Annali d'Italia, vol. 4 - 13

con queste parole così: _In Italia minores milites contra dominos suos
insurgentes, et suis legibus vivere, eosque opprimere volentes, validam
conjurationem fecere_. Medesimamente Wippone scrive che in questi tempi
seguì una confusione non prima udita in Italia, perchè congiurarono
tutti i valvassori d'Italia e i militi gregarii contra de' loro signori,
e tutti i minori contra de' maggiori, col non lasciare senza vendetta,
se dai signori veniva lor fatta cosa ch'essi riputassero di loro
aggravio; e diceano: _Si imperator eorum nollet venire, ipsi per se
legem sibimet facerent_. Dovette il Sigonio leggere in qualche testo, o
autore, _regem_ in vece di _legem_, perchè scrive, che _conjurarunt, se
non passuros quemquam regnare, qui aliud, quam quod ipsis luberet, sibi
imponeret_. È confusa nell'edizion d'Epidanno, fatta del Goldasto, la
cronologia di questi tempi, veggendosi ivi posticipati i fatti di sei
anni. Però sotto l'anno 1041 egli[518] parla di questa cospirazione de'
militi inferiori contra dei lor signori, e de' servi contra de' loro
padroni. Ma nell'edizion del Du-Chesne troviamo ciò riferito all'anno
presente.
Che significasse il nome di _valvassori_ si raccoglie facilmente dai
libri de' Feudi. I più nobili una volta tra i vassalli erano i duchi,
marchesi, conti, arcivescovi, vescovi ed abbati, i quali a dirittura
riconoscevano dai re ed imperadori i loro feudi e le loro dignità
temporali. Questi poi solevano concedere in feudo castella o altri beni
ai cospicui nobili privati, per avere alle occorrenze il loro servigio
nelle guerre e nelle comparse onorevoli. E a questi nobili si dava il
nome di _valvassori maggiori_ e di _capitanei_. Similmente poi questi
nobili infeudavano corti e poderi ad altri men nobili, per aver anche
eglino dei seguaci e aderenti ne' lor bisogni. E questi ultimi venivano
distinti col nome di _valvassori minori_, ossia di _valvassini_. Ora
insorsero dissapori, e poscia aperta dissensione e rottura fra i signori
e i lor vassalli subordinati, pretendendo gli ultimi d'essere oltre al
dovere aggravati dai primi. E tal briga aprì il campo anche ai servi (da
noi ora chiamati schiavi) di rivoltarsi contra de' lor padroni, quasichè
troppo aspramente fossero da loro trattati. L'origine nondimeno di
questi disordini pare che si debba attribuire ad _Eriberto arcivescovo_
di Milano. Non mancavano a lui molte virtù, ma queste si miravano
contaminate dalla superbia, talmente che egli puzzava alquanto di
tiranno. Tutto voleva a suo modo, nè a lui mettevano freno o paura le
leggi. Lo confessa lo stesso Arnolfo[519], storico milanese, che potè
forse conoscerlo, con dire che _multis prosperatus successibus praesul
Heribertus, immoderate paululum dominabatur omnium, suum considerans,
non alienum animum. Unde factum est, ut quidam urbis milites, vulgo
walvassores nominati, clanculo illius insidiarentur operibus; adversus
ipsum assidue conspirantes. Comperta autem occasione, cujusdam potentis
beneficio_ (così tuttavia si nominavano quei che ora appelliamo feudi)
_privati: subito proruunt in apertam rebellandi audaciam, plures jam
facti_. Si studiò a tutta prima l'arcivescovo colle buone di quetare
l'insorto tumulto; ma nulla con ciò profittando, mise mano alle brusche
con dar di piglio alle armi. Seguì entro la stessa città di Milano un
conflitto, in cui le genti dell'arcivescovo restarono superiori, e
convenne ai vinti di ritirarsi colla testa bassa, ma col cuore pregno
