Il bacio della contessa Savina - 11

nessuno. Quando si è giovani ed innamorati tutto sembra facile;
guardando alla meta lontana non si prevedono gli ostacoli, l'amore è
cosa troppo elevata e sublime per occuparsi del denaro necessario ad
ogni impresa; e dopo pranzo, collo stomaco soddisfatto, non si pensa che
bisogna desinare ogni giorno.
Ho passato una notte d'inferno, raggirandomi smanioso nel letto senza
trovare riposo. Io vedevo la contessa Savina infelice, derelitta,
immersa nelle lagrime, e pensavo al modo di vendicarla, di consolarla.
La nostra santa affezione, inspirata dalla naturale simpatia, ci avrebbe
resi felici in tutte le condizioni della vita. Le ricchezze erano la
prima cagione della sua infelicità, come la miseria era il solo ostacolo
che mi tenesse lontano da lei. Se fossi ricco! io pensavo, andrei a
stabilirmi a Milano, troverei una finestra dirimpetto al palazzo
Montegaldo, e un bel giorno le comparirei davanti come al tempo felice
che dalla casa di mio zio stavo in adorazione davanti al palazzo
Brisnago. Ma cambiate le circostanze, e avendo imparato dall'esperienza
a che giovi l'amor platonico, questa volta il nostro amore prenderebbe
un'altro indirizzo... questa volta, se non rispondesse al primo bacio,
non vorrei disertare dal posto senza aver tentato il secondo.... e il
terzo.... e il quarto.... ed avrei parole e mezzi per ottenere sicuro il
bacio della contessa Savina, quel bacio che certo non vorrebbe negarmi,
del quale io prelibo la voluttà.... come l'Arabo assetato fra le aride
sabbie del deserto quando pensa alla fresca fontana dell'oasi.
Con tali pensieri m'addormentai verso il mattino; all'ora che il
crepuscolo apporta un po' di calma a chi ha passato la notte agitata.
Dapprima divagai in sonni confusi, poi mi parve di vedere chiaramente la
contessa Savina ad una finestra bassa d'un palazzo in una strada
deserta. Io la contemplavo assorto in estasi, quando mi fe' cenno
d'avvicinarmi. Giunto sotto al balcone, le mandai un lungo bacio
amoroso. Essa mi guardò con un mesto sorriso e scomparve. Io rimasi
estatico al mio posto, non so quanto tempo, senza perdere la speranza di
rivederla.
Essa ricomparve, vestita di bianco, pallida, come una fidanzata che
aspetta lo sposo per recarsi alla cerimonia nuziale. Io congiunsi le
mani in atto di preghiera, essa mi guardava fisso, e pareva che mi
dicesse: t'aspetto.
Le feci cenno che sarei ritornato, e andai non so dove a prendere una
scala di corda. La scala aveva da un lato due ganci, che gettai sul
balcone. La contessa Savina non si prestò, nè si oppose; essa aspettava
sempre pallida e immobile. Io tremavo come una foglia, la scala era
assicurata, ed io incominciai a salire. Ad ogni scalino che mi
avvicinava al balcone distinguevo più chiaramente i lineamenti della
contessa. I suoi occhi leggiadri mi guardavano con affettuosa
espressione, le sue labbra si atteggiavano ad un mesto sorriso.... ed io
salivo sempre. Le giunsi tanto vicino che vidi il suo seno agitato dai
moti violenti del cuore... stavo per afferrare la meta, quando d'un
tratto si ruppe la corda ed io precipitai nella strada.
Il colpo violento mi risvegliò. Volli dormire nuovamente per riprendere
il filo del sogno.... impossibile!... Perfino il sonno si rifiutava alla
mia felicità!...
M'alzai conturbato. Mio zio, vedendomi sofferente, s'accorse che avevo
passata una cattiva notte.
--Povero Daniele!...--mi disse con affezione,--tu pensi sempre alla
contessa Savina!...
--Nemmeno in sogno!...--gli risposi, temendo quasi che potesse scoprire
i misteri della notte, e soggiunsi:--Tutto è finito.
--Finito di sicuro,--osservò mio zio, al quale premeva togliermi ogni
speranza;--finito per varii motivi: primo, perchè bene o male maritata
essa appartiene per sempre a suo marito; secondo, perchè è donna onesta
e virtuosa fino allo scrupolo, e questo te lo diranno tutti; terzo,
perchè se la natura ti aveva spinto verso di lei con tanta violenza,
vuole onestà che tu faccia ogni sforzo per starle lontano, evitando ogni
pericolo che possa aggravare la sua infelicità, e renderti colpevole di
maggiori sventure.
--Le ripeto che non ci penso nemmeno,--risposi,--e che anche se fossi
tanto pazzo da pensarci, credo di essere un galantuomo, e di non aver
mai fatto dubitare della mia condotta.
Lo zio si mostrò soddisfatto della mia dichiarazione, ma io credo che
egli realmente prestasse poca fede alle mie parole, come io stesso non
era convinto che fra me e la contessa Savina tutto fosse finito.


XVI.

Il giorno seguente mio zio partiva pei bagni, lasciandomi travedere
d'aver modificato le sue idee sul mio conto, mostrandosi sempre meno
propenso a favorire il mio ritorno a Milano, e sempre più convinto che
la ferita che aveva colpito il mio cuore non fosse ancora perfettamente
cicatrizzata. Io cercavo di persuaderlo della mia completa guarigione,
ma egli mi ascoltava con diffidenza implacabile, dimenando la testa in
segno di dubbio, ed atteggiando le labbra ad uno spietato sorriso. Non
desidero a nessuno d'aver per giudice negli affari d'amore un canonico.
Dopo la partenza di mio zio incominciai a mulinare mille progetti, uno
più assurdo dell'altro. L'amore eccita l'immaginazione come le bevande
alcooliche, e suscita la pazzia. Ma ogni pazzia ha i suoi lucidi
intervalli, e quelli sono i peggiori momenti; infatti la ragione che
entra in un cervello malato produce l'effetto d'un raggio di sole che
entra negli occhi di chi soffre d'oftalmia. Nei momenti d'esaltazione
ero felice. Pensavo che un giovane coraggioso trova mille strade aperte
per far fortuna; basta muoversi, cercare, abbandonare la squallida
solitudine per gettarsi nella folla e nell'onda sociale. Maledetta la
bonaccia! essa tiene sempre immobile allo stesso posto, e lascia morire
di fame. Nella tempesta sono le grandi emozioni. La burrasca sommerge o
getta i naufraghi sulla spiaggia. Nel primo caso è finita presto ogni
pena, nel secondo si va a rompersi le ossa sopra uno scoglio o si arriva
in un'isola. Meglio morire sopra uno scoglio che in bonaccia; la morte
più rapida è la migliore. L'isola potrebbe essere abitata dai cannibali,
ma la cosa è incerta; in ogni caso è sicuro che in società chi non
mangia sarà mangiato, e quindi un povero diavolo non perde nulla cadendo
nell'isola dei cannibali.... Ma se fosse un'isola fortunata, gioconda,
aurifera, piena di tesori? Allora si conquista l'isola, si uccidono gli
abitanti, e si ritorna al paese ricoperti di gloria e di ricchezze!...
Le ricchezze sono la potenza universale; colle ricchezze si ottiene ogni
cosa.... Io ritornerò a Milano in carrozza a quattro cavalli, diventerò
l'amico del conte di Montegaldo, giuocherò i miei tesori per ottenere
d'essere presentato a sua moglie. Diventerò l'amico di casa, quello che
gode piena fiducia.... e potrò fuggire colla contessa Savina, fuggire
lontano dall'Europa corrotta, lontano da questa vecchia ed inferma
società che vaneggia inutilmente per legalizzare i suoi disordini, per
riparare le sue miserie, per trovare il bandolo di tante matasse!
