Gli eretici d'Italia, vol. III - 25

[252] Lettera 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia
esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, saria
talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza
organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». TAPPARELLI, _Saggio
teoretico di diritto naturale_, n. CXXVII. E il De Maistre diceva che ai
papi non si deve se non la verità.
[253] _Vita di Alessandro VII._
[254] QUINET, _Les révolutions d'Italie_.


DISCORSO XLVII.
I GRIGIONI. LA VALTELLINA. SACRO MACELLO.

Nella parte orientale della Svizzera i Grigioni abitano il pendio
settentrionale delle Alpi Leponzie e Retiche, dalle sorgenti
dell'Hinterrheim fino all'Ortlerspitz che divide l'Italia dal Tirolo.
Suppongonsi discendenti dagli Etruschi, che, incalzati dai Galli, in
quelle romantiche valli rifuggissero secento anni avanti Cristo, sotto
la condotta di Reto, donde il nome di Rezia. Ad essi mescolaronsi Romani
che eranvi posti in colonie militari per custodire quei passi verso
l'Alemagna, o che vi si ricoverarono allo sfasciarsi dell'Impero, e vi
lasciarono dialetti somigliantissimi al latino. Tali sono il romancio e
il ladino; curiosità filologiche, che coll'idioma italico hanno
identiche le radici e le forme grammaticali, miste con tedesco, o forse
con celtico e con osco raseno, come di preferenza sosterrebbe il
Conradi.
Traggasene dunque l'origine dagli Etruschi o dai Romani, stanno in gran
parentela con noi italiani, tuttochè le loro sorti corressero diverse
dalle nostre dopo caduto l'Impero romano.
Come gli altri paesi elvetici, questi devono la civiltà a' monaci, che
in quelle solitudini cercando pace, vi piantarono romitorj e conventi, i
quali divennero nuclei di mercati, di villaggi, di città. Vi serbò
preminenza Coira, il cui nome (_Curia_) indica come originasse da un
tribunale romano ivi collocato. Il primo vescovo ne fu istituito da
sant'Ambrogio, onde è il più antico della Svizzera, com'era dei più
ricchi.
Quando san Colombano, venuto dall'Irlanda, a Bobbio fra gli Appennini
fondava un monastero, divenuto poi famosissimo e subito operoso contro
all'eresia ariana, alla rilassatezza de' monaci italiani e agli ultimi
aneliti dell'idolatria, Sigeberto suo compagno varcò quel monte che fu
poi detto San Gotardo: arrivato alle sorgenti del Reno, si fabbrica un
capannone fra quegli alpigiani ancora idolatri; col segno della croce
arresta l'ascia che un di costoro dirigeagli al capo; converte Placido,
signore di Truns, il quale, resosi frate, dota co' suoi beni il
monastero di Dissentis, piantato sul piovente settentrionale della val
Calanca, allo schermo di selve inviolate. Quivi i Benedettini fiorirono,
e crebbero di dominj, tra cui contavano anche la val Orsera, e il loro
abate fu principe del sacro romano impero, e capo della lega Grigia.
Coltivarono anche gli studj umani, e raccolsero libri e manuscritti, che
andarono dispersi quando i Francesi incendiarono la badia nel 1799.
Gli abitanti, non infiacchiti dalla civiltà e difesi dalla povertà,
viventi in capanne sospese alle nude roccie, poc'a poco si sottrassero
alle prepotenze de' signorotti, che di castelli coronavano le vette,
donde come l'aquila piombavano alla preda: e sostenuti dal clero,
costituironsi in governo libero, ove ciascun Comune restava sovrano,
uniti però in tre leghe; la Caddea (_Ca-de-Dio_), la Grigia, le Dieci
Dritture; che confederaronsi poi per la difesa comune nel 1471, sotto il
nome di Grigioni.
Le leghe son eguali fra loro: e portano un solo voto ciascuna, benchè
una sia molto più estesa di territorio e conti maggior numero di Comuni.
L'annua Dieta si avvicenda fra Coira, Ilanz e Davos. Nei casi di Stato e
nei pericoli della repubblica, i Comuni spiegano i loro stendardi, e in
qualche luogo piantano lo _Straffgericht_, tribunale straordinario, che
giudica colle forme eccezionali e spicciative, che sogliono imporre i
terrori plebei.
