Annali d'Italia, vol. 7 - 16

in quell'isola più di due mila combattenti, e gli abitanti corsero a
soggettarsi. Nel dì 26 marciò contro il castello e porto di Maone, e
fra due giorni se ne impossessò: perdita che sommamente increbbe al
re Filippo per l'importanza di quel porto, caduto in mano di chi sel
terrebbe caro. Come il Garzoni storico sì accurato metta nel libro
XIII la presa di Minorica nell'anno 1707, se non anche nel precedente,
non l'ho saputo intendere. Intanto nel dì primo d'agosto fece il suo
solenne ingresso in Barcellona la novella sposa del re Carlo III con
gran tripudio e festa dei Catalani.


Anno di CRISTO MDCCIX. Indizione II.
CLEMENTE XI papa 10.
GIUSEPPE imperadore 5.

Il verno di quest'anno fu dei più rigorosi che si sieno mai provati
in Italia, perchè gelò il Po con altri fiumi, e colle carra si
passava francamente per l'alveo suo fortemente agghiacciato. Fin
la lacuna di Venezia si congelò tutta, con grave incomodo di quella
gran città, a cui su pel ghiaccio si dovea portar tutto ciò che con
tanta facilità si portava in altri tempi per barca. Si seccarono
perciò le viti, gli ulivi, le noci ed altri alberi, e nel Genovesato
gli agrumi. Se ne stava, ciò non ostante, tutta l'armata cesarea
dolcemente accampata sul Ferrarese, Bolognese e Romagna, godendo
un buono, cioè un indiscreto quartiere d'inverno alle spese di quei
poveri popoli, benedicendo essi Tedeschi il papa, che non era fin qui
condisceso ad alcuno accomodamento coll'imperadore, e dava campo ad
essi di deliziarsi in quelle ubertose campagne. Erasi portato a Roma
il _marchese di Priè_ plenipotenziario cesareo a fine d'indurre il
pontefice ad eleggere non la pericolosa via delle armi, ma la pacifica
del gabinetto, per venire ad un accordo. Nè pure il re Cristianissimo
trascurò allora di spedir colà il _maresciallo di Tessè_ per fomentare
gli spiriti guerrieri nell'animo di sua santità, e frastornare ogni
concordia con Cesare, spendendo largamente promesse e sicurezze di
poderosi aiuti. Ma questi aiuti erano lontani, erano anche dubbiosi;
e intanto il santo padre avea sulle spalle troppo pesante fardello
dell'armamento proprio, che a lui, forse più di quel che avesse fatto
ad altri, costava una gravissima spesa. Aveva egli anche fatto grosse
rimesse agli Svizzeri e ad Avignone, per tirar da quelle parti un
buon nerbo di gente. Il peggio era che le truppe cesaree, con ridersi
delle truppe papaline, ogni dì più si stendevano per la Romagna, e
minacciavano di voler passare, e non già per divozione, sino a Roma
stessa. Dalla parte ancora del regno di Napoli si accostavano milizie
ai confini dello Stato ecclesiastico. Trovavasi perciò in gravi
angustie il buon pontefice; dall'una parte l'agitava la paura di
maggiori violenze, e l'amore paterno dei minacciati e già aggravati
suoi sudditi; e dall'altra il timore di mancare all'uffizio suo in
cedere alcun dei diritti della santa Sede per gli affari di Parma
e Piacenza e di Comacchio, giacchè anche per le due prime città
era uscito manifesto di Cesare, che le pretendeva quai membri dello
Stato di Milano. S'aggiugneva l'insistere il ministro cesareo che la
santità sua riconoscesse per re di Spagna _Carlo III_; punto di gran
dilicatezza, al cui suono strepitavano forte i ministri delle due
corone Cristianissima e Cattolica. Ma finalmente la paura è una dura
maestra, e il saggio si accomoda ai tempi. E però, dopo avere il santo
padre con pubbliche preghiere implorato lume dai cielo, nel dì 15 di
gennaio del presente anno stabilì l'accordo con Cesare, promettendo
egli di disarmare, e il cesareo ministro di ritirar dagli Stati della
Chiesa le truppe cesaree, e di obbligare il _duca di Modena_ a non
inferire molestia alcuna alle terre della Chiesa. Fu convenuto che in
amichevoli congressi, da tenersi in Roma fra i ministri pontificii e
cesarei, si esaminerebbono le pendenze insorte per gli Stati di Parma,
Piacenza e Comacchio, e similmente le ragioni del duca di Modena sopra
Ferrara, per conchiudere ciò che esigesse la giustizia. Durante il
dibattimento di queste cause fu accordato che l'imperadore restasse in
possesso di Comacchio. Segretamente ancora fu convenuto che sua santità
riconoscerebbe per re Carlo III. Fece quanta resistenza mai potè il
pontefice; pure in fine s'indusse ad un sì abborrito passo.
