieri saremmo andati anche noi ad ossequiare la Ninfa; ma come?
Da una parte il sasso era tagliato a piombo; dall'altra era tutto un
prunaio; quanto al passare dal mezzo, ci sarebbe voluta una fede più
forte della nostra.
--Peccato che non ci sia una barca!--esclamai.
--C'è stata;--mi rispose l'ingegnere;--ma non c'è durata molto.
--Lo credo bene, che non ci poteva durare!--entrò a dire il capo della
scorta.--C'ero io, quando s'è lanciata in acqua, e l'ho detto subito,
che la Fata non ne sarebbe stata contenta. La primavera dopo, quando
ci ritornai, non c'era più barca. Eppure, vedano, era stata tirata a
riva e legata con una fune a quel tronco d'albero là, che allora non
aveva due palmi di giro.
--Sfido io!--mi disse l'ingegnere all'orecchio.--C'è stata una piena,
nell'inverno; un bel carico di neve e di ghiaccio ha fatto affondare
la barca, il peso ha strappata la fune, e addio roba! S'è affondata di
sicuro, senza bisogno che la Ninfa la vedesse di mal occhio.--
Benedetti ingegneri! Son come i medici, loro, ed hanno una ragione per
ogni cosa. A me, lo confesso, piaceva assai più lo sdegno della Ninfa.
E notate che non sono poeta; lo sono così poco, che poco lungi di là,
vedendo un faggio che portava sul tronco i segni di parecchie
incisioni fatte con una punta di coltello, incisioni già antiche, con
caratteri oramai illeggibili, feci un'osservazione come questa:
--Che scioccherie! Guastare un bel tronco, per far sapere alle genti
il suo riverito nome.... Che gusto c'è, dico io, che gusto?--
L'ingegnere per quella volta non mi lasciò andar fuori, ed io sentii
una toccatina di gomito, che mi persuase a smetter subito subito.
--Se sapeste!--mi disse egli poscia.--C'è tutta una storia d'amore,
sotto quelle incisioni.
--Leviamo allora la corteccia, e leggiamola;--risposi.--O piuttosto,
poichè siamo già troppo lontani dall'albero, siate tanto gentile da
raccontarmela. Non cerco altro che storie, io!
--Domani;--mi replicò l'ingegnere.--Ve la racconterò domani.
--Perchè non oggi?
--Anche oggi, alla fermata; ma a patto che siano lontani gli uomini
della scorta. Capirete bene!...
--Non capisco nulla, ma fa lo stesso. Avete le vostre ragioni, e mi
basta.--
Per quel giorno diedi io il segnale della fermata, vedendo un'eminenza
dove le cavalcature non avrebbero potuto stare che a disagio. Colà
andammo a seder noi, mandando la scorta e i cavalli su d'un ripiano
più basso.
--Ho capito;--disse l'ingegnere;--voi volete la storia. Andiamo dunque
a ristorarci lassù.--
Volevo la storia e l'ebbi, per allora in compendio, ma dal principio
alla fine. Il gentiluomo mandato per punizione a vivere in que' luoghi
salvatici; l'ospitalità di una famiglia montanara; gli amori, le corse
al Cimone, la gita al lago della Ninfa, la barca lanciata in acqua, i
nomi dei due amanti incisi sui tronchi dei faggi; il richiamo del
gentiluomo a Modena; i pianti, le promesse, i giuramenti, l'oblio, le
nozze con un'altra donna, le angosce, i pentimenti, le giustificazioni
e la morte; tutto, insomma, e senza che un nome fosse pure proferito.
--Ora vi ho contentato;--mi disse l'ingegnere.--Ma voi mi prometterete
di non ricordarvi più del racconto che vi ho fatto, fino a doman
l'altro, quando saremo ritornati a Modena.
--Perchè?
--Il perchè lo so io; promettete! Ed anche di non accennare stasera,
in presenza dei nostri ospiti, alle particolarità della nostra visita
al lago.
--Non sanno forse che ci andavamo?--risposi.
--Lo sanno; ma voi mi farete cosa gradita a non parlarne, e a tagliar
corto se ve ne domandano essi. Promettete?
--Figuratevi, caro amico! Se non è che questo!... Faremo delle
chiacchiere vane; parleremo magari di politica.... che Iddio ce ne
scampi, per altro!--
Erano forse le otto di sera, quando si giunse alla casa degli ospiti:
una casa vastissima, o, per dire più veramente, un ceppo di case alte
e basse, la cui contiguità chiaramente indicava il bisogno
d'ingrandimenti successivi, lasciando anche argomentare che si fosse
molto pensato alle comodità interne, senza badare affatto a contentar
l'occhio del viandante con una armonica disposizione di linee
esteriori. Smontati da cavallo innanzi al portone, trovammo sulla
soglia il signore che quella mattina ci aveva augurato il buon
viaggio. Egli ci pregò di salire in casa sua, con molta semplicità di
discorso, senza nessuna di quelle dichiarazioni d'indegnità, di casa
non adatta, di accoglienza alla buona, che sono il consueto
accompagnamento degl'inviti di montagna.
Noi piuttosto avremmo voluto scusarci. Eravamo cinque ospiti, tutti
vestiti alla carlona, stazzonati, gualciti, stinti e inzaccherati da
due settimane di vita zingaresca. Ma a che far complimenti, tra
uomini? Il nostro aspetto, poi, non era niente peggiore di quello che
presentava la casa.
Per altro, come fummo entrati nella gran sala del primo piano, ci
colpì l'aria di signorile abbondanza che regnava colà. Era nel mezzo
una gran tavola, sontuosamente imbandita, con due grandi doppieri sui
capi, le cui fiamme si riflettevano lungo le pareti, sui cristalli di
quattro scansìe piene di libri riccamente rilegati, e sulla cassa
impiallacciata di un pianoforte a coda. In verità, ci trovammo male,
là dentro, coi nostri abiti gualciti e le nostre scarpe inzaccherate.
Ma infine, i nostri ospiti sapevano bene donde venivamo, e non
ignoravano certamente che scorrevamo i monti senza impicci di valigie
e di sacche da viaggio.
Questo pensiero ci calmò un pochettino, mentre rispondevamo con
inchini e frasi scucite alle oneste accoglienze del padrone di casa,
bel vecchio ottuagenario, ancora molto robusto, e triste e cortese
come suo figlio, che ci aveva salutati sull'uscio di strada.
L'ingegnere conosceva quel vecchio, e si prese egli la briga di
presentare ad uno ad uno i suoi quattro compagni di gita, che
capitavano là ad incomodare i padroni di casa.
--Per incomodare, son pochi;--rispose il vecchio.--Desideriamo che si
trovino bene, e ce lo provino, facendo una lunga fermata.--
Tutto ciò era detto con molto garbo, ma anche con molta gravità. Il
vecchio parlava con noi, ma aveva l'aria di pensare a tutt'altro.
Dietro a lui apparvero allora due donne: vecchia la prima, e non più
giovane la seconda. Strano contrasto! La vecchia aveva i capegli quasi
neri; la più giovane li aveva bianchi del tutto, e non li nascondeva.
Due ciocche d'argento sbucavano dal fazzoletto di seta, che ella
portava addoppiato, secondo il costume montanino, intorno alle tempie.
Vedute le signore, dovemmo pure scusarci dei nostri poveri arnesi. Ma
il vecchio non ci lasciò continuare.
--Per carità, non facciamo complimenti;--diss'egli.--La casa non c'è
avvezza; e noi meno della casa.--Capii che non occorreva insistere, e
condussi il discorso sui libri, domandando il permesso di avvicinarmi
alle scansie che avevo vedute da principio. C'erano molti libri
moderni, sugli scaffali, e fui lieto di poter proferire, leggendo,
parecchi nomi d'amici.
La signora più giovane, che era la figliuola del padrone di casa, mi
aveva accompagnato in quella piccola ispezione. Le domandai se
leggesse molto.
--No, non più tanto;--mi disse.--Il tempo manca.
--Come?--esclamai.--Anche qui, signorina?
--Qui più che altrove;--rispose ella.--Le faccende di casa son molte.
--E non bisogna dimenticare i bambini;--soggiunse l'ingegnere, che si
era avvicinato in quel punto.--La signorina li ama assai, e fa scuola
a tutti i ragazzi del vicinato.--
Quella signorina dai capegli bianchi come la neve, che amava molto i
bambini, ed era rimasta a governar la casa di suo padre, scambio di
prendere un marito che non avrebbe dovuto cercare, così bella come era
stata sicuramente nella sua prima gioventù, e come appariva tuttavia,
ad onta de' suoi otto lustri, quella signorina, dico, fece sull'animo
mio una profonda impressione.
E non essa soltanto, ma ogni cosa ed ogni persona, in quella casa
tanto ospitale, eppure tanto malinconica: i cui abitatori vi destavano
tanta simpatia, e vi gelavano le parole in bocca, quando cercavate di
esprimerla.
Durante il pranzo si ragionò di varie cose, ma parlò quasi sempre
l'ingegnere, dando notizie di Modena, e venendo a discorrer poi di
opere pubbliche. L'ottuagenario prese la parte maggiore alla
conversazione, ma non si scaldò un tantino che quando si cadde sulla
politica. Dio buono, anche in montagna? Sì, lettori garbati, più in
montagna che altrove. E con che ardore, lassù! In fede mia, se i
nostri uomini politici sapessero da che altezze son sempre osservati,
e alle volte giudicati, tremerebbero senz'altro. Ma essi
ordinariamente non badano che alla opinione delle grandi città, spesso
ristretta ad un battibecco di cinque o sei giornali, mentre il grosso
della popolazione pensa a far fortuna, o a darsi bel tempo, o a tutt'e
due le cose insieme, volgendo agli uomini politici un'occhiata
stracca, e solamente nelle grandi occasioni, attraverso la prosetta
rachitica dei sunti parlamentari. In quelle alte solitudini, in quelle
paci campestri, gli uomini politici son forse stimati più grandi del
vero; per contro, si domanda loro di più. E come sono flagellati a
sangue, quando perdono il tempo in chiacchiere! come sono
profondamente odiati, quando fanno il male, scambio del bene che si
aspettava da loro!
Ripeto: se sapessero come son giudicati, tremerebbero. E se vi pare
che questo verbo disdica ad uomini politici, mettiamone pure un altro;
diciamo che si vergognerebbero di tanta miseria, di tanta povertà
d'ideali, e quind'innanzi ad ogni loro atto andrebbe compagno il
pensiero: che cosa ne diranno quei di lassù? Fortunatamente gli uomini
politici non sanno nulla di questi severi giudizi, e possono seguire,
senza timori e senza sospetti, le loro modestissime inclinazioni. E
gli abitanti della pianura, i beati cultori dell'aurea mediocrità,
respirano liberamente, pensando che non ci sono più grand'uomini, che
non ci sono più eroi, per escire di riga, per guastare la bella
armonia del concerto.
Io, come il lettore s'immagina, durai gran fatica a sostenere quella
conversazione. Politica, santi Numi! Politica lassù? Mi ero posto in
guardia; sapevo poco di ciò che si faceva nelle alte sfere; non
conoscevo personalmente nessuno degli uomini che giudicava dall'alto
il mio ospite. Egli potè credermi, magari Dio, più sciocco del vero, e
alieno per trista elezione dalle cose della patria. A mala pena mi
venne fatto di trovare la gretola, scappai fuori, cercando di tirare
il discorso sui monti, sulla loro formazione, sulla loro emersione,
sui fatti geologici e meteorologici che li avevano condotti alla forma
presente, e su tante altre cose affini, egualmente importanti,
sperando di esser preso anch'io per un fossile, anteriore al periodo
glaciale.
Avrei potuto parlare di letteratura, argomento che oramai è da tutti,
grazie all'assiduo lavoro della critica spicciola, che c'istruisce per
due soldi la settimana, e ci fornisce anche, bontà sua, il lume a
mano, per iscoprire le più riposte bellezze dei capilavori moderni. Ma
le poche parole ch'ebbi occasione di farne con la figliuola del mio
ospite, mi persuasero che neppur quello era argomento per me. La
signorina aveva buon giudizio; ma domandava troppo all'arte nuova, e
più assai ch'ella non possa dare, costretta com'è dalle esigenze del
gusto presente, e più proclive a secondarle che non sia adattata a
combatterle. Figuratevi! Le domandava di riaccostarsi alle forme
antiche; di seguire la tradizione paesana; di aver presente questa
teorica barbogia, che il pensiero è un fiore delicato, il quale non
nasce su tutti i margini di strada, e vuol essere educato con ogni
cura nei giardini, e presentato come una maraviglia alle genti. No,
no, niente letteratura! Geologia, piuttosto, geologia e paleontologia,
dove i vecchi strati delle rocce e le antiche specie organiche si
studiano bensì, ma sotto l'aspetto della classificazione, senza
obbligo di abbracciar sempre un partito.