Appartiene alla lega Caddea l'Engaddina (_En-co-de-Inn_), valle
dell'Inn, una delle più belle della Svizzera, lunga diciannove ore, dove
un novemila abitanti, divisi in piccoli villaggi, vedono a rigidi e
lunghi inverni succedere estati deliziose. È parallela alla Valtellina,
verso la quale apre varj passi difficili, e principali quello della val
di Poschiavo che riesce a Tirano, e quello della val Bregaglia che
sbocca a Chiavenna.
I Grigioni, operosi e in povero paese, sciamavano a prestare servigi
nelle città d'Italia e di Germania, e a farsi soldati di forestieri: nel
secolo XVI armavano da cinquantamila uomini, di cui diecimila metteano a
soldo di Francia, cinquemila di Venezia, guadagnando di bei denari, e
purgandosi così (dice il Lavizzari) la repubblica di que' torbidi umori
che la potrebbero sconvolgere. Coira era il punto di riunione di quelli
che anche dal resto della Svizzera e dalla Germania scendeano a militare
in Italia; onde facilmente vi si sparse la Riforma, derivata non si sa
bene se da Lutero o da Zuinglio. Giovanni Comander, arciprete di quella
cattedrale, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo
Gallizio Salatz[255] ne furono i primi apostoli, e ben presto la
ampliarono nelle Dieci Dritture; pochissimo nella Lega Grigia; nella
Lega Caddea prosperò attorno a Coira, indi nell'Engaddina,
principalmente per opera d'Italiani.
I Riformati si valsero della lingua romancia, che allora acquistò vita e
fiore: Travers in essa tradusse il catechismo di Comander, primo libro
romancio che si stampasse a Poschiavo nel 1552; il Gallizio voltò nel
dialetto della Bassa Engaddina il _Pater_, il _Credo_, il decalogo;
Benvenuto Campell, molti capitoli della Genesi dall'ebraico, il simbolo
di sant'Atanasio, e salmi e canzoni da chiesa e un catechismo proprio;
Biveron tradusse il Nuovo Testamento nel 1560.
Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo
predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine
anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani
contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario.
Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare
la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se
non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i
proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si
mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo
rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero
vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni
mese di giugno.
Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico
in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè
nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione,
verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva
copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per
mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il
clero cattolico, diviso in quattro capitoli.
Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni
potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore
del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San
Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla
dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel
1529.
Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor
religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino
Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio,
lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita
licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno,
s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà
propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si
corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se
non desolazione?»
E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi,
asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto
pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga
peggio di questa»[256].
È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana
solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso
il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di
Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a
settentrione da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno
e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado
distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi
l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla
Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla
val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de'
Grigioni.
La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare
la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti
che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521,
sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi
ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai
diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto
compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de'
terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a
qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere
la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.
Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era
perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre
confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile
1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era
ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella
Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era
diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo
Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse
l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva
attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a
Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al
47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le
personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di
Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva
agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi,
l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più
tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro
Parisotto.
Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di
stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi
dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e
Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e
alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così
i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori
piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.
Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e
predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso
XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che
allora dividevano il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori
suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di
lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San
Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di
esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo
Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella,
Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio
Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi
predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan
Francesco avea riformato Solio.
A Solio duravano cattolici potenti, pure il 1553 furono abbattute le
immagini, e vi ministrò Lattanzio da Bergamo, poi messer Antonio Florio,
indi Giovanni Marzio di Siena. A Castasegna Gerolamo Ferlito siciliano,
poi Agostino da Venezia, Giovan Battista da Vicenza che vi morì, Antonio
da Macerata, Giovanni La Marra e Giovanni Planta di Samaden. A Bondio,
Gerolamo Torriano di Cremona, Antonio Bottafogo, Giovanni Beccaria di
Locarno, Armenio napolitano, Natale da Vicenza che vi morì, Giovanni La
Marra, Giovan Battista carmelita.
Questi nomi, di cui molti abbiamo già incontrati nei discorsi
precedenti, bastano a chiarire che principalmente a italiani è dovuto
l'aver susseminato il mal seme nell'Engaddina e nella Pregalia: e più
adopraronsi, ma con minore frutto nella Valtellina. Sgomentato dai
pericoli di questa, già il vescovo di Como v'avea mandato inquisitore un
tale Scrofeo; ma avviluppato negli affari politici di Francia, badò a
questa, più che a salvar le credenze. A Chiavenna sopratutto le truppe
grigioni, acquartierate durante la guerra mossa dal Medeghino castellano
di Musso, diffondeano gli errori proprj o almeno il disprezzo delle cose
sante, ed erano favoriti da Ercole Salis, colonnello elvetico, e da
Paolo Pestalozza suo parente. Nè pochi aveva adescati la novità, fra cui
Paolo Masseranzi, il capitano Malacrida e un Alfiere. Li contrariava il
clero cattolico, e sovratutto Cesare de Berli parroco di Samòlaco,
appoggiato anche dall'essersi sparso che la Madonna apparisse a una
fanciulla, predicendole disastri per Chiavenna se non se ne estirpasse
la zizania luterana. Proruppe allora lo sdegno contro gli eretici, si
ordinarono digiuni e processioni, raddoppiaronsi i voti che quelli
repudiavano: ma presto si scoperse l'apparizione essere impostura d'uno,
che perciò fu decapitato ed arso nel 1531.
Se stiamo alle memorie d'acattolici, anche altri preti e frati vennero
condannati per colpe sudicie; come a vicenda gli acattolici erano
imputati d'incendj alle chiese e d'altre colpe. Non si costuma così da
tutti i partiti e in tutti i tempi?
Chiavenna e tutta la Valtellina erano di comodissimo rifugio a quei che
fuggivano d'Italia, sì per la vicinanza, sì perchè continuavano a
godervi il clima e la lingua della patria, insieme colla libertà di
culto. Camillo Renato siciliano, al novembre 1542 scriveva da Tirano al
Bullinger ringraziandolo delle premure che si prendeva per quelli che
fuoruscivano d'Italia; perseverasse, in modo che quanti di là migravano
per amor del Vangelo scorgessero un porto sicuro fra gli Svizzeri e i
Tedeschi: e interpone gli uffizj di Celio Curione, per riceverne
lettere.
Nel 1546 già una chiesa erasi formata a Caspàno, terra della bassa
Valtellina che diceasi la cuna di quella nobiltà; e la favorivano
Bartolomeo Parravicini e suo fratello Rafaele, uom dotto e pio, di
famiglia numerosa. Ma ecco una mattina si trovò spezzato un crocifisso;
onde i Cattolici a levar rumore contro una religione che neppur Cristo
risparmiava; non voler più soffrire che gli eretici compissero i loro
riti nella chiesa comune; il pretore dovette far arrestare il ministro,
che alla tortura confessatosi complice e consigliere del fatto, ebbe una
multa e bando perpetuo dalle tre leghe. Giunto però a Chiavenna, egli
protestò contro la violenza usatagli, asserendosi innocente, e citò a
Coira il pretore, ignoriamo con qual esito. Dissero poi che il fatto non
fosse altro che monelleria d'un figliuolo di Rodolfo Parravicini
tredicenne, il quale confessossene reo. Bei sotterfugi, che rivedemmo
all'età nostra.
Il De Porta stampò un lungo consulto di ministri evangelici al comizio
di Ilantz sopra quanto tornerebbe spediente per costringere
all'obbedienza religiosa i Valtellinesi, Chiavennaschi e Bormini, e per
isvellerne le tante «superstizioni ed empj errori»: e decidevano
mandarvi predicanti, sbandirne i frati, e massime i Cappuccini, e le
confraternite di disciplini; impedire ogni ingerenza del vescovo di
Como, e porre un maestro di scuola riformato per ciascun terziere.
Nel 1544 alla Dieta di Davos Ercole Salis avea fatto decretare che ogni
abitante di Chiavenna e della Valtellina e de' contorni, che giungesse
alla cognizione evangelica, avesse diritto di tenere insegnamento
pubblico e privato; chi per causa di religione fuggisse dalla patria, in
qualunque luogo delle Leghe trovasse sicurezza e libero esercizio del
culto.
Quanto i Salis favorivano i novatori, tanto li contrariavano i Planta,
loro emuli politici; e il prevaler dell'una o dell'altra famiglia
variava i provvedimenti. Così nel 1551 Antonio Planta governatore della
Valtellina escluse i predicanti, sicchè Ulisse Martinengo scriveva al
Bullinger, l'ultimo agosto di quell'anno: «Qui si disputa, e poichè la
legge esclude i banditi per delitto o gli omicidi, vogliono cacciati noi
pure come banditi; forse non potrò restare nelle Tre Leghe, talmente il
diavolo imperversa contro di me». Ma ai 18 aprile 1557, il Bullinger da
Samaden a Federico Salis: «Nella Valtellina, nei contadi di Chiavenna e
di Bormio molta fatica si durò, pure vinse la verità, poichè furono
espulsi i monaci forestieri, e assegnati tempj agli Evangelici, dove col
decoro conveniente predicar il Vangelo.
«In alcun luogo, come a Sondrio sul monte di Rogoledo, fu ordinato che,
ove molti aderiscono al Vangelo, si erga una chiesa dalle fondamenta, se
non abbiasi altrove dove congregarsi. Scoperto che alcuni, con denari
forestieri e favori, procuravano contrariar il Vangelo, li multammo, e
togliemmo giù da ogni voglia di nuocere. In somma, io ed i miei colleghi
adopriamo attenti per agevolar la via al Vangelo».
A ciò industriavansi moltissimo il Vergerio con prediche, lettere,
opuscoli; ed Agostino Mainardi piemontese. Questi fece un _Trattato
dell'unica perfetta soddisfazione di Cristo, nel qual si dichiara, e
manifestamente per la parola di Dio si pruova che sol Cristo ha
soddisfatto per gli peccati del mondo, nè quanto a Dio c'è altra
soddisfazione che la sua o sia per la colpa o sia per la pena_ (1551, 18
pagine in-8º), dove si lamenta che «oggidì alcuni, che fanno professione
di predicar Cristo, sotto pretesto di tal nome scorrono in orribili
bestemmie, pubblicamente ed in pulpito innanzi agli popoli predicando
apertamente, e come dir si suole a piena bocca, e per essere meglio
intesi spesso replicando il medesimo, dicono che alla salute nostra non
basta la soddisfazione, la quale ha fatta Cristo per noi, ma è
necessario di altra soddisfazione per gli peccati nostri che quella di
Cristo».
Egli passava pel campione di questa dottrina, e l'Ochino essendo
imputato d'averne sostenuta una diversa e diffusala in Valtellina,
affrettavasi a dichiarar la sua fede ad esso Mainardi[260]. Il qual
Mainardi credesi pure autore dell'opuscolo dell'_Anatomia della messa_,
che comparve prima in italiano come lavoro di Antonio Adamo, e per
esortazione del marchese di Vico fu tradotto in francese e a lui
dedicato, indi in latino nel 1561 con tanti errori tipografici, che
l'editore attribuisce a Satana l'avervene fatti scorrere più del
centuplo di quei che sogliano (BAYLE).
I rifuggiti d'Italia cercavano, come abbiam troppo ripetuto, piuttosto
libertà di credenze personali che professar le nuove; frati e preti
apostati i più, mossi da odio contro di Roma e de' loro superiori, e
desiderosi di sfrenarsi, riuscivano spesso irrequieti e accattabrighe,
in modo che moltiplicavansi dissensi religiosi, e formossi una mistura
incondita d'elementi biblici tedeschi, e di razionali italiani. Primi ad
apostolare dottrine ariane e antitrinitarie furono frà Francesco di
Calabria parroco di Vettis e frà Girolamo da Milano parroco di Livigno.
