Annali d'Italia, vol. 4 - 46

[1825] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 22.
[1826] Annalista Saxo.


Anno di CRISTO MCXXXIX. Indizione II.
INNOCENZO II papa 10.
CORRADO III re di Germania e d'Italia 2.

Sul principio di aprile tenne _papa Innocenzo_ il concilio II generale
lateranense[1827], a cui intervennero circa mille tra arcivescovi,
vescovi ed abbati. Furono quivi fatti molti nobili decreti contra dei
simoniaci, usurarii, incendiarii, ecclesiastici incontinenti, ed altri
delinquenti. Vi ha chi crede che nel concilio da lui tenuto in
Chiaramonte nell'anno 1130, oppure in quello di Rems del 1131 si
pubblicasse il famoso canone _Si quis suadente Diabolo_, con cui è
intimata la scomunica contra chi mette violentemente le mani addosso
agli ecclesiastici, riserbata al sommo pontefice. Certamente questo
canone fu pubblicato oppur confermato nel suddetto concilio lateranense;
e quivi ancora fulminata fu la medesima censura contra del re Ruggieri,
ed annullate tutte le ordinazioni fatte dall'antipapa Anacleto[1828].
Appena era terminato questo concilio, che il valoroso e prudente _duca
Rainolfo_, trovandosi nella città di Troia, sorpreso da un'ardente
febbre, nel dì 30 d'aprile diede fine al suo vivere, con incredibil
dolore e pianto non solo di quei cittadini, ma di quegli ancora di Bari,
Trani, Melfi e Canosa, ridotti all'ultima disperazione, perchè colla
morte di lui restavano tutti senza capo, ed esposti al genio crudele e
tirannico del re Ruggieri. E a tal nuova all'incontro esultò sommamente
esso re, nè tardò a comparire dalla Sicilia a Salerno con assai navi,
gente e danaro. Quivi raccolto dalla Puglia, Calabria e Capoa un potente
esercito, parte ne diede a _Ruggieri duca_ di Puglia suo figliuolo, e
parte ne ritenne per sè. Sottomise egli al suo dominio tutta la
provincia di Capitanata, e il duca suo figliuolo si fece rendere
ubbidienza da tutte le città della Puglia, fuorchè da Bari capitale di
quelle contrade; perchè il principe d'essa vi avea dentro quattrocento
uomini a cavallo, e cinquanta mila cittadini atti alle armi: di modo che
tentò bensì il duca di soggiogar quella città, ma, conoscendone
l'impossibilità, lasciò l'impresa, e andò ad unire il corpo de' suoi
combattenti con quello del re suo padre. Trattarono poscia amendue di
mettere lo assedio alla città di Troia; ma saputo che v'era dentro un
forte e copiosissimo presidio, preso solamente il vicino castello di
Bacarezza, quivi lasciarono dugento cavalieri, con ordine di ristrignere
ed infestare i Troiani. Assediarono poscia la città di Ariano, ed
inutilmente. Alla difesa stavano dugento soldati a cavallo, e copiose
schiere di fanti. Però, levato l'assedio, infierirono solamente contro
le viti, gli ulivi, alberi e seminati di quel territorio. Con estremo
dispiacere sentì anche Innocenzo II la morte del duca Rainolfo; e
veggendo in una deplorabil confusione tutta la Puglia, e il re
incamminato a sottomettere quell'intero paese, saggiamente si rivolse
più di prima a' pensieri di pace, e volle portarsi in persona a
trattarne. Uscito dunque di Roma coll'accompagnamento di _Roberto
principe_ di Capoa, e di circa mille cavalli, e di gran moltitudine di
fanti, giunse alla città di San Germano. Allora il re Ruggieri gli spedì
ambasciatori con proposizioni d'amicizia e di pace, che furono
amorevolmente accolti dal papa; e il papa anch'egli inviò a lui due
cardinali con invitarlo a San Germano. L'invito fu accettato, e Ruggieri
col duca Ruggieri suo figliuolo e colla sua armata si portò in quelle
vicinanze, e per otto giorni seguirono dei forti maneggi di pace, ma
senza potersi accordare fra loro a cagione del principato di Capoa, che
il pontefice esigeva per restituirlo a Roberto, e Ruggieri pretendeva
devoluto per la di lui pretesa fellonia.