A questo accomodamento non mancò la lode ed approvazione della gente
più savia, considerato il pericolo di mali incomparabilmente maggiori,
se la santità sua non si arrendeva. Ma non l'intesero così le corti
di Francia e Spagna, pretendenti che il pontefice dovesse sacrificar
tutto, e soffrire l'eccidio dei suoi Stati, più tosto che condiscendere
al regio titolo di Carlo III. Però, quantunque Roma facesse conoscere
che in alcuni tempi erano stati riconosciuti per re due contendenti, e
lo stesso re Cristianissimo avea nello stesso tempo riconosciuto per re
della Gran Bretagna _Giacomo II_ e _Guglielmo III_; pure a nulla giovò.
Vennero ordini che il _maresciallo di Tessè_, l'ambasciatore cattolico
_duca d'Uceda_ e il _marchese di Monteleone_ plenipotenziario del
_re Filippo V_ si partissero da Roma, con premettere una protesta di
nullità dell'atto suddetto. Fu ancora licenziato da Madrid il _nunzio
Zondedari_, vietato agli ecclesiastici il commercio con Roma, e fermato
il corso di tutte le rendite provenienti dalla Spagna alla dateria
apostolica: violento consiglio, di cui durò poscia l'esecuzione per
molti anni appresso. Dirò qui in un fiato che si diede poi principio
nell'anno seguente in Roma ai congressi promessi per le controversie di
sopra accennate di Parma, Piacenza, Comacchio e Ferrara, intervenendovi
il _marchese di Priè_ con gli avvocati di Cesare e del duca di Modena;
ma dopo una ben lunga discussione delle vicendevoli ragioni, non si
venne a decisione alcuna, e restarono le pretensioni nel primiero
vigore, senza che alcuna delle parti cedesse. Si conchiuse bensì,
che chi non ha altre armi che ragioni e carte per torre di mano ai
potenti qualche Stato occupato, altro non è per guadagnare che fumo.
Era venuto sul fine del precedente anno a Venezia _Federigo IV_ re
di Danimarca, principe provveduto di spiriti guerrieri, per godere
di quel delizioso carnevale, e, benchè incognito, ricevette distinti
onori e suntuosi divertimenti da quella sempre magnifica repubblica.
Passò dipoi a Firenze, dove dal gran duca _Cosimo de' Medici_ fu
accolto con cortesissime dimostrazioni di stima, che a taluno parvero
eccessi. Si fermò in quella corte non poco tempo con aggravio d'esso
sovrano, o, per dir meglio, dei sudditi suoi, che furono poi obbligati
ad una contribuzione per le tante spese fatte in quella congiuntura.
Credevasi ch'esso re passerebbe a Roma per godere delle rarità di
quella impareggiabil dominante. Forse non si accordò il ceremoniale;
e venuta anche nuova che si trattava alla gagliarda di pace fra le
potenze guerreggianti, verso il fine d'aprile si mosse di Toscana per
ritornare ne' suoi Stati, e giunto nel dì 25 d'esso mese a Modena,
trovò qui un accoglimento, qual si conveniva alla sua dignità e merito.
Nel dì 6 del seguente maggio cessò di vivere _Luigi Mocenigo_ doge di
Venezia, e fu poi esaltato a quel trono _Giovanni Cornaro_. Già era
perduta la speranza che _Ferdinando de' Medici_, principe ereditario
di Toscana dopo tanti anni di sterile matrimonio arricchisse di prole
la sua casa; il perchè il gran duca suo padre maneggiò e conchiuse
l'accasamento del _cardinale Francesco Maria_ suo proprio fratello con
_Leonora Gonzaga_ figlia di _Vincenzo_ duca di Guastalla. Pertanto,
avendo questo principe rinunziata la sacra porpora, nel principio di
luglio sposò la suddetta principessa, che nel dì 14 d'esso mese arrivò
a Firenze: rimedio procurato ben tardi alla cadente insigne casa de'
Medici, essendo già questo principe pervenuto all'età di cinquant'anni,
e debilitato da qualche incomodo della sua sanità.
Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_ per mezzo de'
suoi emissarii sparsa cotanto per l'Olanda la sua sincera disposizione
alla pace, che si cominciò a dar orecchio a sì lusinghevol proposta,
e se ne trattò seriamente fra i ministri delle potenze collegate.
Maggiormente si scaldò questa pratica nel verno e nella primavera
dell'anno presente, nè v'era persona che non credesse risoluta la
Francia di volere ad ogni costo la pace. Non si può dire in quanta
miseria si fosse ridotto quel florido regno per sì lunga guerra,
per sì numerosi eserciti mantenuti in tante parti. Restavano incolte
molte campagne per le tante leve di gente; insoffribili gli aggravii;
le milizie per gl'infelici avvenimenti degli anni addietro scorate;
superiori di forze i nemici, e già vicini ad aprirsi il varco nella
Francia stessa. A questi mali si aggiunse una terribil carestia, per
cui fu obbligato il re con immense spese a procurar grani forestieri, e
a sminuir le gravezze: con che sempre più rimase esausto l'erario suo.
Perciò pubblicamente il re Cristianissimo fece istanza per la pace;
se ne trattò all'Haia; e quanto più miravano i plenipotenziarii de'
collegati che i ministri franzesi cedevano alle restituzioni richieste,
tanto più si aumentavano le lor dimande e pretensioni. Ciò che fece
tenere per immancabile la pace, fu l'avere il re spedito all'Haia lo
stesso suo segretario di Stato _marchese di Torsy_, il quale benchè si
contorcesse, pure veniva accordando ogni punto proposto da' collegati.
Si giunse al dì 28 di maggio, in cui furono stesi i preliminari, co'
quali essi intendevano di dar la pace alla Francia. Doveva il _re
Filippo_ cedere al re _Carlo III_ la monarchia, di Spagna; e ricusando,
avea da impegnarsi il _re Luigi XIV_ avolo suo di unirsi con gli
alleati per iscacciarlo di Spagna. Una gran restituzione di piazze
in Fiandra e al Reno e di tutta l'Alsazia era prescritta, con altre
condizioni di gran vantaggio per chiunque avea pretensioni contro la
Francia. Sicchè quei gran politici, a riserva del principe Eugenio,
si tenevano oramai in mano la pace, e pace tanto vantaggiosa; ma poco
tardarono ad accorgersi che questo era stato un tiro di mirabil finezza
della corte di Francia. Se riusciva il tentativo della pace, di cui
veramente abbisognava la corte e nazion franzese, gran bene era questo;
se no, serviva l'aver trattato per guadagnar tempo e premunirsi, e
molto più per muovere i popoli a sostenere il peso della guerra e
delle contribuzioni, e a somministrare aiuti, da che si facea conoscere
nello stesso tempo la gran premura del re per la pace, e la soverchia
ingordigia de' suoi nemici.
Infatti dal re furono rigettati e poi pubblicati quegli stessi
preliminari che commossero a vergogna e sdegno la nazione tutta,
amantissima del re e del proprio decoro; e cagion furono che i grandi
e mercatanti a gara portassero argenti e danari all'erario reale:
con che si provvide all'urgente bisogno. Rimasti all'incontro gli
alleati colle mani piene di mosche, maggiormente s'irritarono contro
la Francia; e giacchè questa unicamente pensava alla difesa, e il
_maresciallo di Villars_ s'era postato in sì buona forma, che non si
potea forzare a battaglia, i due prodi generali _principe Eugenio e
duca di Marlboroug_ spinsero l'esercito all'assedio di Tournai. Dopo
ventun giorni di trincea aperta, nel dì 29 di luglio quella guernigione
cedette la città, ritirandosi nella cittadella, che dopo una terribil
difesa si rendè in fine anch'essa nel dì 3 di settembre. Trovaronsi
poscia a fronte le due nemiche armate. Quantunque il Villars si fosse
ben trincierato, ardevano di voglia i generali de' collegati di far
battaglia campale; ma prima di venire al gran cimento, scrivono alcuni
che il _principe Eugenio_ si abboccò sul campo col _maresciallo di
Bouflers_, per veder pure se i Franzesi inclinavano ad accettare i
già proposti preliminari. Trovò che questi maggiormente restrignevano
le condizioni, detestando spezialmente quella di dovere il re
Cristianissimo unirsi coi nemici contra del nipote _Filippo V_. Però
nel dì 11 di settembre, da che ebbero i collegati disposte le cose
per l'assedio di Mons, diedero all'armi contro l'esercito Franzese
nel luogo di Malpacquet, contuttochè il Villars avesse le sue forze
ben assicurate da due boschi e da molte trincee. Fu questa una delle
più ostinate e sanguinose battaglie che occorressero nella presente
guerra, e durò più di sei ore. Restò veramente il campo con alquanti
cannoni in potere de' collegati, essendosi ritirati per quanto poterono
ordinatamente i Franzesi, ma non lasciò di essere dubbiosa la lor
vittoria. Se i vincitori guadagnarono bandiere e stendardi, altrettanto
fecero anche i Franzesi. Per la mortalità pretesero i Franzesi che la
loro ascendesse a soli otto mila tra morti e feriti; laddove, secondo
la relazion contraria, si vollero estinti de' Franzesi sette mila
con cinquecento uffiziali e dieci mila feriti, fra' quali lo stesso
maresciallo di Villars gravemente colpito da palla di fucile nel
ginocchio. All'incontro fu confessato che almeno sei mila fossero gli
uccisi dell'esercito alleato, e quattordici mila i feriti. Di gente
rimasta prigioniera altro non fu detto se non che la sterminata copia
de' Franzesi lasciati feriti sul campo fu permesso che fosse ritirata
al campo loro, e contata per prigioniera di guerra. Intervenne a quel
terribil conflitto _Giacomo III Stuardo_ re Cattolico d'Inghilterra,
che diede gran pruove di intrepidezza, e ne riportò anche alcune
lievi ferite. Ciò che servì a maggiormente contestare per vincitori
i collegati, fu l'aver eglino immediatamente stretta di assedio la
fortissima città di Mons, con obbligare quel presidio nel dì 20 di
ottobre ad uscirne con tutti gli onori militari.
Poche imprese si fecero nel presente anno in Italia. Era disgustato
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia della corte di Vienna, perchè gli
contrastava il Vigevanasco e alcuni feudi confinanti col Genovesato,
benchè a lui accordati ne' patti. Fecero gagliarde istanze gl'Inglesi
ed Olandesi presso l'_imperador Giuseppe_ in suo favore, e le fecero
indarno. Perciò non volle il duca uscire in campagna. Vi uscì il
_maresciallo di Daun_ co' suoi tedeschi, e passato il Mon-Cenis,
penetrò fino in Savoia, e s'impossessò di Annicy. Ma avendo il _duca di
Bervich_ ben muniti i passaggi, ed accostandosi le nevi, il conte di
Daun giudicò meglio di tornarsene a cercar buoni quartieri in Italia.
Lentamente ancora procederono al Reno gli affari della guerra. In
Ispagna riuscì al maresciallo conte _di Staremberg_ di sottomettere
la città di Belaguer, ma senza far altro progresso. Perchè regnava la
discordia fra i comandanti franzesi e spagnuoli, il re _Filippo V_ si
portò in persona all'armata; e dopo aver composte le differenze, tentò
di venire a battaglia col nemico esercito; ma lo Staremberg, uno de'
più cauti generali del suo tempo, non sentendosi voglia di azzardare
tutto in una giornata, non volle dar questo piacere alla maestà sua.
Nei confini del Portogallo ebbero maggior fortuna gli Spagnuoli, perchè
il _marchese di Bay_ diede una rotta ai Portoghesi, con prendere varii
loro cannoni ed insegne, ed impadronirsi di alcune castella.


Anno di CRISTO MDCCX. Indizione III.
CLEMENTE XI papa 11.
GIUSEPPE imperadore 6.

Ebbe in quest'anno il pontefice _Clemente XI_ varii insulti alla sua
sanità, che fecero dubitar non poco di qualche pericolo di sua vita;
ma appena egli si rimise in migliore stato, che, siccome principe di
grande attività, tornò ad ingolfarsi nell'uno e nell'altro governo,
ben per lui scabroso ne' correnti tempi, sì per cagion de' riti cinesi,
e della persecuzione mossa contro il _cardinale di Tournon_, detenuto
come prigione in Macao, come ancora per la nimicizia dichiarata dal re
Cattolico _Filippo V_ alla corte di Roma a cagion della ricognizione
del _re Carlo III_. Contuttociò qualche calma si godeva non meno in
Roma che nel resto d'Italia, a riserva delle contribuzioni intimate da'
Tedeschi, e di chi sofferì i loro quartieri. Fu anche travagliato da
varii malori di sanità con tutta la sua famiglia_ Vittorio Amedeo_ duca
di Savoia, che gl'impedirono l'uscire in campagna, oltre all'averne
egli poca voglia per le già dette controversie colla corte di Vienna,
ostinata in non voler dare esecuzione al pattuito. Pertanto più
tosto apparenza di guerra, che guerra guerreggiata fu nel Piemonte.
S'incamminò bensì il maresciallo _conte di Daun_ a mezzo luglio verso
la valle di Barcellonetta col forte dell'armata collegata, mostrando
di aver delle mire contra di Ambrun e Guilestre; ma avendo trovato
ai confini il _duca di Bervich_ assistito da un potente esercito, e
apprendendo l'avvicinamento delle nevi a quelle montagne, si ritirò
presto alle pianure del Piemonte: il che diede un gran comodo ai
Franzesi di spignere buona parte delle lor soldatesche ai danni del _re
Carlo III_ in Catalogna, e di riportar due vittorie, siccome diremo.
Era già stato con sentenza del consiglio aulico in Vienna dichiarato
ribello e decaduto da' suoi Stati _Francesco Pico_ duca della
Mirandola; ed avendo l'_imperador Giuseppe_ somma necessità di danaro
per l'urgente bisogno delle sue armate, mise in vendita il ducato
della Mirandola e marchesato della Concordia, dappoichè non potè esso
duca pagar la tassa a lui prescritta per ricuperar quello Stato. Molti
furono i concorrenti a questo incanto o mercato. _Rinaldo d'Este_ duca
di Modena, per timore che gli venisse ai fianchi con quell'acquisto
qualche troppo potente persona, si affacciò anch'egli, e fu preferito
agli altri. Più di ducento mila doble costò a lui quel paese, di cui
poscia, col consenso degli elettori, fu investito nell'anno seguente da
sua maestà cesarea. Ma nel dì 28 di settembre grande afflizione provò
esso duca di Modena per la morte della duchessa _Carlotta Felicita di
Brunsvich_ sua consorte, e sorella della regnante _imperadrice Amalia_.
Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_, per far
credere alle potenze collegate di voler egli abbandonare gl'interessi
del re _Filippo V_ suo nipote, richiamate di Spagna le sue milizie.
Non atterrito per questo quel generoso monarca, tali misure d'economia
e tali ripieghi prese, che formò un poderoso esercito di nazionali e
Valloni, alla testa di cui sul principio di maggio uscì egli stesso
in campagna, ardendo di voglia di far giornata coll'oste dell'emulo
re _Carlo III_. S'era postato nelle vicinanze di Belaguer l'avveduto
maresciallo di _Staremberg_, finchè gli arrivassero i soccorsi
aspettati dall'Italia. Arrivati questi, anche il re Carlo passò
all'armata, e marciò contra gli Spagnuoli. Presso ad Almenaro, nel
dì 27 di luglio, seguì un caldo fatto d'armi, in cui fu astretto
il re Filippo a battere la ritirata con perdita di varii stendardi
e bandiere e di molto bagaglio. Peggio gli sarebbe avvenuto, se la
notte sopraggiunta non metteva freno ai vincitori. Dopo l'acquisto di
Bolbastro, Huesca ed altri luoghi dell'Aragona, s'inviò il re Carlo
col suo esercito alla volta di Saragozza capitale di quel regno. Nel
dì 20 di agosto si trovarono di nuovo a fronte le nemiche armate in
vicinanza di quella città, e si venne alla seconda battaglia, in cui
rimasero totalmente disfatti gli Spagnuoli con perdere quasi tutta
l'artiglieria, quindici stendardi e più di cinquanta bandiere. La
fama portò che due mila fra gli estinti e feriti fossero quei della
parte austriaca vincitrice, e cinque mila i morti e tre mila i rimasti
prigioni dall'altra parte. Se non furono tanti, certo è almeno che
si trovò sommamente estenuata l'armata del re Filippo, e che dopo
sì felice avvenimento il re Carlo trionfante entrò in Saragozza fra
gl'incessanti plausi di quel popolo. Se egli avesse dipoi seguitato il
saggio parere dello Staremberg, il quale insisteva che si avesse ad
inseguire il fuggitivo re Filippo ritirato a Vagliadolid, forse gran
piega prendevano le sue speranze alla corona di Spagna. Ma prevalse il
sentimento dell'umore gagliardo dell'Inglese _Stenop_, che si avesse
a marciare a Madrid. Occupata la reggia, più facilmente cadrebbe il
resto.
In quella real città si lasciò vedere il re Carlo, ma ricevuto senza
gran segnale di amore in quel popolo, e non venne dal cuore quel poco
giubilo che se ne mostrò. Diede egli con ciò assai tempo al re Filippo
di rinforzarsi di gente, e di provveder la sua armata di un generale
di primo grido, cioè del _duca di Vandomo_, che comparve dopo la metà
di settembre a Vagliadolid col _duca di Noaglies_. Intanto nello
sterile territorio di Madrid mancarono le provvisioni per l'armata
del re Carlo, e nella città alzarono forte la testa i partigiani
del re Filippo. Vennero spediti potenti rinforzi di gente al nipote
dal re Cristianissimo, e all'incontro mai non vennero i Portoghesi
ad unirsi col re Carlo, il quale perciò, all'accostarsi del verno,
determinò di ritirarsi verso la Catalogna. Con sì mal ordine seguì
la ritirata, che il re Filippo, già rientrato in Madrid, si mosse per
assalire gl'Inglesi, che marciavano molto separati dagli Alemanni, e li
raggiunse al grosso borgo di Briguela o sia Brihuega. Dato l'assalto
a quelle miserabili mura, e mancate le munizioni agl'Inglesi, furono
essi costretti a rendersi prigionieri in numero di più di tre mila
collo stesso orgoglioso Stenop. Al romore del pericolo degl'Inglesi
con isforzate marcie era accorso il maresciallo di Staremberg, e
benchè non consapevole della lor disavventura, pure coraggiosamente
arrivato a Villa Viziosa nel dì 20 di dicembre volle attaccar battaglia
coll'esercito gallispano. Il valore dell'una e dell'altra parte fu
incredibile, e la notte sola diede fine al macello, con restare gli
Austriaci padroni del campo e di molte insegne, ma colla perdita
di circa tre mila morti nel conflitto. Maggior fu creduto il numero
degli uccisi dall'altra parte. Nulladimeno diversamente contarono i
Gallispani questa sanguinosa battaglia, con attribuirsene la vittoria,
e fu cantato perciò il _Te Deum_ a Parigi. Ed è la verità che anche gli
Spagnuoli presero molte bandiere, e fecero bottino di molto bagaglio;
e che lo Staremberg, trovando sì infievolito il suo picciol corpo di
gente, e mancante affatto di vettovaglia, fu obbligato a ritirarsi
frettolosamente verso l'Aragona, e a lasciar indietro tutto il
cannone: il che servì non poco a giustificare la relazione contraria.
E perciocchè un'armata di venti mila Franzesi venuta dal Rossiglione
avea impreso l'assedio di Girona in Catalogna, lo Staremberg abbandonò
Saragozza e quanto aveva acquistato nell'Aragonese, e si ritirò a
Barcellona a scrivere compassionevoli lettere a tutti i collegati
per ottenere soccorsi. Ed ecco quante varie scene e vicende vide in
quest'anno la Spagna fra le sanguinose dispute dei due competitori
monarchi.
Aspirava pure il re Cristianissimo alla pace, e non lasciò di
stuzzicar di nuovo gli Olandesi per mezzo del Pettecun, residente
del duca di Holstein all'Haia, adoperato anche nell'anno precedente
per mezzano in così scabroso affare, affinchè dessero orecchio alle
proposizioni, per mettere una volta fine al sangue di tanta gente, e
alla desolazione de' regni. Tuttochè sentissero tuttavia gli alleati
il bruciore di essere stati burlati nell'anno addietro dal gabinetto
di Francia, pure s'indussero ad entrar di nuovo in un congresso,
con destinare a tal fine la città di Gertrudemberga. Gran contrasto
fu ivi; saldo il re Cristianissimo in non voler prendere le armi
contro il re nipote; discordi gli alleati nelle lor pretensioni,
perchè gli Anglolandi consentivano a rilasciare al re _Filippo V_ una
porzione della monarchia spagnuola; laddove il _conte di Zizendorf_
plenipotenziario cesareo negava qualsivoglia smembramento della
medesima. Per più mesi durò la battaglia di quelle teste politiche, e
in fine tutto andò in fascio, senza potersi in guisa alcuna ottenere
nè dagli uni nè dagli altri il loro intento. Giovò nondimeno alla
Francia quest'altro tentativo per seminar gelosie e discordie fra le
potenze nemiche: del che seppe ben ella profittare nel tempo avvenire.
Imputò intanto ciascuna delle parti all'altra la colpa di lasciar
continuare la guerra; e questa in fatti anche nel presente anno fu
ben calda in Fiandra, dove alla primavera fu posto l'assedio dal _duca
di Marlboroug_ alla città di Douai. La difesa di quella piazza fatta
dal tenente generale _conte Albergotti_ fiorentino, accrebbe al sommo
la gloria del suo nome. Indarno tentò il _maresciallo di Villars_
di soccorrerla, e però colla più onorevol capitolazione nel dì 26
di giugno quella città col forte della Scarpa fu ceduta all'armi dei
collegati. Passarono poi questi col campo sotto Bettunes, piazza assai
provveduta di fortificazioni regolari, con trovarvisi alla difesa il
celebre luogotenente generale _Vauban_, che la sostenne sino al dì 29
di agosto, in cui ne seguì la resa. Quindi si presentò l'oste nemica
sotto San Venanzio ed Aire. La prima di queste piazze fece resistenza
solamente dodici giorni; ma l'altra per cinquantotto dì faticò gli
assedianti con grave lor perdita, e in fine il dì 9 di novembre si
lasciò vincere. Nè si dee tacere che in quest'anno succederono notabili
mutazioni di ministri nella corte d'Inghilterra, e gran bollore di
animi si trovò in Londra fra i due contrarii partiti dei Toris e de'
Vigt. In favore de' primi pubblicamente predicò un dottore Sacheverel,
che maggiormente accese il fuoco, gran partigiano dell'appellata Chiesa
anglicana. Queste novità molto poscia influirono a condurre la _regina
Anna_ nei voleri della Francia, siccome vedremo. Essendo mancato di
vita sul fine di settembre il _cardinale Vincenzo Grimani_ Veneto,
vicerè di Napoli, si trovò nelle cedole dell'_Interim_ nominato a
quella illustre carica il _conte Carlo Borromeo_ Milanese, che verso
la metà del seguente mese comparve in quella metropoli, e fu appresso
confermato dal re _Carlo III_ nel possesso di sì nobile impiego.


Anno di CRISTO MDCCXI. Indizione IV.
CLEMENTE XI papa 12.
CARLO VI imperadore 1.

Fece la morte in quest'anno moltiplicar le gramaglie nell'Europa,
perchè nel dì 3 di febbraio rapì dal mondo _Francesco Maria de Medici_,
fratello del gran _duca Cosimo_, e principe da noi veduto cardinale nei
precedenti anni, che non lasciò alcun frutto del suo matrimonio colla
principessa _Leonora Gonzaga di Guastalla_. Poscia nel dì 14 d'aprile
mancò di vita pel vaiuolo _Luigi Delfino_ di Francia, unico figlio del
re _Luigi XIV_, principe degno di più lunga vita: con che il _duca di
Borgogna_ suo primogenito assunse il titolo di Delfino. Ma ciò che più
mise in agitazione i pensieri di tutti i politici interessati e non
interessati nel teatro delle correnti guerre, fu l'immatura morte di
_Giuseppe imperadore_, accaduta nel dì 17 del mese suddetto d'aprile.
Questo monarca, che in vivacità di spirito, in affabilità e in altre
belle doti superò moltissimi dei suoi gloriosi antenati, non avea
ben saputo reggere il suo fuoco, portato ai piaceri; e contuttochè
l'impareggiabile augusta sua consorte _Amalia Guglielmina di Brunsvich_
si studiasse, per quanto potè, di tenerlo in freno, non reggeva
questo freno all'empito delle sue voglie. Mancò veramente anch'egli di
vaiuolo, ma fu creduto che gli strapazzi della sua sanità aiutassero
di molto quel male a levarlo di vita. Niun discendente maschio lasciò
egli dopo di sè, ma solamente due arciduchesse, cioè _Maria Gioseffa_
e _Maria Amalia_, che poi passarono a fecondar le elettorali case di
Baviera e Sassonia. Questo inaspettato colpo delle umane vicende non si
può dire quanto sconcertasse le misure delle potenze collegate contro
la real casa di Borbone; perchè si pensò ben tosto, e si fecero tutti
gli opportuni negoziati per far cadere la corona imperiale in testa
del re _Carlo III_ suo fratello; ma tosto ancora si conobbe che questo
passo verrebbe ad assodar quella di Spagna sul capo del re _Filippo V_.
Nè pure agli stessi collegati, non che alla Francia, compliva il vedere
uniti in una sola persona l'imperio e i regni di Spagna e della casa di
Austria. Però si cominciarono nuove tele, persistendo nondimeno tutti
nella determinazione di continuar più vigorosamente che mai le ostilità
contra dei Franzesi.
Prese dopo la morte dell'augusto figlio l'imperadrice _Leonora