Donne e fanciulle - 05

doveva fare. Fare; fare qualche cosa di bello, di grande, qualche cosa
difficile, da lasciare Minni intontita per la meraviglia.
Per questo, la presenza di Giorgio era tanto cara a Minni; e quand'egli
tornava a casa per la colazione e pel desinare, la fronte della moglie
si spianava; egli chiacchierava, rideva, raccontava aneddoti, e non
parlava quasi mai dell'avvenire, così esso gli sembrava certo e vicino.
— Coraggio, _Mì_! Ancora un poco. I milanesi ci aiuteranno.
— Ma dicevi, l'altro giorno, che ci hanno abbandonati!...
— No; malinconie del quarto d'ora. Io li conosco: prima di gettarsi a
una impresa, ci riflettono; e poi vi si mettono con l'unghie e con i
denti, e giungono dove vogliono.
— E Pizzi come la pensa? — domandava Minni.
— Pizzi lavora per me; tutte le sue conoscenze di Milano sono ai miei
ordini. Anche ieri, il conte Virgili, che sarebbe il più forte
azionista, gli ha scritto di pazientare; la cosa si farà, e io non sarò
dimenticato. Voglio regalarti una pelliccia così grande, da formarti uno
strascico, e tutti chiederanno per le strade: “Chi è quella pelliccia
che cammina?„ Del resto, amica mia, se questo progetto dovesse fallire,
verrà dell'altro....
— Che cosa?...
— Dell'altro, dell'altro! Non so.... —
E Giorgio faceva in aria un gesto largo, che riassumeva tutte le
possibilità, tutte le aspettazioni, tutto l'avvenire.
Ma la donna era rimasta silenziosa, meditando.
Il conte Virgili! Ella lo aveva conosciuto a Roma, o a Firenze, non
ricordava più; ricordava però ch'egli era vedovo, con una figliuola di
ventidue anni, Virgilia Virgili, che poteva piacere; era alta e diritta.
“È un bel pioppo!„ aveva detto una volta Giorgio, parlando di lei. E
aveva una selva di capelli bruni, che le piovevan sugli occhi glauchi.
Male avvezzata dal padre, ricca, capricciosa, educata all'americana,
audace e scaltra, s'era messa a scherzare con Giorgio, e scherzava
troppo, orribilmente, non come una fanciulla vereconda, ma come una
donna procace.
Poi era venuta la povertà, e Giorgio aveva sfuggito la giovane, per
superbia.
Ora eccola ricomparir nella loro vita; quel demonio era ben capace di
persuadere suo padre a favore di Giorgio e di far cadere su di lui la
scelta, per richiamarlo a Milano e tornare alle schermaglie d'una volta.
Minni ricordava con terrore segreto la bocca della fanciulla, una bocca
grande con labbra tumide color di corallo, una bocca fatta apposta per
mordere e per divorare.
*
Ma i giorni passavano; qualche volta, la lampada a petrolio non era
sufficiente a riscaldar la camera, e Minni stava sull'agrippina, avvolta
in uno scialle, freddolosa e triste; oppure si coricava presto, subito
dopo cena, e dormiva, faceva la cura del sonno, a pugni stretti.
Dormire era tutta la felicità concessa dalla sorte; dormire significava
riposar dai pensieri, arrestar la fantasia, non precorrere il tempo e
non ricordare il passato; ma quando il giorno grigio entrava dalla
finestra, pareva recare sul guancialetto di Minni una tediosa baraonda
di cure e di spaventi.
E si alzava piano, piano, per non destare Giorgio; occupava un'ora ad
assettarsi, e raccolti i capelli con un nastro azzurro, preparava il
caffè, poi svegliava Giorgio, il quale aveva l'abitudine d'aspettare ad
occhi chiusi ch'ella lo chiamasse, perchè lei era il suo orologio.
