Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 - 43

animo affinchè lo assolvessero, od anche, se non volessero venire
fino all'assoluzione, lo proscrivessero dal Regno, purchè finita la
causa non fosse poi consegnato all'Inquisizione». Da ciò si vede che
lo Scioppio avea già saputo essere stato il Campanella condannato nel
tribunale dell'Inquisizione, ma non avea punto capito da chi dovesse
venir sentenziato nel tribunale di Stato; poichè non i Segretarii
Vicereali avrebbero dovuto sentenziarlo, ma il Nunzio e il Consigliere
Baldovieto, nè il Nunzio avrebbe poi lasciato andare il Campanella
altrove che nelle carceri dell'Inquisizione di Roma.
In Germania lo Scioppio potè presentare all'Imperatore le lettere
del Campanella ma non le opere, per la semplice ragione che non le
aveva; poi disse che pure avendole non gli sarebbe stato possibile
presentarle, per le proposizioni che contenevano; ma veramente
le proposizioni, che a lui parevano compromettenti, si trovavano
nelle lettere più che nelle opere. Ad ogni modo dovè persuadersi
che l'Imperatore era informato di cose gravi intorno al Campanella,
e però egli scrisse da Ratisbona il 19 10bre 1607, e ripetè il 27
febbraio 1608, che poco o nulla doveva attendersi da quel lato. Forse
l'Imperatore avea avuto notizia dell'esservi stato certamente un
disegno di ribellione coll'aiuto del Turco; e secondo lo Scioppio,
gl'italiani medesimi residenti in Praga gli aveano dato cattive
informazioni sul Campanella (miseria, come si vede, non nuova). Andò
poi ad Oetingen e presentò la lettera del Campanella all'Arciduca
Massimiliano, il quale scrisse una commendatizia al Vicerè; e non
potendo ancora recarsi a Grätz, mandò là la lettera del Campanella
all'Arciduca Ferdinando, il quale dapprima si negò, ma otto giorni
dopo scrisse anche lui una commendatizia al Vicerè. Questo affermò lo
Scioppio, ed affermò pure di aver mandata la lettera al Re, facendola
presentare alla Regina insieme coll'opera della Monarchia di Spagna.
Ma si dolse che le promesse fatte in quelle lettere toglievano credito
al Campanella, parendo favolose, e se non bugiarde, almeno dettate
dalla tetraggine del carcere; nè mancò di rammentare che egli le avea
sconsigliate. Maggior fiducia mostrò di avere nelle commendatizie
dell'Arciduca Ferdinando, che diceva «suo patrono»; ma conchiuse che
non dovesse concepire speranze, che non dovesse confidare, come soleva,
più nell'aiuto umano che nel divino; se Dio non voleva esaudirlo, si
uniformasse e gli dimandasse la morte! Queste cose lo Scioppio scrisse
al Campanella in data del 27 febbraio 1608, e ci sembra veramente che
a siffatta lettera abbia dovuto seguire quella del Campanella al Fabre
da noi pubblicata, che comincia con le parole, «Mi scrisse il mio
Angelo Scioppio ch'io attendessi all'oratione, che più devo sperar in
Dio che negli huomini...; ho fatto a Dio questa oratione, che le mie
peccata non sieno impedimento all'attioni Scioppiane» etc.[480]; ci
sembra pure che ad una lettera del Fabre allo Scioppio, esprimente il
dolore e il timore del Campanella per le dette parole, abbia dovuto
seguire quella dello Scioppio al Fabre pubblicata or ora dal Berti, che
evidentemente è del marzo 1608 e non 1607, leggendovisi tra le altre
cose, «Quod meum officium, quo ut ad mortem aequo animo subeundam se
compararet monui, sic interpetratur quasi qui charitatem et opem ei