Fuggiremo in un'isola di meravigliosa bellezza e fecondità come Taiti o
Madera, ridente come il golfo di Napoli.... rinnoveremo la storia del
Paradiso terrestre.... senza il serpente!
Tali erano le fantasie del mio cervello esaltato.... i momenti migliori
della mia vita!... un po' di poesia fra la prosa di tante volgari
realtà.
Nè certo sarei andato a cercare il dottore Canziani per farmi guarire
colle sue droghe del solo bene che m'era conceduto.... i miei sogni!
Gli uomini gravi diranno che tali pensieri erano divagazioni d'un pazzo,
io li credo invece l'unico conforto d'un infelice. Ma gli uomini gravi
non sono talvolta che vecchi panciuti e barbogi che si dimenticano
d'essere stati giovani leggeri.--Eppure ogni zucca ha avuto il suo
fiore!
Ciò che generalmente si chiama la ragione mi riconduceva pur troppo alla
vita positiva... al realismo. Allora svanivano le ridenti fantasie.
Povere fantasie giovanili!... che ci dipingono la vita più bella del
vero, che ci fanno sperare supreme felicità non esistenti sulla terra,
che ci lasciano credere alla gloria, all'amore, alla poesia, a tutte le
nobili aspirazioni!... E poi, più tardi, s'impara che la vita si compone
d'un'altra pasta!...
Sogni vaporosi, nel mondo letterario non siete più di moda!... L'arte ha
le sue vicende come tutti i capricci della vita esterna. Ora all'ideale
succede il realismo, che non è il naturale ma l'evidente, l'uomo esterno
a piedi o a cavallo, in ufficio, a tavola, in letto; la donna coi
capelli posticci, i talloni alti, e le maniche larghe. Il positivo in
tutto. Ma come si fa quando in vita domina il negativo, quando il
tessuto d'una esistenza si compone con trame d'illusioni e con ordito di
sogni?... Per me la vita ideale, intima, invisibile fu tutto; il
positivo nulla. Lo so che sopprimendo il sentimento e il pensiero
riuscirei un fantoccio alla moda.... ma io preferisco comparire un uomo
alla vecchia, intiero e completo, aspettando che il mondo sazio di
racconti materiali ritorni a gustare le peripezie dell'anima umana.
Tuttavia, se avessi voluto seguire l'andazzo dell'arte moderna, non mi
sarebbe mancato il realismo!... Pur troppo!... e la Rosa me lo
rammentava ogni volta che la vita dell'anima me lo facea dimenticare.
Il realismo!... per me consisteva nel riscuotere mensilmente il modico
stipendio, che unito al ricavo delle patate, delle castagne e dei
fagiuoli mi serviva a pagare la farina al mugnaio, le polizze ordinarie
del beccaio e del pizzicagnolo, e le straordinarie del calzolaio e del
sarto.
Insegnare l'abbicì a idioti impuberi, e far di cappello a idioti virili,
vivere e conversare coi montanari maliziosi, cogli artigiani furbi e
viziosi, barcamenando cogli ambiziosi, gli astuti, gl'ipocriti d'ogni
condizione, lottando contro l'egoismo di tutti, privandomi spesso del
necessario, dimostrando di godere il superfluo per non umiliarmi cogli
avversi e non incomodare gli amici, restringendo infine i bisogni
numerosi e le idee infinite alla smilza figura del borsello: ecco il
realismo!... Ciascheduno ha il suo, dal villaggio alla borgata, dalla
città alla capitale; soltanto le passioni, i vizii e i delitti crescono
in proporzioni relative al numero degli abitanti, e si complicano in
ragione diretta della coltura. La rappresentazione letteraria di tali
complicazioni è una moda rifritta come tutte le altre; nulla è nuovo
sotto al sole; soltanto, quando il buono, il bello e il semplice
divengono stucchevoli pel lungo uso, si cerca la novità nel turpe, nel
brutto, nel complesso, e il mondo se ne compiace. Gli ottimi modelli non
sono d'ostacolo al traviamento. Bernini scolpisce gli svolazzi barocchi
delle sue statue presso le Veneri greche e il Mosè di Michelangelo. Dopo
l'Ariosto il Marini, dopo gli oratori vengono gli Accademici, dopo le
guerre l'Arcadia.
Io non intendo appartenere a nessuna scuola, a nessun sistema; io seguo
l'istinto che mi spinge a rivelare schiettamente le mie passioni, a
raccontare con pari ingenuità le avventure e i pensieri della mia vita.
Ritorno dunque ai miei sogni.
Essi svanivano sovente al tocco della realtà, ma mi restava sempre un
granello di speranza, come una semente pronta a germogliare in
condizioni favorevoli.
All'uragano che mi sconvolse colla prima notizia del matrimonio della
contessa Savina era succeduto quel freddo che segue la grandine. Poi le
mie illusioni erano cadute come le foglie d'autunno, e l'inverno m'era
penetrato nell'anima.
Quando le neve ricopre il terreno si crede che la natura sia morta, ma
alle brezze della primavera i germi assopiti si sviluppano ed una nuova
vegetazione incomincia.
Il racconto di mio zio, che mi svelò l'infelicità di quel matrimonio e
le condizioni funeste che amareggiavano l'esistenza della sposa, mi fece
l'effetto delle meteore d'aprile, che si risolvono in pioggia feconda, e
risvegliano la natura. Sentii il sangue scorrermi più rapido nelle vene,
agitando le mie speranze che rigermogliavano ai tepori del cuore....
Confesso che tali speranze erano colpevoli; secondo i principii sociali,
la società condanna ogni violazione della proprietà; ma se la legge
esaminasse a fondo i titoli d'ogni diritto, scoprirebbe sovente che esso
ha per base l'usurpazione fraudolenta, l'inganno od il furto. Io
premeditavo di rubare al ladro l'oggetto involato, e la natura m'avrebbe
assolto, perchè essa riconosce soltanto il diritto di reciproco
consenso, libero da ogni pressione sociale.
Meno male per la società che ci stava di mezzo un canonico, deciso di
difendere ad ogni costo i diritti ecclesiastici e civili riconoscendo la
legalità dei fatti compiuti.... e tanto peggio per me!...
Mentre con tali argomenti io andava fantasticando in balìa del più
sfrenato idealismo, mio zio, in preda del più crudo realismo, si cavava
le calze rosse, spogliava le vesti sinodali ed anche quelle che vi
stanno sotto, e libero d'ogni indumento ecclesiastico e civile, ridotto
in costume adamitico, entrava in un bagno d'acqua minerale di Bormio.
Così, deplorando altamente le mie inclinazioni naturali e volendomi
schiavo dei doveri sociali, egli abbandonava ogni scrupolo, deponeva le
sacre vesti sacerdotali e ritornava in seno della natura per
riacquistare la perduta salute.
Ma è lecito invocare le Najadi e non Cupido!... Realismo incompleto....
Mio zio tuffandosi nelle onde salutari colla voluttà d'un pagano,
restava teologo per congiurare contro un povero nipote, giudicandolo
gravemente affetto da un male clandestino dei più perniciosi,
condannandolo ad espiare colla deportazione colpe non perpetrate, e
facendo dipendere un'intiera esistenza da un amore tacito, ignoto,
inoffensivo, innocente!
Tale era mio zio!... inflessibile come il destino, uomo eccellente nel
fondo, ma canonico fino al midollo!...
