Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 - 25

espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse
il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel
«panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con
molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». Il LUCCHINI
[_Comentario dei_ Promessi Sposi, _ovvero la rivelazione di tutti i
personaggi anonimi_, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente:
«Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era
un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per
titolo _La Fenice_, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della
Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta
in Milano, ove era prevosto». _La Fenice, oratione in lode di S. Carlo
Borromeo... di Don_ LUTIO GIOSEPPE AVOGADRO, fu recitata _alli 4 di
Novembre 1652_; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non
c'è rammentato nemmen per sogno _Carneade_! Si tratta invece d'un altro
panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di
Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e
avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)
[171] Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)
[172] Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine.
(Ed.)
[173] Nella copia per la Censura e nella stampa lo ribattezzò
_Ambrogio_. (Ed.)
[174] È un brano del capitolo VII del tomo I della seconda minuta. (Ed.)
[175] Fin qui il brano è tolto dal foglio che il Manzoni numerò prima
90, poi 92, e che nella nuova numerazione a matita è il 68-69. Questo
foglio appartiene al tomo primo della prima minuta. Il brano che segue
è tolto dal foglio 91, numerato recentemente 66-67. (Ed.)
[176] Il Manzoni notò in margine: «Dolore speciale: la contemplazione
della perversità d'una mente simile alla nostra: idea predominante in
chi è afflitto dal suo simile». (Ed.)
[177] Si legge in margine del foglio già ricordato, che il Manzoni
numerò prima 90, poi 92. (Ed.)
[178] Si legge nel capitolo VIII del tomo I della seconda minuta. In
realtà è la terza stesura. (Ed.)
[179] Le parole tra parentesi quadre, in carattere corsivo, son quelle
della vecchia edizione originale, che mutò. (Ed.)
[180] Il prof. GIOVANNI NEGRI [_Sui Promessi Sposi di Alessandro
Manzoni, commenti critici, estetici e biblici; premessovi uno studio
su l'opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all'amore_,
Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903; part. I, pp. 149-157] fa alcune
osservazioni intorno a questo «Addio», piene di finezza e d'acume. (Ed.)
[181] L'autografo di questo brano forma il fascicolo secondo de'
_Fogli staccati dai Promessi Sposi_. Il M. lo tolse via dal tomo II
della seconda minuta, dove occupava il foglio 75 (già 93) e i fogli
successivi 76-86. (Ed.)
[182] Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano
l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane
ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum,
iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in
extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris
vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux,
eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa
deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio
iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus
erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et
capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat:
pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve
transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii
huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio,
qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus,
trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae
etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio
Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De
hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges
et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut
ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata
confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul
terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset.
Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus
est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem
interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille
quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et
vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii
virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id
familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe,
detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis
dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes
alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui
procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque
rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata
et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt,
intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque
tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque
Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae
caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei
saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant,
donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei
causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem
debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda
adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter
vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti
vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo
castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam
et domitam esse naturam appareret». Cfr. IOSEPHI RIPAMONTI, _canonici
scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V
libri VI_. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium
Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.
Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo
Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono
i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico,
che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno
pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante
col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente
per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni
maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando
l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari,
così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque
a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era
terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la
sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di
distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse,
rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il
pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece
sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de'
suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa
alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti
dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse
ragionevolmente dolersi». Cfr. _Vita di Federico Borromeo, Cardinale
del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata
da_ FRANCESCO RIVOLA, _sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori
della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa
Alessandro Settimo_. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp.
253-255.
Ne parla pure BIAGIO GUENZATI nel cap. 22 del lib. II della sua
_Vita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli,
Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta_, che si
conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora
il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e
squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le
destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto
e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro
rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo,
raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano
fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri
e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando
vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di
Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette;
in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte,
che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui
racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei
contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola
Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per
compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si
trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si
discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».
In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et
Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di
Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto
per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato
la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi
et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che
questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei
commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete
et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et
distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto
et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che
segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca
ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia
maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et
bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni;
nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che
habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti,
i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa
fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di
ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà
il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S.
E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che
fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano
et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi
da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano
Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà
vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario
promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso,
fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi
per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de'
Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci
banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano
sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista
Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti
tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio;
l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene
Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa
del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole
S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et
Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et
complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li
dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in
questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse
o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o
Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale
possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».
La grida, secondo il solito, non produsse nessun effetto; e senza
nessunissimo effetto fu rinnovata il 30 maggio del 1609 e il 2 giugno
del 1614. Bregnano, castello anche al giorno d'oggi di proprietà de'
Visconti, resta dove il Milanese confina col Bergamasco. «I tempi
rispenderebbero» (scrive il Cantù): «l'uomo era terribile: la grandezza
e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva
trattener la penna degli storici: veggano i lettori qual peso sia a
dare a questo supposto, del quale noi ci professiamo debitori allo
stesso «Manzoni». Cfr. CANTÙ C. _Sulla storia lombarda del secolo XVII
ragionamenti per commento ai_ Promessi Sposi _di Alessandro Manzoni_,
Milano, coi tipi di Luigi Nervetti, 1831; pp. 56-57.
Francesco Bernardino era figlio di Giambattista Visconti e di Paola
Benzoni di Crema. Il LITTA [_Famiglia Visconti di Milano_, tav. VIII]
lo dice «assoggettato alla confisca nel 1603 per commessi misfatti»;
nè altro aggiunge di lui. Del padre scrive: «Del consiglio de' LX
Decurioni, fatto cittadino di Cremona nel 1570. Nel 1577 era capitano
generale delle cacce. Dilapidatore al giuoco del proprio patrimonio,
morì in Brignano nel 1595». Dice che lasciò tre maschi: Francesco
Bernardino, Galeazzo ed Ercole. Quest'ultimo era naturale; come, delle
tre femmine, furono naturali Giulia e Maddalena; legittima, Caterina,
che sposò Ersilio Del Maino.
Afferma il Cusani che il canonico Giuseppe Ripamonti «faceva parte
del seguito del cardinale Federigo Borromeo nella visita pastorale
della pieve di Treviglio nel 1608, ove ebbe luogo la conversione del
famigerato Bernardino Visconti, feudatario del vicino Brignano, cui
piacque a Manzoni appellare l'Innominato». Cfr. CUSANI F., P_aolo
Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi_; nell'_Archivio
storico lombardo_, ann. IV [1877], fasc. I, pag. 58. Della conversione
del Visconti ne aveva già discorso nel giornale _La Perseveranza_
del 14-16 luglio 1876. Dopo di lui ne trattarono: F. D'OVIDIO, _Due
parole sull'Innominato_, nell'_Illustrazione italiana_ del 27 maggio
1894; A. GRAF, _Perchè si ravvede l'Innominato_? in _Foscolo, Manzoni,
Leopardi, saggi_, Torino, Loescher, 1898, pagine 113-138; e G. NEGRI,
_La conversione dell'Innominato e il convito della Grazia_, e _Se la
conversione dell'Innominato fu per il Manzoni un miracolo_, in _Sui_
Promessi Sposi _di A. M. commenti critici, estetici e biblici_, Milano,
Scuola tip. Salesiana, 1903, part. II, pp. 157-282. (Ed.)
[183] Qui finiva il capitolo XIX e incominciava quello XX. (Ed.)
[184] Prima scrisse: «Chi nasce in questo mondo, dice il manoscritto,
e principalmente chi nasce nei luoghi dove si maneggiano i grandi
affari». (Ed.)
[185] Prima scrisse: «ed entra in concerto. Si dà qualche volta il caso
che un sonatore con disposizioni straordinarie si svegli tra una sonata
e l'altra, mentre gli stromenti sono in disarmonia e si litiga perchè
ognuno vorrebbe dare il tuono: lo dà egli, fa sonare e ballare a modo
suo fino a un certo segno, mena la danza, come si dice in proverbio,
e per lo più la mena in modo che finisce col farsi rompere il suo
stromento in mano e dar tutti gli altri su la testa: ma queste sono
eccezioni che non fanno al nostro proposito». (Ed.)
[186] Segue cancellato: «Il castello dell'innominato era posto a
cavaliere ad una valle angusta ed uggiosa, su la cima d'un poggio, che
sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe
ben dire, se congiunto ad essa, o separato, per un mucchio di greppi
e di dirupi e per un andirivieni di tane e di precipizii, così sul
di dietro, come sui fianchi. Il lato, che risponde nella valle, è
il solo accessibile: è un pendìo anzi erto che no, ma continuo, a
pascoli in alto, a colture nella più bassa falda, e sparso qua e là
di abituri». FERDINANDO RANALLI [_Degli ammaestramenti di letteratura
libri quattro_, Firenze, Le Monnier, 1863; vol III, pp. 211-213] dice
corna della descrizione del castello dell'Innominato fatta dal Manzoni,
e riporta la descrizione di un altro castello fatta dal Bartoli, che
leva al cielo; senza accorgersi che appunto in quel raffronto sta la
vittoria dell'autore de' _Promessi Sposi_, da lui voluto annientare!
(Ed.)
[187] Si conserva nella Sala Manzoniana della Braidense; dove si
trovano pure la seconda minuta, anch'essa tutta di pugno del Manzoni;
la copia per la Censura, d'altra mano, ma corretta da lui; e i Fogli
staccati dai Promessi Sposi, parimente autografi. (Ed.)