E dicevano, il dogma della trinità quale si insegna implicare
contraddizione e assurdo: dell'immortalità dell'anima dubitavano, nè che
essa continui attiva dopo morte, o rimanga sopita fin al giorno del
giudizio, quando sarebbero dannati da Dio coloro che colla negligenza e
la disobbedienza l'avessero demeritato; riguardo alla redenzione diceano
che noi fummo salvati non tanto per la morte di Cristo, quanto per
grazia del Padre; la giustizia di Cristo non può imputarsi ad alcuno, ma
ciascuno sarà giudicato al tribunal divino secondo le opere proprie:
nessuno esser corrotto dal peccato in modo, che non gli rimanga libero
arbitrio al vero bene; la concupiscenza non doversi noverar fra i
peccati; i sacramenti esser solo esternazioni della professione
cristiana e segni commemorativi della morte di Cristo; il battesimo non
doversi conferire a bambini, ma nell'età della discrezione. Formulare
però il costoro simbolo sarebbe difficile, perocchè ora da essi, ora da
altri usciva ogni tratto qualcosa di nuovo; chi pretendea si conservasse
l'_Ave Maria_, chi nell'eucaristia non volea si pronunziasse _Hoc est
corpus meum_, o vi s'adoprasse pane azimo; che per padrini al battesimo
non si scegliessero cattolici, come faceasi spesso: la taccia
d'ignorante e superstizioso era in pronto per chiunque li
contraddicesse.
Combinata una disputa a Süs nell'Engaddina nel 1544, vi comparvero tutti
i predicanti, Andrea Schmid, Corrado Jeklin, l'Altieri, e alla lor testa
Pietro Bardo Pretonio parroco di Tusis, e il Salutz; e dopo due giornate
di dibattimenti, il frate calabrese fu escluso dalla Rezia e dal Tirolo,
e si divisarono i modi per isbarbicare gli errori di esso.
Il Tiziano, che diffondea dottrine di quel sapore a Coira, fu carcerato,
e il popolo a furia lo volea morto. Il Salutz s'adoperò da un lato per
mitigargli i giudici, dall'altro per convertirlo, ma interrogato egli
avviluppavasi in parole, evitando di precisare le sue credenze:
finalmente si ritrattò, e fu condannato ad esser condotto per la città
flagellandolo, poi bandito per sempre dall'Elvezia (1554): primo esempio
di castigo corporale per eresia tra i Riformati di quel paese.
Per corregger Camillo Renato, che a Chiavenna sparnazzava siffatte
dottrine, il Mainardi, nel 1547, stese una confessione propria, che fu
la prima pubblicatasi ne' Grigioni. Non la possediamo, ma si può
raccoglierla da un libro italiano che nel 1561 Pietro Leoni, seguace di
Camillo, stampò a Milano, adducendo le ragioni per cui non avea voluto
sottoscriverla. In essa il Mainardi condannava gli errori degli
Anabattisti, e chi facea che l'anima, morta col corpo, col corpo
resuscitasse al finale giudizio; il negare che all'uomo resti alcun lume
naturale onde conoscer ciò che deve fare od evitare: che Cristo abbia
avuto carne di peccato o concupiscenza; che la fede giustificante abbia
duopo di conferma; che Cristo non fece veruna promessa nell'istituir la
Cena; che il battesimo e la Cena sieno semplici segni del Cristiano, ed
espressioni del passato, non del futuro; che il battesimo sia succeduto
alla circoncisione, nè con questa abbia veruna somiglianza.
Non par dunque che Camillo Renato seguisse i Soccini, anzi Lelio Soccino
potè aver imparato da esso mentre stette a Chiavenna. Certamente Camillo
ascondeva accortamente le sue opinioni; se non potesse altro, dicea
d'averle sostenute soltanto per esercizio logico; scrisse un libro
_Contro il battesimo che ricevemmo sotto il segno del papa e
dell'anticristo_, sostenendo nol si dovesse conferire se non a chi
conosceva il vangelo; e più straniava in fatto dell'eucaristia.