Al suo ritorno dai bagni mi significò il decreto d'esilio da Milano, e
il domicilio coatto in Valtellina. Nessun ragionamento, nessuna promessa
valsero a smuoverlo dal suo crudele proposito. Era una sentenza
inappellabile. A questa condizione soltanto mi assicurò del suo affetto
e della sua protezione, minacciandomi di completo abbandono qualora
avessi osato emanciparmi.
In tale circostanza ho imparato a conoscere la libertà. Essa venne
definita in maniere diverse; io offro la mia definizione per quello che
può valere.
Eccola:--La libertà è un filtro composto d'oro e salute. Con tal filtro,
l'uomo è libero in qualunque paese del mondo, senza questo filtro può
credere di esser libero, ma tenta invano di muoversi. Taluno grida, si
agita, combatte e rovescia un governo dispotico per conquistare la
libertà, poi dopo di aver fondata la repubblica, mancando d'oro o di
salute si trova più schiavo di prima. Che cosa deve fare allora?... La
sola cosa possibile: abbassare il capo e rassegnarsi al destino! È
quello che ho fatto io stesso, non potendo fare altrimenti.
Mio zio, volendo in qualche modo ricompensare la mia obbedienza, mi
regalò una piccola somma per far fronte ai bisogni del verno vicino,
colla quale ho potuto pagare i miei debiti, vestirmi, e comperare un
orologio migliore di quello che avevo perduto al giuoco nella notte
memorabile che Bacco mi precipitò nelle braccia di Morfeo, senza
concedermi il tempo di raggiungere il letto.
E il buon canonico accompagnò il dono con un predicozzo, che mi trovava
favorevolmente disposto dall'argomento dell'esordio.
--Daniele,--mi disse,--se questo denaro non bastasse a procacciarti il
benessere d'una vita agiata, non aver riguardo di scrivermi, sono
disposto a fare maggiori sacrifizii, compatibilmente al mio stato, pur
di vederti felice, nei limiti delle cose lecite e oneste. Procura di
star sano ed allegro, cerca le distrazioni permesse, e fa ogni sforzo
per correggere il tuo carattere capriccioso, leggero, eccitabile,
fantastico.... e cocciuto nel voler l'impossibile. Avvezzati a prendere
il mondo come sta; Dio l'ha creato così ne' suoi imperscrutabili
disegni, e gli uomini si travagliano invano per riformarlo: l'uomo è
impotente a modificare l'opera di Dio! Cammina dritto per la tua strada,
non desiderare nè la roba nè la donna d'altri, non fidarti al prestigio
del frutto proibito che ha perduto i nostri progenitori, contentati di
quello che puoi raggiungere senza sforzi, nè frode, nè violenza, nè
colpa. Chi esce dalla propria via per gettarsi nelle avventure non trova
che precipizi. Domina le tue passioni colla ragione, non chiuderle in
seno come una mina pericolosa. Non essere ambizioso, non aspirare alla
conquista del vello d'oro; credi alla mia vecchia esperienza, tutto è
vanità sulla terra.... vanità delle vanità!... Infine dei conti i
piaceri leciti sono i migliori: una stanza calda l'inverno e fresca
l'estate, un buon letto, una buona cucina, una cantina ben fornita,
vivere nella calma onestà, guidati sempre dalla coscienza
tranquilla....--
Discorsi da canonico!... Io diceva fra me, ascoltandolo con rispettosa
attenzione. Lo ringraziai del dono e delle offerte, e gli promisi di
fare il possibile per contentarlo. Ma io vedevo la vita proprio tutto il
contrario di lui. Questione di lenti!... Io guardavo le cose attraverso
la gioventù, ed egli attraverso la vecchiaia.
Essendo il tempo delle vacanze autunnali, m'offersi di accompagnarlo
fino a Como; ma egli non volle accettare la mia compagnia che fino a
Colico; e giunti colà, mi diede un abbraccio cordiale e mi obbligò a
retrocedere. M'avvidi che entrambi avevamo pensato agli incontri
fortuiti sui battelli a vapore del lago nella stagione d'autunno. Colla
differenza però ch'egli diceva:
--Guai!...--ed io....--Magari!...
Rifacendo la strada pensavo alle delizie che il mondo m'offriva, ed alle
misere condizioni che mi obbligavano a rinunziarvi. Io avevo le ali....
come i polli, che la natura ha forniti di questi organi che potrebbero
innalzarli al disopra dell'uomo, ed essi si lasciano prendere
bonariamente, e mettere allo spiedo!
Sentivo dentro di me un bollore di sensazioni diverse, mille desiderii
confusi, aspirazioni e bisogni contrari, e dovevo rinunziare ad ogni
cosa.
Amori sublimi ed eterei.... amplessi positivi e terreni, idealismo e
realismo.... contessa e mugnaia, tutto m'era interdetto.
La prima era troppo alta.... la seconda troppo bassa!... e così la sorte
mi condannava a girare intorno al mio asse, sempre ad eguale distanza
dal sole e dalla luna, perduto negli abissi dell'universo come un
bolide.
Venni assalito da una profonda melanconia, che si alzava nel mio animo
come la nebbia d'autunno che ci asconde gli oggetti. La vita ha bisogno
d'uno scopo; vivere per vivere è la cosa più sciocca del mondo.
Andavo vagando colle mani in tasca, il sigaro in bocca, il cappello da
una banda, e il naso in aria, aspettando che cadesse qualche cosa dal
cielo per rompere la monotonia della mia vita.
E dopo una lunga aspettativa cadde, finalmente.... la neve.
Di tutte le cose che si attendono, le sole che non mancano mai
all'appuntamento sono le stagioni. Il mondo gira colla scrupolosa
precisione di mio zio canonico, ed entrambi hanno il segreto di trovare
la varietà nella monotonia.
Le disgrazie non vengono mai sole, e quando giunse la neve a chiudere
gli armenti nelle stalle, io dovetti aprire la scuola per accogliere i
miei scolari.
La neve e la scuola mi privarono dei passeggi, grave inconveniente,
perchè le gambe che camminano giovano assai ad un cervello che trotta, e
quando sono costrette a fermarsi, nasce un disquilibrio: la mente si
affatica e il corpo riposa, e da tale sconcerto di funzioni fisiche e
morali nasce come naturale conseguenza la noia, la malinconia, la
paturna, lo _spleen_ degl'Inglesi.
Dopo la lezione mi chiudevo nello studio, aprivo un libro, ma guardavo
fuori dalle finestre leggendo in aria tutto quello che sta scritto nel
firmamento, nelle meteore, nello spazio, nel tempo. La solitudine, il
silenzio, il cielo nuvoloso, la terra ricoperta dalla neve, come feretro
d'una fanciulla del candido tappeto simbolico, portavano i miei pensieri
alle più tetre considerazioni. Meditavo sulla morte della natura, e
sulla probabilità d'una prossima fine del mondo, quando la Rosa mi
consegnò una lettera di mio zio che mi annunziava il parto felice della
contessa Savina, che aveva dato alla luce un bel maschio. Ecco ancora il
realismo!... Il mondo non era disposto a finirla.--«Il nobile neonato,
mi scriveva mio zio, promette meraviglie, poichè appena venuto al mondo
ha assunto le funzioni di giudice conciliatore.» Credevo che mio zio
diventasse matto, ma invece faceva lo spiritoso, continuando in questi
termini: «Infatti bastò la sola comparsa di questo rampollo per far
sparire ogni dissenso fra gli sposi, che dimenticate le passate
discordie, si sono riconciliati nella gioia del grande avvenimento. Vi
furono splendide feste, rinfreschi, confetti, e un codazzo di carrozze
alla porta.» E qui con un lirismo declamatorio, mio zio mi andava
annoverando le consolazioni materne che compensano largamente le pene
d'una moglie onesta, la nobile missione di allevare un figlio che porti
con onore il nome illustre, e contribuisca coll'avito censo al lustro
della casa e al decoro della patria.
Il parto della contessa aveva messo in vena mio zio canonico, che s'era
sgravato alla sua volta di tutti i luoghi comuni accumulati da tanti
anni nel suo cervello dai quaresimali del Duomo, accompagnati da uno
scialacquo di rettorica. La sua lettera era tutta ingemmata di dilemmi,
sillogismi, metafore, tropi, pleonasmi ed iperboli, e tutto questo lusso
di figure per persuadere un nipote spiantato ad abbandonare ogni più
lontana velleità di affezione verso una contessa milionaria, moglie d'un
dissoluto, convertito a miglior vita in virtù d'un giudice conciliatore
neonato!... Egli si diffondeva prolissamente sulla deplorabile insania
di chi spera nella colpa, sulla atrocità degli attentati alla pace e
all'onore delle famiglie, sulla imperdonabile depravazione di chi aspira
alla donna degli altri!... e conchiudeva: «Fortunata la contessa Savina
d'aver ottenuto dalla Provvidenza il dono prezioso d'un figlio che la
consola di ogni amarezza, riconduce il marito al focolare abbandonato,
rende la famiglia completa, e la difende dai pericoli e dalle tentazioni
del diavolo.»
Presi in mano la penna, per confutare la lettera di mio zio scrissi d'un
fiato dieci pagine assurde, piene di sarcasmi, di cinismo, d'invettive,
di bestemmie contro l'amore e il matrimonio, la fede e la virtù, i
neonati e la rettorica, le donne, i canonici e il diavolo. Poi le
rilessi, le lacerai, e gettandole sul fuoco accesi il sigaro, e mi misi
a correre sulla montagna attraverso la neve. Il freddo a sei gradi sotto
zero mi riuscì sempre giovevole come calmante dell'amore e della
collera. L'aggiunta di qualche bicchiere di vino scelto ha contribuito
vantaggiosamente ad ottenere l'effetto. Il ghiaccio ed il vino, cioè
l'antitesi, mi riesce l'antidoto degli eccessi. L'esperienza m'aveva
insegnato la dose, limitandomi all'uso, e schivando l'abuso, lasciandomi
il convincimento che una bottiglia di vino buono sia un farmaco
eccellente contro i dolori morali. Con tale sistema non sono morto
disperato, e all'indomani d'una batosta stavo ancora in piedi. Chi sa
quante vittime del suicidio avrebbero rinunziato al progetto di
togliersi la vita, se invece di due pistole si fossero trovate nelle
mani due bottiglie!
Confesso che il matrimonio dapprima, e poi il parto della contessa
Savina mi gettarono due volte alla disperazione, eppure io non avevo
diritto di sperare nè al suo celibato nè alla sua sterilità; essa non
poteva nè correre in Valtellina a chiedermi il favore di divenire mia
sposa, nè una volta maritata rimaner senza figli; quello che era
succeduto doveva naturalmente succedere; ma l'uomo si dispera sovente
non solo di ciò che succede d'impreveduto, bensì dei fatti naturali o
sociali che stanno nell'ordine delle cose. Chi giuoca si dispera di
perdere!... e quanto più siamo fantastici, tanto più dobbiamo aspettarci
di soffrire, perchè oltre alle perdite positive, che sono pur tante,
avremo anche a deplorare la scomparsa delle illusioni, delle chimere e
dei sogni.
Ma la speranza è un fiore bizzarro della vita, che sovente si pasce di
vento, eppur vive e ci consola col suo olezzo; simile a certe orchidee
delle regioni tropicali, le quali, appese in panierini nelle serre, si
nutrono d'aria e di vapori, e tuttavia vegetano rigogliose e producono
fiori stupendi, ed esalano soavi profumi. Mio zio coll'uragano della sua
rettorica aveva tentato di schiantare la mia orchidea, ma il cuore
l'aveva assicurata contro i danni della grandine, ed essa viveva
ancora.... quantunque appesa ad un filo....


XVII.

Il tempo, la lontananza, il soffio continuo dei gelidi aquiloni del
polo, rappresentati dalle lettere di mio zio canonico, il quale coglieva
ogni occasione favorevole per gettarmi una doccia d'acqua fredda sul
dorso, finirono collo spegnere quasi intieramente la fiamma che mi
abbruciava fino dai primi giorni della mia gioventù. Io contemplavo con
tristezza le ultime faville che salivano al cielo, pensando che, spenta
la fiamma, manca la luce e il calore e non resta che fumo, cenere e
carboni.
Dentro di me sentivo il vuoto, di fuori vedevo buio, la vita mi sembrava
un viaggio notturno in globo areostatico, sotto un velo di nuvole che
copriva le stelle. Con tali disposizioni entravo nella stagione
d'inverno.
Un dopo pranzo mi riscaldavo al fuoco del mio focolare deserto, quando
udii che picchiavano all'uscio. La Rosa corse ad aprire e mi apportò un
viglietto. L'Agata m'invitava a nome de' suoi genitori a passare il
Natale con loro, e aggiungeva che c'era un posto anche per la Rosa, fra
la Menica e Martino, quel giorno nessuno dovendo star solo. Bitto non
aveva bisogno d'essere invitato, avendo sempre conservata la sua
abitudine di pranzare in casa Bruni. Tale invito era un omaggio alla
scuola rurale, rappresentata dalla mia piccola famiglia colla triade del
maestro, la donna ed il cane: cioè la mente ed il cuore che
insegnano.... e la bestia che ascolta. Era qualche tempo che non passavo
un'intiera giornata in quella eccellente famiglia, e il giorno di Natale
entrai in casa Bruni con l'animo lieto e riconoscente dalla costante e
cortese amicizia. Essi mi accolsero come un fratello, con cordiale
domestichezza, scambiando i più sinceri auguri di felicità per il vicino
capo d'anno.
Li trovai tutti seduti intorno al fuoco, e si restrinsero per farmi
posto.
--Così mi piace il focolare,--io dissi,--circondato da parenti ed amici,
non deserto come il mio.
Il ceppo e i tizzoni ardevano crepitando, mentre girava nello spiedo il
più grasso tacchino delle stie. La pace spirava da tutti quei volti, e
la serenità predisponeva al buon umore.
Il signor Nicola si burlava di Martino, il quale non osava appressarsi
al fuoco per timore che le scintille prodotte dallo scoppiettare della
legna gli abbruciassero l'abito nuovo d'inverno, che dovendolo
preservare dal freddo, lo obbligava intanto a star lontano dal caldo.
Dunque lo scopo de' suoi lunghi risparmi era mancato.
--Se tu avessi il vestito vecchio,--gli diceva il signor
Nicola,--staresti qui vicino a noi a godere la fiammata, e invece sei
schiavo del lusso!...
Martino rideva come un imbecille, perplesso nel dubbio, se dovesse andar
superbo delle vesti nuove, o rimpiangere la libertà dei suoi stracci,
cosicchè quando credeva d'aver raggiunto la meta delle sue aspirazioni,
un rammarico impreveduto gli avvelenava la gioia. Ecco la vita!... la
speranza è sovente più bella della realtà. L'orchidea quando vegeta in
aria sembra un portento, ma presa in mano non è che una cipolla. Martino
lo sentiva al pari di me, ma non sapeva dirlo; ed entrambi stavamo
cocciuti nell'opinione, egli di conservare i suoi abiti nuovi, ed io le
mie vecchie illusioni.
Eppure in quel momento la realtà poteva bastare a tutti i nostri
bisogni, ed era anche bella a vedersi. Avevamo appetito e quelle