Annali d'Italia, vol. 8 - 09

loro il generale ed il consiglio supremo. S'assembrarono a Casinca,
s'accordarono, scrissero le loro ragioni e querimonie; ma vane furono
le querele, vani i preghi, vane le rimostranze: ai loro instanti
desiderii si opponeva una lunga e ben considerata e bene ponderata
risoluzione.
In settembre si venne novellamente in sul menar le mani ed al
combattere le ostinate battaglie. I Franzesi combatterono col solito
valore, ma i soldati soli; i Corsi pugnarono con eguale valentia, ma
le donne ed i fanciulli con essi. La disciplina prevalse al numero, i
Franzesi conquistarono la provincia del Nebbio, ritiratisi i due Paoli,
non isbandati, ma congregati, ai luoghi più sicuri verso le montagne di
Tenda e di Lento, per non mettere a cimento tutta la somma delle cose
in una giornata campale e giudicativa. Sottomesso il Nebbio, i soldati
di Chauvelin si scagliarono contro Furiani e Biguglia, e prima questa,
poi quella, più sopraffatte che vinte, cedettero.
Infrattanto sbarcato era in Calvi il colonnello Buttafuoco, che venia
di Francia desideroso che l'isola a buone condizioni si acconciasse con
chi più poteva. Gridava pace, la resistenza vana stimava, predicava la
sommessione per forza più acerba che per voglia. Ne scrisse a Paoli
che allora era in alloggiamento a Rostino; avvertendo che quelli che
vogliono sopravvincere perdono, e pregandolo che impiegasse ogni suo
uffizio, usasse l'autorità ed il credito per fare che i popoli di
queto alla Francia si assoggettassero. Ebbe risposta, ma non quale la
desiderava, imperocchè Paoli gli diceva: avere i Corsi fatta una giusta
presa d'armi, volere la libertà, averla a note indelebili ne' loro
animi scolpita, lui volergliela conservare; per sè non combattere, ma
per tutti; tal essere il dover suo; volgesse poi la fortuna le sorti
della Corsica come volesse, o che a libertà la destinasse od a servitù.
In questo mezzo tempo arrivarono nuovi soldati di Francia, sforzo pur
troppo grande per una Corsica, ma da cui si vedeva manifestamente che
il re Luigi aveva ad ogni modo fisso il pensiero nella conquista. Paoli
temè de' deboli, chiamò in sussidio la religione, e fe' replicare ai
capi il giuramento del 1764, che qui sotto si trascrive, quantunque in
esso si leggano alcune espressioni che più non si appropriano al caso
presente.
«Noi giuriamo, e prendiamo Dio per testimonio, che vogliamo piuttosto
morire che fare alcun trattato colla repubblica di Genova, e di nuovo
sottometterci al suo dominio. Se le potenze dell'Europa, e soprattutto
la Francia, non hanno pietà di noi, e vogliono contro di noi armarsi e
tentare di abbatterci, rispingeremo la forza colla forza. Combatteremo
come disperati, che hanno risoluto di vincere o di morire, sino a che
siano affatto abbattute le nostre forze, e l'armi ci cadano di mano.
Allora la nostra disperazione c'incoraggerà ad imitare i Sagontini,
vale a dire, ci getteremo piuttosto nelle fiamme che sottometterci al
giogo insopportabile dei Genovesi.»
Tale giuramento, fatto quattro anni innanzi contro Genova, ora il
voltavano contro la Francia.
Alle raccontate fazioni ed esortazioni s'infiammavano vieppiù da
ambe le parti gli spiriti, e con maggior calore si ricominciarono le
battaglie. I Franzesi, condotti dal marchese d'Arcambal, passato il
Golo ed entrati in Casinca, occupato avevano il Vescovato, Venzolasca,
Oreto e la Penta, passo di grande importanza, perchè apre l'adito ai
monti; ai quali progressi, cedendo alla forza sopravanzante, s'erano
sottomessi la pieve di Tavagna, alcuni paesi d'Orezza ed una parte
della Casinca. Non mai ebbero i Franzesi più fondata speranza di
terminare felicemente la loro impresa, come dopo l'acquisto della
Casinca e di Tavagna, paesi di gran momento, perchè da essi sono solite
a prendere esempio le altre popolazioni marittime delle parti orientali
dell'isola; e, ciò che più favoriva il loro proposito, era che i popoli
di quelle terre, spaventati dall'aspetto sinistro delle cose, da sè
medesimi si davano e correvano all'obbedienza.
I capi di Corsica videro il pericolo, e non se ne sgomentarono.
Per isturbare quegli acquisti a' Franzesi, adunaronsi in Rostino,
rassegnarono tutti gli uomini abili all'armi tanto delle pievi vicine
quanto di quelle prossime a Corte, e ragunatili, deliberarono di
scendere alla riconquista de' luoghi perduti. Uomini erano fortissimi
di cuore, infiammatissimi ne' desiderii; e per vieppiù accenderli,
Paoli loro parlò, conchiudendo il caldissimo discorso con queste
parole: «Di Sampiero ricordatevi, e me seguite; vittoria vi prometto,
ed avrete vittoria.»
Così detto, Paoli trasse una pistola, e, sguainata la spada, si mosse
il primo, verso la sottoposta Casinca avventandosi. Il seguitarono
avidissimi del nemico sangue, e: «Moriamo, moriamo per la Corsica
(gridavano), moriamo pel duce nostro, moriamo per la libertà.» E così
gridando e fremendo, calavano con le robuste piante da quegli aspri
gioghi.
Si fecero avanti per due strade, l'una più su per piombare sopra
Orezza, l'altra sotto, per a Sant'Antonio, onde accennare contro il
Vescovato. Mescolaronsi ferocemente Franzesi con Corsi; cedevano ora
questi ora quelli alternamente vincitori o vinti. Il fine fu che i
Corsi riacquistarono Penta superiormente, Venzolasca inferiormente.
L'acquisto della Penta diede loro più grande ardimento. Perciò, passato
il Golo, guadagnarono paese sulla sinistra del fiume, presero Murato
e ricuperarono buona parte del Nebbio superiore. Fecero in Murato
una ricca preda, togliendo a Grandmaison, posto in fuga, i bagagli,
le tende e due pezzi di cannone. Di tal maniera furono compressi i
Franzesi nel Nebbio, che già i loro nemici si approssimavano a San
Fiorenzo; tornati alla Corsica Barbaggio, Patrimonio e Furinole.
I Franzesi s'erano fatti forti a Loreto con animo di allargarsi
vieppiù. I Corsi, per turbar loro i disegni, andarono a sloggiarli, a
fine di spazzare tutta la Casinca. Per ben sette ore durò l'assalto
della terra, cui finalmente più non potendo i difensori sostenere,
perchè continuamente arrivava a Paoli nuova gente delle montagne,
cessero e fecer opera di ritirarsi, lasciando, non solamente Loreto
ma ancora Vescovato ed altri luoghi di quella provincia, per cercar
ricovero oltre il Golo contro la furia corsa, che li perseguitava.
Fuggivano i Franzesi inseguiti ed incalzati da' Corsi, i quali, siccome
abili imberciatori, ne facevano grande scempio. Molto anzi maggiore
danno avrebbero patito, se i loro persecutori, irritati contro di
que' popoli che di volontà si erano dati, non si fossero messi in sul
saccheggiare il paese, di maniera che la ruina de' Corsi che s'erano
sottomessi fu al tutto la loro salute; però lasciando in potere de'
vincitori quattro cannoni.
L'avveduto Clemente Paoli, prevedendo che i fuggitivi sarebbero
concorsi al ponte del lago Benedetto, per ivi passare il fiume,
corse avanti, e l'occupò; il che pose in quasi totale disperazione i
vinti. Arrivati al fiume, e vedutolo gonfio ed alto, si arrestarono.
Sopraggiungevano a torme i Corsi animati dal furore, dal numero, dalla
vittoria: fecero i Franzesi qualche testa, ma ormai vedevano l'ultimo
loro eccidio, se non passavano. Misersi all'acqua, le onde furiose
li trasportavano, i Corsi furibondi li saettavano con le archibugiate
giuste, molti perirono affogati, molti coi corpi trafitti dalle palle,
mescolando il loro sangue colle acque del fiume, e fiume funesto fu il
Golo pei Franzesi in quel terribile punto: seicento soli si ridussero
a salvamento sulla sinistra sponda, e drizzarono i passi verso il borgo
di Mariana.
Desideravano i Franzesi di conservare in loro potestà quel borgo come
terra che poteva facilitare di nuovo il passo del Golo, e per essere
quasi antibaluardo di Bastia. Ondechè non così tosto vi pervennero,
che si diedero a fortificarlo, cingendolo d'ogni intorno di terrapieni
e fossi, e chiamando da Bastia nuove provvisioni di artiglierie e di
munizioni così da guerra che da bocca.
Ma i Corsi quella terra ad ogni costo occupare volevano, sì perchè
credevano necessario, a maggiore fracassamento del nemico, di seguitare
l'impeto della vittoria, e sì ancora perchè la possessione di Mariana
dava loro facoltà di andar a romoreggiare sin sotto le mura di Furiani
e di far accorti i Bastiesi che ancora a loro spavento ondeggiavano in
aria le insegne del Moro.
Paoli s'infiammò, incalzò, corse; i compagni le sue pedate seguitavano
sonando. Quindi, per far maggiore l'oste sua vincitrice, comandò
a Mario Cottoni che venisse da Aleria, a Giannantonio Arrighi da
Corte, a Giulio Serpentini da terra del Comune; e in fatti giunsero
sull'imbrunire, verso notte, a Mariana, e ne occuparono le pendici
esteriori; poi fecero una circondazione, e scavarono ed ammontarono
la terra d'ogni intorno. L'assaltarono da presso, da lontano
l'assediarono; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli, Agostini da Ponente,
Gafforio, Gavini da Levante si posarono vicini alla terra e senza
tregua l'infestavano colle artiglierie. Gli altri si alloggiarono più
alla larga, per impedire le vettovaglie e gli aiuti; Clemente Paoli
alla strada che porta al Nebbio, Serpentini alla Serra, Pasqualini
presso a Luciana per guardare quelle alture, il generalissimo poi
in Luciana per essere in pronto di sopravvedere ogni cosa da quella
eminenza, e di soccorrere ove abbisognasse.
Chauvelin, avuto avviso del pericolo de' suoi che se ne stavano serrati
in Mariana, si deliberò immantinente di accorrere in aiuto, movendosi
da Bastia con tre mila uomini bene armati. Siccome poi era pratico
capitano, volendo dar favore al suo movimento anche da un'altra parte,
mandò comandando a Grandmaison che, da Oletta scendendo, venisse a
battere le strade verso Mariana, sperando per tal modo di mettere i
Corsi in mezzo. Mosse in fatti Grandmaison e affrettava verso Mariana
i passi; ma i nazionali, che avevano avuto avviso dell'intenzione e
del movimento, s'interposero di mezzo tra San Fiorenzo e il Borgo,
alloggiandosi alle strette delle alture di Rutali in così grosso
numero, che il Franzese stimò che non fosse bene di venire ad un
cimento di troppo eccessivo pericolo. Per la qual cosa, non che
tentasse di sloggiarli, se ne ritornò e rimase in Oletta, senza che
perciò Chauvelin, non ostante che perduto avesse la speranza della
sua cooperazione, volesse deporre il pensiero di dar l'assalto a chi
assaltava Mariana, credendosi da sè solo bastante a compir l'impresa, e
nel suo disegno secondato da Marbeuf, ch'era con lui.
Si aperse il dì 9 d'ottobre, che dovea vedere una grave contesa fra
due forti nazioni. Distribuite le vicende, i Franzesi andarono alla
fazione divisi in tre parti: Marbeuf assalì con un impeto incredibile
le trincee dei Corsi; il conte di Narbona si scagliò con non minor
valore contro la terra; e quelli stessi che la terra custodivano,
saltando fuori dal loro ripostiglio, urtarono dalla loro banda chi
gli assediava. In questi sanguinosi fatti e Franzesi e Corsi fecero
cose degne di guerrieri impavidi e valentissimi, bene gli uni e gli
altri sostenendo il nome che portavano, sì che l'asprissimo conflitto
durò per ben dieci ore. Marbeuf, contuttochè con tutte le forze si
travagliasse, non potè ottenere l'intento di cacciare l'inimico dalle
trincee; imperciocchè con quanto vigore urtava, con altrettanto era
riurtato, nè il corso volle cedere al valore franzese. Dal suo lato
Narbona avea giù fatto qualche progresso, perchè, assalite furiosamente
le sei case fortificate dai Corsi, tre ne avea recato in suo potere e
tempestava tuttavia contro le tre altre che restavano a superarsi. Ma
in quel fatale momento essendo stato obbligato a soprastare alquanto,
perchè gli mancavano le scuri per ispaccare ed i petardi per rompere,
si trovò esposto a così grave e fitto bersaglio, che, disperando del
fine, e ribattuto violentamente indietro da quei di dentro, lasciò
l'impresa e retrocesse verso il Marbeuf, il quale ancor esso si era
ritirato indietro dall'assalto. Quanto a quella colonna degli assediati
uscita del suo ricinto, con tanto furore e tale tempesta fu dai Corsi
investita che restò tagliata a pezzi tutta, salvo dodici o quindici,
che ebbero per bella fortuna il poter rinserrarsi nelle mura.
Ultimamente Chauvelin, veduto l'esito infelice de' suoi tentativi,
chiamò a raccolta, e viaggiando fra le tenebre della notte, in quel
mentre sopraggiunta, si ritirò al campo di Santa Maria dell'Orto ed
a Bastia. L'ebbero i nazionali seguitato, e come gli avevano ucciso
molta gente nella battaglia, così molta glie ne trafissero a morte
nella ritirata. Sommò il numero de' suoi morti intorno a cinquecento,
e in assai maggior numero furono i feriti. Lo stesso Marbeuf toccò una
ferita nella spalla, il colonnello del reggimento di Rouergue in una
gamba, il colonnello del reggimento sassone nel ventre. Gli assediati
in Mariana, ch'erano in numero più di cinquecento, perduta ogni
speranza di soccorso, si arresero, e furono condotti a Corte. A questo
modo Paoli vinse Chauvelin.
Ricevettero i Franzesi in questo fatto una gran percossa. In balìa dei
vincitori rimasero intorno a due mila archibusi, tre cannoni di bronzo,
dodici casse di polvere, diciassette mila cartocci ed altri militari
stromenti ed attrezzi.
La vittoria di Mariana diede maggior animo ai Corsi per modo che
vieppiù a loro medesimi persuasero che Paoli fosse il guerriero
nato per fondare la loro libertà. E veramente nei preparamenti e
nella condotta della battaglia il generale corso dimostrò un'arte
squisitissima; nè i suoi Corsi gli mancarono di assistenza, perchè con
un valore, anzi con una ostinazione estrema combatterono.
La stagione diveniva ormai sinistra, nè più si poteva campeggiare
all'aperto, condizione favorevole ai Corsi, contraria ai Franzesi, per
esser quelli avezzi a quel cielo e contentarsi di poco per vivere,
mentre l'insolito clima domava questi, nè potevano le provvisioni
abbondare alle squadre isolate, posciachè i Corsi, attentissimi ad
ogni mossa, velocissimi di natura e per esercizio, e conoscitori
perfettissimi d'ogni strada più nascosta, sopravvenivano agevolmente ed
improvvisamente e arraffavano le vettovaglie o le tenevano impedite.
Il generale di Francia, vedendo la necessità di cessare dalla guerra
pei tempi avversi, e desiderando di distribuire in istanze invernali
più comode i soldati, s'ingegnava di allargarsi; nell'esecuzione del
quale proposito succedevano spesse ed aspre zuffe fra i due popoli
nemici, cotanto l'uno contro l'altro instizziti. E fra le altre una
ve ne fu tra i Franzesi comandati dal conte di Coigny, che voleva
impadronirsi di Murato, ed i Corsi che impedire ne lo volevano, nella
quale, colto il giovane Franzese in un'imboscata, benchè forte fosse
e valorosamente si difendesse, rimase morto per una palla d'archibuso
che lo colpì. Morto Coigny, i suoi compagni ritrassero i passi a tutta
fretta, seguitati senza posa dai Paolisti, che gl'incalzavano colle
sciabole, cogli stiletti e colle baionette, sì che in questa piuttosto
battaglia giusta, che piccola scaramuccia, perì la metà di loro,
diciassette uffiziali parte morti, parte feriti, e con essi moltissimi
gregarii.
In quest'anno furono i Gesuiti espulsi dallo Stato di Parma, tra il
quale e la corte di Roma allora più grave contestazione si accese,
che, per aver avuto termine nel seguente anno, a quello differiamo il
tenerne parola, anche per non interromperne il filo incominciato che
abbiasi una volta a tesserne l'istoria. Se non che gioverà fin d'ora
notare che, presa parte in quella contesa dalle case di Borbone, il
re di Francia fece, a danno della santa Sede, occupare il contado
avignonese, e quello di Napoli mandò le sue truppe ad impossessarsi, in
pregiudizio della medesima, dei ducati di Benevento e Pontecorvo.


Anno di CRISTO MDCCLXIX. Indizione II.
CLEMENTE XIV papa 1.
GIUSEPPE II imperadore 5.

In Corsica, la guerra dell'anno precedente con quel fatto che abbiam
riferito quasi finì, riposandosi i guerrieri ne' loro alloggiamenti
d'inverno. La prospera fortuna de' Corsi contro una Francia, e lo
estremo valore da loro mostrato in tanti bellicosi incontri tenevano
maravigliate le nazioni, le quali generalmente a quel forte popolo
fortunato destino desideravano. Paoli soprattutto era sulle lingue
e sulle penne di tutti, e il chiamavano forte, felice e generoso;
lui gli antichi esempi di Grecia e di Roma rinovellare predicavano,
ed i moderni d'Inghilterra e d'Olanda, e quegli stessi della recente
Genova; la Corsica appellavano bene avventurosa per averlo prodotto,
bene avventurosa per averlo a guida; ammiravano quelle inclite rocche
in mezzo alle acque del Mediterraneo sorgenti, e pubblicavano dare la
combattente isola felice augurio, felice esempio all'Italia e al mondo
tutto quanto.
Nuovi rumori, che da Tolone si udivano, tenevano i Corsi in qualche
ansietà delle cose future, e gli avvertivano che non erano ancora
pervenuti al fine delle loro fatiche. In fatti, già si sentiva che in
quel porto si travagliavano grandi apparati di guerra, si allestivano
e mettevano all'ordine buon numero di bastimenti, si raccoglievano
soldati destinati alla conquista, fanti per la maggior parte, non
essendo i campi dell'isola atti a ricevere cavalli ed a maneggiarvisi
guerra di cavalleria. Non isfuggiva a nissuno che la Francia, avendo
assunto l'impresa di sottomettere quell'isola ed al reame aggiugnerla,
non era per restare al di sotto, nè per tirarsi indietro per nissuna
difficoltà che sorgesse, poichè troppo abbietta cosa le sarebbe paruta,
a lei così grande, così forte e di tanto grido in guerra, di essere
sgarata e fatta stare da quattro isolani. Le pareva incomportabile,
che la piccola Corsica osasse d'alzarle la fronte contro, e quasi a
freno tenere la volesse. Perciò soldati a soldati aggiungeva, armi ad
armi; Tolone gli accoglieva, e da quel porto già stavano minacciosi
per partire e per rinforzare la guerra nella renitente isola. Chauvelin
aveva scritto che se non erano trenta mila di quella gioventù franzese,
sarebbero indarno, ed in pari tempo, per salute inferma, e forse per
l'infelicità de' suoi tentativi, aveva chiesto licenza. Gli venne
surrogato il conte di Vaux, del quale pel buon nome di cui godeva,
si sperava che avrebbe governata la guerra più virtuosamente e più
felicemente dei suoi antecessori.
A così potente apparecchio, che indicava l'estrema volontà di Francia,
l'estremo cimento della fortuna, molto si sollevarono gli animi in
Corsica. Alcuni temevano, credendo l'impresa loro perduta; altri, più
oltre procedendo, accusavano Paoli d'ambizione e dello scellerato
pensiero di voler vedere la ruina della sua patria, piuttosto
che scendere dal grado a cui era stato esaltato; altri finalmente
cominciavano in cuor loro ad interporre una servitù quieta ad una
libertà turbolenta e tempestosa. Tali erano le opinioni, tali i
dissidii: questi pensieri nascevano, quando pel silenzio dell'armi
si trovarono i sangui raffreddi nell'inverno. Ma i più di gran lunga
pertinacemente perseveravano nel loro proposito: gli sviscerati per
la libertà, per lei morire volevano, e in Paoli, come in suo sincero
e forte sostenitore, confidavano. Videro il pericolo, e cercando
con salute d'incontrarlo, tennero nel mese di aprile nel convento
di Casinca una generale consulta, e quell'assemblea di guerrieri, di
pastori, di pecorai, di cacciatori, di religiosi ancora decretò:
Ognuno dai sedici ai sessant'anni si armasse in guerra, e chiamato, vi
andasse con quaranta cariche da schioppo;
Un terzo stesse sui campi a fronte del nemico, sinchè gli venisse la
muta di un altro terzo; potendo però, se ne scadesse bisogno, gli altri
due terzi avviarsi insieme, e col primo andare alla guerra;
I bestiami si ritirassero da' piani ai monti alti e sicuri, col
privilegio di nissun pagamento pel pascolo;
Che i poveri ma valorosi, i quali colle loro famiglie dovessero per
cagion del nemico ritirarsi nell'interno del regno, avessero le spese
dal pubblico;
Che tutti gli ecclesiastici, non in cura d'anime, dovessero concorrere
alla comune difesa colle loro persone, e si ordinassero in corpo per
tenere certi posti, onde le schiere de' secolari potessero meglio ed in
maggior numero travagliarsi nelle fazioni alla campagna.
Viveva ancora nella nazione corsa, se non in tutti, certamente ne'
più, quando il suo supremo magistrato ordinò queste cose, quell'acceso
spirito, per cui per tanti anni aveva a Genova contrastato ed ora
la spingeva a resistere alla Francia. I fatti forse le divenivano
contrarii, ma con estremo ardore all'estremo cimento si andava
preparando. Per la qual cosa di buon grado accettò le sovrane
deliberazioni; nissuno si ristette; chi per l'età poteva, chi per
l'esempio, tutti davano l'opera loro prontissimamente. I guerrieri,
nel corso abito involti e dal corso valore spinti, calpestavano il
suolo verso le terre sopra di cui il nemico insisteva, e ferocemente
le armi brandivano. I vecchi, i decrepiti stessi, in quell'estremo
pericolo della Corsica, parevano rinvigorirsi, e le membra, che ormai
abbisognavano più di riposo che di travaglio, esercitavano alle opere
faticose da lungo tempo dismesse. Le donne ancora non isgomentatesi,
anzi incoraggitesi a quello aspetto terribile delle cose, quai novelle
Amazzoni, alcune in femminili vesti avvolte, altre accinte in abito
virile, qua e là armate correvano, e cogli uomini gareggiavano di
coraggio e di furore. I fanciulli stessi, che fin dalla culla aveano
succiato rabbia contro Genova, ora, voltandola contro la Francia,
davano a conoscere, negli esercizii militari travagliandosi coll'armi,
che i germi, non che le piante adulte, erano di quel vitale succo
imbevuti e pregni.
Mentre così la Corsica tutta si commoveva e si avventava coll'armi, e
in sè medesima forte strepitava in ogni parte di grida, giunsero nuove
che il conte di Vaux, generalissimo di Francia, era ai 2 di aprile
arrivato in San Fiorenzo, e che genti sopra genti, armi sopra armi, nel
medesimo porto ed in Bastia ed in Calvi, sbarcava sulla terra corsa,
sbarcava grandissimo apparecchio d'uomini valorosi e bene ordinati
contro uomini infiammati e cui muoveva piuttosto la volontà propria
che la regolata disciplina. La causa della famosa isola era urtata da
urto possente, e se non la salvavano le montagne, gli stretti passi e
la longanimità di gente povera e al poco contenta, sembrava impossibile
che a così grande sforzo reggere potesse.
Ai gravissimi avvisi che i Franzesi cotanto ingrossavano la guerra,
Paoli insorse, ed a quella estrema pruova gli animi dispose e le armi.
Già si vedeva che se una forza soprabbondante il chiamava a ruina, non
da vile, ma da forte perire voleva, e volta la mente alla posterità,
nella posterità si consolava.
Trasse Paoli fuori il terzo della nazione, ed ordinò che gli altri
due stessero pronti al muoversi; i volonterosi compagni schierando
e ponendo in ordine a Casinca ed in altri luoghi di frontiera, donde
sboccando i Franzesi potevano far impeto. Li raccolse alle insegne;
ne fece rassegna e mostra, ed aveano sembianza di soldati provati, non
fatti tumultuariamente. In quel momento istesso gli attillati e odorosi
vagheggioni delle famose città di Francia e d'Italia marciavano in
femminili e molli tresche, e forse dei pecorai di Corsica si burlavano;
ma i buoni europei guerrieri ammiravano quelle alte anime, e molti,
allettati dal portentoso grido, fra gli altri lord Pembroke, furono
presenti alla mostra solenne, ed a quei devoti uomini auguravano sorte
felice.
Dall'altra parte il capitano franzese che voleva essere mutatore di
quello stato, uscito ancor esso a campo fuori di Bastia, aveva raccolto
i suoi sulla spiaggia di San Nicola, e gli andava ordinando alle vicine
battaglie. Stupivano che rozzi paesani si fossero posto in animo di
resistere ad una Francia.
Grande arte, grande perizia mostrò de Vaux. Allievo di Maillebois,
e, come egli, esercitato nelle guerre di Corsica, i luoghi sapeva,
e conosceva le forti e le deboli parti del nemico. Reggeva meglio
di ventidue mila soldati, ben provveduti d'ogni cosa alle militari
fazioni confacente, e più ancora di coraggio. Accampossi col grosso
dell'esercito ad Oletta, colla sinistra appoggiata alla bassa Tuda,
e colla destra, distendendosi verso la regione più piana, accennando
a San Fiorenzo. Le due ali erano, l'una sotto il governo del marchese
di Arcambal, che teneva la destra, l'altra dal conte di Marbeuf, che
stava sulla sinistra, quella per ispazzare il paese verso le parti
superiori del Nebbio, questa per sottometterlo dalla parte di Borgo
e Mariana verso la costa marittima. Una schiera appartata, retta dal
signor di Narbona, aveva posto l'alloggiamento a Monte Nebbio, vicino a
Borgognano, per tenere in freno i Corsi dell'Oltremonte. Col medesimo
intento un altro corpo col marchese di Luker stava a sopraccapo di
Montemaggiore, Calenzano e Rapalle per fare che i Corsi della Balagna
accorrere non potessero in aiuto di Paoli.
I Corsi, disposti a mettersi alla stretta dei fatti d'armi, s'erano
ordinati a fronte dell'esercito franzese di maniera che sulla sinistra
loro, partendo da San Pietro, San Gavino e Sorio, terre del Nebbio, e
procedendo verso la destra, si distendevano, passando per Olmetta, fino
a Borgo in poca distanza da Mariana. Il principale loro sforzo era in
Olmetta, ed era creduta il più stabile fondamento della loro resistenza
una catena di monti, le cui sommità avevano con trincee ed artiglierie
fortificate, e che corrono da Val di Bervinco al monte Tenda. Paoli ed
il suo fratello Clemente alloggiavano in Murato, punto medio di tutta
la circonferenza, e che avevano voluto fortemente presidiare, perchè
di là potevano vedere, sopravvedere e provvedere subitamente quanto
occorresse. Saliceti, Cottoni, Serpentini ed altri valorosi capi li
secondavano chi sull'ala destra e chi sulla sinistra. E a questo modo i
due campi nemici stavano a petto l'uno dell'altro.
De Vaux conosceva che, per meglio dispensare l'ordine della guerra,
e più facilmente rompere il renitente nemico, fosse maggior profitto
salire sino a Corte, perchè essendo quella città metropoli del regno,
e situata verso i sommi gioghi, fra il Cismonti e l'Oltramonti,
l'acquistarla avrebbe dato, siccome giudicava, spavento ai Corsi, e nel
medesimo tempo procurato facilità per iscendere nell'Oltramonti sopra
Aiaccio. A questo aveva fermo l'animo ed indirizzava i suoi pensieri;
ma per condurgli ad effetto, aveva a fare con Corsi, con fiumi e con
montagne, se non che il confortavano l'animo suo forte, l'uso di guerra
che aveva ed il valore de' suoi soldati.
Andando il dì 5 di maggio, si moveva alla fazione, ed in cotal modo il
fece. Principale suo intendimento era di guadagnare le alture di San
Nicolao, donde, si accenna sulla sinistra a Bigorno, e quindi al basso
Golo sulla destra al monte Tenda, superato il quale acquistava l'adito
a Ponte Nuovo sul Golo, e più lungi, passato il fiume, a Corte. Credeva
che per questa via il nemico fosse più agevole ad essere fracassato.
Ordinò primieramente, per tenerlo in inganno di quanto ei volesse
fare, che Arcambal e Marbeuf, colla parte delle genti che avevano in
custodia, facessero un gran tempestare sulle due estremità. Stimando
poi che i Corsi accampati a Sorio, San Gavino e San Pietro potessero,
infestando l'ala destra, turbare i movimenti ed interrompere le strade
per San Fiorenzo, aveva dato ordine che sui luoghi più opportuni si
assettassero fortificazioni estemporanee e si munissero d'artiglierie.
Così fatto come pensato, De Vaux, parendogli ormai che il tempo
fosse da spenderlo in operare, ed esplorato bene l'inimico, andava
all'esecuzione del suo disegno. Ognuno fece il debito suo virilmente
e combattessi con molta gara. I Corsi, dato mano alla difesa,
contrastarono con sommo valore: i Franzesi con non minor valore gli
assaltarono. Stette alcun tempo dubbia la fortuna; ma finalmente
prevalse la disciplina al combattere incomposto, e l'onore delle
insegne all'amore della patria. De Vaux percosse finalmente con
tal impeto nel nemico che lo cacciò da Olmeta, lo cacciò ancora da
Vallecalde, ed in fine accostassi a Murato.