d'ira, fuori della città. Allora fu che con costoro si unirono i popoli
della Martesana e del Seprio, fecesi anche in altri contadi cospirazione
ed unione; ma sopra tutti trasse a questo rumore il popolo di Lodi,
troppo esacerbato per la violenza lor fatta dall'arcivescovo stesso in
volere dar loro un vescovo, siccome abbiam detto di sopra. Ciò che
partorisse una tal discordia lo vedremo fra poco. Crede il Sigonio[520]
che l'esempio de' valvassori milanesi servisse di stimolo anche al
popolo di Cremona per rivoltarsi in questo anno contra di _Landolfo_
loro vescovo, cacciar lui di città, dirupare il di lui palazzo, che era
ridotto in forma di fortezza, e per maltrattare alla peggio i di lui
canonici. Ma nulla ebbero che fare coi movimenti de' Milanesi quei di
Cremona; erano anzi accaduti molti anni prima; e, se crediamo
all'Ughelli[521], il vescovo Landolfo cessò di vivere nell'anno 1030. Di
questo Landolfo così scrive Sicardo[522], vescovo anch'egli di Cremona:
_Temporibus Henrici Claudi, capellanus ejus nomine Landolphus Cremonae
fuit episcopus, qui monasterii sancti Laurentii, et cremonensis populi
fuit acerrimus persequutor. Quocirca populus ipsum de civitate ejecit,
et palatium_ (non già _oppidum_, come ha il Sigonio), _turribus et
duplici muro munitum, destruxit. Proinde licei episcopio multa
conquisierit, tamen multa per superbiam, multa per inertiam perdidit._
Nomina poscia Sicardo per successore di Landolfo nel vescovato _Baldo_,
cioè _Ubaldo_, ai tempi di Corrado Augusto, _qui quoque monasterium
sancti Laurentii persequutus est, et apud Lacum obscurum impugnatus
est._
NOTE:
[512] Ermannus Contractus, in Chron. edition. Canisii.
[513] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[514] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[515] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.
[516] Tronci, Annal. Pisani.
[517] Hermannus Contractus, in Chron.
[518] Epidannus, in Annal. tom. 1 Rer. Alamann.
[519] Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 10.
[520] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.
[521] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.
[522] Sicardus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.


Anno di CRISTO MXXXVI. Indizione IV.
BENEDETTO IX papa 4.
CORRADO re di Germania 15, imperadore 10.

Bollivano più che mai le dissensioni, anzi le guerre fra _Eriberto
arcivescovo_ di Milano e i suoi valvassori ribelli: nella qual briga
s'erano mischiati i valvassori di altri vescovi e principi, e il popolo
di Lodi mal soddisfatto di Eriberto. Però ad un luogo fra Milano e Lodi
appellato la Motta (si chiamavano così le fortezze fabbricate al piano
sopra un'alzata di terra fatta a mano), oppure, come abbiamo da Arnolfo
storico milanese[523], nel _Campo Malo_, così anticamente chiamato, si
venne fra l'una parte e l'altra ad una campale battaglia, che riuscì
molto sanguinosa[524]. Fra gli altri che tennero la parte
dell'arcivescovo, non so se per proprio interesse, oppure per far
servigio ad esso arcivescovo, si contò _Alrico_ vescovo d'Asti, fratello
di _Maginfredo marchese_ di Susa. Nè solo egli intervenne a quel fatto
d'armi, ma, come un san Giorgio dovette anch'egli volere far prova del
suo valore con iscandalosa risoluzione, vietando i sacri canoni agli
ecclesiastici, e massimamente ai vescovi, l'andare alla guerra per
combattere. Gli costò nondimeno cara, perchè ne riportò una ferita, per
cui da lì a non molto morì. La notte fece fine al furore delle spade.
Soffersero molto amendue gli eserciti, ma la peggio fu dalla parte
dell'arcivescovo. Questi torbidi di Lombardia tenevano in agitazione
l'animo dell'_Augusto Corrado_: e ossia ch'egli conoscesse troppo
necessaria la sua presenza per quetarli, oppure, come vuole Arnolfo,
ch'egli ne fosse pregato e sollecitato dall'arcivescovo Eriberto,
determinò di tornare in Italia. Pertanto, dopo aver data in moglie al re
_Arrigo_ suo figliuolo _Cunichilda_ (_Cunelinda_ è chiamata da
Wippone[525], e negli Annali d'Ildeseim[526] _Cunichild nomine, in
benedictione Cunigund dicta_), figliuola di _Canuto re_ d'Inghilterra,
con esso re Arrigo verso il fine dell'anno mosse alla volta d'Italia,
seco menando una poderosa armata. Giunse a Verona per la festa del santo
Natale, e quivi la solennizzò[527]. Era esso imperadore nel dì 5 di
luglio in Nimega, quando, a petizione dell'imperadrice _Gisla_, di
_Pilegrino_ arcivescovo di Colonia, _ac Bonifatii nostri dilecti
marchionis_[528], cioè del duca di Toscana, che dovea trovarsi in
Germania, confermò i privilegii al monistero delle monache di san Sisto
di Piacenza. Parimente l'Ughelli[529] rapporta un diploma d'esso
Augusto, dato in favore del monistero di san Salvatore di monte Amiato
della diocesi di Chiusi, _anno dominicae Incarnationis MXXXVI, regni
vero domni Conradi II regnantis tertio, imperii ejus nono, Indictione
IV. Actum in civitate Papia_. In vece dell'_anno III_ del regno si dee
scrivere XIII. Ma che in quest'anno arrivasse l'Augusto Corrado a Pavia,
ho io difficoltà a crederlo. Nè sul fine di quest'anno correva l'_anno
IX_ dell'imperio, ma bensì l'_anno X_. Però quel diploma ha bisogno di
chi rimetta al suo sito l'ossa alquanto slogate.
Crede il Fiorentini (non so con qual fondamento) che in quest'anno
venisse a morte _Richilda_, moglie del suddetto marchese Bonifazio,
donna di gran pietà e liberalità verso i poveri e verso i sacri templi e
monisteri[530]. Abbiamo presso il padre Bacchini[531] una donazione da
lei fatta nel dì 28 d'aprile dell'anno precedente 1035 alla chiesa di
Gonzaga, _subtus confirmante donnus Bonefacius marchio jugale et
Mundoaldo meo_. Sappiamo da Donizone[532] che questa piissima
principessa terminò i suoi giorni, senza lasciar figliuoli, in Nogara,
terra del Veronese, ed ivi ebbe la sua sepoltura. Potrebbe essere che
l'andata del vedovo marchese Bonifazio in Germania servisse a lui per
intavolare un secondo matrimonio con _Beatrice_ figliuola di _Federigo_
duca della Lorena superiore, e di _Matilda_ nata da _Ermanno duca_ di
Suevia, parente degl'imperadori e dei re di Francia. Credo io tuttavia
incerto l'anno in cui seguì un tale accasamento del marchese Bonifazio.
Contuttociò, perchè egli avea passato di molto il mezzo del cammino
della sua vita, può parer probabile ch'egli non perdesse tempo a cercar
altra moglie che l'arricchisse di prole, e che per conseguente si
effettuassero in quest'anno le di lui seconde nozze. Veggonsi esse
descritte dal suddetto Donizone con tali colori, che, se è vero tutto,
convien confessare che era superiore ad ogni altro principe d'Italia la
di lui magnificenza e ricchezza. Andò Bonifazio con sontuoso treno a
prenderla in Lorena; i suoi cavalli portavano suole d'argento, attaccate
con un solo chiodo. Ebbe in dote assai terre e ville in Lorena. Condotta
Beatrice in Italia, per tre mesi nel luogo di Marego sul Mantovano si
tenne corte bandita. Pel popolo v'erano pozzi di vino; alle tavole
piatti e vasi tutti d'oro e d'argento; prodigiosa quantità di strumenti
musicali e di _mimi_ a' quali
_dedit insignis dux praemia maxima._
Il che ci fa conoscere già introdotto il costume, che durò poi per più
secoli, che a simili feste concorrevano in folla tutti i buffoni,
giocolieri, cantambanchi e simili, che portavano via de' grossi regali.
Di che ragguardevoli doti fosse poi ornata la duchessa _Beatrice_,
l'andremo vedendo nel proseguimento della storia. Io non so se arrivasse
in quest'anno, oppure prima, al fine di sua vita _Odelrico Maginfredo_
ossia _Manfredi_ marchese di Susa, da me più volte menzionato di sopra.
