La guerra del Vespro Siciliano vol. 1 - 07

In un diploma del 14 luglio 1266, che cavato dagli archivi delle
chiese di Cefalù abbiamo nella Bibl. com. di Palermo tra i Mss. Q.
q. G. 12, si fa cenno di un censimento di tutte le contee,
baronie, «e delle pulzelle _in capillo_ che vivessero nelle
terre scritte in pie'.» Mi è corso alla mente che quella lista di
fanciulle si stendesse anche per vegliare su i loro matrimoni.
I permessi di matrimonio, anche senza beni feudali, sono
frequentissimi ne' reg. angioini del r. archivio di Napoli. Molti
se ne trovano, per lasciar gli altri, nel reg. seg. 1268, O fog.
23 e 24, dati da aprile a giugno 1274.
[72] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.
Bart. de Neocastro, cap. 22.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2. ed 11.
Anon. Chron. sic. loc. cit. pag. 154.
Lettera di Clemente IV, a re Carlo, in Raynald, Ann. ecc. 1268, §.
36. Francesco Pipino, in Muratori R. I. S., tom. VIII, lib. 3,
cap. 10.
D'Esclot, cap. 88.
Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.
[73] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2.
Saba Malaspina, cont., pag. 332 e 353.
Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.
[74] Raynald, Ann. ecc. 1267. §. 4, e 1268, §§. 36, 37.
[75] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 3, 4 e seg.
[76] Scrivendo queste parole non si è dimenticato la imperfezione di
quegli antichi parlamenti, i quali non eran sempre generali, nè
aveano il potere legislativo sì netto come in oggi, nè
rappresentavano la nazione in quel significato ch'or suona appo
noi. Ma secondo gli umori dei tempi (e son più costanti i
parlamenti d'oggi?) raffrenavano anch'essi gli abusi; come nel
progresso di queste istorie si vedrà de' parlamenti di Santo
Martino e di Foggia nel reame di Napoli, e di quelli adunati in
Sicilia sotto Giacomo e Federigo d'Aragona.
[77] _Nos autem qui civitatem eamdem speciali prerogativa diligimus
et fovemus, eo quod Caput et Sedes Regni nostri exsistit, etc._
leggesi in un diploma di Carlo I, dato di Napoli a 29 ottobre 1270
in favore del clero palermitano, presso Inveges, Ann. di Palermo,
tom. III, pag. 741.


CAPITOLO V.
Relazioni straniere di Carlo I d'Angiò. Crociata e trattato di Tunisi.
Carlo aspira all'impero greco. S'ingrandisce in Italia. È raffrenato
da Gregorio X. Disegni di Niccolò III e nimistà di lui con Carlo.
Pretensione di Pier d'Aragona al reame di Sicilia: supposte pratiche
di lui per mezzo di Giovanni di Procida. Preparamenti di guerra in
Aragona. Esaltazione di Martino IV. Armamenti di Carlo per l'Oriente.
Sentimento nazionale manifestato in Italia contro i Francesi. Novelli
aggravi che soffrono i Siciliani: richiami, umori, disposizioni loro.
1266-1282.