Egli non era mai stato così buono come in quel tempo; le altre donne non
esistevano per lui. Gli si era piantata nel cervello l'idea fissa di
strappare Minni a quelle sofferenze, e l'idea gli bastava, gli riempiva
la vita, lo faceva austero. Nascondeva le ansie più crudeli e cominciava
a dubitare a sua volta del trionfo imaginato. Ogni giorno, appena
arrivato alla cartiera, andava da Riccardo.
Riccardo Pizzi, un giovane di ventisei anni, dalle forme erculee e dal
placido volto, aveva da solo aiutato Giorgio, dandogli un impiego
nell'amministrazione della cartiera; ma i caratteri dei due uomini
parevano fatti apposta per non andar d'accordo.
Riccardo nervoso e pigro; Giorgio, nervoso e veemente; Riccardo ideava
gli affari che Giorgio criticava spesso e tentava qualche volta
d'impedire, parendogli che l'amico s'ispirasse a un ottimismo
pericoloso.
In due anni di vita comune, Giorgio aveva dato tante prove di
sollecitudine e di perizia a Riccardo, che questi se n'era fatto il
consigliere, pure arrabattandosi per difendere i propri disegni, e
strillando contro Giorgio, che voleva persuaderlo d'aver torto. La loro
amicizia era una continua guerra, ma si volevano molto bene, e Riccardo
si rammaricava di non poter offrire a Giorgio un lauto stipendio e di
vederlo ridotto a un impiego di tanto inferiore alla sua capacità e al
suo ardire.
— Ebbene, niente? — chiedeva Giorgio, ogni mattina, appena giunto alla
cartiera fuor di Porta Salaria.
Riccardo si stringeva nelle spalle, dolente di non poter dare la più
piccola notizia.
E il silenzio ostinato di quegli azionisti, il tempo che passava, la
melanconia di Minni, cominciavano a scuotere anche la fede di Giorgio.
Ma egli aveva in cuore una forza quasi mostruosa: non credeva alla
sventura, nè al pericolo, nè alla morte. Dopo un istante di dubbio,
l'animo gli si spalancava non alla speranza, ma alla certezza; e
Riccardo l'aveva udito più volte canterellar le romanze delle opere in
voga, stonando insolentemente.
Era allegro e diffondeva intorno l'allegria, cosicchè Riccardo Pizzi
stava ad ascoltarlo stupito, credendo che Giorgio avesse ricevuta la
notizia lungamente attesa.
— Perbacco, io t'invidio! — diceva Riccardo.
— Hai ragione, — rispondeva Giorgio. — Hai ragione d'invidiarmi, perchè
vedrai....
— Vedrò?
— Vedrai, vedrai! La vita non è che una cosa, e io sento che riuscirò ad
afferrarla e a tenerla. Vedrai che io saprò impadronirmene!
*
Un giorno, un tepido giorno di febbraio, mentre col libro sulle
ginocchia stava guardando le ochette che guazzavano nel lago di Villa
Umberto, Minni vide comparirle innanzi Giorgio, tranquillo come di
solito, la sigaretta fra le labbra.
— Addio, _Trill_! — egli disse sorridendo. — Vieni: voglio condurti a
fare una passeggiata in carrozza: e poi andremo all'Aragno e ti comprerò
molti dolci....
— Che cosa c'è? — esclamò Minni, alzandosi dal sedile di pietra.
— Nulla: non c'è nulla, — rispose Giorgio. — Vieni: troveremo una
carrozza fuori del giardino!
— Ma tu sei pazzo, caro! — osservò la donna. — Sai che non possiamo far
queste spese....
Giorgio passò il braccio sotto il braccio della moglie, e così
s'avviarono.
— È una mia idea, — egli rispose. — Credo che mi porterà fortuna: una
bella passeggiata, e poi molti dolci! Sono stufo di tante privazioni e
di tanta economia: voglio cambiar metodo, e spendere tutto ciò che ho in
tasca.... Vedrai che le cose andranno meglio!
Ma la donna sentiva ch'egli non era sincero, e quando furono in
carrozza, cominciò a tempestarlo di domande: era seguita qualche novità?
avevano scritto? c'erano almeno speranze?
Giorgio sorrideva, negando. Nulla!
— Va alla Banca d'Italia! — ordinò al cocchiere, appena la carrozza ebbe
oltrepassato i cancelli del parco.
Minni battè le mani, trattenendo un grido.
— Oh Giorgio, — esclamò. — Come sei cattivo! Perchè non vuoi dirmi?...
— Non voglio dirti che cosa? Vado alla Banca d'Italia a trovare un mio
amico cassiere.... Te lo presenterò: è un giovanotto simpaticissimo.
La donna scosse il capo.
— No, no, — disse. — Non è vero! Tu mi nascondi qualche cosa, e io
voglio sapere. Voglio sapere, o piango!
Giorgio diede in una risata, accarezzando le mani della moglie.
— Ebbene, — dichiarò, — vado a riscuotere un vaglia di duemila lire per
Riccardo....
Ma vedendo Minni rabbuiarsi e il caro volto coprirsi della solita
espressione di tristezza, Giorgio non ebbe il coraggio di prolungare lo
scherzo.
— Suvvia, hai indovinato! Le duemila lire sono per me!
Questa volta, egli temette che Minni gli svenisse tra le braccia.
— Coraggio! — disse con accento tra serio e scherzoso. — Son duemila
lire che la Società mi manda pel viaggio e pel trasporto....
— Oh Giorgio, com'è bello! — esclamò la donna con voce soffocata.
— Pel trasporto del mobiglio che non abbiamo! — seguitò Giorgio ridendo.
— Te l'avevo detto, _Mì_?... Ero sicuro di riuscire.... Lo sapevo da tre
giorni, del resto, e aspettavo che il denaro fosse giunto per dirti ogni
cosa....
Tacque; gli occhi della donna s'erano inumiditi dalla gioia: il suo
pensiero galoppava, il cuore le batteva veloce, ed ella avrebbe voluto
baciare subito Giorgio, ma erano in carrozza scoperta e il Corso
formicolava di uomini e di vetture.
Minni guardò attentamente il marito.
— Da tre giorni? — ella ripetè. — Da tre giorni sapevi tutto?
— Sì, non v'è nulla di strano! Attendevo il denaro per farti questa
sorpresa. —
Minni fissò nuovamente Giorgio. Qualche volta l'anima di lui le faceva
paura, e quella padronanza di sè medesimo la stupiva. Egli era potuto
rimaner tranquillo per tre giorni, senza che il suo viso lo tradisse,
senza che una parola, un accenno, un'esclamazione gli sfuggissero dalle
labbra; impassibile e sicuro, aveva taciuto...!
— E non eri contento, non eri felice? — chiese Minni.
— Contento senza dubbio; ma d'altra parte, non meravigliato affatto,
perchè io sapevo che avrei vinto.... E se non avessi vinto ora, avrei
vinto più tardi!... Noi non dobbiamo colare a picco. —
E quasi involontariamente, canterellò piano, a fior di labbra:
“Io son Titania, la bionda....„
— Che pazzo! — disse Minni con un sorriso. — E quando partiremo?
— Fra otto giorni. Addio, Roma; addio, bella Roma! Ti dispiace, _Mì_, di
lasciare Roma?
— No, abbiamo tanto sofferto!... —
Giorgio non aggiunse parola. Avevano molto sofferto a Roma, e a lungo;
ma che cosa li attendeva a Milano? soltanto una larga agiatezza era
certa; al di là non si vedeva, non si sapeva nulla. Un turbinìo di
lavoro e di battaglie, forse un turbinìo di gioie e di dolori, fors'anco
un cumulo di delusioni....
Giorgio si scosse quando la carrozza si fermò innanzi al palazzo scialbo
e massiccio della Banca d'Italia, e lasciando Minni in vettura, egli
scese.
La donna, rimasta sola, s'abbandonò interamente al sogno; ideò
l'avvenire in mille modi, e a un tratto le venne il pensiero che Giorgio
avrebbe conosciuto molte donne, avrebbe rivisto Virgilia, sarebbe stato
accolto in tutte le case, ricominciando la vita d'avventure, che la
povertà e la disgrazia avevano interrotto.
Minni sentì nel cuore un turbamento crudele. Quali donne avrebbe egli
conosciuto? L'ospitalità lombarda, così pronta e cordiale, gli si
sarebbe subito offerta, e lo spirito alacre e animoso di lui avrebbe
subito creato intorno a Giorgio molte amicizie....
Fra quelle donne ancora ignote, egli avrebbe forse incontrato colei che
doveva piacergli ed amarlo; sul volto impassibile, nessuno avrebbe
potuto leggere l'ansia della conquista, la gioia del trionfo, gli
spasimi della gelosia.... Oh Giorgio sapeva ingannare, come sapeva
essere audace e leale! E lei, Minni, sarebbe vissuta fra le torture del
dubbio....
— Avrai molto, molto da lavorare? — ella chiese, mentre Giorgio risaliva
in carrozza e sedeva al suo fianco.
— Va all'Aragno! — disse Giorgio al cocchiere; poi volgendosi a Minni,
rispose: — Sì, molto, specialmente sui primi tempi, giorno e notte,
finchè tutto sia ben disposto....
Dal petto di Minni sfuggì un tale sospiro di soddisfazione, che il
marito la guardò con meraviglia.
— Sei contenta ch'io abbia da lavorare? — egli domandò.
— Sono felice: vorrei che tu non avessi nemmeno un'ora di riposo....
Ma appena pronunziate queste parole, si morse le labbra, e guardò
Giorgio con lo sguardo turbato.
— Io non amo che te, e amerò te sola, sempre! — egli disse,
accarezzandole le mani.
Poi, volendo egli stesso sfuggire alla visione dell'ignoto, cominciò a
parlare di ciò che avrebbe fatto a Milano, dell'opera vasta e difficile
che lo aspettava. E così discorrendo, i suoi occhi si oscuravano, quasi
tutta l'energia dell'anima vi si raccogliesse in una torbida potenza....
La cosa, quella cosa vile e infida ch'è la vita, egli la teneva in pugno
e l'avrebbe foggiata a suo piacere, usando la forza e la lusinga, la
dolcezza e la violenza. Udiva nelle orecchie risonare un canto di gioia.
Parlava ancora e ancora Minni stava ad ascoltarlo con voluttà, quando la
carrozza giunse sul Corso e si fermò innanzi all'Aragno.
La notizia della prossima partenza di Giorgio Spinarosa s'era propagata
in quei giorni tra i suoi amici; e non appena egli fu seduto, molti
vennero a complimentare lui e Minni.
Giorgio non aveva ancor potuto misurare tutta la viltà dell'anima umana,
e fu sbalordito. C'era della gente ch'egli salutava appena con un cenno
del capo, e che gli si protestava d'un tratto devota e obbediente;
altri, i quali avevan temuto nei giorni della sventura, ch'egli li
richiedesse d'un favore e perciò evitavan di salutarlo o almeno di
fermarsi, gli si precipitavano ora incontro, adulandolo con
un'insistenza fastidiosa.
— Era giusto, era giusto, — diceva qualcuno. — Ti si doveva una
riparazione, il riconoscimento del tuoi meriti.... Bravo! sai, volevo
raccomandarti mio fratello, ma ne parleremo domani....
— Oh, caro Spinarosa! Io cercavo di lei per presentarle le mie
felicitazioni. Conosce mio cugino? Credo che mio cugino, pratico di cose
commerciali, potrebbe essere utilissimo!... Se non la disturba, lo
manderò da lei prima ch'ella parta....
— Di', Giorgio! Ricordati che ti sono stato sempre amico.... Mi
contenterei di tanto poco! Un posticino piccino, piccino....
Minni, che assisteva a quella sfilata e mangiava intanto certi dolci con
la crema, insudiciandosi le mani come un bamberottolo, finì per
nausearsene; per nausearsi degli uomini e dei dolci.
— Andiamo, — ella mormorò sottovoce a Giorgio. — Sono molto stanca!
— Hai visto? — disse Giorgio, quand'ebbero ripreso posto in carrozza. —
Hai visto quelle canaglie, come strisciano? E una settimana fa, avremmo
potuto morir di fame e di freddo, senza ch'essi stendessero la mano....
Ah no, rimanete qui, perdio! Io vi dimenticherò; è tutto quello che
posso fare per voi....
Minni tacque. Ella era molto stanca davvero, e ripercorrendo in carrozza
le strade note, Via Mercede, Capo le Case, Porta Pinciana, e ricordando
i giorni in cui andava a comperar da cena, un po' di sardine e un po' di
ulive, fu presa da una nera melanconia.
Che cosa li attendeva a Milano? Quali donne avrebbe Giorgio conosciuto?
Sarebbe stato sempre così buono come in quel tempo?
Rivide la bocca ardente e vorace di Virgilia Virgili, e sentì un
brivido.
Rientrando in casa, i suoi occhi caddero sulla cara lampada a petrolio
che illuminava e riscaldava la camera; salutò il letto nitido ed ampio,
e l'agrippina, e la piccola tavola su cui si stendeva la tovaglia, che
Giorgio qualche volta gettava indosso alla sua donna, come un manto....
Avvertì che il dolore e la povertà avevano strette le loro anime con un
nodo tenace, cui l'agiatezza e il godimento avrebbero allentato o
sciolto per sempre.
— _Mì_, quanti dolci avete mangiato oggi! — disse Giorgio sorridendo, e
togliendo a Minni il cappello, per baciarla sulla chioma bionda.
Minni girò l'occhio intorno, smarrita; e sentendo un'angoscia nuova
salirle alla gola, nascose il volto nel petto di Giorgio, e mormorò con
uno scoppio di lagrime:
— Ahi, Giorgio, come si stava bene, come si stava bene, qui! —


L'AMORE DEGLI ALTRI.

Iginio Malaspina, detto Gin dagli amici, accavallò una gamba sull'altra,
soffiò dalle nari il fumo della sigaretta e lanciò a Silvio Baldeschi
una sguardata velatamente ironica.
— Laura sarà qui tra breve, — disse. — È uscita da poco tempo con la
carrozza, e non può tardare. Mi dispiace che tu aspetti.
Nella voce di Gin si sarebbe potuto rintracciare quello stesso lieve
sarcasmo che gli si leggeva nell'occhio. Era sui cinquant'anni, alto e
contesto di nervi, i capelli fulvi, i baffi tagliati all'americana, la
mandibola inferiore sporgente. Innanzi a lui, Silvio pareva un
fanciullo, pallido, nel cui sguardo passava un'onda di sentimento
piuttosto che di volontà.
— Sono lietissimo di barattare quattro parole con te, — rispose, non
curandosi nemmeno di dare un'espressione sincera a quella bugia
d'obbligo.
— Fuma! — disse Gin, avvicinandogli sulla tavola, intorno a cui stavano
seduti, il barattolo delle sigarette. — Mia moglie sapeva che saresti
venuto a farle visita?
E pensò nel medesimo tempo:
— Anche lui! A qual punto è arrivato?
— La contessa? — rispose Silvio, con lo stesso fare distratto. — Mio
Dio, sì, credo di averle detto iersera a teatro....
— Ed è uscita! — interruppe Gin. — Ma stamane ci hanno avvertito che la
zia Lorenza è indisposta, e Laura è dovuta andare a trovarla....
Da otto anni, da quando aveva sposato Laura, Gin s'era visto passare
innanzi una sfilata di giovani, d'uomini maturi, anche di vecchi, i
quali tutti, l'un dopo l'altro, avevano tentato di portargli via la
moglie. Li conosceva benissimo; i più volevano Laura per vanità, perchè
aveva fama di virtù quasi selvatica; altri per provare, per il romanzo;
pochi per amor vero, quantunque non tenace nè profondo. Cominciavano
scherzando, spiegavano le stesse arti, s'accaldavano vie più, eran messi
a dovere e se ne partivano, o s'acconciavano a diventare amici. “Vengono
grassi e se ne vanno magri„, pensava Gin, accarezzandosi i baffi
rossastri per nascondere la bocca che sorrideva. Tutti quei postulanti
ignoravano l'orgoglio senza freno di Laura, la quale avrebbe dato odio
invece d'amore all'uomo che fosse stato capace d'impossessarsene.
Silvio Baldeschi era diverso. Gin non avrebbe potuto dirne la ragione,
ma lo sentiva.
E aspettando Laura, lo intratteneva quel pomeriggio con una discorsa
politica, in cui spiegava una facondia inutile, perchè Silvio la pensava
come lui.
L'impazienza del giovane non si tradiva che al movimento continuo con
cui batteva del piede sinistro sotto la tavola il tempo d'un galop
impercettibile. Il tumulto intimo ond'era travagliato da più mesi e il
contegno di Gin, la squisita cortesia del quale lasciava capir tuttavia
ch'era uomo con cui bisognava fare i conti, lo turbavano sempre,
serrandolo alla gola. E a un tratto il volto di lui s'illuminò per una
gioia, che non gli era stato possibile dissimulare.
Un domestico, apparso sul limitare del salotto, annunziava:
— La signora contessa avverte che sarà qui tra pochi istanti.
Le labbra dell'uomo rosso e beffardo si schiusero a un sorriso fugace.
Egli s'aspettava che Silvio balbettasse.
Ma il giovane, il quale aveva cominciato a rispondere a Gin, chiuse
forte nella destra il sigillo con cui si spegnevano gli avanzi delle
sigarette, e sfilò la sua tesi sui partiti politici, senza balbettare,
ritoccando qua e là gli argomenti di Gin. Il piede aveva cessato di
battere il galop; un lieve pallore si era dipinto in volto a Silvio
Baldeschi.
— È diverso! — pensò Gin.
E si alzò per andare incontro a Laura che entrava.
— L'amico Baldeschi ti aspettava pazientemente, — egli disse.
Laura sorrise al giovane, che divenuto tranquillo, era balzato in piedi
prima di Gin, al fruscìo delle gonne.
Laura non contava trent'anni ancora; dritta come il suo orgoglio.
— Ti chiedo scusa, Baldeschi! — disse Gin, salutando Silvio con un gesto
familiare della mano. — Arrivederci, Laura!
E uscì.
Era piuttosto irritato che triste. L'amore di Silvio, un vero amore
quale Gin non aveva mai supposto, un amore disperato che aveva preso il
giovane, squassandolo come una pianta indifesa sotto la tempesta,
irritava l'uomo rosso e beffardo. Egli non amava la moglie; il suo
carattere, aspro nel fondo e ignaro di tenerezza, gli concedeva soltanto
d'essere superbo e soddisfatto di Laura. L'amore degli altri, di tutti
gli altri, giovani, maturi e vecchi, per la donna che gli apparteneva,
gli era sembrato, fino a quel giorno, strano e ridicolo. Da quel giorno,
cominciava a sembrargli minaccioso, lo turbava nei suoi facili giudizi,
lo costringeva a pensare a Laura in maniera nuova, a guardarla con una
curiosità inquieta. Ella sapeva gli spasimi di tutti quegli uomini, la
disperazione di Silvio, e non aveva mai detto parola. S'erano
intrecciate e snodate intorno a lei le vicende di più drammi intimi, e
non aveva mai detto parola. Il marito non poteva chiedere che la fedeltà
di lei.
Quando Gin tornò a casa dalla sua passeggiata, Laura gli disse:
— Abbiamo a pranzo Silvio Baldeschi, stasera.
— Va bene.
— E il Della Torre, Enrico Landi, il Mapelli e il Castiglioni.
— E signore? Neppur una?
— Neppur una! — ripetè Laura ridendo. — Signore più di rado che sia
possibile. Non mi fido che degli uomini.
— Mi dispiace di non poter dire altrettanto! — mormorò Gin.
— E che puoi dire? — interrogò Laura, andandogli incontro.
— Nulla. Tu sai che non ho mai dubitato. Ma non è merito degli uomini
che vengono qui.
Laura avanzò e lo guardò negli occhi.
— Non ti sono stata sempre fedele? — chiese dolcemente.
— Sì, bella! — rispose Gin, sfiorandole con una mano i capelli bruni e
lucidi, una foresta domata. — Sempre bella e sempre fedele.
Tacque un istante, poi fu ripreso dal suo bisogno di sarcasmo.
— Non so se a buon mercato, — soggiunse.
Laura gli gettò uno sguardo lungo, e non rispose. Allora Gin fu stupito
di sè stesso, perchè improvvisamente, impensatamente, quasi con un
tremito nella voce, riprese:
— Non ti piacerebbe che viaggiassimo un poco! Un poco, lontano, in
Oriente, a capriccio, dove tu vorrai?
Laura inarcò le sopracciglia, attonita, e rise:
— Oh, oh! — disse. — Che cosa pensi. Gin?... Vado a vestirmi. Metterò un
abito rosso, tutto rosso di fiamma. Ti piacerò?
— Va, fiamma rossa! — fece Gin, accomiatandola con un'altra carezza sui
capelli. — Ma quel viaggio avrebbe del buono; un bel viaggio lungo....
La donna scosse il capo, e uscì ridendo.
A pranzo fu veramente la fiamma rossa, la bella fiamma costante, che
scalda o brucia il cuore. Inguainata nell'abito amaranto dolcemente
scollato, Laura si sentiva molto lontana da quegli uomini, i quali
tutti, l'un dopo l'altro, le avevano offerto il loro amore. E l'eleganza
della fiamma rossa, che imprigionando la bianca venustà delle linee,
avvivava il carnato del volto e del petto, turbò gli invitati. Si
punzecchiarono un poco, illudendosi di poter essere amati da Laura non
appena avessero tolto di mezzo i rivali.
Silvio Baldeschi era allegro: entrando, non aveva detto parola a Laura
del suo abbigliamento, quasi non l'avesse notato; rideva e parlava con
disinvoltura, guardava indifferentemente la giovane, suo marito, gli
amici, tra cui non pareva degnarsi di temere avversarî. Ma di tanto in
tanto, col piede sinistro batteva il ritmo del galop impercettibile,
sotto la tavola, e qualche gesto si mutava bruscamente in uno scatto.
Quattro degli invitati giuocarono a _bridge_ dopo pranzo. Laura stette a
conversare con Silvio Baldeschi, seduta al suo fianco, sul medesimo
divano; e perchè i giuocatori parlavano alto negli intervalli e
ridevano, Laura e Silvio s'arrischiavano a parlare essi pure quasi alto.
Silvio le disse:
— Parole d'un morente. La mia vita, per ventiquattr'ore, sarà nelle
vostre mani.
Gin udì. In piedi, fingendo seguire le vicende del giuoco, volgeva le
spalle. La voce secca e breve di Silvio che giuocava un più formidabile
giuoco, lo penetrò a fondo. Laura aveva forse risposto con un gesto o
con gli occhi. Gin non udì che questo di lei, detto leggermente:
— È mai stato al Cairo, Baldeschi? Noi ci andremo, Gin e io, quest'anno.
— Buon viaggio! — rispose Silvio ridendo.
Gin si volse e, avvicinatosi ai due, parlò d'un'escursione ch'egli aveva
compiuto venti anni prima in Egitto.
— Vent'anni! — esclamò Laura, alzandosi per servire il tè. — Mio marito
parla di venti e trent'anni or sono con un coraggio invidiabile.
— Venti e trenta e quaranta! — insistette Gin. — È la civetteria dei
vecchi; ricordare meglio dei giovani, e vivere come i giovani.
Silvio si morse le labbra per non rispondere una frase insolente.
La serata non ebbe altro di notevole; forse, verso l'ultimo, Silvio
trovò maniera di dir qualche parola minacciosa a Laura, perchè la donna
sembrò un istante turbata a Gin. Ma più tardi la udì nella sua camera da
letto cantare graziosamente a mezza voce un'aria dell'_Histoire d'un
Pierrot_.
L'indomani ella non uscì di casa tutto il giorno; nel pomeriggio fu
singolarmente irrequieta.
— Io vado al Circolo, — le disse Gin, passando dal suo salottino.
La giovane stese una mano per trattenerlo.
— No! — interruppe. — Non uscire, Gin. Tienmi compagnia....
— Come? — esclamò Gin sorpreso. — Non devo uscire? Sai che ci son le
elezioni al Circolo....
— Esci, allora, se vuoi! — rispose Laura bruscamente.
Gin si volse al domestico, il quale gli teneva il soprabito, e ordinò:
— Avverti Giacomo che stacchi. Non esco.
— Ti ringrazio, Gin, — mormorò Laura. — Puoi uscire dopo le sei e
giungere ancora in tempo al Circolo per le tue elezioni; non è vero?
Adesso fammi compagnia. Non vi piace la presidenza del Circolo e volete
mutarla; me lo ha detto iersera il Della Torre; e per chi voterai, Gin?
Gin parlò del Circolo, della presidenza vecchia e della nuova, poi di
_Turchetto_, un baio irlandese da sella, che zoppicava, e di altre
piccole cose. Fu più del consueto attento e gentile con sua moglie, si
trattenne a prendere il tè nel salottino, il che non avveniva da anni; e
verso le sei, invece di uscire, discese con Laura in giardino e andò a
trovare di nuovo _Turchetto_, il quale aveva ricevuto la visita del
veterinario.
Dopo pranzo, tra le nove e le dieci, venne la notizia. La portò un
servo, il quale, essendo stato mandato a impostare delle lettere, s'era
imbattuto nel cocchiere di Enrico Landi e aveva udito da lui i
particolari del fatto. Il servo sentì il dovere d'avvertirne
rispettosamente Gin.
— Che cosa c'è? — disse Laura, vedendo che alle prime parole del
domestico, Gin era impallidito e aveva fatto cenno di tacere.
— C'è che.... Silvio s'è ferito, stasera, maneggiando la rivoltella....
Non è vero, Antonio?
Laura si drizzò in piedi, aggrappata alla tavola, e fece alcuni passi
vacillando....
— Esco, Laura, — soggiunse Gin, — vado a prendere notizie.
Laura si fermò e ricadde sulla poltrona in cui stava prima seduta. Non
vedeva bene, non sapeva dire se Gin e il domestico fossero tuttavia sul
limitare; una nebbia nerastra invadeva il salotto, le luci delle lampade
illanguidivano, s'udiva un tintinnìo lontano, insistente. L'odore d'un
fascio di rose traboccanti da una catinella argentea sulla caminiera,
era insopportabile; morivano!...
Quando fu per istrada, Gin si domandò perchè fosse uscito; poteva
tornarsene e dar la notizia a Laura senz'altro, poichè Antonio aveva
parlato chiaro, era informato bene. Tuttavia fermò una vettura, vi salì,
si fece condurre a casa di Silvio.
Potè passare, quantunque tra i parenti e i curiosi che ingombravano la
palazzina Baldeschi un personaggio che rappresentava l'autorità
giudiziaria si mostrasse assai severo nel concedere il passo fino alla
camera di Silvio.
— Conte Iginio Malaspina, — dichiarò Gin. — Non vorrà respingere il
migliore amico del defunto?
Il funzionario s'inchinò, e Gin, preso animo, soggiunse, prima
d'entrare:
— Si sa il motivo?... Ha lasciato lettere?
L'altro si strinse nelle spalle.
— Non una parola, signor conte. Qualcuno ha detto nevrastenia
acutissima.