praecidere ac negare voluerim, suo more facit». Lo Scioppio, nella
lettera di cui parliamo si mostra ristucco del Campanella e de' suoi
sospetti, perocchè il Campanella tornava a dolersi del non essere state
le sue opere nè date alle stampe nè presentate all'Imperatore (la qual
cosa pur troppo era vera); e ripete ciò che egli ha fatto, e manifesta
che il suo patrono Ferdinando ha scritto più efficacemente di quanto
era lecito sperare, avendo chiesto al Vicerè non il trasferimento
ma la libertà del Campanella. Aggiunge per altro che l'invio della
lettera è stato ritardato; che tutti dubitano se sia bene farlo mettere
in libertà, essendo lui andato tanto innanzi con la sua pazzia, da
credersi un nuovo legislatore del mondo e perfino da anteporsi a
Cristo, «perocchè Cristo ebbe soli 5 pianeti ascendenti ed egli ne ha
6; queste cose son ventilate dagli amici suoi nelle aule medesime de'
Principi, e non può dirsi quanto abbiano alienato da lui gli animi
loro». Infine non dispera, e vuole che sieno trascritte compiutamente
le opere della Metafisica e de' Profetali, acciò possano mandarsi
quanto prima al suo patrono, in cui ecciterà il desiderio di vederle,
proponendosi intanto di presentargli la Consultazione per aumentare i
tributi del Regno, che egli, lo Scioppio, ha gustato molto.--Ognuno
avrà qui notata la proposizione de' pianeti ascendenti favorevoli,
e si sarà rammentato di fra Pietro di Stilo, che deponeva averlo il
Campanella saputo da un astrologo delle parti di Germania, conosciuto
nel S.^{to} Officio di Roma: la cosa riesce quindi confermata, ma
risulta anche chiarito che il Campanella l'aveva invece detto lui a
quel tale astrologo (Gio. Battista Clario), forse dopo di essere stato
messo sulla via di farne la scoperta dall'astrologo Abramo in Cosenza
ed Altomonte. Gio. Battista Clario era tuttavia il Protomedico della
Stiria, residente in Grätz presso Ferdinando come si rileva dal libro
de' suoi Dialoghi, stampato nel 1606; riesce quindi naturalissimo
ammettere che costui principalmente tra gli amici del Campanella abbia
manifestate le dette cose nell'aula del Principe, e che molto abbia
agito egli pure nel determinare Ferdinando a scrivere in favore del
Campanella, mentre conosciamo che alle prime istanze dello Scioppio
Ferdinando si era già negato. Sarebbe puerile il credere che costui,
il quale attendeva egualmente la sua stella per ascendere al soglio
Imperiale, abbia davvero provato disgusto pel Campanella tanto protetto
da' pianeti, e non invece curiosità di fargli indagare anche i pianeti
Arciducali: vedremo tra poco lo Scioppio raccomandare al Campanella
di volergli manifestare qualcuno dei segreti suoi utili a Ferdinando,
perchè questo avrebbe giovato non poco alla sua liberazione, e vedremo
anche Ferdinando stesso scrivere al Vicerè di farsi dire dal Campanella
questi segreti; era dunque stato tutt'altro che balordo il Campanella a
far tante promesse, come lo Scioppio diceva. D'altronde gli Arciduchi
solevano annettere molta importanza ai frati predicanti nelle guerre
contro i Maomettani, ed anche in questi ultimi mesi, a proposito della
canonizzazione del P.^e Lorenzo da Brindisi, ci venne rammentato che
costui, fondatore de' conventi cappuccini in Praga, Vienna e Grätz,
predicò nell'esercito guidato dall'Arciduca Massimiliano contro i
turchi, e nella sua lettera agli Arciduchi il Campanella non mancò
di dire, «jam paro libellum ad Pannoniae filios contra Macomethum».
Aggiungasi che in Grätz gli eretici aveano pure dato molto da fare
a Ferdinando, sicchè egualmente da questo lato il Campanella poteva
essergli utile come e quanto il Fugger stimava che sarebbe riuscito
utile a tutta la Germania; e da un brano di una delle lettere dello
Scioppio al Campanella, per verità non molto chiaro, si avrebbe motivo
di ritenere che Giorgio Fugger temesse di non poter avere con sè il
Campanella qualora fosse stato liberato da Ferdinando[481]. In somma
un'idea di tornaconto non mancava in tutti questi protettori, e il
Campanella l'avea calcolato con la sua solita avvedutezza, come avea
pure previsto che durando a lungo il gioco sarebbe sfumato; ciò forse
aumentava la sua impazienza anche più del giusto.
La 1^a lettera dell'Arciduca Ferdinando al Vicerè, almeno finoggi,
non ci è nota testualmente: sappiamo solo che l'Arciduca scrisse nel
principio dell'anno 1608 da Ratisbona, avendolo ricordato egli stesso
nella 2^a lettera, e che dimandò la liberazione del Campanella, ma
l'invio della lettera fu ritardato da un tale che non conosciamo.
Tutto induce a credere che in conseguenza di essa, o forse meglio in
attesa di essa per prevenire le sollecitazioni, il Campanella sia
uscito dalla fossa, rimanendo per altro sempre in S. Elmo. Una lettera
dello Scioppio al Campanella senza indicazione di luogo nè di tempo,
ma evidentemente riferibile all'aprile o maggio 1608 come vedremo,
comincia col dire, «Godo che le tue cose vadano un pochino meglio»,
ciò che indica essere avvenuto un cambiamento nelle condizioni del
prigioniero in febbraio o marzo. Continua poi col suggerire che scriva
particolarmente all'Arciduca Ferdinando, rendendo grazie dell'aver
cominciato a gustare il frutto delle sue commendatizie, pregando di
richiederlo in ceppi al Re di Spagna, con la promessa di restituirlo
quando e dove al Re piacerebbe, e dichiarando che in tre mesi avrebbe
fatto molte e così grandi cose a vantaggio dell'Arciduca e di casa
d'Austria, da dover confessare che a niun altro egli era tanto debitore
quanto allo Scioppio che glie l'avea raccomandato. Aggiunge inoltre
voler essere spiegate due opinioni sue che venivano censurate: come mai
il Peripateticismo, che avea messo tanta radice nella Chiesa, poteva
dirsi empio al punto da ritenere Aristotile precursore dell'Anticristo;
perchè mai bisognava affaticarsi a propagare la Monarchia Austriaca,
se l'Anticristo era prossimo, e per opinione di molti, poggiata sopra
alcune parole di Daniele, appena 45 giorni doveano passare tra la morte
dell'Anticristo e il giudizio universale. Aggiunge da ultimo che assai
avrebbe giovato comunicargli qualcuno de' segreti che egli possiede in
beneficio dell'Arciduca. Come ben si scorge, lo Scioppio riconosceva
finalmente che le grandi promesse non alienavano niente affatto gli
animi de' Principi, ed anzi, furbo com'era, si disponeva a gustarne lui
pure i frutti, espilando sempre; coglieva al tempo stesso destramente
l'occasione per essere illuminato sulle maggiori quistioni relative
all'Anticristo, suo tentativo continuo di espilazione. In fondo
poi, il consiglio che dava al Campanella, circa il modo di scrivere
all'Arciduca Ferdinando, era identico a quello che il Campanella aveva
posto in atto presso l'Imperatore; non avea potuto riuscire presso
l'Imperatore, ma conveniva tentarlo presso Ferdinando.--A questa
lettera dello Scioppio dovè certamente seguire quella che reca la
data del 13 giugno senza l'anno, e poi ancora l'altra in data del 7
novembre egualmente senza l'anno, entrambe da noi pubblicate[482];
giacchè vi si trovano riprodotte intere frasi dello Scioppio, vi si
parla del doversi ricorrere del tutto all'aiuto del patrono Ferdinando,
vi si risponde a' quesiti proposti. Nella 1^a lettera il Campanella
dà la spiegazione de' tempi dell'Anticristo e del Peripateticismo che