Dal governamento interiore or trapasseremo alle brighe di fuori, senza
le quali non sarebbero tutte spiegate le cagioni del vespro; perchè
l'infrenabile ambizione di re Carlo fu quella che gli suscitò contro i
potenti offesi o minacciati, e insieme condusse a disperazione i
sudditi, torturati per supplire a sforzi che di gran lunga passavano
il poter loro. Ebbe Carlo dalla liberalità di san Luigi la contea
d'Angiò; quelle di Provenza e di Forcalquier, dal matrimonio con
Beatrice; i domini italiani, dal papa e dal proprio valore: e tal
prosperità invasò tutto d'ambizione l'animo suo, nato a questo;
foltissimo e costante anzi caparbio nel volere; audacissimo
all'eseguire; non risguardante a giustizia nelle cose politiche, e
manco nelle civili e private; non mitigato dal più fugace sentimento
d'umanità; per temperanza religiosa, o abitudine e disposizione del
corpo, non isvagato da amori; brusco nel tratto; spiacente e ingrato
fino ne' cattivi versi che dettò; avaro, rapace, durissimo al rendere;
non severo però nè scarso co' satelliti della sua ambizione. Crebbe da
fanciullo nelle armi; seguì il fratello alla prima impresa d'Affrica;
acquistò chiaro nome in guerra per valore, e anco per le qualità della
persona da spirar nella moltitudine fidanza o terrore: un robusto,
{74} grande, dal volto nasuto, olivastro, spirante fierezza, non
composto mai a sorriso, sobrio, vigilante; e solea dir che i
dormigliosi ne perdon tanto di vita. La quale austerità e attitudine
alla guerra sembran le sue sole virtù: e più sarebbe stata la
religione, se non l'avesse inteso a suo modo: riverire il sacerdozio
quando non gli contrastasse ambizione; donare a monisteri; erger
chiese; e credere che si serve a Dio con ciò solo, calpestando il
vangelo nei sublimi precetti della carità. Per tali vizi e virtudi e
fortuna era costui molto ridottato in cristianità, come potente,
bellicoso, irresistibile [1]. Per le stesse cagioni, sospinto da sua
natura e fatto cieco dalle prosperità, ei montò agevolmente, e
inaspettatamente cadde. Non prima occupò il trono di Manfredi, che
prese a guardar di là dal mare l'impero greco, di là dal Garigliano
l'Italia superiore; lacerati, l'un da eresia, tirannide, e pretensione
di due schiatte di principi, l'altra dalle parti politiche; e la {75}
potenza di Roma vedea presta ad aiutarlo, là col pastorale, qua con la
spada guelfa. Pertanto si die' Carlo, dall'anno sessantasei
all'ottantadue, a novelle ambizioni, che senza tenerci strettamente
all'ordine dei tempi, ma più al legame de' fatti, discorreremo a parte
a parte.
E pria direm come da que' disegni re Lodovico il chiamò a sterile
impresa. Ardente di pio zelo faceasi Lodovico a ritentar l'affricana
terra, fatale a Francia; per tutta cristianità bandiva la crociata,
sforzandosi a ricondurvi il secolo già inchinato ad altre brame, e il
fratello che amava meglio a spiegar la croce contro i ricchi
cristiani. Gli ambasciatori di Francia mandati a sollecitar Carlo alla
crociata, richiedeanlo inoltre della restituzione del danaro
sovvenutogli quand'egli era povero principe del sangue reale, e non
reso or che il re di Francia si trovava in bisogni assai maggiori de'
suoi [2]. Nè Carlo ebbe fronte di ricusar l'invito alla guerra; ma
temporeggiò, consigliando sotto specie del ben della impresa l'util
proprio: che si facesse il primo impeto sopra il reame di Tunisi,
tributario a Sicilia infin da' tempi normanni, e allora ricalcitrante
a quel peso. Infine ragunata in Sicilia l'armata, passò in Affrica re
{76} Carlo, ad avvantaggiarsi ei solo nella perdita de' suoi. Trovò
l'oste di Francia a campo a Tunisi, diradata da fame, pestilenza,
ferro nimico: il fratel suo non trovò, il santo e forte Lodovico, il
quale colto dalla contagione, rendè l'ultimo fiato, pur mentre Carlo
sbarcava, il venticinque luglio milledugentosettanta. Delle cui brame
non curossi Carlo, nè del sepolcro di Cristo; e come nell'altra
crociata, appena ricattatosi di prigione, avea abbandonato il fratello
per andare a molestar i novelli suoi sudditi di Provenza, così or
patteggiò col re di Tunisi: sgombrasse l'esercito battezzato, con
restar libero in quelle province il cristian culto; stipulò per sè
stesso una grossa somma di danaro, e l'aumento del tributo[3]. Allor
dissero vendetta celeste dell'abbandonata guerra, una tempesta che
fracassò nel porto di Trapani l'armata ritrattasi d'Affrica, sì che
l'acquistato danaro rimase preda delle onde[4]. Peggio ne andò in
pezzi per cristianità tutta il nome di Carlo, per aver dato di piglio
nelli avanzi di quel miserando naufragio; spogliato i guerrieri della
croce, i fratelli suoi d'arme, sotto specie di uno statuto di
Guglielmo il Malo, che appropriava al fisco le robe dei naufraghi[5].