Lo sorreggeano Francesco Negro e Francesco Stancario, i quali teneano
dogmi ancora differenti, che fecero approvare dal Comander col ridurli a
poche parole dove la quistione era dissimulata. Su tenore somigliante
insegnavano Aurelio Sittarca, succeduto al Vergerio nella cura di
Vicosoprano, Girolamo Torriano a Piuro, Michelangelo Florio a Soglio,
Pier Leone in Chiavenna. Natogli un figlio, il Negri lo presentò al
Mainardi perchè lo battezzasse nella sua fede. Questi rispose lo
battezzerebbe nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo,
nella fede della Chiesa di Cristo. Sì, no: ne nasce litigio, e il
Vergerio presume conciliarli, se non altro conchiudendo ch'erano
quistioni di lana caprina, ed anzichè disputare per queste, conveniva
cercar la riforma della vita. Il Bullinger, il Blasio ed altri
s'industriarono a toglier via uno scisma così dannoso; infine il sinodo
impose silenzio a Camillo. Non per questo egli tacque: il Mainardi
dovette recarsi nel 1558 a Zurigo a far approvare la sua confessione;
poi tediato voleva andarsene in Inghilterra, dove era invitato
dall'Ochino.
Fra le varie lettere del Mainardi, che serbansi nel Museo Elvetico,
scegliamo quest'una al Bullinger del 15 maggio 1549.
«Ricevetti la tua con due decadi di sermoni, regalo più prezioso che oro
e gemme. Le occupazioni non mel permisero ancora, ma li leggerò, e li
declamerò dal pulpito, non potendo che esser eccellente quanto viene da
te. Io son sì piccolo, da non avere cosa a mandarti, se non tale che ti
affligga. Giocondissimo m'arrivò quanto scrivi della Sassonia, della
Pomerania ecc. D'alcune cose avevo sentore, ma a stento vi prestavo
fede: tante ai dì nostri se ne spacciano! Sopratutto gratissimo mi fu
l'udire che in Inghilterra prevalse la nostra e vostra opinione sulla
Cena, onde speriamo ciò succeda anche altrove. Della Chiesa nostra non
ti posso dir nulla che ti rechi piacere; il lator di questa te ne
informerà. Gli autori dello scisma sono anabattisti; e un di costoro che
aderivano a Camillo, in presenza di molti, trovandosi alla mensa d'un
nobile dov'era anche Pietro Paolo Vergerio, chiaramente confessò d'aver
testè preso il battesimo, e così esser divenuto un altro uomo, cioè
innovato e riempito dello spirito di Dio; col battesimo aver rinunziato
al papa o a quanto avea trovato sotto il papato, perchè quel battesimo
non era di Cristo ma dell'anticristo e del diavolo[261]; e ch'io sia un
lupo e un seduttore. Camillo, lor corifeo e piloto, non va così
precipitoso a confessar all'aperta; è più prudente, non perchè non sia
peggiore, ma perchè teme di manifestarsi: del resto bisogna stiano
avvolti nel medesimo errore quelli che son tanto amici. Io non so quello
che farò; son chiamato in Inghilterra: qui nessun m'ajuta, e resto solo
a premer il torchio. Perdonami, o Signore, giacchè ciò conviene al solo
Cristo, solo di lui voglio esser detto. Diriga il Signore i miei passi:
io non so quel che mi fare. Odo che Camillo ti scrive; tu rispondigli
secondo la tua prudenza: egli è peste della Chiesa e grande eretico.
Dicono si prepari a lasciar Chiavenna: possa altrove divenir migliore!
Così portasse seco la sua peste! ma temo ci lasci le reliquie.
«Questa ti è consegnata da Baldassare Altieri, uomo esimio e di
singolare ingegno: dàgli ascolto, poichè io non ti posso scriver ogni
cosa in tanta fretta. Egli ti aprirà i suoi concetti. Tu, uom di tanta
prudenza, se vedrai che il fatto suo sia da promuovere a gloria di
Cristo, giovagli di consiglio e di favore. Io, quanto possa capire col
mio piccolo ingegno, stimo che i voti suoi giovino sommamente ad
estender il vangelo di Cristo. Ma ai capi non sarà facile corrispondere
a' suoi desiderj. Sta bene in Cristo Gesù Signor Nostro, e prega per
me».
Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti
dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa
di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col
proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e
si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu
scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che
in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del
_Credo_, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali
deviava[262]; scrisse anche _Errori, inezie, scandali di Agostino
Mainardi dal 1535 e dopo_, ove lo accusava di cenventicinque errori. In
altre scritture ribatte le credenze luterane.
In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche
col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la
sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel