Gli eretici d'Italia, vol. II - 41

diretta efficacia de' demonj sugli uomini; e che il contatto e la
presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti di costoro, la cui
intelligenza sfavilla talvolta di luce più viva, sicchè danno risposte
meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le
future.
Di qui i tanti fatti di demonopatia e demonolatria, tante vittime del
maligno e di suoi ministri attivi; di astrologia, pronostici, sogni,
tutto il medioevo è pieno, e vi credeano il feroce Ezelino come il soave
Petrarca; il tirannico Federico II come le libere città domandavano da
quelli la prudenza de' loro atti; se ne mescola perfino la storia de'
papi. Toccandone di volo, diremo come Bennone, gran nemico di Gregorio
VII, in violentissime lettere alla Chiesa latina imputava questo di
mille indegnità, e principalmente d'esser negromante; Silvestro II papa
essere stato abilissimo in quest'arti, e da lui averle imparate
Benedetto IX e Gregorio VI, i quali giunsero al papato avvelenando i
predecessori; altrettanto aver praticato Gregorio VII, che non viaggiava
mai senza un suo libro di magie. Dimenticatolo una volta nel tornare da
Albano a Roma, commise a due suoi fedeli d'andarglielo a cercare, ma
guai se l'aprissero! La curiosità gl'indusse a disobbedire, e lettevi
alcune linee, ecco comparire frotte di demonj, chiedendo: «Cosa volete?
Perchè inquietarci? Comandate, o vi saltiamo addosso». I due sbigottiti,
non sapendo che farsi, dissero: «Abbattete coteste alte mura», e detto
fatto, le mura di Albano caddero sfasciate; e i due messi a gran pena
ebbero forza di strascinarsi alla città, segnandosi e raccomandandosi a
Dio.
Giovanni XXII, nella bolla del febbrajo 1317 diceva: «Alcuni residenti
nella nostra curia, non contenti di saper sobriamente secondo la
dottrina dell'apostolo, ma ebri di vanità, si avvilupparono nella
necromanzia, geomanzia, ed altre magiche arti, e vendono libri e
scritti. Essendo arti di demonj, devono evitarsi da qualunque cristiano.
Usano frequente specchi e immagini, consacrati secondo l'esecrabile loro
rito. Ponendosi entro circoli, evocano gli spiriti maligni, per
macchinare contro la salute degli uomini, o uccidendoli colla violenza
del carme, o inducendovi malattie di languore. Chiusero talvolta demonj
in specchi, circoli, anelli per interrogarli sul passato e il futuro.
S'intrigarono in divinazioni e sortilegj, talvolta adoprando Diane
(_sic_)...... E non esitano asserire che, non solo con cibi e bevande,
ma colla sola parola possono abbreviare o prolungare o spegnere la vita
degli uomini, e curar da qualunque morbo. Perciò, negletto il culto del
vero creatore, fidano ne' suffragi dei demonj, e li credono degni di
servizio e di onori divini, e a guisa degli idolatri gli adorano».
Tale credenza si manifestò in forma scientifica e in forma vulgare, e
l'una diede mano all'altra per dedurre da principj falsi spaventosi
effetti. Non tutti vogliono ricordare che, nel meriggio delle arti e
delle lettere, fra i godimenti della civiltà, in Italia come altrove
presero incremento le scienze occulte, alcuno dirà perchè le illusioni
meglio vivaci avvengono più spesso all'istante dello svegliarsi. Gli
scrittori più spregiudicati credeano all'astrologia, ai pronostici, ai
sogni. Il Pomponazzi, che impugna l'immortalità dell'anima, sostiene
(_De incantationibus_) gl'influssi dei pianeti, ai quali, non a demonj è
dovuta la facoltà, che alcuni hanno, d'indovinar l'avvenire; e secondo
il loro ascendente, l'uomo può scongiurare il tempo, convertire in
bestie, far altre meraviglie. Per iscoprire un ladro (egli insegna),
piglia un vaso, empilo d'acqua santa, accostavi una candela benedetta, e
proferisci: «Angelo bianco, angelo santo, per la tua santità, per la mia
verginità, mostrami chi ha tolto tal cosa», e l'effigie del ladro
apparirà al fondo del vaso[346]. Carlo VIII, chiamato, come sempre i
Francesi, a liberare l'Italia, acquistava fiducia alla sua spedizione
col far correre una profezia, promettitrice d'insigni vittorie. Nel 1501
a Lione di Francia un italiano di nome Giovanni, di gran costumatezza e
gravità, faceasi chiamare Mercurio per l'universale sapienza; menava
dietro moglie e figliuoli, vestiti di pannilini, con catena di ferro al
collo; vantavasi possedere tutta la scienza de' Greci, Latini, Ebrei, e
più in là; e saper interpretare gli arcani naturali, preconizzare il
futuro, tramutare i metalli, rendere felici le infauste, e infelici le
fauste cose. Salì in gran pregio appo il re di Francia per avergli
portato due insigni doni, una spada formata con centottanta spadini, uno
scudo con uno specchio mirabile, fatti sotto certa congiunzione di
stelle, che doveano produrre meraviglie. Il re adunò i fisici perchè
l'ascoltassero, ed essi attestarono che superava in sapienza tutti i
mortali: l'oro avuto egli distribuì a' bisognosi, contentandosi della
sua povertà[347].