Ma a Carlo eran ciance: vedea solo i tesori via alla possanza; la
possanza via ai tesori.
Per isfrenata signoria di una corrotta corte e d'un clero {77}
accanito in teologici assottigliamenti, l'imperio di Costantinopoli
cadeva in quel tempo: senza buone armi; nemico per fiero scisma ai
cristiani di ponente; da' barbari scemo di vastissimo paese. Un'oste
crociata di Veneziani e di Francesi s'era già impadronita della
capitale stessa; avea locato un conte di Fiandra sul solio di
Costantino. Ma, a danno maggiore, non pure allignando quella nuova
dominazione, i principi greci fuggenti ripigliavan animo a
combatterla: Michele Paleologo infine, usurpato per misfatti il
rinascente imperio di gente greca, rinnalzaval con animo e senno,
occupando Costantinopoli nel milledugentosessantasette, e scacciando
al tutto gli stranieri; ma la forza e dignità dello imperio non potè
ristorare. Prendendo allor a peregrinare in ponente, Baldovino, il
latino imperatore, dopo vano accattar aiuti dagli altri principi
ortodossi, gittavasi infine in braccio a re Carlo[6]. Innanzi la
passata a Tunisi, innanzi la guerra di Corradino, appena messo il pie'
in Italia, macchinò Carlo l'occupazion dell'impero greco: chè ciò eran
manifestamente i patti, che a corte e nelle stanze medesime di papa
Clemente, ei fermò con Baldovino; vero accordo tra potente e mendico.
Perchè riguardando, scrivea l'Angioino, alle calamità di Terrasanta,
a' travagli della Chiesa, alla desolazione di Grecia, e commiserando
l'abbietta fortuna dell'imperatore, promettea portare entro sei anni
un esercito al racquisto dell'impero; ma da questo andavano scorporati
a favor suo il principato di Acaia e Morea, e 'l reame di Tessalonica;
e tornavagli dippiù la terza parte de' conquisti, e l'aspettativa del
solio stesso di Costantinopoli, mancando il sangue de' Courtenay;
oltrechè la bambina Beatrice di Carlo fidanzavasi a Filippo unico
erede di {78} Baldovino[7]. Mirò pochi anni appresso al dominio utile
del principato di Morea, di cui per tal trattato avea acquistato il
diretto dominio; ond'avvenne che i Francesi quivi trapiantati, i quali
molto s'eran allegrati della vittoria di Carlo sopra Manfredi, allor
tutto sentirono il peso dell'amistà con un vicino forte e ambizioso,
che non abborrì dall'arricchirsi delle spoglie della dinastia francese
de' Ville-Hardoin. Perchè Guglielmo di questa gente, principe di Acaia
e Morea, incalzato dal Paleologo, dandosi anch'egli in balía di Carlo,
disposò a Filippo figliuol dell'Angioino, Isabella sua figlia ed
erede: e venuto esso a morte, e anco Filippo, i sovrani di Napoli
presero il titolo di quel combattuto principato; ritennero la Isabella
come prigione in Napoli; e usurpavano il paese del tutto, tra
protezione e alta signoria, se non era per la guerra di Sicilia[8].
Nel medesimo tempo si apriva la strada Carlo I {79} alla selvatica
Albania con le solite arti: si facea da quei turbolenti chiamare al
trono: e legavasi ad essi col vecchio ludibrio de' giuramenti; con sì
bella scambievole fidanza, che a sicurare i suoi uficiali e guerrieri
mandati in quelle regioni, richiedea statichi albanesi, e in Aversa li
custodia strettamente[9]. Per tal modo approcciavasi alla sede
dell'impero greco, circondavala, insidiavala d'ogni dove[10].
E in Italia, spento Corradino, e con lui l'ardir novello de'
Ghibellini, l'usato gioco fe' montar parte guelfa: per la cui
riputazione, e del papa, e della vittoria, s'aggrandiva re Carlo;
ridendosi ormai de' limiti che la gelosia della romana corte aveagli
assegnato nella investitura del reame. Ripigliò in Roma l'uficio di
senatore: tornò a comandare in Toscana da vicario imperiale, e a
perseguitare senza freno i Ghibellini[11]: saltò in Piacenza: in
Piemonte molte cittadi occupò; molte in Lombardia, {80} talchè quivi
poco mancò nol creassero principe. Genova dapprima insidiò con gli
usciti; poscia assaltò scopertamente con le armi; e innanti che
denunciasse la guerra, spogliò i Genovesi che ne' suoi reami
mercatavan sicuri: onde se la forte repubblica il fiaccava nelle
battaglie di mare, non gli mancò pasto all'avarizia. I suoi intanto,
non era violenza o ingiuria che non osassero. Guidone da Monteforte, a
Viterbo, nel tempio, tra i riti del sacrifizio di Cristo, levava
l'empie mani a trucidare e trascinare Arrigo, principe reale inglese;
e, sgridato più che punito, il sacrilego assassino campò. Altri ad
altri misfatti si sciolsero, men ricordati dalle istorie perchè
versavasi men illustre sangue[12]. Ma la rabbia delle parti accecava
gli uomini a questi evidenti mali della signoria straniera; e in que'
primi tempi della passata di re Cario, la fece {81} anzi richiedere in
varie città. Ed egli alternando forza e frode, qui mettea piè da
signore, là da protettore; spogliata una provincia, con quell'oro
assoldava masnade che ne occupassero un'altra; ai pochi e forti,
perchè gli fosser sostegni, prostituiva le sostanze e i dritti più
santi dei cittadini: e s'avanzava a gran passi al dominio di tutta la
penisola.
Tuttavia quella che l'avea suscitato cominciò a reprimerlo: la romana
corte, che di sgherro già sentival padrone. Clemente non fe' che
ammonirlo, perchè poco visse oltre la vittoria. Vacò il pontificato
poi tre anni; ne' quali cresciuta la possanza di Carlo, i fratelli del
sacro concistoro, non bastando a frenarla, ne colser odio e terrore.
Indi esaltato Gregorio X nell'anno milledugentosettantuno, come vivuto
fuori d'Italia e delle parti, ed entrato ne' nuovi sospetti della
romana corte, nuovi consigli tentò. Aveano i predecessori fomentato le
divisioni d'Italia, ed ei fe' ogni opera a risanarle; aveano
difficultato la elezione dell'imperatore, ed ei la procacciò; sì che
fu data quella corona a Ridolfo d'Hapsburgo, picciol signore, ma uomo
di grandissimo animo, fondator della grandezza della casa d'Austria.
