Annali d'Italia, vol. 7 - 40

penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da
Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo
il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere
alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina,
che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono
gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il
real infante _don Filippo_ a solazzarsi in questa metropoli con opere
di musica, ed altri divertimenti; il _duca di Modena_ se ne passò a
Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio
a Milano; e il _generale Gages_ col nerbo maggiore delle truppe
Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore,
per impedire qualunque tentativo che potesse fare il _principe di
Lictenstein_, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona,
e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.
Non attendeva già a solazzi in Vienna l'_imperadrice regina_, ma con
attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte
austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era
già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto,
sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì
subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta
d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto;
convenne ubbidire. Gran copia ancora di reclute si mise allora in
viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion
di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul
Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure
alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano.
E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a
Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli
i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual
ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio,
dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto
nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto
grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria
in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare
sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da
Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo
per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera
di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non
si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.
Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni
di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno
presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo
fu il _re di Sardegna_, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle
del sognato suo accordo colla Francia. Spedito il _barone di Leutron_
con più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese
suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con
più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì
bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe,
al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire
da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli
Usseri, cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che
per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo
rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli,
e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul
comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per
coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in
varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla
volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco
di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto
dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio,
comandato dal valoroso _marchese di Carraglio_, era anche giunto a
combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si
trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni
franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo
de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello
spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di
Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi
il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente
verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero
conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle
sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono
dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato
assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare.
Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante
suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà
di Milano. Ma da che s'intese che il general tedesco _Berenclau_
da Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di
Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si
salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a Como
Lecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero
a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le
scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò
ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia,
aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea
predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano.
Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col
duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil
città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il
rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono
gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la
festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice
liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.
Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta
degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua
da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto
sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben
riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non
è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da
Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino
a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano,
ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città.
Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva
tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea
accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio
del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella
bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real
infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisi venuti da
Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora
i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un
general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e
secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni.
Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli
prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano,
nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da
far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che
sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati
colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti.
Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per
l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandante _conte
di Broun_, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo
di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre
dai generali _Lucchesi_ e _Novati_, s'inviò alla volta di Luzzara e
di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di
campo _conte Coraffan_, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo
reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle
migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto
anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo
al _marchese di Castellar_, che con alquanti reggimenti era venuto alla
difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine
andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine.
Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte
di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi
fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte
del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a
tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti
e prigioni. Piantati intanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto
Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere
di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse
sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli
Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono
al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di
Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune
centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso
di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i
nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più
Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito
lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma,
lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in
questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro
mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.
Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto
egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì
28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi
esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di
colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio
due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due
Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere
in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che
quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver
taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio
tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran
festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore
delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar
quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla
volta del Parmigiano, come a nozze, per l'avidità dello sperato, e
fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme
magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe
il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di
tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio
ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar
sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de'
Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che
alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo
in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi
in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che
s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi
ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò
esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa
di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto,
per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante
imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi
di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a
quel campo il supremo comandante _principe di Lictenstein_, il quale
con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e
massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.
Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia
di Parma il tenente generale spagnuolo _marchese di Castellar_; ma
prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là
dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di
assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale
dell'artiglieria _conte Gian-Luca Pallavicini_ con grossa brigata
di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere
posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata della resa dal general
comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava
d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale.
Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso
dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre
lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli.
Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena
e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era
già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di
Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro
sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a
Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli
Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel
dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di
tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po
a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano
in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici
in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze
il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile,
quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume
suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice
regina.
Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia
all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti
dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di
azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila
combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo
a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che
teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso
presidio in quella città. I Franzesi col _maresciallo di Maillebois_
tranquillamente riposavano tra Voghera è Novi, a fin dì conservare
il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e
da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si
decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava
sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in
numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi
prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare
una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era
sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato
a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque
concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire
di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si
fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le
loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di
gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci,
tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella
stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento
uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello,
alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di
Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio
e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli
Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e
Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato,
e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per
dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre
del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero
di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente
maresciallo _conte Nadasti_ co' suoi Usseri e con un corpo di Croati,
che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguirono perciò varie
battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i
fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti,
e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella
truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi,
in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò
in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più
di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè,
avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori
truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando
era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono
indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di
quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli
altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero
s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini
di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente
mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi
col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia
austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con
rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece
pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra,
con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli
altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa
appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in
esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari
attrezzi e munizioni.
Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie
poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto
Valenza. Era diretto quell'assedio dal _principe di Baden Durlach_,
e coperto dal _barone di Leutron_, dichiarato ultimamente generale di
fanteria. Continuarono le offese contro di quella piazza sino al dì 2
di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed
aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera
bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali
toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città
di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto il _generale
Gages_ l'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di
Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive
del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì
5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza
maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò
per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con
estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino
alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli
Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del
duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio
senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto
andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in
dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire
stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si
mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti
innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila
combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto
essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se
n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno
aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca
di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare
agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un
ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al di là da Po.
Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo
corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages.
Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista
di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici.
Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6,
colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal
Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici,
senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti,
inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti
in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si
misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi
a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con
baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a
ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio,
dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in
fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati
in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila
furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il
resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli
non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due
stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva
di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo
e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con
tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre
colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro
ritorno.
Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato
con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia
ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata la
spianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla
parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica
grandiosa, eretta con grandi spese dal _cardinale Alberoni_, per
quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In
quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli,
ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco
ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile
a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel
dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni
battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si
mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora
di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per
maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e
però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli
aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla
città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci
per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli,
dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi
ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale,
che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o
scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea
degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora
della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello
di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte
ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi
alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese
di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli
abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della
medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la
troppa lontananza delle batterie e de' mortari nemici. Riuscì ancora
nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia
a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa
cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche
Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.
Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli
Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti
intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta
pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si
scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col
suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di
ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione
dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene
provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po
scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano
contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro
uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci,
perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che,
coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso,
e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di
là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero
lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i
territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua,
per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo
dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu
questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un
grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città,
ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per
due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed
intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale,
farina, legumi, formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe
e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero
soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.
Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due
nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche
novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa
dodici mila combattenti) il _maresciallo di Maillebois_ alla volta di
Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che
erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca
terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi,
ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila
lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del
Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono
con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora
erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non
mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti
dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia