Castel Gavone: Storia del secolo XV - 06

borgo, su d'un contrafforte della roccia di Pertica. Da quella
notevole altura il feudale baluardo dei Carretti guardava davanti a sè
il borgo anzidetto e tutto il corso del Pora fino alla spiaggia del
mare; sui lati, poi, vigilava le due valli del Calice e dell'Aquila,
quella che mette a Rialto e questa a san Giacomo. Era, per que' tempi,
fortissimo arnese. Quattro torri merlate lo munivano sugli angoli.
Lunghesso le mura si aprivano larghe finestre, partite a colonnini,
indizio di fasto all'interno; ma su quelle finestre correva un
poderoso cordone di pietra e poco sopra di questo una lunga balconata,
colle sue caditoie aperte sotto gli sporti, donde all'occorrenza si
facea piovere una gragnuola di sassi sui nemici che avessero ardito
accostarsi a pie' delle mura.
Grandiosa mole, che, a mezzo diroccata (dopo essere risorta un'altra
volta, insieme colla mutevole fortuna de' suoi signori) fa tuttavia
bella mostra di sè, e potrebbe anco tentare il più nobile dei capricci
che la ricchezza consenta ai fortunati del tempo nostro; il capriccio,
vo' dire, di restaurare il passato nella sua parte accettabile! I
marchesi del Carretto, ai quali era toccata quella porzione litorana
del retaggio aleramico, avevano innalzato il castel Gavone intorno al
1100. Uomini in continuo stato di guerra con vicini e lontani,
dovettero eleggere a loro dimora e presidio un luogo discosto dal mare
e manco accessibile alle incursioni dei barbari, che infestavano in
que' tempi le coste della Liguria. Epperò, da principio si
fortificavano in Orco, Verzi ed altre villate sui monti; indi, scemato
il pericolo, o cresciute le forze, calarono a Pertica, dove sorse
appunto il castel Gavone, due miglia distante dalla riva del mare.
Ci condurrebbe a troppo lunghe e, per giunta, non grate
considerazioni, il cercare qual parte della valle fosse da principio
abitata. Di certo, agricoltori e pescatori v'ebbero ugualmente dimora
da antichissimi tempi. I Romani segnavano in que' pressi una stazione
della via militare che correva tutta la spiaggia ligustica, e il nome
_ad Pollupices_ ci fu tramandato dall'itinerario di Antonino. L'altro
di _Finar_ comparve nell'età di mezzo, e certo era nome antico del
pari, a significare, non già la finezza dell'aria, come vollero certi
etimologisti sconclusionati (Liguria a _leguminum satione_, Arenzano
_ab äere sano_ e simili altre bambinerie), ma dall'essere colà
stabiliti i confini tra gl'Ingauni e i Sabazii.
E qui, prudenti, lasciamo da banda l'età romana, il basso impero e la
gran notte barbarica; chè il troppo amore delle minuzie archeologiche
non ci tragga fuori del seminato e, quel che sarebbe peggio, della
grazia vostra, o lettori. Il Finaro, nel 976, per investitura di
Ottone I, appartenne al marchese Aleramo; i cui discendenti, chiamati
Del Carretto, lo ebbero e lo signoreggiarono, confuso con altre terre
sotto il nome di marca savonese, fino al 1268; nel qual tempo, per la
spartizione avvenuta fra i tre figli di Giacomo, toccò ad Antonio Del
Carretto, da cui ebbe principio il ramo dei terzieri del Finaro.
Costoro, come ho detto più sopra, posero sede nel castello Gavone, a
cavaliere del Borgo, e comandavano di là su tredici villate, che tutte
dovevano concorrere all'incremento del capoluogo. Tra esse la Marina,
come più prossima, aveva le molestie più gravi. I marchesi mettevano
grosse multe a chi ardisse riparar case e murarne di nuove colà; ai
forestieri intanto concedeano privilegi, esenzioni ed ogni maniera
larghezze, purchè mettessero dimora nel Borgo. Donde appariva
manifesto il timore di que' castellani, che la gente non avesse a
dilungarsi di troppo dalla loro vigilanza, e l'intento di cansare la
sorte toccata ai loro consanguinei della marca di Savona, che questa
nobil città e la fortissima terra di Noli avevano sullo scorcio del
XII secolo malamente perdute. Già, popolo marinaro, popolo libero; la
tirannia non attecchisce sulle spiagge; però non si sta molto ad
ottenere consoli proprii e franchigie, in cui maturare ordini di
libertà popolana. Ora, questo pericolo miravano a stornare i
discendenti d'Antonio, tirando al Borgo il grosso dei vassalli e
afforzando sempre più il castello sovrastante.
Dicevasi castel Gavone, con vocabolo di controversa etimologia. Altri
lo deriva da giogo, come se anticamente si fosse detto Giovone, o
Govone. Io ricordo che dicevasi _gavone_ un ridotto delle nostre
vecchie galee, posto sotto coperta, così da prora, come da poppa, e
serviva per alloggio degli uffiziali e dei marinai, laddove le ciurme
dormivano sotto i banchi di voga. E questo gavone marinaresco e il
terrestre possono perciò derivarsi, con assai più verosimiglianza, dal
_cavum_ dei latini, nel significato di cavità custodita, murata, od
altrimenti rinchiusa.
Altri, per avventura, nell'informe e disforme vocabolario dell'età di
mezzo, troverà di che avvalorare questa etimologia, che ha già il
vantaggio, sull'altra, d'esser più ragionevole. Io frattanto,
ritornando alla storia, dirò che il castello Gavone era davanti e da
tergo reso inaccessibile, mercè due fosse profondamente stagliate nel
masso; che era afforzato da quattro torri sugli angoli; che ci si
entrava da un ponte levatoio e che sulla porta castellana, in una
tavola di pietra scuriccia, vedevasi scolpita l'arma dei signori Del
Carretto, cioè a, dire uno scudo, partito a fascie diagonali,
sormontato da un elmo di corona e tratto su d'una carretta simbolica
da due leoni aggiogati.
Quella nobil veduta si parò davanti ai due cavalieri genovesi, a mala
pena ebbero afferrata la cima del monte. Doveva esser quello il fine
dell'impresa futura; che peccato, in cambio di giungervi eglino soli e
in veste di messaggeri, non esservi già collo stendardo della
Repubblica e con buona mano d'armati!
Messer Pietro Fregoso, come uomo che delle grandezze umane s'intendeva
la sua parte, guardava ammirato quel forte e insieme leggiadro
edifizio. Il Picchiasodo non ci vedeva tante bellezze e dava in quella
vece la sua guardata alle balze circostanti, per vedere se ci fossero
strade, e come disposte. Le strade, si sa, erano il suo grattacapo, e
di queste delizie n'avrebbe volute in ogni luogo e per ogni verso,
come pur troppo occorre solamente delle molestie, in questo mondo
gramo.
Varcato il ponte levatoio, entrarono sotto l'androne, e, mentre il
capitano degli arcieri andava a dar notizia del loro arrivo al
marchese, erano fatti scender di sella per riposarsi in una sala
terrena, dove si diè loro acqua alle mani e rinfresco. Accettarono
l'acqua e l'aiuto dei famigli, per scuoter di dosso la polvere,
ricusando tutto l'altro che venia loro profferte; e immagini il
lettore con quanto sacrifizio e merito di Anselmo Campora, che non
avrebbe sgradito di paragonare la cantina del marchese con quella di
mastro Bernardo.
Poco stante, apparve sull'uscio un donzello a disse loro:
--Venite, messeri; il magnifico marchese è pronto a ricevervi.--,
Lo seguirono tosto, e, fatta una breve scala, furono introdotti in un
ampio salone, che appariva situato nel mezzo del castello, poichè
prendeva luce da una parte e dall'altra, pel vano di larghe ed alte
finestre, partite a colonnini e chiuse da intelaiature di legno e
vetri sigillati col piombo, a mo' di losanghe, come portava la foggia
del tempo. Una numerosa e orrevol brigata era accolta colà; molti
servitori e donzelli sui lati; nel mezzo un crocchio di gentiluomini;
seduto a uno scrittoio il vecchio cancelliere della corte; tutti, poi,
ordinati in guisa da far corona ad un seggio rilevato, su cui stava,
nobilmente composto, il marchese del Finaro. Gentildonne non erano in
quella adunanza; che bene il marchese aveva inteso non doversi quel
giorno ricevere ospiti d'allegrezza, sibbene messaggieri di guerra.
Era in quel tempo il marchese Galeotto un uomo di piacevole aspetto,
d'anni intorno ai cinquanta, ma di sembianza più giovane, la mercè
d'una carnagione rosata, degli occhi azzurri e scintillanti, della
barba e dei capegli biondi, che ancora dissimulavano abbastanza le
moleste fila d'argento. La figura sua, al primo vederla, lo diceva
bollente di spiriti e pronto ad infiammarsi, ma in pari tempo di senni
umani e cortesi, quanto il concetto della sua dignità e la logica
feudale d'allora potessero comportarne in un principe.
Egli accolse con un sorriso ed un gesto amorevole messer Pietro, che
s'inoltrò a capo scoperto e s'inchinò davanti a lui, con atto di
ossequio, non disgiunto da un sentimento di onesta alterezza. Il
Picchiasodo, per far conoscere la sua condizione più umile rispetto al
suo nobil compagno, si era fermato sui due piedi, ma colla berretta in
capo, da soldato e non da servitore, a poca distanza dall'uscio.
--Siate il benvenuto, messere;--disse il marchese Galeotto al nuovo
venuto, per offrirgli occasione a parlare;--e che cosa recate al
Finaro?
--Un messaggio dell'illustrissimo signor Doge e del comune di
Genova;--rispose Pietro Fregoso, togliendosi di cintura un rotolo di
pergamena, suggellato di piombo, colle armi della Repubblica.
--Ai quali auguriamo ogni prosperità, e grandezza che colla giustizia
si accordino;--ripigliò nobilmente il marchese.
Ciò detto, prese dalle mani di messer Pietro la pergamena, ruppe il
suggello e lesse. Cotesto faremo anche noi, dando una sbirciata allo
scritto.
«Al magnifico signor Galeotto, marchese del Finaro, salute.
«Sebbene a noi per lo passato fosse stata grandemente a cuore
l'amicizia vostra, perchè tra noi durasse la quiete, voi sempre
dell'amicizia e benevolenza nostre avete fatto stima mediocre. Per la
qual cosa, gli animi della città e della repubblica tutta si sono
straordinariamente accesi, volendo guerra contro di voi; e guerra
sarà, poichè non sembra esservi cara la pace. A questo per vero dire
ci disponiamo contro voglia e sforzati; che anzi, mai abbiamo cessato
di far pratiche, se per avventura avessimo potuto acquietare lo sdegno
di questo popolo, irritato dalla Signoria Vostra con somme offese
negli anni trascorsi; e ciò con ogni poter nostro abbiam procurato, nè
mai potuto ottenere.
«Ed ora, poichè ricordiamo avervi promesso che, quando fossimo per
rompervi guerra, vi avremmo avvisato della cosa, perchè non vi paresse
di esser còlto alla sprovveduta, vogliamo significarvi che dobbiate
aspettar guerra al Finaro a dì 5 del prossimo dicembre. Però, scorso
il giorno 4 di detto mese, sappiate non esservi più dato di vivere con
noi in quelle forme di pace e d'amicizia, che sono state finora. Così
portiamo speranza di larga vittoria su voi, come d'insegnare a tutti i
pari vostri che non abbiano a misurarsi in imprese siffatte con noi.
Inoltre quando vi piacesse far correre minor spazio di tempo alla
guerra, di quello vi abbiamo indicato, vogliate darcene avviso, e sarà
fatto secondo il piacer vostro.
«Data da Genova, addì 21 novembre 1447.
«GIANO FREGOSO.»
Messer Pietro, in quella che il marchese Galeotto leggeva la lettera,
stava immobile al suo posto e in apparenza sbadato; ma non perdeva un
moto, anco il più lieve, dell'aspetto di lui, e gli appariva manifesto
come quella lettura lo avesse colpito. La faccia del marchese era
divenuta ad un tratto del color della fiamma; le dita attrappite
tiravano per tutti i versi la povera pergamena, che non ne avea colpa
veruna; le labbra borbottavano confuse parole; come se dentro
dell'animo il marchese Galeotto stesse ad una ad una ribattendo le
argomentazioni del suo avversario.
Invero, a lui pareva di aver ragioni oltre il bisogno. La lettera di
Giano Fregoso era accortamente rigirata. Niente più curavano i
capiparte d'allora, fossero dogi, o pretendenti al dogato, che di
mescolare il popolo nelle loro private querele, ire e vendette di
famiglia. E a Galeotto cuoceva di veder tirare i genovesi in campo,
quasi fossero eglino, e non già i Fregosi, che voleano la guerra. Nè a
lui pareva di avere offeso mai Genova, destreggiandosi in mezzo alle
fazioni che l'avean lacerata; che quella era per lui la ragione di
Stato, e Genova a lui mettea conto vederla, non già nel governo dei
Fregosi, ma nella persona degli Adorni fuorusciti, e appunto di quel
Barnaba, doge scacciato, che stavasi allora al suo fianco.
E a Barnaba era corso il suo sguardo, in uno degl'intervalli da lui
posti in quella ingrata lettura. Ma Barnaba nel messaggero di guerra
avea ravvisato messer Pietro Fregoso, e non torceva gli occhi da lui.
--Bene sta;--disse Galeotto, poi ch'ebbe finito di leggere.--Messeri,
è un cartello di sfida, questo che Giano Fregoso ci manda.--
Un fremito corse per tutta l'adunanza; che sebbene da lunga mano
preveduto, non riusciva meno grave l'annunzio. C'era anzi taluno dei
soliti ragionatori alla grossa, che dalle antecedenti lentezze e
continue ambascerie genovesi aveva argomentato la poca voglia di
venire a mezza spada e tratto speranza pel Finaro d'una via di
salvezza. Non così Barnaba Adorno, che ben conosceva l'animo dei
Fregosi e la tenacità con cui avrebbero proseguito i loro disegni.
Costoro inoltre, non che a colpir Galeotto miravano a molestare in
quel suo rifugio la sbandeggiata famiglia Adorno, e lui più di tutti,
lui Barnaba, che pochi mesi addietro Giano Fregoso, improvvisamente
sbarcato a Genova e con un pugno di suoi partigiani impadronitosi del
palazzo ducale, aveva scacciato dal governo e dai confini della
repubblica.
Queste cose pensando, Barnaba Adorno aveva sempre creduto alla guerra,
e pur dianzi non gli era stato mestieri delle parole di Galeotto per
averne certezza, bastandogli il noto aspetto del messaggiero di
Genova. Però, quando il marchese ebbe accennato il cartello di sfida a
lui mandato dal Doge, egli, con ironico piglio, soggiunse:
--E Giano Fregoso non lo manda per mano d'un semplice cavaliere, bensì
a dirittura per quella di Pietro Fregoso, suo comandante d'esercito.--
Messer Pietro si volse stizzito e saettò d'una torva occhiata il
nemico.
--Non ancora;--diss'egli di rimando;--e voi, messer Barnaba Adorno,
usurpate, a mio credere, i diritti del marchese Galeotto. Io non sarò
capitano dell'esercito genovese all'impresa del Finaro, se non quando
egli avrà accettata la sfida.
--È vero;--notò con accento benigno, sebbene impresso d'una certa
amarezza, il marchese Galeotto.--Io non l'ho anche accettata. Ma come
potrei onestamente cansarmene? L'intimazione è chiara e recisa.
Leggete, o signori!--
Così dicendo, porse la lettera a Barnaba, intorno a cui si fece ressa
di gentiluomini, per leggere l'orgoglioso messaggio di Giano.
--Il mentitore!--sclamò l'Adorno.--Egli ha cercato di acquetare gli
sdegni del popolo!
--Rompe guerra sforzato; gli vincon la mano, al poveretto!--notò un
altro del crocchio.
--Non è Genova che vuol questa guerra,--soggiunse Barnaba Adorno,
infiammato di sdegno,--io lo attesto.
Pietro Fregoso stava per dargli risposta; ma Galeotto lo trattenne col
gesto.
--Sia Genova, o no,--diss'egli, per chetare gli spiriti,--imperano i
Fregosi colà; ad essi ci bisogna rispondere. E perchè l'esercito, che
si sta radunando a Savona,--aggiunse poscia, accompagnando la frase
con un cenno del capo, che voleva mostrare com'egli fosse di ogni cosa
informato,--perchè l'esercito non abbia ad aspettare di soverchio il
suo capitano, eccovi messer Pietro Fregoso, una pronta risposta.
Cancelliere, scrivete.--
E con voce alta e sicura, in mezzo ad un silenzio solenne, il marchese
Galeotto dettò la sua risposta allo scriba; rimessa in principio e
tranquilla, come portava il costume, indi man mano, per lo infiammarsi
a grado a grado del personaggio, più concitata ed altiera.
«Al magnifico signore Giano Fregoso, doge di Genova, salute.
«Tutto quanto mi significate nella vostra lettera, magnifico messere,
io ho chiaramente inteso. Mi dolse della opinione dei Genovesi, aver
io fatta poca stima della loro amicizia, che io sempre n'ho avuto
grandissima, nè mai ho trascurato veruna di quelle cose per le quali
ho udito e letto potersi conservare i vincoli della benevolenza tra
gli Stati; nè penso essere alcuno dei vostri vicini che siasi più
attentamente studiato di piacere a cotesta repubblica, perchè durasse
tra noi la consuetudine dell'antica amicizia. E ciò talvolta con mio
nocumento non lieve; laonde io debbo stupirmi di questa ira, che voi
mi dite, dei cittadini di Genova. Vi ringrazio tuttavia che abbiate
cercato di contenere e dissipare gli sdegni popolari, per istornarli
dalla guerra, provvedendo in tal guisa non meno alla quiete dei
Genovesi, che alla salute mia.
«Per rispondere alla lettera vostra, dirò che avrei amato meglio mi
significasse pace perpetua, anzi che guerra. Si affà la pace alle mie
consuetudini; alieno son io dalle guerre. Ma se infine è così statuito
nei consigli degli invidiosi e nemici miei, accetto la sfida, e di
grand'animo, confidando nel senno e nella potestà di quel giudice e
padrone, che è splendore e difesa dei giusti e terror dei malvagi, a
cui niente è nascosto. Egli invero conosce l'animo mio e
gl'intendimenti vostri, e sa quanto io con virtù, quanto voi con odio
vi facciate a contendere. Imperocchè io non sono, messer lo Doge, così
fuori di senno, da non sapere come da lunga pezza, e innanzi voi
perveniste a tal dignità, fosse stabilito d'intimar questa guerra.
Conosco l'animo vostro e di tutti i vostri contro me e contro tutti i
miei; ricordo con quanta moderazione e temperanza mi diportassi coi
Genovesi, pur di vivere in pace continua con esso loro, e so come
tutte queste cose, a mala pena entraste voi in Genova, niente abbiano
giovato a mutare i vostri propositi. Che se vi pensavate esser io
obbligato di alcun patto a cotesta illustra repubblica, il quale io
oggi negassi di mantenere, mancavano ancora le cagioni di guerra;
imperocchè io mi contentai, come mi contenterei anche oggi, che, o
l'imperator de' Romani, od altro principe, o comune, o studio di
giureconsulti, giudicasse della nostra querela. E nol voleste allora,
e nemmeno ora il vorrete, poichè siete infiammati, inaspriti, bramosi
di guerra; laonde, resta che con mani e piedi, con tutte le forze mie,
di congiunti, di amici e di quanti avrò meco, difenda questa terra e
il mio dritto. Facciano adunque i Genovesi come vogliono; resisterò
come potrò.
«Voi frattanto, Doge Giano Fregoso, io debbo pregiare assai più che
non facessi da prima, se avete pensato di me che io fossi uomo da
serbar la mia fede, e m'avete indicato il giorno in cui dovessi
aspettarmi la guerra; così facendo cosa dicevole ad ogni principe, e
in particolar modo a voi stesso. Spero di uscirne vincitore e di
potervi rimeritare, in ogni occasione, della vostra lealtà, se mai
avrete mestieri dell'opera mia.
«Data dal Finaro, addì 27 di novembre, 1447.
«GALEOTTO DEL CARRETTO.»
La lettera del marchese Galeotto era nobilissima, come ognun vede,
sebbene per avventura in alcuni passi ricisa ed aspra più del bisogno,
e condita nel fondo di sottile ironia. Ma queste cose erano da
condonarsi ad un principe, che metteva in quel punto a grave cimento
la quiete sua e la sicurezza de' suoi dominii. Del resto, e il pepe e
il sale di quella risposta piacquero in uguale misura a tutti i
gentiluomini della sua corte, e un bisbiglio d'approvazione e certi
sorrisi mal rattenuti commentarono prontamente le lodi alla lealtà di
Giano, che tutti ricordavano in qual modo fosse tornato a Genova e
salito ai sommi onori della repubblica.
Galeotto, così per debito dell'alto suo grado, come per atto di
cortesia verso l'inviato di Genova, era rimasto in contegno. Più saldo
e più chiuso di lui Messer Pietro, a cui l'uffizio di ambasciatore
comandava in quella occasione il silenzio e la calma. Per altro, la
torva guardatura e l'atteggiamento della persona fieramente appoggiata
al pomo della spada, significavano le represse pugne dell'animo e
promettevano alla corte del Finaro che ben presto la libertà del
capitano si sarebbe ricattata dei silenzi sforzati del messaggero di
Genova.
Finita la lettera e sigillata colle armi del marchesato, Galeotto la
prese dalle mani del cancelliere e la consegnò a messer Pietro.
--Eccovi la mia risposta all'illustrissimo Doge e al nobil comune di
Genova;--diss'egli frattanto.--Aspetterò la guerra in quel giorno che
mi è stato indicato; non posso desiderarla prima, perchè non la ho
provocata e aspetto ancora che vogliano i miei nemici tornare a più
miti consigli. Comunque sia, messer Pietro Fregoso, io vi prego di
render grazie in mio nome al Doge vostro cugino, che tanto ha fatto
stima di me e di tanto ha cresciuto la solennità della sfida,
mandandola per le mani di un così illustre capitano.--
Anche da queste parole, come già dalla lettera, traspariva un fil
d'ironia; ma messer Pietro non poteva adontarsene, e perchè l'ironia
era finamente condotta, e perchè, poi, quell'ufficio di messaggero,
non al tutto conveniente al suo grado, lo aveva voluto egli stesso.
Si accomiatò con garbo, diede un'ultima occhiata, in guisa di
arrivederci, a Barnaba e agli altri fuorusciti genovesi, indi si mosse
per uscir dalla sala. Galeotto lo accompagnò fino all'androne del
castello.
--Cavaliere,--gli disse, porgendogli cortesemente la mano,--la guerra
ha tristi vicende per tutti. Ricordatevi che Galeotto Del Carretto, se
è pronto e risoluto a respingere, è poi altrettanto umano in
accogliere. Il Finaro è luogo d'asilo ai disgraziati; perciò avete qui
veduti gli Adorni. Il giorno che sarà guerra tra noi, non avrete altri
avversarii che i Carretti; gli Adorni avranno, non pure licenza, ma
preghiera di ritirarsi da un rifugio, che non sarebbe quind'innanzi
più sicuro per essi.
--Nobilmente parlate, messere;--disse a lui di rimando il
Fregoso;--capitano dell'esercito genovese, io ricorderò queste vostra
parole. Ed ora, signor marchese, alla sorte delle armi!--
Le cortesie del commiato rasserenarono il volto di messer Pietro
Fregoso. Del resto, quella bisogna era fornita, ed egli facea ritorno,
come suol dirsi, nella sua beva.
--Animo, via!--disse ad Anselmo Campora, a mala pena furono usciti di
là.--I grattacapi sono finiti e adesso verrà il buono. Mi fermo
stassera a Vado, e tu proseguirai fino a Genova, per consegnare la
lettera.
Il Picchiasodo fece a queste parole una faccia scontenta, che nulla
più.
--Messer Pietro riveritissimo,--soggiunse egli poscia, veduto, che
l'altro non aveva badato a' suoi versi,--non perderò mica il mio posto
alla predica?
--E come potresti tu perderlo, se c'è tempo fino ai cinque del mese
venturo? Siamo oggi ai ventisette di novembre, mi pare, ed io non
leverò il campo dalla spiaggia di Vado che la mattina del due di
dicembre. Tu dunque domani arrivi a Genova; consegni la lettera al
Doge mio cugino; gli dai que' ragguagli di veduta che egli ti chiederà
certamente; aspetti le lettere e i comandi che vorrà darti per me, e
doman l'altro, il trenta, alla più trista, puoi essere al campo di
Vado.
--Eh, diffatti, se non mi fanno aspettare dell'altro, la cosa può
esser così come voi dite, padron mio reverito! Dopo tutto, non son io
il capo dei vostri bombardieri? Dee premere a loro di rimandarmi
libero, come a me di capitar primo all'osteria dell'Altino.
--Ah sì,--disse Pietro Fregoso, ridendo,--questa è la tua meta; ma
temo che la bisogna non sia per correre spedita come tu pensi.
Castelfranco non si piglia in un giorno.
--Lo capisco ancor io;--rispose il Picchiasodo;--ma questa è una
ragione di più per capitarci in tempo colle bombarde.--
In questi ragionari, oltrepassato il Borgo, s'erano avviati sulla
strada della Marina, dove aveva a trattenerli il tristo caso che
abbiamo narrato nel capitolo antecedente.
E adesso torniamo al castello, dove la sfida di Genova avea messo
tutti in trambusto. Il marchese Galeotto, prevedendo da lunga mano la
cosa, aveva, siccome ho già detto, raccolto gran gente nel marchesato;
ma egli bisognava spartire i comandi, sincerarsi che niente mancasse
nei luoghi più esposti a un primo assalto nemico, asserragliare i
passi più facili, e frattanto mandare l'annunzio della guerra
dichiarata al capitano della Lega, perchè incontanente spedisse gli
aiuti promessi al Finaro.
Per questo uffizio nessuno parve al marchese più adatto di Giacomo
Pico. Egli era tornato bensì quella stessa mattina dalla Langhe; ma in
lui Galeotto riponeva ogni sua fede; il negozio richiedeva la massima
speditezza nel messaggero e pari conoscenza dei luoghi, degli uomini e
delle cose; però fu mandato a cercare nelle sue stanze il Bardineto,
e, non essendo trovato colà, fu mandato a cercare nel Borgo.
Ora, in quella che lo si aspettava, e il marchese Galeotto
s'intratteneva co' suoi gentiluomini e colle donne della sua casa,
ecco giungere la Gilda, una vispa e leggiadra ragazza, e, avvicinatasi
a madonna Bannina, susurrarle alcune parole, che parvero turbar
grandemente costei e la sua gentile figliuola, che le aveva udite del
pari.
--Che c'è?--dimandò il marchese, notando il turbamento improvviso
delle sue dame.
--Giacomo Pico moribondo all'Altino;--rispose madonna Bannina al
marito;--questo è l'annunzio che ci ha recato la Gilda.
--Come? che è stato? e da chi lo sai?--ripigliò il marchese,
volgendosi alla ragazza con atto di profonda ansietà.
La Gilda, tutta confusa, ripetè allora ad alta voce come il Bardineto
avesse combattuto in duello pur dianzi col cavaliere di Genova e fosse
gravemente ferito all'osteria dell'Altino, dov'era accaduto lo
scontro. La notizia era stata portata a lei da Tommaso Sangonetto,
aiutante del notaio David, che stava ancora in anticamera, per
aspettare i comandi del marchese. Disse infine tutto quel che sapeva;
non già tutto quello che le aveva detto il nostro Tommaso, Egli
diffatti, in mezzo alle notizie dell'accaduto, aveva trovato modo di
schiccherarle una dichiarazione d'amore, che a lei era parsa
sconvenevole al sommo, in quella occasione, e glielo sarebbe parsa, ne
abbiam fede, in altre parecchie.
Ora, come si spiega cotesto, senza frugare un pochino negli arcani del
cuore? Veramente, i segreti d'una bella ragazza non s'avrebbero a
dire; ma noi siamo qui per raccontare, e non andremo fuori di
carreggiata dicendo che la Gilda ci aveva il suo e che un uomo le
aveva dato nell'occhio. Anche lei, cresciuta nella compagnia e nella
benevolenza dei castellani, era diventata ambiziosa, come Giacomo
Pico; per altro, siccome nel cuore d'una ragazza inesperta l'ambizione
non mette ancora troppo in alto la mira, gli occhi della Gilda non
s'erano levati fino ad un cavalier di corona; avevano fatto sosta
sulla persona di quell'altro ambizioso, che era Giacomo Pico. Il
giovinotto non le aveva mai detto nulla di singolare; nè occhiate, nè
sospiri, avevano fatte le veci di una accesa parola; ma egli era così
buono, così dolce, così grazioso con lei! Già si capisce che il
Bardineto fosse tale, o si studiasse di parerlo, con quante persone
attorniavano di consueto madonna Nicolosina. Epperò, fidandosi a
quelle apparenze, la Gilda aveva pigliato un granchio, come a tante
ragazze della sua età facilmente interviene. Egli è tuttavia da
soggiungere, a lode delle donne, che esse, pigliato il primo, non ne
pigliano più altri; li fanno pigliare.
Ciò posto in chiaro, si capirà come la Gilda fosse dolente per
l'annunzio recato dal Sangonetto e come dovessero parerle sconvenevoli
le digressioni da lui fatte per utile proprio. E non ne diciamo più
altro.
Udita la Gilda, il marchese Galeotto volle vedere il messaggiero, che
fu subito introdotto e raccontò, s'intende, l'accaduto a suo modo.
Giacomo Pico era andato con esso lui a diporto sulla Caprazoppa. Scesi
all'Altino, avevano udito di due cavalieri, che, prima di salire al
castello, s'erano intrattenuti a curiosare per via e a pigliar lingua
dei luoghi. Cotesto aveva insospettito il Bardineto; ambedue avevano
fiutato i genovesi e s'erano messi sulle orme loro. Nel risalire alla
volta del Borgo li avevano incontrati, ma già sul ritorno, e lì, una
parola ne tira un'altra (il Sangonetto non ricordava più come), erano
venuti alle grosse. Pico aveva la spada a sfidò a duello il Fregoso.