Credettero all'astrologia il Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e
Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando
che molti casi erano stati predetti da congiunzioni di pianeti; e
durante la dieta d'Augusta egli consolavasi che imminente fosse la
caduta di Roma perchè in questa città il Tevere dilagò, da una mula
nacque un mostro coi piedi di gru, e nel territorio d'Augusta un vitello
con due teste.
Del valente astronomo Galeotto Marzio di Montagnana giace manuscritta
nella biblioteca di Padova una _Chiromanzia_ del 1476: accusato
d'eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che
aveva portato in Ungheria e Boemia: cascando poi da cavallo fuor
d'Italia, s'uccise. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica
fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell'astrologia:
e fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.
Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea, per mezzo dell'arte
sua, preveduto un diluvio universale; fu confutato nel 1516 da frà
Gerolamo Armenini faentino, famoso inquisitore di quei tempi, ma fin
Clemente VII era ito abitare lungi dal Tevere, benchè il fisico Riccardo
Cervini mandasse più volte suo figlio, che fu poi Marcello II, a
rassicurarlo. Il tempo andò invece serenissimo, e così (scrive frà
Giuliano Ughi) fu molto dileggiata e schernita l'astrologia da quegli
che non pensavano che Dio fosse ai cieli superiore: ma quelli che
credevano che Dio fosse moderatore de' celesti movimenti pensarono esser
vera l'astrologia: talchè, secondo il corso dei cieli, tal diluvio
dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l'avesse impedito»[348].
Singolare contesto di pregiudizj e buon senso!
E quando lo Stöfler di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei
tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta
Europa si pose in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava
in apprensione, per quanto Agostino Nifo il tranquillasse.
Tutte le biografie son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto
sarebbe amato e accarezzato più dagli estranei che da' suoi, e su questa
aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua
madre sognò che Giusto Goro, loro avversario in un processo, lo feriva
nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che
andava a presentare al tribunale, gli diede una coltellata, sicchè poco
mancò gli tagliasse via l'indice della dritta. Una suor Franceschina
monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa. Francesco
Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze
qualmente, in una pianura di quei contorni, vedeansi di giorno venir a
parlamento un gran re da una parte e un altro dall'altra con sei o otto
signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano a battaglia due
grandi eserciti per un'ora; e ciò accadde più volte a qualche
intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa
fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di
morte[349]. Benvenuto Cellini vede tregende e diavoli nel Coliseo, come
li vedeva Lutero dapertutto. Il Machiavelli consuma uno de' capitoli
sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni
degl'imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva scovate dal
fondo della nequizia umana e col desolante pensiero del continuo
peggiorare della stirpe nostra. Caterina De Medici portava sul petto la
pelle d'un fanciullo, scannato a posta, che la preservava dagli
attentati contro la sua persona. Non cerco se il fatto fosse vero; era
creduto.
I frati si opponeano a tali superstizioni[350], e che la Chiesa le
combattesse appare, come da mille argomenti, così da un prontuario pe'
confessori, che stava manoscritto nella Palatina di Firenze, lavoro del
400. Ivi, fra le domande che il confessore dee fare al penitente, sono
divisate le seguenti: «Se ha dato fede a l'indovini, i quali vogliono
indovinare per lo guardare a cintole, a moccichini, a unghia di
fanciullo vergine, o margine ch'escono di piombo colato. — Se a
observato dì o tempi, cioè i dì egiptiachi, cioè di sancto Giovanni
dicollato; kalen di gennajo; il venerdì e sabato non fare bucato; non
far bollire il vino per aceto il venerdì, acciocchè sia più forte. — Se
a dato fede alle uova nate il dì dell'Ascensione. — Se a facto scrivere
l'antifona di sancta Agata in candela consumata al fuoco. — Se a li
anegli di piombo, che si fanno quando si dice il _Passio_. — Se a dato
fede a' sogni; se a' sogni chiamati di Daniello; se a canti d'uccelli;
se a bajar di cani; se a intoppo d'alcuno animale; se a li starnuti di
persona; se a sibillationi d'orecchie. — Se a creduto che gli animali
bestemmino il dì dell'epifania. — Se in prestare lievito o staccio, o
altra cosa dopo il tramontare del sole, a facto alcuna vana
observatione. — Se a colto erba, avendo fede che sia meglio colta in uno
dì che in un altro, e perchè? — Se a salutato la luna nuova. — Se si è
messo ferro in bocca, quando suona la prima campana il sabato sancto,
dicendo che giova a' denti. — Se crede che le donne si mutino in gatte,
e vadano in istregonia: se crede che succino sangue a' fanciulli. — Se a
dato mancia in kalen di gennajo. — Se a voluto indivinare del futuro,
per riguardare le linie della mano».
Altri colla cabala deliravano dietro ai numeri. Il Ponzetti fiorentino,
che fu tra' meglio reputati filosofi, e fatto cardinale da Leone X,
nella _Filosofia naturale_ vaneggia dietro alle proprietà del sette. È
formato da due e cinque, o da quattro e tre. Se viene da uno dispari e
da sei pari, procede dalla fonte di tutti i numeri, giacchè il sei è
generato e non genera. Se viene da due e cinque, la dualità è il primo
numero, giacchè l'unità non è numero ma principio, e cinque rappresenta
le cinque cause delle cose. Dio, lo spirito, l'anima del mondo, il
cielo, gli elementi. Viene da tre e quattro? Quattro è da uno e tre,
uno, unità e principio; tre, origine del primo cubo dispari.
Queste varie scienze dirigeansi ai beni che più il mondo agogna;
preveggenza del futuro, salute, oro, amore, vendette.
In quel sensualismo, tra cui smarrivasi la legge morale, l'oro diveniva
suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle
viscere di migliaja d'Americani scannati, i re nello smungere i popoli
con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati
mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli
eretici usurpando i beni della Chiesa, così gli alchimisti
rintracciavanlo con fornelli e lambicchi, e andavano a imparare la
_grand'arte_ fra gli Orientali, o a strapparla dalla natura ne' monti
magnetici della Scandinavia.
Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, ispiratosi dagli
arabi Geher e Rases, spese da tremila scudi in esperienze d'alchimia;
poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in
quindici anni di pruove, «tanto in ciurmadori che per sè» spese circa
seimila scudi per trovare la pietra filosofale, con cui i metalli
trasformavansi in oro. È bizzarro udire i varj stranissimi metodi che
imparò da medici, frati, teologi, protonotarj, ingannati o ingannatori.
Qual meraviglia se la fatica e l'ansietà gli diedero una febbre che durò
quattordici mesi, e fu per torgli la vita? Guarito appena, ode da un
cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell'imperatore,
sapea preparare la pietra filosofale. Avviasi dunque per la Germania, e
con difficili mezzi introdottosi presso di quello, ne ebbe dieci marchi
d'argento e il processo, che era sifatto. Mesci mercurio, argento, olio
d'ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando
continuo. Dopo due mesi si secchi in una storta di vetro coperta
d'argilla, e il prodotto si tenga tre settimane sulle ceneri calde: vi
si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta
alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti
d'un terzo, ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.