Il Paleologo intanto a schivare i colpi dell'avara pietà di ponente,
sforzava i suoi che assentissero la processione dello Spirito Santo
dal Padre e sì dal Figliuolo, ch'era l'importanza dello scisma; e per
maneggi e supplizi non persuase il clero greco, ma n'ebbe una
sembianza di rassegnazione. Allor Gregorio potendo con onor del
pontificato fermar la pace col Greco, onde si toglieva il pretesto
all'ambizione di Carlo, correndo il settantaquattro ribenedì il
Paleologo nel concilio di Lione, e nel grembo della Chiesa l'imperio
orientale raccolse. Mal potremmo apporci or noi qual deliro miscuglio
di pensieri fervesse nel tempo di questo concilio nella mente di
Carlo; religioso a un tempo, e ardente di tutte {82} tirannesche
voglie[13]. Gravi autorità portano[14] ch'un suo medico propinasse
veleno a san Tommaso d'Aquino, morto nell'andata al concilio; perchè
il re temea non si spiegasse a suo danno quel possentissimo ingegno,
che il nimicava per odio di famiglia o abborrimento della pessima
signoria, e nel suo libro del governo de' principi, quantunque
partigiano della monarchia, avea sfolgorato con le più fiere invettive
la tirannide d'un solo, e fattone uno specchio, nel quale Carlo potea
guardarsi e riconoscere le sue sembianze[15]. Reo o no Carlo,
quest'accusa almen prova di che fosse tenuto capace. Più certa la
rabbia con che posava, sforzato da' decreti di Lione, le armi
apprestate contro il Greco. Al tempo stesso vedeasi tagliati i passi
{83} anco in Italia dalla riputazione di Ridolfo, per avviluppato che
costui si trovasse nelle guerre tedesche. E fu tanto, che nel
settantaquattro, riscotendosi primi gli Astigiani dall'insopportabile
giogo, Carlo avea perduto il Piemonte e Piacenza; e negli altri dominî
dell'Italia di sopra ormai vacillava. Il prudente pontefice
l'abbassava, senza venir con esso a manifesta discordia[16].
Morto Gregorio nel corso di sì alto disegno l'anno milledugensettantasei,
si rinfrancò l'Angioino; e pensando di qual momento gli fosse un papa
a sua posta, ogni pessim'arte adoprò nelle elezioni de' tre pontefici,
ch'entro un anno fur visti regnare e morire. Ripigliò i preparamenti
allora della guerra col Paleologo: ravvivò le pratiche in Acaia, ove
mandò innanzi picciole forze, dai Greci agevolmente oppresse[17]:
infine il titolo di re di Gerusalemme a' tanti suoi aggiunse. Vano
nome quest'era ormai, disputato da parecchi principi cristiani.
Federigo II imperatore aveal preso in dote; passato era poi col dritto
al reame di Sicilia ne' figli di Manfredi; e altri pretendeanvi, e tra
essi una Maria d'Antiochia, principessa tapina e raminga; dalla quale
Carlo il comprò per vitalizio di quattromila lire tornesi sul contado
d'Angiò, parendogli scala a nuove grandezze, e nuovo pretesto
all'impresa di Grecia, perchè teneasi che quell'impero, nido
d'eresiarchi e sleali, tagliasse la via ai luoghi santi, e che indi il
re di Gerusalemme onestamente potesse assaltarlo[18]. Per tal {84}
modo ripigliava con maggior vigore tutte le antiche ambizioni; e
circuiva a ciò ogni conclave con violenza ed inganno, quando l'anno
settantasette, abbassata tra' cardinali la parte francese, valse più
della malizia di lui l'italian consiglio, che condusse al pontificato
Niccolò III[19].
Di grande animo, di smisurati pensieri fu Niccolò[20]; superbo,
sagace, chiuso nei disegni, veemente all'oprare, non curante della
giustizia ne' mezzi purchè il fine conseguisse, ch'era ingrandir la
Chiesa per ingrandire gli Orsini; e a nobile effetto il menava:
sgombrare l'Italia d'ogni dominazione straniera. In Italia disegnava
fondar novelli reami, e darli ad uomini di sua schiatta: vedeva
ostacoli a questo l'imperatore e il re; battea dunque Carlo con
Ridolfo; Ridolfo con Carlo; ambo con l'autorità della Chiesa. Al
Tedesco strappò la concessione della Romagna, tenuta infino allora
feudo imperiale: tolse al Francese l'uficio di senator di Roma, il
vicariato di Toscana; e con forte mano il trattenne dall'impresa di
Grecia, ch'egli sempre più affrettava; fomentando da un canto gli
scandali tra i Greci intolleranti del domma nuovo, mal insinuato con
le prigioni, gli accecamenti, e i patiboli; e dall'altro canto {85}
accagionando il Paleologo di questi turbamenti medesimi, e sleale
chiamandolo, e falso nella ritrattazione dall'eresia. Contuttociò il
pontefice gli negò sempre favore alla impresa[21]: ond'ei si volse a
sfogar contro gli occupatori di Soria la rabbia e il natural talento
di rapacità: mandovvi Ruggier Sanseverino conte di Marsico, con titol
di vicario del reame di Gerusalemme, e genti e navi, che dalla presa
di Acri in fuori, tornarono senza alcun frutto[22]. Tra Niccolò e
Carlo privato sdegno rinvelenì l'odio di stato, quando chiesta dal
papa per un suo nipote una donzella di casa d'Angiò, ricusavala Carlo.
«Perch'ei s'abbia rosso il calzamento, rispose stracciando le lettere
di Niccolò, suo principato non è retaggio; non può il suo mescolarsi
col sangue de' reali di Francia.» Que' detti, riportati, furon punta
di coltello al cuor del pontefice, che tenea la gente Orsina niente
inferiore a casa d'Angiò, e sè molto di sopra: onde serbolli a
rugumarne e alimentare lo sdegno; ancorchè durassero tra lui e 'l re
le sembianze di pace[23], per mutua simulazione, e perchè quegli in
ogni altra cosa usò riverente col pontefice, ondeggiando sempre tra
ambizione e paura del Cielo. Ma non era uom per {86} l'Orsino, il
quale sciolto d'ogni riguardo, maturava i colpi, e aspettava il destro
a vibrarli[24]. Profonda intanto sembrava in tutta Europa la pace[25].
D'altra parte altri elementi sorgeano a conturbarla. Costanza
figliuola di Manfredi, sposa di Pietro re d'Aragona, pretendea,
com'erede ultima degli Svevi, la corona di Sicilia e Puglia[26]; e
Pietro salito sul trono lo stesso {87} anno della esaltazione di
Niccolò III, ancorchè in picciol reame più magistrato che principe,
uom di mente e d'animo grandissimo era. Divisa la Spagna in quel tempo
in parecchi stati: alcuno ne teneano i Mori; gli altri, riconquistati
da' cristiani, con larghi ordini reggeansi, misti di monarchia,
d'ottimati e di popolani, convenienti a liberi uomini, che per la
nazionale indipendenza e la religione, mille pericoli avean durato
insieme e duravano. Riconoscean lo stesso principe i reami di Aragona
e Valenza, e la Catalogna o contea di Barcellona, ma la sovranità
pressochè tutta dalle corti di ciascuno di quegli stati esercitavasi;
composte di prelati, baroni, cavalieri, e rappresentanti di città;
altere di lor franchezze; scienti della propria possanza. Somigliante
agli efori di Sparta stava in Aragona a petto a petto col re
l'inviolabile _Justiza_; il quale a nome dei baroni giuravagli il dì
del coronamento: «Essi che valeano ciascun quanto il re, tutti insieme
assai più di lui, ubbidirebbergli se lor franchezze mantenesse; e, se
no, no[27].» Indi alti spiriti nei soggetti, miti costumi eran quivi
nei re; sopra tutt'altri di que' tempi, facili alle udienze,
dimestichi, senza riti di sussiego o sospetto, compagnevoli, e
umani[28]. Con questi {88} ordini, con questi sudditi, poveri
d'altronde e parteggianti, non potea Pietro divisare conquisti; e pur
le qualità dell'uomo vinsero gli ostacoli della società in cui vivea.
Inoltre per indole imperiosa e severa, avea concitato contro a sè
durante il regno del padre i baron catalani, usi all'anarchia; avea
mal purgato il suo nome dall'infamia del fratricidio di Ferrando
Sanchez figliuol bastardo di re Giacomo, ch'egli assediò, e pressel
fuggente, e il fe' annegare, scusandosi che Ferrando praticasse contro
la sua vita con Carlo d'Angiò[29]. Ma insieme s'era segnalato
l'infante Pietro per coraggio e gran vedere nelle guerre di Valenza e
di Murcia[30]; avea saputo adoperar la divisione degli ottimati; e
salito in grande rinomanza militare, e dotato di quella forza che
rapisce e costringe gl'intelletti minori, poteva egli bene adunar a
un'impresa di ventura quei suoi avvezzi a star sempre in sulle armi,
or contro i Mori, or contro le altre genti spagnuole, or tra sè
stessi, ed or piratescamente assaltando questa e quell'altra città del
Mediterraneo. Picciol'oste sarebbe a fronte di re Carlo; ma
audacissima, spedita, fatta a posta a guerre irregolari, e subite
fazioni.
Le quali condizioni bilanciando in mente, taciturno, e come s'ad altro
attendesse, ascoltava Piero le continue rampogne della sua donna.
Perchè da lei non dileguandosi per volger d'anni il cordoglio
dell'ucciso padre, dello occupato reame, del patibolo di Corradino;
l'acceso femminil {89} pensiero incusava di viltà ogni differimento
alla vendetta: e pregava Costanza, e sdegnavasi, e chiamava dappoco lo
sposo, e ai figliuoli insegnava che careggiandolo, e abbracciandogli
le ginocchia, ricordassero senza stancarsi l'invendicata morte
dell'avolo[31]. Sorridea Pietro; e a disegni, non a querele, si
ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di
Procida[32].
Di questi il primo, nato di gran legnaggio, nella terra di Scalea in
Calabria[33], imparentato colla siciliana famiglia de' conti d'Amico,
e signor di feudi in Sicilia e in Calabria[34], venuto era fanciullo
seguendo la regina Costanza, con madonna Bella madre sua, nutrice
della reina; e a corte d'Aragona si era educato nelle armi e nelle
astuzie. Pietro molto amore gli pose; il fe' cavaliere con Corrado
Lancia, giovanetto congiunto della reina; e una sorella di Corrado a
Ruggiero sposò. I due cognati prestantissimi {90} si fecero in armi: e
avvenne che Corrado, pria dell'altro che tanto dovea vantaggiarlo di
gloria, ebbe nome, e segnalossi capitan di navi catalane, in fatti
audacissimi sopra Saraceni[35]. Giovanni di Procida per altra via più
combattuta venne in grazia al re d'Aragona. Nacque costui, o fu
allevato in Salerno; ebbe alto stato appo l'imperator Federigo e
Manfredi, e oltre il feudo di Procida molti beni allodiali in Salerno;
fu medico assai riputato[36]; e tradusse dal greco in latino, o
compilò in latino, le massime di filosofia morale degli antichi
sapienti[37]. Narrano alcuni, {91} a ringrandir Giovanni e rendere più
patetici i suoi casi, che volontario ivane in bando, trafitto di
mortal rancore perchè uomini francesi per violenza contaminasser la
moglie e la figliuola di lui, uccidessero il figlio che difendeale; e
di tanto misfatto negassegli giustizia il re[38]. Ma non sì drammatico
appar questo esilio dai documenti, che attestan Giovanni fatto ribelle
innanzi il milledugentosettanta, probabilmente per la guerra di
Corradino, e se gittan qualche barlume su i suoi domestici torti, dan
{92} luogo a tal sospetto più tosto dopo l'esilio che innanzi[39].
Come noto nella corte di Manfredi, Giovanni cercò asilo appo la reina
Costanza in Aragona; ov'ebbe da Pietro le signorie di Luxen,
Benizzano, e Palma; cortigiano suo fidatissimo divenne, e
consigliere[40]: ch'uomo fu di molta saviezza e dottrina, aguzzato
anco la mente da un intenso odio, e dalle aspre sue vicende
ammaestrato a maneggiare questi sì vari e sfuggevoli animi degli
uomini. Quegli usciti, dall'amaro soggiorno in corte straniera non
volgendo altro nell'animo che la patria loro e la vendetta contro
quella rea mano che li cacciò, forte stigavano il re. Tritavan insieme
con esso le condizioni delle cose; la mala contentezza de' popoli in
Sicilia e Puglia; la tirannide stolta di Carlo; i disegni del papa; i
timori del Paleologo: aver {93} questi oro e non armi; Aragona il
contrario; Roma saette d'altra tempra: s'accozzerebber pure; battesse
l'ali questo Carlo, gli aggiusterebbero il colpo. E spiavan,
vegliavano; ad ogni nuovo eccesso di Carlo, spuntava nel cupo
consiglio d'Aragona un sorriso[41]. Memorabil epoca in cui i quattro
principi che tenean la più parte delle regioni europee bagnate dal
Mediterraneo, furono ad un medesimo tempo di gran valore, e di grandi
vizi, degni se non di lode, certo di fama. In Oriente il Paleologo,
usurpatore, ma ristorator d'un impero, fraudolento più che forte,
tremava di re Carlo. Questi agognando a tal vastità di dominio,
distruggea col mal governo la propria base in Sicilia ed in Puglia. Di
ponente il re d'Aragona più giovane, più sagace e meno potente, torvo
e cheto pigliava lena per islanciarsi addosso al conquistatore.
Inaccessibile a timore sulla cattedra di san Pietro, rigoglioso nella
smisurata autorità, e non meno nel proprio ingegno, e nella non ben
acquistata ricchezza, l'italiano pontefice guardava le passioni di
quegli stranieri: e chi sa a quali speranze non ne saliva? Forse un
viver più lungo di Niccolò III avrebbe spento in altra guisa la
dominazione angioina, e mutato le sorti d'Italia. Ma volle il Cielo
che re Carlo non fosse umiliato da' potenti, ma sì dalla plebe; e che
la sua rovina si consumasse nel modo che men poteva uomo immaginare:
per una rissa di volgo, in Palermo!
Pietro ordinavasi a sforzo di guerra, sì come è mestieri, dice
Montaner, con amistà, danari, segreto. Fe' tregua di cinque anni col
re di Granata[42]: con Castiglia lega; e meglio se n'assicurò
prendendo due giovanetti principi più vicini alla corona che non era
Sancio loro zio, chiaritone erede, onde il re d'Aragona potea così a
ogni piè sospinto {94} sturbare il vicin reame[43]. Provossi da un
altro canto a serbare l'antica benivolenza con Filippo di Francia,
marito della sorella, statogli amicissimo in gioventù, e or molesto
coll'occupazione di Montpellier[44]. Con lo stesso re Carlo o coprì i
disegni e mostrò l'odio, come scrive il Montaner, che sarebbe stata
anco arte sopraffina, o dissimulò gli uni e l'altro, come Carlo stesso
poi rinfacciavagli, venendo a dimostrazioni d'amistà, e trattato di
matrimonio tra un figliuol suo con una figlia dell'Angioino[45]. Con
ciò messe in punto gli arsenali di Valenza, Tortosa, Barcellona[46]; e
maneggiò sì accortamente i suoi baroni e borghesi, che richiestili di
sussidi per tale impresa, dicea, da tornarne grande utile al reame,
con insolita docilità porgean essi il danaro[47]. Queste disposizioni,
e i preparamenti d'armi e di navi che ne seguitarono, attestan
gl'istorici più degni di fede.
Taccion del rimanente le pratiche con l'imperator di Costantinopoli e
coi baroni siciliani, da altri storici meno autorevoli composte come
in azione drammatica. Giovanni di Procida, al dir di costoro, esule
volontario per la supposta ingiuria atroce, n'è protagonista;
rassomiglian ombre gli altri personaggi, che la istoria figura ben
altrimenti: Pier d'Aragona, Michele Paleologo, Niccolò III, {95}
Alaimo da Lentini, e più altri nobili uomini di Sicilia. Non pensan,
non osan essi senza Procida: al sol vederlo ogni fiata rompono in
lagrime come fanciulli; ei solo, sospinto da amor di patria e desio di
vendetta, va, torna, muta sembianti, ignoto ha credenza da' grandi; ei
solo disegna, comincia, e fornisce l'impresa. Ignorando che Giovanni
fosse esule dal sessantotto o sessantanove, come il mostrano i