considera come uno de' capi dell'Anticristo medesimo, distinguendo
in questo 7 capi, 7 corna, ed anche una coda rappresentata da Gog e
Magog, con molte altre particolarità atte a solleticare maggiormente
la curiosità dello Scioppio: ma non si occupa della quistione de' 45
giorni, che interessava personalmente il suo interrogante come si vide
in sèguito e come egli avea capito fin da principio; si duole del resto
di non aver potuto mandare i Profetali, facendone nascere sempre più
vivo il desiderio, e cerca infine qualche sussidio per gli alimenti
e la trascrizione de' libri. Ma l'importante per noi è che riconosce
doversi riporre ogni speranza in Ferdinando, per opera del quale
solamente vede farsi sempre più sereno, mentre da niun altro c'è da
sperare; e ripete che deve ottenersi da Ferdinando il suo trasferimento
in ceppi presso di lui per tre mesi, manifestando che il Papa non aveva
potuto ottenere nè il trasferimento suo a Roma nè la terminazione della
causa _de jure_ in Napoli (la quale notizia non saprebbe dirsi donde
gli fosse venuta). Nell'altra lettura poi si rileva qualche cosa di
più. Lo Scioppio, irritato, non rispondeva già a molte lettere del
Campanella, principalmente perchè il filosofo sospettava sempre che
egli volesse farsi bello con le opere sue; ma gli premeva di sapere
come dovesse interpetrarsi la faccenda de' 45 giorni successivi alla
morte dell'Anticristo, poichè il Re d'Inghilterra lo aveva confutato e
deriso circa tale fatto; si era quindi rivolto a fra Serafino di Nocera
perchè procurasse una risposta dal Campanella, dicendo con furberia che
la confutazione cadeva meno sopra di sè che sopra lo Squilla, il quale
ammetteva doversi verificare dopo l'Anticristo la Monarchia de' Santi,
e però, laddove non producesse argomenti capaci di sodisfare, egli ne
avrebbe deriso i Profetali (è manifesto che i Profetali gli aveano
toccato il cuore). Questa lettera a fra Serafino era stata scritta il
23 ottobre e giunse nelle mani del Campanella il 7 novembre, d'onde si
potrebbe desumere che lo Scioppio si trovasse pur sempre in Germania;
ma forse qualche circostanza estranea impedì un sollecito arrivo della
lettera, essendo ad ogni modo indubitabile, per notizia tratta da una
lettera dello stesso Scioppio scritta assai più tardi a Cassiano del
Pozzo e da noi pubblicata, che il 1608 egli tornò a Roma in qualità di
Ambasciatore Cesareo per menare innanzi la lega Cattolica, e siffatta
circostanza non deve sfuggire. Il Campanella, nella sua risposta, si
duole della freddezza dell'amico, e soggiunge, «abbastanza in addietro
hai fatto per me, se non vuoi far altro, nessuno ti costringerà»;
ma avendo lo Scioppio affermato essere facilissimo e spontaneamente
offerto dal suo patrono il trasferimento «ad urbem», dice che lo
gradirebbe assai, amando meglio morire in grembo alla Chiesa che essere
ben nudrito in mano di nemici, e soggiunge, «non dire di non poterlo
fare, poichè altrimenti riterrò essere stato uno scherzo quanto hai
professato di aver fatto per me» (forse si alludeva al trasferimento da
S. Elmo nella città di Napoli, ma piuttosto a quello da Napoli a Roma,
essendo oramai certo che lo Scioppio non credeva utile quest'ultima
maniera di trasferimento, perchè il Campanella sarebbe stato rinchiuso
nelle carceri del S.^{to} Officio, e ne sarebbe rimasto contrariato
il Fugger che lo voleva presso di sè). Del resto, quanto alla Curia
Romana, il Campanella dice con disdegno ed alterigia, «cessino di
augurarmi il peggio in Roma; la terra tollera più facilmente un Sole
che due» (parrebbe che in Roma avessero conosciuto gli sforzi che
si facevano in Germania per averlo colà, ma non li avessero punto
approvati, e il Campanella avea dovuto persuadersi non esservi per
lui alcuna simpatia nella Curia, ma invece una decisa avversione).
Chiarisce poi la quistione de' 45 giorni successivi alla morte
dell'Anticristo, ed accenna che per lui questo tempo è di molti
secoli, facendo avvertire la necessità di distinguere i capi e la coda
dell'Anticristo, la necessità di bene interpetrare i tipi e i postipi,
il trigono nel tetragono, i fini latenti negli esordii (un mucchio
di particolarità astruse); ed aggiunge, «i Profetali potrebbero ora
servire, dì al Papa che comandi si portino a lui, e forse io pure sarò
trasferito con essi»; quindi cerca di rabbonirlo e dice, «ti aspetto
fra breve ed avrai ciò che desideri da me» (le quali circostanze
menerebbero tutte a far ritenere che lo Scioppio già si trovasse in
Roma), ed infine chiede che gli mandi il libro del Re d'Inghilterra,
perchè risponderebbe egli medesimo, e questo forse gli profitterebbe di
più (ma non manda niente affatto i Profetali).
Non conosciamo finoggi altre lettere del Campanella allo Scioppio,
comunque apparisca possibile che ve ne siano state ancora. Aggiungiamo
poi che nell'intervallo scorso tra gl'invii delle due lettere suddette,
nell'autunno 1608, dovè accadere la venuta del Fabre a Napoli, nella
quale egli «lasciò» al Campanella un quesito _Sul Pieno e sul Vacuo_; e
il Campanella vi rispose, e in fine della sua risposta, che fu da noi
pubblicata, disse che stava «più stretto di prima quanto allo scrivere»
e che sperava venisse una lettera da Ferdinando, per la quale potesse
andare presso di lui; tale circostanza fa determinare con esattezza la
data che nella risposta manca, e giova tener presente che a tale data
i rigori verso il Campanella non erano del tutto cessati[483]. Bisogna
anche dire, secondo le notizie tratte dall'Epistolario romano, che
tanto lo Scioppio in Germania quanto il Fabre in Roma aveano cominciato
ad occuparsi della traduzione delle opere del Campanella: il Fabre
faceva tradurre in latino e in tedesco il _Dialogo contro i Luterani_,
e lo Scioppio, che ne sollecitava l'invio al Fugger, faceva tradurre in
latino i _Discorsi a' Principi d'Italia_ ed anche il primo libro degli
Antiveneti; ma di tutte queste traduzioni non si vide mai la fine.
Del pari non si vide mai la conchiusione della mossa del Campanella
presso Ferdinando così come era stata concertata con lo Scioppio, vale
a dire che Ferdinando scrivesse al Re di Spagna di lasciar venire il
Campanella in ceppi presso la persona sua per tre mesi: invece se ne ha
una lettera al Vicerè in data di Grätz 3 ottobre 1608, con la quale,
accennando all'altra sua precedente inviata nel principio dell'anno,
dice che, sebbene non gli sia nota la causa della continuazione della
prigionia del Campanella, essendo informato che questo soggetto «per
la sua rara dottrina può far gran profitto nella religione Cattolica,
sì come massime in questi tempi simili persone sono molto necessarie»,
prega S. E. «di fare gratia al nominato Campanella, liberandolo quanto
prima della sua ritentione», ciò che sarà a lui «et a' principali
altri, che fanno la medesima instanza, di molto gusto». Come mai
Ferdinando desistè dal chiedere il trasferimento del Campanella presso
la persona sua? Forse egli seppe che questo non piaceva punto a Roma,
dove per lo meno si dovea pretendere che il prigioniero venisse a
scontare nel S.^{to} Officio la condanna riportata, onde il Campanella
ebbe poi a dire «cessino di augurarmi il peggio in Roma»; forse
anche il progetto di far dimandare quel trasferimento fu un semplice
artificio dello Scioppio per indurre il Campanella a rivelargli
qualcuno de' segreti, de' quali avea dapprima biasimata la promessa.
Forse vi fu l'una e l'altra cosa insieme, ma privi della lettura di
tutti i documenti noi non siamo in grado di tentarne l'interpetrazione:
solo possiamo dire che il Berti assicura essersi dalla lettera ottenuto
il semplice trasferimento del Campanella dal Castel S. Elmo al Castel
nuovo. Dobbiamo poi aggiungere che vi fu ancora un'altra lettera
di Ferdinando al Vicerè, scritta ad istigazione di Giorgio Fugger
in data di Grätz 10 maggio 1609, e in questa non si parlò più di
liberazione del Campanella, ma invece di due altre cose ben diverse,
che meritano di fermare l'attenzione. Ferdinando pregò S. E. in questi
termini: «di dar ordine et procurare affine che detto Campanella
finisca senza impedimento e dimora i suoi libri della Matematica,
d'Articoli profetali et anco della Metafisica. E tanto maggiore sarebbe
l'appiacere se mi fossero mandati essi libri, come spero non l' sarà
contrario. E poichè molti degni di fede rendono testimonianza et
affermano che l'istesso Campanella habbi per il rarissimo suo ingegno
et sottil intelletto molte cose di palesare che ridondano in utile et
beneficio della M.^{tà} Cat.^{ca} mio sig. cognato, e della nostra casa
d'Austria, sarebbe ben fatto che V. Ecc.^{za} lo facesse venir avanti
di sè, et intendesse quelli suoi secreti; si come la prego a farlo per
amor mio, et comunicarmi poi quel tanto che l' parerà necessario». A
questa lettera il Vicerè avrebbe risposto «che non era in sua facoltà
di far uscire il Campanella»: come ognuno vede, tale risposta non ha
alcuna relazione con la proposta, e potrebbe intendersi meglio in
relazione con la lettera antecedente. Ma ad ogni modo, con l'ultima
lettera, a che riducevasi infine la protezione accordata da tutti
questi Signori al Campanella? Ad una pura e semplice espilazione e su
tutta la linea, col riconoscimento di qualità superiori nell'uomo
di cui s'intendeva carpire le opere e i consigli; e ciò forma il più
grande elogio del Campanella, e dovrebbero riflettervi coloro i quali
trovano in lui tanti difetti, e cercano sparger dubbî perfino sulla
sua capacità e sulla sua dottrina. Con tanti difetti, con tanto poca
capacità e dottrina, per sì lungo tempo e con sì grande ardore egli fu
stimato in Germania quasi indispensabile per tener fronte agli eretici
di quell'età: non è a nostra notizia che parecchi individui siano stati
stimati altrettanto[484].
È inutile oramai per la nostra narrazione vedere come anche il Fugger
dopo altri tentativi presso la Corte di Madrid, venuto egli medesimo in
Napoli nel 1610, si fosse raffreddato definitivamente, e il Fabre e lo
Scioppio si fossero persuasi che il Campanella «stava bene dove stava»,
con accompagnamento anche di dileggi villani e spudorati da parte dello
Scioppio: la nozione chiara del disegno di congiura d'accordo col
Turco, e il convincimento che varie cose, e tra le altre le apparizioni
dì diavoli, fossero state simulate per uscire dalla prigione, tolsero
al Campanella ogni appoggio; ed è indubitabile che cessato questo
appoggio, i rigori del carcere furono per lui sempre più mitigati
dal Governo Vicereale. A noi importa qui principalmente mettere in
luce, che in tutti i maneggi per la liberazione del Campanella non
vi fu la menoma partecipazione della Curia Romana. Nella nostra
precedente pubblicazione sul Campanella avevamo combattuta la pretesa
«missione Papale avuta dallo Scioppio per trattare la liberazione del
prigioniero», ed anche negata la venuta dello Scioppio in Napoli che
dicevasi effettuata nel 1608, essendoci costui apparso senza dubbio un
protettore del Campanella ma col fine recondito di espilarne le opere:
i nuovi documenti datici dal Berti hanno provato che vi fu una venuta
dello Scioppio, ma nel 1607, ed hanno confermato appieno che la Curia
Romana non contribuì per nulla a' tentativi di liberazione ma forse li
contrariò, ne hanno affatto smentito che lo Scioppio fu principalmente
un espilatore. La missione Papale avuta dallo Scioppio fu già affermata
dal Naudeo, il quale nel _Syntagma_, a proposito de' libri inviati allo
Scioppio, fece dire dal Campanella «omnes jam dictos libros Scioppius
a me accepit anno 1608, cum venit missus a Paulo V meam tractaturus
libertatem, dedi etiam et Atheismum triumphatum»: e rimarrà sempre un
esempio di grande distrazione l'aver voluto trovare nella lettera del
Campanella con la data del 1607, posta qual Proemio dell'_Ateismo_
e pubblicata dallo Struvio, la conferma di una venuta che dicevasi
effettuata nel 1608; così pure l'avervi voluto trovare la conferma
della missione favorevole data allo Scioppio da Paolo V, mentre vi si
legge, «Levitae et Sacerdotes pertransierunt me absque benedictione...,
jacebam prastolans mortem sicut Elias sub junipero, tu autem tanquam
Angelus me ad vitam excitasti, sed subcineritium panem non attulisti,
in cujus fortitudine me usque ad Oreb faceres ambulare». Il Campanella
in una prefazione a nomo del tipografo, apposta alla ristampa
dell'opera _De Sensu rerum_ fatta in Parigi il 1637, disse che al pari
di Tobia Adami e Rodolfo di Bima venuti in Napoli il 1613, anche lo
Scioppio si aveva procurate dagli amici tutte le opere che egli avea
composte «in anno 1608»; ma in una data più vicina a questa di cui
trattiamo, nel 1631, quando potè pubblicare per la prima volta in Roma
l'_Ateismo debellato_, nella prefazione disse, «misi hunc libellum
amico ut proficeret in Germania, anno Domini 1607, multosque libros
meos»; nè in alcuno di questi due brani parlò mai della missione data
allo Scioppio da Papa Paolo. Il Naudeo, che fu il vero redattore del
_Syntagma_, venne forse tratto a scrivere ciò che scrisse, rilevando
l'anno dal primo de' due brani suddetti, ed aggiungendo la circostanza
della protezione del Papa pel gusto inopportuno di recar gloria al
Papato e vantaggio alla riputazione del Campanella: egli avea già fatto
lo stesso scrivendo il celebrato _Panegirico_ ad Urbano VIII, in cui
non solo esaltò questo Papa qual protettore del Campanella, ma anche
Gregorio XV, Paolo V, e perfino Clemente VIII, che aveva certamente
inaugurato l'abbandono del filosofo nelle mani degli spagnuoli. Ma,
al solito, lo stesso Naudeo parlò nuovamente della venuta dello
Scioppio a Napoli in una lettera privata diretta appunto a lui, che
fu pubblicata dopo la sua morte e che noi non mancammo di ricordare;
e in questa lettera parlò ben diversamente dello scopo della venuta a
Napoli, riducendolo alla semplice voglia di vedere il Campanella, senza
alcuna missione Papale. «Neapolitanum iter, quod _ejus tantum invisendi
gratia_ susceptum a te fuit»; e del resto per non mancare all'abitudine
dell'elogio continuo, vero o falso, il Naudeo aggiunse essere stato
dallo Scioppio procurato al prigioniero l'assegno di una non mediocre
quantità di danaro per vitto e la concessione di una somma libertà, i
quali beneficii sappiamo veramente essere stati goduti dal prigioniero
alcuni anni dopo[485].--Non paia eccessivo questo trattenerci a lungo
sul fatto della missione Papale: se ci fossero elementi capaci di
accreditarlo, il fatto riuscirebbe sufficientemente grave; e per esso
appunto siamo entrati ne' tanti e tanti particolari di ciò che avvenne
dal 1607 in poi, giacchè altrimenti ci sarebbe bastato dire che il
Campanella non trovò ascolto favorevole alle sue dimande nè in Roma nè
in Spagna, in nessuna delle due parti che avrebbero potuto realmente
dare un termine a' suoi guai. Qualora avesse dovuto accogliersi
il fatto di una missione di Paolo V «per trattare la libertà del
Campanella» od anche una partecipazione di Paolo V a' maneggi altrui
per farlo uscire in libertà, sarebbe apparso molto naturale essere
state mandate buone al Campanella le ragioni da lui addotte in difesa
presso la Curia, circa la congiura e l'eresia, essersi riconosciuta
ne' guai del Campanella una pura e semplice soperchieria di Spagna:
per verità questo non avrebbe scosso dalle fondamenta ciò che abbiamo
esposto massime intorno alla congiura, mentre la Curia mille volte
pretese essere stati calunniati i delinquenti sol perchè clerici;
ma avendo spesso abbandonato gl'imputati ecclesiastici anche appena
sospetti, ogni qual volta trattavasi d'imputati politici, sarebbe
sempre rimasto un motivo di dubbî e di perplessità. Invece è chiaro
che Paolo V, già guarito della mania dell'immunità ad ogni costo dopo
la faccenda di Venezia, avrebbe potuto solamente reclamare dal Governo
Vicereale che si pronunziasse una volta la sentenza nella causa della
congiura in persona del Campanella, la qual cosa nemmeno il filosofo
desiderava, ma non mai trattare perchè egli fosse posto in libertà.
Essendo stato dal suo antecessore, con un Breve in piena regola,
istituito un tribunale ecclesiastico speciale in Napoli, non avrebbe
potuto seriamente esigere che il Campanella fosse stato giudicato
dal tribunale Romano com'egli dimandava: è superfluo poi dire quanto
grave sarebbe riuscito l'accogliere l'altra dimanda del Campanella,
l'annullamento di un giudizio di eresia, menato innanzi con tutta
la solennità possibile, sotto l'ingerenza continua della rispettiva
Congregazione Cardinalizia preseduta dal medesimo Papa antecessore. Ed
appunto perchè vi era stata una condanna in siffatto giudizio, riesce
chiaro che il Papa avrebbe sempre dovuto esigere che il Campanella, non
appena uscito dal carcere di Napoli, l'espiasse, e non andasse già a
predicare contro gli eretici, mentre con quella condanna egli medesimo
era stato implicitamente dichiarato un eretico: sotto tale rispetto è
pure da notarsi che lo Scioppio, consapevole della condanna e tanto
svisceratamente attaccato al Papa e alle istituzioni Cattoliche, vi
si sia mostrato davvero tanto poco ossequente; ma vediamo anche oggi
dove vada per solito a parare lo sviscerato attaccamento al Papa e alle
istituzioni Cattoliche.
Inutili dunque riuscirono gli appelli, le suppliche, le lettere del
Campanella, e gli sforzi de' suoi protettori, compresi quelli attuati
per mezzo dello Scioppio, non approdarono a nulla: egli rimase nel
carcere, dove i rigori furono ulteriormente mitigati sempre, ma non si
venne mai più alla sentenza, essendosi poi col tempo perfino disperso
o bruciato il processo, sicchè, anche volendo, non si sarebbe potuto
sentenziare. E vogliamo dire che egli non cessò mai di serbare viva
gratitudine verso coloro i quali si adoperarono per lui, verso lo