Il Trevisano desolato giurò abbandonare queste fantasie; sicchè i
parenti ne esultavano; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso
però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a
interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in
Olanda, in Francia, e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di
quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava
principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla
grande opera. A settantadue anni, dissipato il ricavo del venduto
patrimonio, giunse senza denari a Rodi, ove tenea stanza un religioso,
rinomato in tutto levante come possessore del grand'arcano. Avuti da un
mercante veneziano ottomila fiorini e raccomandazioni, potè penetrare
fin a costui, che tre anni lo tenne in istudj e speranze onde preparare
il magistero per mezzo d'oro e d'argento, amalgamati a mercurio; alfine
gli aperse i secreti della scienza ermetica: cioè gli indicò che tutto
era frode, spiegandogli questo assioma, «Natura si fa giuoco di Natura,
e Natura contiene la Natura», il che significa in linguaggio comune che
per far oro ci vuol oro; e tutta l'alchimia non giunse mai a ottenerne
di più di quello che adoperò.
Perduta a settantacinque anni l'illusione di tutta la vita, il conte
Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza
ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravisse a scrivere diversi
trattati su quella scienza. Il più celebre dei quali, intitolato _Il
libro della filosofia naturale de' metalli_, certo pochissimi vorranno
leggere nel tomo II della _Bibliothèque des philosophes chimiques_;
opera inutile anch'essa, giacchè, invece di confessare schietto i suoi
errori a scanso degli altrui, si rinvolse in modo, che molti cercarono
in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro
della grand'opera.
Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso, predicato
come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di
trasformazioni ultranaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia,
consigliere dell'imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad
assistere al concilio di Pisa, professore di teologia a Pavia, chiesto a
gara astrologo da re di corona, dal marchese di Monferrato, dal
cancelliere Gattinara, e che, entusiasta insieme e scettico, diede lo
stillato delle teoriche e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a lui
possiam raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, vissuto
dal 1501 al 76, teosofo eppure scienziato illustre, di variatissima
erudizione, e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta
elevato come il genio, tal altra privo del senso comune, e come disse lo
Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana
intelligenza, in altre inferiore ad un fanciullo. Lasciò le proprie
memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e
curiosa pittura d'uomo che viveva in un mondo poeticamente compaginato
dalla dottrina cabalistica. Se era invido, lascivo, maledico,
spensierato, n'aveano colpa le costellazioni ascendenti al suo
natalizio. Sentiasi però oggetto d'una predilezione speciale del Cielo:
poteva a sua voglia cadere in estasi, e vedere quel che gli piacesse;
degli avvenimenti era premonito in sogno e da certe macchie sull'unghie;
sapeva molte lingue senza averle imparate; più volte Iddio gli parlò in
sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre che
l'aveva tenuto per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a
luogo a sua volontà; ode quel che si dice lui assente, e prevede
l'avvenire. Appena ogni mill'anni nasce un medico par suo; nè rifina di
vantare le sue cure e l'abilità nel disputare. A volta a volta si ride
della chiromanzia, delle stregonerie, della magia, dell'alchimia,
dell'astrologia; pure le esercita per compassione: i fantasmi reputa
illusioni di fantasia scompigliata, pure è pieno d'apparizioni e di
spiriti; crede gl'incubi generare i bambini, e deporre il vero le
streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle
scienze per osservazioni sottili ed argute, e per varie scoperte, fra
cui la _formola cardanica_ e la possibilità d'educare i sordimuti. In
fine, per avverare il pronostico fatto, lasciossi morir di fame.
Secondo i suoi libri, la materia è eterna, ma mutasi di forma in forma,
mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi
veruna porzione di materia senza forma; ogni forma è essenzialmente una
e immateriale, laonde tutti i corpi sono proveduti d'anima, ed è questa
che li rende suscettibili di movimento. Le anime particolari sono
funzioni dell'anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le
forme degli esseri, come i numeri semplici nella decade, o come la luce
del sole, ch'è una ed eguale nell'essenza, infinita nelle diversità
d'immagini.
Tirava dunque difilato al panteismo: se non che sospendeva le
conseguenze, e variava egli stesso quanto all'unità dell'intelligenza.
All'uomo, organo di quest'intelligenza universale, attribuiva un
carattere distinto, la coscienza, e questa il mena a distinguere dal
corpo l'anima, di cui mostra l'immortalità mediante gli argomenti de'
predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto grandi mali, fra cui
le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale tra
i corpi celesti e le parti del corpo umano.
Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione, altamente
riprovando quei professori inesperti, per cui vizio restano infamate,
mentre hanno certezza non minore che la nautica e la medicina. Per
vendicarle da tali ingiurie, e mostrare «come sieno manifesti i decreti
delle stelle in noi», esso non procede che per raziocinio e per
esperimento, e riduce quelle dottrine ad aforismi, distinti in sette
sezioni; donde s'intende come ogni paese, ogni colore, ogni numero
avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna otto cose:
prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli; secondo, il
significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro e d'altri
animali; poi le virtù dell'erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del
passato, del presente, del futuro per tre viste; la settima parte mostra
gli sperimenti proprj sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, la virtù
d'allungare molti secoli la vita.
E il Cardano non ne fa mistero. A chi soffre d'insonnia insegna
d'ungersi col grasso d'orso; a chi vuol far tacere i cani del vicinato,
tenere in mano l'occhio d'un cane nero. Vuoi i presagi da dedursi da
tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? e come dai sogni
ottener responsi? chiediglielo, e te ne istruirà con piena sicurezza.
T'istruirà a comporre sigilli per far dormire o amare, rendersi
invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando quattro cose,
la natura della facoltà, della materia, della stella, dell'uomo che fa:
al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che
vi corrispondono. Fra i talismani il più potente era il sigillo di
Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crepita fin
a spegnersi; e la ragione è che il sego è formato di sangue, nel sangue
risedono l'anima e gli spiriti, i quali entrambi concupiscono oro e
argento finchè l'uom vive, e perciò anche dopo morte ne rimane turbato
il sangue. Alle stelle conviene aver riguardo nella medicazione; e
infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo
aprile alle otto del mattino. Cento geniture egli formò d'illustri
personaggi, dall'oroscopo di loro nascita deducendo la causa delle loro
qualità. Che più? spinse l'audacia fin a tirare l'oroscopo di Cristo.
E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI
d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a' costui
strologamenti; san Carlo il propose maestro nell'Università di Bologna.
Giambattista Della Porta, nato a Napoli il 1540 e morto il 1615, nella
_Magia Naturale_ espone tutte le fantasie d'allora intorno alle forme
sostanziali delle intelligenze, emanazione della divinità. Uno spirito
universale anima il mondo, unisce i corpi tutti, dà origine all'anima
nostra, si manifesta coll'antipatia e simpatia, opera sugli esseri
tutti, dagli insetti fin agli astri, i quali son animali immensi che con
ordine volano nello spazio infinito. Sol questo spirito universale
spiega gli avvenimenti della natura, e per esso gli astri influiscono
sul corpo umano.
Dall'Inquisizione chiamato a Roma, si scagionò, e venne dimesso con
ordine che in avvenire non s'impacciasse di far predizioni, avvegnachè
il vulgo ignorante non sappia discernere se derivino da dottrina o da
sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano
effetti creduti soprannaturali; e l'unguento delle streghe esser una
mescolanza d'aconito e belladonna, i quali per efficacia naturale
esaltano le fantasie.
Postel è uno de' più begli ornamenti del regno di Francesco I, il quale
gli affidò le cattedre di matematica e di lingue orientali, ove diede i
primi avviamenti alla filologia comparata. Ma lo tormentava l'idea d'una
religione nuova e universale, di cui egli stesso sarebbe il pontefice e
Francesco I il monarca, togliendo così la sconcordia dal mondo. Un
tratto s'invaghisce della mosaica, e si fa rabbino. A Roma trova che il
proceder dei Lojoliti è il più perfetto dagli apostoli in poi, e si fa
gesuita. A Venezia gli si presenta una donna di 50 anni, che lo ispira e
gli detta i trattati _De Vinculo Mundi_, _Della Madre Giovanna, o Delle
meravigliose vittorie delle donne_, e _Le prime nuove dell'altro mondo,
cioè l'admirabile historia et non meno necessaria et utile ad esser
letta et intesa.... parte vista, parte provata et fidelissimamente
scritta per Guglielmo Postello, primogenito della restituzione, e
spirituale padre della stupenda vergine venetiana, 1555_. Colà annunzia
l'apparizione di questa vergine veneziana, di cui la sostanza e il corpo
erano discesi in lui, e talmente fusi, che non egli viveva, ma ella
stessa, ond'egli non sentiva più la vita ordinaria, ma «sono in tal
dispositione che nè satietà nè bisogno del mangiare e bere non fan nulla
in me, imperocchè quasi tutta la natura del cibo se ne va in aria et si
disfa tal che a pena la centesima parte se ne va per la via naturale»;
asserisce esser «possibile che siano talmente aperti gli occhi di una
persona, che lei possa vedere localmente attraverso i corpi scuri, over
quello che nissuno altronde».
Marsilio Ficino, _De vita_, asserisce che è «assioma fra i Platonici, e
che sembra appartenere a tutta l'antichità, vi sia un demone a tutela di
ciascun uomo al mondo, e ajuti coloro, alla cui custodia è proposto.
Famigliare di casa Torelli di Parma era la figura d'una brutta vecchia,
la quale appariva sotto un camino quando dovesse morir uno della
famiglia».
Gli scrittori cattolici asseriscono che Lutero e Zuinglio aveano un
diavolo famigliare, e al diavolo portentosi fatti attribuiva Lutero.
Quel bisogno essenziale alla natura umana d'ampliare il mondo visibile
mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove
l'istruzione non dilata la vista sulla storia e sull'universo, avea
creato o qui trasferito dall'Oriente quelle fate benevole, che
appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, quali
la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli
altri giorni godevano della loro bellezza e d'una vita che partecipava
all'immortale. Anche il genio famigliare e i folletti mostravansi ora
amorevoli e serviziati, ora maligni ma in burle e arguzie. Un padrone
superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia
grossissima, o guai a lui: l'impresa eccedeva le forze del misero, che
ne rimaneva desolato sinchè un folletto gli si esibì, e presa in collo
la pianta come un fuscello, la collocò traverso alla porta del padrone,
indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla,
sicchè fu forza aprire un'altra porta: ciò accadde per l'appunto
nell'anno di grazia 1532. Il padre inquisitore Girolamo Menghi di
Viadana, persuasissimo di tali fatti, de' quali riempie il suo
libro[351], fra altri aneddoti curiosi racconta d'un folletto,
famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente
l'accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. Nel
1579 un altro in Bologna era innamorato d'una fantesca; se mai i padroni
la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole,
guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L'anno
appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla
trilustre: e il folletto giocava le più bizzarre burle; or rompere i
vassoj del bucato, or rotolare dalle scale grosse pietre, or di piccole
lanciarne a rompere i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di
rame e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre
dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno
stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso
il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l'anello, ecco
gli spiriti a piangere e pregare ch'esso predicatore li ricevesse a
proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli
con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un'orditura
per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo
all'inferno.
Lo stesso Menghi riferisce che, quando i signori Veneziani mossero
guerra al duca di Ferrara, trovandosi Alfonso d'Aragona duca di Calabria
in Milano con molti illustri signori, tennero lungo ragionamento intorno
agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso,
recitando ciascheduno le loro opinioni; il duca asserì «esser cosa
verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj, e
narrò che un giorno a Carrone di Calabria, gli fu narrato d'una donna
vessata da spiriti immondi. Egli se la fece condurre, ma niente
rispondeva nè movevasi come se fosse senza spirito. Il principe,
ricordandosi d'una crocetta che con certe reliquie portava al collo,
datagli da Giovanni da Capistrano, che fu poi santo, secretamente la
legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare e
torcere la bocca e gli occhi. Domandata del perchè, rispose, dovesse
levarle dal braccio quella crocetta perchè (diss'ella) ivi è del legno
della croce consacrata, dell'_agnus_ benedetto, e una croce di cera del
mio grandissimo nemico». Levate queste cose, ridivenne come morta. La
notte seguente andando esso principe a dormire, incominciò udire
fortissimi strepiti nel palazzo e nella propria camera, di maniera che,
chiamati alcuni servitori per sicurezza, vegliò fino a giorno; allora si
fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca
s'egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come
spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandole: «Ove eri tu
nascosto?» rispose lo spirito: «Nella sommità dello sparaviero che
circonda il tuo letto; e se non fossero stati quei cosi sacri che porti
al collo, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del
letto. Anzi ti saprò narrare tutto quello che jeri ragionasti
coll'ambasciatore de' Veneziani, perchè il tutto ho udito e saputo». E
così fece; di maniera che quel signore d'indi in poi restò persuaso che