Mentre si faceano tali negoziati, il re prese una parte delle castella
de' figliuoli di Borello; e perchè in persona egli era colà, ed era già
tramontata la speranza della pace, il papa comandò ai suoi che
assalissero e devastassero il castello di Galluzzo. Portata questa nuova
al re, a marcie sforzate sen venne egli con tutta l'armata alla volta di
San Germano, e si accampò presso a quella città, entro la quale dimorava
il pontefice. Non si tenendo esso papa nè i suoi sicuri in quel luogo,
sloggiarono ben presto per cercare un sito di maggior sicurezza. Ma il
giovine Ruggieri duca, presi con seco circa mille cavalli, e postosi in
un'imboscata, dove doveano passare i Romani, all'improvviso fu loro
addosso, e li fece dare alle gambe. Salvossi il principe Roberto con
Riccardo fratello del defunto Rainolfo, e coi più de' Romani, de' quali
nondimeno molti si negarono nel fiume, ed altri rimasero prigioni. Fra
questi ultimi per disavventura si contò anche il buon papa Innocenzo, il
quale nello stesso giorno, cioè nel dì 22 di luglio, come si ha da
Falcone, fu condotto sotto buona guardia alla presenza del re Ruggieri,
che gli fece assegnare un padiglione per gli altri cardinali prigioni.
Andò a sacco tutto il tesoro e tutti gli arredi del santo padre, a cui e
agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel
versetto del salmo: _Hi in curribus, et hi in equis: nos autem in nomine
Dei nostri invocavimus_. Differente nondimeno si vuol confessare il caso
presente da quello di san Leone IX papa. Questi andò per combattere, ma
pare che Innocenzo II si movesse per cercare la pace, e che per semplice
sua scorta camminasse con quegli armati. Fors'anche intervenne qualche
iniquità nell'agguato a lui e alla sua gente teso. Che nondimeno
seguissero delle ostilità, si raccoglie da Giovanni da Ceccano, di cui
son queste parole[1829]: _Mense junii venit papa cum Romanis ad
expugnandum regem Siciliae, et incensa sunt a Romanis Falvatera, Insula,
et Sanctus Angelus in Tudicis_. Racconta Romoaldo Salernitano[1830], che
_rex e vestigio prosequutus domnum papam, ad pedes ejusdem voluit
humiliter satis accedere. Sed ipse, utpote vir constans et egregius, eum
primo recipere noluit_. Ma andando innanzi e indietro proposizioni di
pace, il saggio pontefice col consiglio de' cardinali, per sottrarre ai
disagi i molti nobili romani, rimasti anch'essi prigioni, segnò in fine
l'accordo con legittimare a Ruggieri il titolo di re, conferitogli
dall'antipapa Anacleto, ed investire lui del regno di Sicilia, e il
figliuolo di Ruggieri del ducato di Puglia. Nel diploma di tale
investitura presso il cardinal Baronio[1831] si legge confermato anche a
Ruggieri il principato di Capoa; ma niuno parla del ducato di Napoli e
Amalfi. Nella festa di san Jacopo di luglio seguì la suddetta concordia,
e quanto la mestizia era stata incredibile fra i popoli cristiani por la
prigionia del papa, altrettanto fu la consolazione e l'allegrezza per la
pace e liberazione di lui. Presentossi dunque con tutta riverenza il re
Ruggieri insieme co' suoi figliuoli, cioè col duca Ruggieri e con Anfuso
ossia Alfonso principe di Capoa, ai piedi del pontefice[1832]; e dopo
aver chiesto perdono, ed ottenuta l'assoluzione, ricevette l'investitura
degli Stati suddetti col gonfalone dalle di lui mani. Accompagnò egli
dipoi con tutto onore il papa fino a Benevento, nella quale città
entrarono amendue nel dì primo d'agosto, dove il pontefice fece
atterrare il castello fabbricato in quella città da _Rossemanno_, già
creato arcivescovo da Anacleto, e deposto in questa congiuntura, con
sostituirgli _Gregorio_. Furono cagione i prosperosi successi del re
Ruggieri che i Napoletani vennero a Benevento anch'essi a mettersi sotto
il suo dominio, con accettar per loro duca Ruggieri primogenito d'esso
re. Preso poscia congedo dal papa, marciò Ruggieri coll'esercito alla
volta di Troia, i cui cittadini non tardarono a rendersi; ma pregatolo
che entrasse in città, rispose loro che non vi metterebbe il piede
finchè quel traditore (cioè il defunto duca Rainolfo) dimorasse fra
loro. Fu costretto con suo gran rammarico quel popolo a far disotterrare
il cadavero fetente d'esso Rainolfo, che da alcuni suoi nemici con una
fune legata al collo tratto fu per la città, e gittato fuori d'essa
nelle fosse: vendetta orribile e detestata da tutti, e infino dal duca
Ruggieri, il quale presentatosi al padre, tante preghiere adoperò, che
gli fu conceduto di farlo seppellire. Non entrò per questo il re
Ruggieri in Troia, ma a dirittura andò a piantar l'assedio por terra e
per mare alla città di Bari. Spedì Innocenzo pontefice il vescovo
d'Ostia a que' cittadini con esortazioni paterne di cedere amorevolmente
alla forza, per sottrarsi al rigore. Ma quel superbo popolo neppur volle
lasciarlo entrare in città, nonchè badare ai di lui consigli.
Tornossene il papa dopo il dì 2 di settembre a Roma, ricevuto con
immenso gaudio dai Romani, i quali tentarono bensì d'indurlo a rompere
la pace fatta per forza; ma Innocenzo, siccome principe di veterana
prudenza, non volle acconsentire al parer di que' bravi, che poco dianzi
aveano lasciato sì bei segni del loro coraggio nella precedente zuffa.
Continuò il re Ruggieri per tutto l'agosto e il settembre l'assedio di
Bari; le sue petriere e torri di legno distrussero parte delle mura e
torri della città e non pochi palagi; crebbe anche a dismisura la fame
fra quel popolo, sino ad aver per grazia di poter mangiare carne di
cavallo e un tozzo di pane, di maniera che finalmente trattarono della
resa, che fu loro accordata con oneste capitolazioni. Tutto pareva
tranquillo e quieto, quando presentatosi al re Ruggieri uno de' suoi
soldati, dimandò giustizia contra di _Giacinto_ principe di Bari, perchè
gli avesse fatto cavare un occhio. Diede nelle smanie il re, e fatto
fare il processo da' giudici di Troia, Trani e Bari, con pretendere
rotta la capitolazione, fece impiccare il suddetto Giacinto con dieci
suoi consiglieri, e cavar gli occhi a dieci altri, e imprigionare
inoltre e spogliare dei loro beni varii prudenti cittadini di Bari: se
con giustizia e buona fede, Dio lo sa. Con questi barbarici passi
camminava il re Ruggieri, che poscia sul fine di ottobre se n'andò a
Salerno, ed ivi stando pubblicò varii confischi e bandi contra di chi
avea impugnate l'armi contra di lui. Finalmente nel dì 5 di novembre
imbarcatosi in una nave ben corredata, passò a Palermo. Fece gran guerra
in quest'anno _re Corrado_ ad Arrigo estense-guelfo duca di Sassonia e
Baviera, in maniera che questo principe[1833], _ante potentissimus, et
cujus autoritas (ut ipse gloriabatur) a mari usque ad mare, idest a
Dania usque in Siciliam extendebatur, in tantam in brevi humilitatem
venit, ut paene, omnibus fidelibus et amicis suis in Bajoaria a se
deficientibus, clam inde egressus, quatuor tantum comitatus sociis in
Saxoniam veniret_. Ma in Sassonia, assistito da quei popoli, rendè
inutili gli sforzi e disegni di esso re Corrado, siccome ancora quei di
_Adalberto_ creato duca di Sassonia. Ma mentre egli con vigore e fortuna
attende a difendere e a conservar quegli Stati, e già si dispone a
portar la guerra in Baviera per ricuperar quel ducato, eccoti la morte
che mette fine alla vita e a tutte le di lui applicazioni terrene. Corse
voce di veleno a lui dato. Secondo l'Annalista Sassone[1834], _facto
colloquio in Quidelingeburch, Heinricus nobilissimus atque probissimus
dux Bavariae atque Saxoniae, veneficio ibidem, ut fertur, infectus, XIII
kalendas novembris vitam finivit_. Il suo corpo trovò riposo e sepoltura
nel monistero di Luter in Sassonia alla destra dell'imperador Lottario
III suo suocero. Questo principe, eguale un tempo ai re per la sua
potenza, che godeva anche in Italia, oltre a tanti altri Stati, la sua
porzione nell'eredità del sangue estense, a da cui discende la real casa
di Brunswich, vien da' moderni storici contraddistinto dagli altri
Arrighi estensi-guelfi col titolo di _Superbo_, non per altro se non
perchè non s'inchinò a pregare i principi dell'imperio affine di
conseguir la corona germanica. Per altro le virtù abbondarono in lui, e
lasciò dopo di sè una gloriosa memoria, e un solo piccolo figliuolo
maschio, nomato _Arrigo Leone_, che superò anche la gloria del padre; e
raccomandato ai Sassoni, fu da essi con somma fedeltà e valore sostenuto
contro i tentativi del re e degli altri nemici. Nella Toscana, che era
stata ad esso duca Arrigo conceduta in feudo dal suddetto Lottario, da
qui innanzi comparisce marchese di quella provincia _Udelrico_, secondo
le memorie accennate dal Fiorentini[1835]. Ma che in questi tempi la
Toscana si trovasse in uno stato infelice, si raccoglie da una lettera
da Pietro abbate di Clugnì scritta al re Ruggieri, dove scrive[1836] che
nelle parti _miserabilis et infelicis Tusciae nunc res divinae atque
humanae nullo servato ordine confunduntur. Urbes, castra, burgi, villae,
stratae publicae, et ipsae Deo consecratae ecclesiae homicidis,
sacrilegis, raptoribus exponuntur. Peregrini clerici, monachi, abbates,
presbyteri, ipsi supremi ordinis sacerdotes, episcopi, archiepiscopi,
primates, vel patriarchae in manus talium traduntur, spoliantur,
distrahuntur. Et quid dicam? verberantur, occiduntur_. Così circa questi
tempi quell'abbate. Le guerre fra i Genovesi, Lucchesi e Pisani doveano
aver prodotto sì esecrandi disordini. In quest'anno[1837] essi Genovesi
ottennero dal re Corrado la facoltà di battere moneta. Però essi dipoi
fin quasi ai nostri giorni usarono di mettere il nome di questo re nelle
loro monete. Durava tuttavia la rabbia de' Cremonesi contra de' Milanesi
a cagion dell'occupazione di Crema. Si venne perciò nell'anno presente
ad un fatto d'armi fra loro, che riuscì infelicissimo ai primi. Però
scrisse il loro vescovo Sicardo[1838]: _Anno Domini 1139 magna pars
Cremonensium a Mediolanensibus apud Cremam capta, carceralibus vinculis
est mancipata_.
NOTE:
[1827] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1828] Falco Benevent., in Chron.
[1829] Johan. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr. Ughell.
[1830] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1831] Baron., Annal. Ecclesiast.
[1832] Falco Beneventanus, in Chron.
[1833] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 23.
[1834] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[1835] Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.
[1836] Petrus Cluniacens., lib. 5, Epist. XXXIV.
[1837] Caffari, Annal. Genuens. lib. 1.
[1838] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.


Anno di CRISTO MCXL. Indizione III.
INNOCENZO II papa 11.
CORRADO III re di Germania e d'Italia 3.

In questi tempi cominciò _Arnolfo_ ossia _Arnaldo da Brescia_ a far gran
rumore nella Chiesa di Dio. Costui portatosi in Francia, e messosi sotto
la scuola di _Pietro Abailardo_, seminator di nuove e pericolose
dottrine, dopo aver profittato nella malizia, se ne ritornò in Italia,
e, presa la veste monastica, si diede in Roma a spacciar le sue false
merci[1839]. Grande adulator de' laici, e bel parlatore, prese a tutta
prima a censurare spietatamente i costumi corrotti allora in buona parte
del clero secolare e regolare; e, secondo l'arte degli altri eresiarchi,
passò oltre a condannar generalmente le soverchie ricchezze de' monaci e
degli altri ecclesiastici, e massimamente i loro dominii temporali,
sostenendo che ciò non si poteva accordar col Vangelo, e che i loro beni
erano del principe, e doveano tornare ai laici. Veniva con piacere
accolta questa adulatrice e falsa dottrina dalle persone affatto
mondane, e prese anche in Roma stessa buone radici. Perciò fu egli
scomunicato nell'anno addietro nel concilio lateranense: perlochè,
temendo della pelle, si ricoverò circa questi tempi in Francia. Di là
cacciato, andò in Germania, spargendo dappertutto il suo veleno. _San
Bernardo_ il teneva d'occhio, e scrisse varie lettere per farlo
conoscere a chi buonamente gli dava ricetto. Abbiamo da Falcone
Beneventano[1840] che nell'anno presente il _re Ruggieri_ inviò _Anfuso
principe_ di Capoa suo figliuolo con possente esercito di cavalli e
fanti a conquistare la provincia di Pescara, che abbracciava allora
quasi tutto l'Abruzzo ulteriore. Non poca fatica e tempo costò al
principe suddetto il ridurre all'ubbidienza sua le castella di quella
contrada: laonde ebbe ordine dal padre anche _Ruggieri duca_ di Puglia
di portarsi colà con un grosso corpo di fanteria e mille cavalli. Perchè
tali conquiste si facevano ai confini degli Stati della Chiesa romana,
se ne ingelosì e turbò non poco _papa Innocenzo II_, il quale perciò
spedì due cardinali ai principi fratelli, facendo lor sapere di non
toccare i confini romani. Risposero essi che il loro disegno era, non
già d'occupare l'altrui, ma di ricuperare le terre spettanti ai lor
principati. Informato di ciò il re Ruggieri, che non volea liti col
romano pontefice, verso la metà di luglio sbarcò a Salerno, venne nelle
vicinanze di Benevento, e quivi trattò col _cardinal Giovanni_
governatore di quella città, confermando la risoluzione sua di
mantenersi fedele al papa. Andò poi a Capoa e a San Germano; e perchè
intese che papa Innocenzo era disgustato de' suoi figliuoli, li richiamò
da Pescara. Avrebbe egli voluto abboccarsi con esso pontefice, ma questi
con varie scuse se ne sottrasse, di modo che Ruggieri, per troncare il
corso alle gelosie, licenziò l'esercito. Nulladimeno abbiamo da Giovanni
da Ceccano[1841] che i di lui figliuoli nel mese di luglio presero Sora
ed altri luoghi fino a Ceperano. Andò Ruggieri a Monte Casino, e levato
a que' monaci Monte Corvo, con pretenderlo suo, diede loro in cambio la
rocca di Bantra.
Tenne poscia il re un parlamento in Ariano, dove proibì con rigorose
pene lo spendere nel regno suo le romesine, cioè, a mio credere, la
moneta battuta in Roma; e ne sustituì dell'altra battuta da lui di lega
molto inferiore, a cui diede il nome di ducato; e danari di rame, tre
de' quali valeano una romesina: il che recò un incredibil danno a tutto
il suo dominio, e fece universalmente desiderare la di lui morte. E
perciocchè avea comandato anche ai Beneventani di ricever quella moneta,
se ne alterò forte il papa, e loro ordinò di non ubbidirlo. Appresso
andò il re a Napoli per la prima volta. Fu con immenso onore incontrato
da quella nobiltà e popolo fuori di porta Capuana, e alla porta ricevuto
dal clero con bella processione. L'addestrarono varii nobili fino alla
chiesa maggiore, dove l'aspettava l'_arcivescovo Marino_. Non mancò di
far carezze e regali a quella nobiltà, di visitar tutta la città, e in
una notte fece misurare il circuito della medesima, il quale si trovò
allora di due mila e trecento settantatrè passi. Nel dì seguente dimandò
ai Napoletani, quanto fosse il giro della lor città, e non sapendolo
dire alcuno, lo disse egli con ammirazione di tutti. Sul principio
poscia di ottobre se ne tornò in Sicilia, lasciando in Puglia il duca
Ruggieri, e in Capoa il principe Anfuso. Ci vien meno qui la narrativa
di Falcone Beneventano con grave danno della storia di que' paesi.
Intenti i Genovesi, al pari d'altre città libere di Italia, ad
ingrandire la lor signoria[1842], nell'anno presente con grande esercito
per mare e per terra andarono addosso alla città di Ventimiglia, e
costrinsero tanto essa come tutte le castella di quel contado a
sottomettersi al loro dominio. Ma non sussiste già ciò che sotto questo
anno è scritto negli Annali Pisani[1843], cioè che quel popolo ebbe
guerra con Ruggieri re di Sicilia, e tenne in suo potere Napoli per
sette anni: favola troppo grossolana. Fu bensì in questi tempi, per
attestato del Dandolo[1844], rottura fra il popolo di Fano dall'un
canto, e quei di Ravenna, Pesaro e Sinigaglia dall'altro. Non potendo i
Fanesi resistere soli a tanti nemici, fecero i loro consoli ricorso ai
Veneziani, con promettere fedeltà e censo a _Pietro Polano_ doge, e
concedere loro varii privilegii ed esenzioni nella loro città: dal che
mossi i Veneziani, con una possente flotta andarono contro ai nemici di
quel popolo, e li fecero desistere dalle offese. Intanto non mancava
neppure in Germania la guerra. Il duca _Guelfo VI_, dacchè cessò di
vivere _Arrigo IV_, duca di Baviera e Sassonia suo fratello, mosse le
pretensioni sue sopra la Baviera, siccome ducato paterno ed avito, e
susseguentemente la guerra a _Leopoldo_, che n'era stato investito dal
re Corrado[1845]. Mentre questi faceva l'assedio di Falea, eccoti
all'improvviso comparire il duca Guelfo colle sue schiere, che gli diede
una rotta e l'astrinse alla fuga nel dì 3 d'agosto. Ma avendo voluto lo
stesso Guelfo dar battaglia anche al re Corrado, che assediava Winsperg,
rimase sbaragliato, e dovette fuggire. Questo ho voluto riferire, perchè
si tratta d'un principe della linea germanica de' principi estensi, il
quale non lasciò dormire per questo esso re Corrado, con successivamente
continuar la guerra contra di lui. Confermò in quest'anno esso re ai
Piacentini il privilegio di battere moneta, come costa dal suo diploma
riferito da Umberto Locati[1846].
NOTE:
[1839] Ligurin., de Gest. Friderici Primi, lib. 3.
[1840] Falco Beneventanus, in Chron.
[1841] Johan. de Ceccano, tom. 1, Ital. Sacr.
[1842] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1843] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1844] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1845] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 25. Abbas
Urspergensis, in Chron.
[1846] Locatus, de Orig. Placent., Chron. Placent., tom. 16 Rerum
Italicarum.


Anno di CRISTO MCXLI. Indizione IV.
INNOCENZO II papa 12.
CORRADO III re di Germania e d'Italia 4.

In questi tempi resta quasi affatto al buio la storia d'Italia, per
mancanza di scrittori, o, per meglio dire, delle antiche croniche
perite. Scrive il cardinal Baronio[1847] che le città d'Italia
ostinatamente faceano guerra l'una contro l'altra: _Lucenses adversus
Pisanos in Tuscia, in Longobardia Patavini adversus Veronenses,
Mediolanenses implacabili odio Comenses perdere conabantur_. Abbiam
veduto già quanti anni prima fosse cessata la guerra fra i Milanesi e
Comaschi, col totale abbassamento degli ultimi. La guerra de' Pisani e
Lucchesi si ravvivò molto più tardi, siccome vedremo. Crede il cardinale
suddetto che a questo anno appartenga quella del popolo romano contra
del popolo di Tivoli, narrata da Ottone Frisingense[1848]. Ma, per
attestato di Sicardo, succedè essa[1849] nell'anno seguente. Non si sa
il perchè la città di Tivoli da gran tempo si manteneva disubbidiente e
ribelle al pontefice: forse per gare e discordie insorte a cagion de'
confini e d'ingiurie e danni fra quel popolo e i Romani. Non potendo
Innocenzo II colle buone ridurli alla conoscenza del loro dovere, avea
fulminato molto prima d'ora la scomunica contra d'essi. _Jam per multum
temporis Tyburtinos excommunicaverat, ac aliis modis presserat_; sono
parole del suddetto Frisingense. Però non aspettò il papa a quest'anno a
scomunicarli, come pretese il Sigonio. Ora i Romani indussero il buon
Innocenzo a mettere l'assedio a Tivoli, e v'andarono con grande sforzo,
già persuasi di divorar quel popolo. Ma i Romani d'allora erano ben
diversi da quelli del tempo antico. Poco dianzi voleano muover guerra di
nuovo al re Ruggieri, se il papa più saggio di loro avesse acconsentito.
Neppur tennero saldo contra il solo popolo di Tivoli. Uscito questo
animosamente della città, ed attaccata la mischia cogli assedianti, li
caricò sì forte, che gli astrinse a voltar vergognosamente le spalle, e
a lasciare indietro un ricco bottino. Per questo accidente sinistro
implacabili divennero i Romani contra di quel popolo. Da gran tempo
ancora bolliva discordia fra i Veronesi e Padovani[1850]; e perciocchè i
primi aveano divertito dal suo alveo il fiume Adige con pregiudizio
degli altri, si venne circa questi medesimi tempi ad una sanguinosa
battaglia fra loro. Si dichiarò la fortuna in favore de' Veronesi. Sul
campo restò gran copia di Padovani, moltissimi furono i prigioni, ma
costò questa vittoria assai caro agli stessi vincitori. Abbiamo
dall'Anonimo Casinense[1851], che in quest'anno ancora il re Ruggieri
venne in Puglia, e si portò al monistero di Monte Casino; e giacchè Dio
avea restituita la pace in tutti i suoi dominii, attese a farvi
esercitar la giustizia, e a levarne le prepotenze e gli abusi. Vien ciò
asserito da Romoaldo Salernitano colle seguenti parole[1852]: _Rex autem
Rogerius in regno suo perfectae pacis tranquillitate potitus, pro
conservanda pace camerarios et justiciarios per totam terram instituit;
malas consuetudines de medio abstulit_.
NOTE:
[1847] Baronius, in Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.
[1848] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 27.
[1849] Sicard. Cremonens., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1850] Otto Frisingensis, in Chron.
[1851] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.
[1852] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.


Anno di CRISTO MCXLII. Indizione V.
INNOCENZO II papa 13.
CORRADO III re di Germania e d'Italia 5.

Continuando nella lor contumacia i cittadini di Tivoli, per
testimonianza di Sicardo[1853], assediò il pontefice in quest'anno coi
Romani la loro città. Nulla dice dell'esito di quell'impresa lo storico
suddetto, lasciando in dubbio se questo sia l'assedio infelice di cui si
è parlato nell'anno precedente, oppure un altro. Abbiamo di certo da
Ottone Frisingense che furono forzati a capitolare e sottomettersi, ma
non so se nel presente oppure nel susseguente anno. Ho io prodotto il
giuramento prestato ad esso pontefice da quel popolo, in cui si
legge[1854]: _Civitatem tiburtinam, donnicaturas, et regalia, quae
romani pontifices ibidem habuerunt, et munitionem Pontis Lucani,
Vicovarum, sanctum Polum, castellum Boverani, Cantalupum, Burdellum,
Cicilianum, et alia regalia beati Petri, quae habet, adjutor erit ad
retinendum, ec. Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis
tiburtinae in potestatem domni papae Innocentii, et successorum ejus,
libere dimittam_, ec. Di gravi disordini produsse un tale aggiustamento,
siccome vedremo all'anno seguente. Non poteano digerire i Modenesi che
la terra e badia di Nonantola, posta nel loro contado, si fosse data ai
Bolognesi. Però nel presente andarono a campo sotto quella terra[1855],
malmettendo tutti i suoi contorni. A tale avviso, uscì in campagna
l'esercito de' Bolognesi; il che fu cagione che i Modenesi, lasciato
l'assedio, marciarono contra di essi. In Valle di Reno, oppure in Valle
di Lavino s'affrontarono le due armate, e sconfitta rimase la modenese.
Gran quantità di prigioni fu condotta a Bologna. Dopo la Pasqua
dell'anno presente il _re Corrado_ tenne una gran dieta in
Francoforte[1856], dove si trovarono quasi tutti i principi della
Germania, e vennero anche i Sassoni ad umiliarsi a lei, che li ricevette
in sua grazia. Allora fu ch'egli confermò il ducato della Sassonia al
giovinetto duca _Arrigo_ soprannominato _Leone_ estense-guelfo, e
indusse la di lui madre _Geltruda_, figliuola del fu imperador Lottario,
a passare alle seconde nozze con _Arrigo_, fratello del _duca Leopoldo_;
e a questo Arrigo concedè il ducato della Baviera[1857]: il che fu un
seminario di discordie. Imperocchè _Guelfo VI_, duca, zio paterno del
suddetto Arrigo Leone, pretendendo indebitamente tolta la Baviera alla
sua casa, continuò la guerra contra di questo novello duca, e sugli
occhi suoi entrato in quella provincia, le diede un gran guasto. Arrigo
il bavaro anche egli per vendicarsi passò a distruggere le ville e
fortezze degli aderenti al duca Guelfo; e così andò seguitando per
qualche anno la guerra con varie vicende. Stava da lungi osservando
questo fuoco il re Ruggieri[1858], e temendo che, cessata tal guerra, il
re Corrado potesse calare in Italia armato a' suoi danni, seppe animare
il duca Guelfo a continuar la gara, _singulisque annis mille marcas se
ob hoc daturum juramento confirmavit_. Anche il re d'Ungheria, per paura
di Corrado, invitò alla sua corte esso duca Guelfo VI, _dataque pecunia
non modica, ac deinceps omni anno dandam pollicens, ad rebellandum
nihilominus instigat_. Con tal vigore, senza mai stancarsi, proseguì di
poi esso duca Guelfo ad infestare tanto il re, quanto il duca di
Baviera, che Corrado non potè mai trovar tempo ed agio per passare in
Italia a prendere la corona.
NOTE:
[1853] Sicardus Cremonens., in Chron.