Il pranzo era stato servito con abbondanza montanara, quasi feudale.
La cacciagione e il pesce di fiume avevano fornita la mensa. Dei vini
non si parla neanche: il lambrusco, il trebbiano, il vin santo, erano
a dirittura eccellenti. Pure, non venni a capo di esilararmi un
tantino; anch'io, come le trote del mio ospite, era un pesce fuor
d'acqua.
L'ingegnere, quando ci fummo tutti ritirati nelle nostre camere, mi
prese in disparte e mi disse:
--Ebbene, che opinione vi siete fatta dei nostri ospiti?
--Caro amico,--risposi, cercando di eludere la quistione,--un buon
pranzo, e non ancora digerito, comanda la gratitudine ad ogni stomaco
ben fatto.
--Lasciamo gli scherzi;--replicò l'ingegnere.--Vi domando che cosa
pensate, sinceramente, di queste persone? Son curioso di saperlo.
--Appagherò la vostra curiosità, quando voi avrete risposto ad una mia
domanda. Che spessore attribuite voi a queste pareti?
--Ma.... non saprei. Bisognerebbe misurare. Del resto, parlate
sottovoce, e non ci sarà caso che nessuno vi senta.
--Orbene,--ripigliai,--sentite la mia opinione. Mi par d'essere in una
casa incantata. C'è nell'_Orlando furioso_, ed anche nelle _Mille e
una notte_, d'onde l'Ariosto ha cavato tante altre belle cose, la
storia di un'isola, dove tutti gli abitanti erano rimasti di sasso.
Qui mi sembra di vedere un caso consimile. Ci sono delle persone
gentili, molto gentili, ma in modo tutto lor proprio, che non è quello
del comune degli uomini. Accolgono con affabilità, parlano con
amorevolezza, ma si direbbe che è tutto lavoro meccanico,
superficiale, e che il cuore non c'entra per nulla. Cioè, non
esageriamo,--soggiunsi tosto, vedendo di essere andato oltre il mio
pensiero, per la stessa difficoltà di esprimerlo,--il cuore c'entra
per le sue parti meno profonde; ma nel fondo, nel nocciolo, è come
gelato. Il pensiero, dal canto suo, è qualche volta con gli ospiti, ma
più spesso si chiude entro di sè medesimo, per contemplare Dio sa che.
Per dirvela in poche parole, non mi sembrano persone di questo mondo,
quantunque ci vivano, e abbiano l'aria di muoversi in mezzo a noi
tutti.
--Avete ragione;--mi rispose l'ingegnere.--C'è passato un gran dolore,
su questa casa di galantuomini. Li avete veduti, i capegli bianchi di
quella signorina? Alla sua età molte donne li hanno così, e la tintura
benefica di Madama Allen corregge gli errori del tempo. Ma questa,
vedete, li ha bianchi da oltre vent'anni; in una settimana la sua ala
di corvo si è tramutata in ala di cigno. Il suo dolore non ha dato
lagrime, si è gelato intorno al cuore; e tutti, intorno a lei, si sono
raccolti in un muto rammarico. Ella non ha voluto contristare nessuno;
ma tutti son tristi con lei e per lei.
--Ed è la fanciulla della storia che mi avete raccontata
quest'oggi!--esclamai.
--Sì, stavo appunto per dirvelo.
--Oh, non dubitate! Lo avevo immaginato fin dal primo momento che
siamo entrati in questa casa. Ma come può aver durato tanto al dolore?
--Un medico ve lo direbbe. Gli organismi sani resistono e conservano.
Noi ammalati, con l'aneurisma congenito nelle arterie e il tubercolo
appiattato nel polmone, non si resiste all'affanno, si muor di dolore;
qui invece ne vivono. Si può anche dire che qui è il dolore nella sua
forma più nobile. La fibra sana resiste, il sangue vivo e rutilante
vorrebbe ribellarsi, chiedendo tutte le gioie, tutte le ebbrezze
dell'esistenza; ma l'anima costringe il sangue, l'anima comanda alla
fibra.--«No,--dice essa, la vincitrice immortale,--io soffro, soffrite
voi pure con me.»--
--Ingegnere!--esclamai.--Siete poeta?
--Chi non lo è?--diss'egli, stringendosi nelle spalle.
--Eh, molti e molti che conosco io;--risposi.
--Non lo credete;--ripigliò l'ingegnere.--Voi mi parlate di una gente