Aveva egli data in moglie ad _Erimanno_ (lo stesso è che _Ermanno_) duca
di Suevia, ossia di Alemagna, una sua figliuola, cioè _Adelaide_, che fu
poi principessa celebre nella storia. Nè avendo lasciato maschi dopo di
sè, Erimanno per le ragioni della moglie pretese quella Marca, e
l'ottenne per grazia dall'imperador Corrado. _Heremannus dux Alamanniae
marcham soceri sui Meginfredi ab imperatore accepit_: sono parole di
Ermanno Contratto[533].
NOTE:
[523] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 10.
[524] Hermannus Contract., in Chron.
[525] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[526] Annales Hildesheim.
[527] Epidannus in Annal.
[528] Antiq. Ital., Dissert. LXX.
[529] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.
[530] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[531] Bacchini, Istoria di Polirone.
[532] Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 8 et seq.
[533] Hermannus Contract., in Chron.


Anno di CRISTO MXXXVII. Indizione V.
BENEDETTO IX papa 5.
CORRADO II re di Germania 14, imperadore 11.

Non piccioli furono gli sconvolgimenti della Lombardia in quest'anno.
Dopo avere l'_Augusto Corrado_ celebrato in Verona il santo Natale[534],
se non prima, certo sul principio di quest'anno, passando per Brescia e
Cremona, come scrisse Ermanno Contratto, arrivò a Milano, dove con gran
magnificenza l'accolse _Eriberto arcivescovo_ nella chiesa di santo
Ambrosio. Nello stesso giorno chiunque si pretendeva aggravato da esso
arcivescovo, tumultuosamente comparve colà, chiedendo con alte grida
giustizia. Fece lor sapere l'imperadore, che avendosi a tenere in breve
una generale dieta in Pavia, quivi udrebbe le lor doglianze e ragioni.
Infatti si tenne quella dieta. Un _Ugo conte_ con altri esposero gli
aggravi loro inferiti dal suddetto arcivescovo. Corrado, amicissimo di
lui, ma più della giustizia, ordinò ch'egli soddisfacesse. Ricusò
Eriberto di farlo; anzi, se vogliam prestar fede al Cronografo
sassone[535], con alterigia grande rispose, che de' beni trovati nella
sua chiesa, o da lui acquistati, non ne rilascerebbe un briciolo per
istanza o comandamento di chi che fosse. Avvisato che almeno eccettuasse
l'imperadore, tornò a parlare nel medesimo tuono. Allora l'Augusto
Corrado s'avvide che dalla durezza di Eriberto erano procedute le
sollevazioni dianzi accennate; perciò gli fece mettere le mani addosso.
Così raccontano questo sì strepitoso affare gli autori tedeschi, per
giustificar la risoluzione presa dall'Augusto Corrado; nè vi manca
probabilità, perchè Eriberto era uomo di testa calda e facea volentieri
il padrone, senza mettersi pena delle altrui querele. Ma Arnolfo
milanese[536], che scrisse prima del fine di questo secolo la storia
sua, in altra maniera descrisse questo avvenimento, con dire, che giunto
Corrado a Milano, avendo tolto all'arcivescovo il già concedutogli
privilegio, per altro abusivo, di dare a Lodi quel vescovo che a lui
piaceva, il popolo di Milano con alte grida sparlò contro l'imperadore,
che se ne offese non poco. E perciocchè credette autore del tumulto esso
Eriberto, aspettò d'averlo in Pavia, cioè lontano dal suo popolo, ed
allora il mise sotto le guardie. Questo racconto porta forse più
dell'altro tutta l'aria di verisimiglianza, al vedere che dipoi lo
stesso popolo di Milano, lasciando andare le precedenti gare, imprese
con incredibile zelo la difesa del suo pastore. In effetto seguita a
dire esso Arnolfo, che all'avviso della prigionia d'Eriberto,
_mediolanensis attonita inhorruit civitas, proprio viduata pastore,
dolens ac gemens a puero usque ad senem. O quae Domino preces, quantae
funduntur et lacrymae!_ Si adoperarono il clero, la nobiltà e il popolo
per liberarlo; si venne anche ad una convenzione, per cui fu promesso
dall'imperadore di rilasciarlo, e a questo fine se gli diedero ostaggi;
ma, ciò non ostante, continuò Corrado a tenerlo prigione, con
determinazione di mandarlo in esilio. Nè di ciò contento, essendo state
molto dipoi portate delle accuse contra de' vescovi di Vercelli, Cremona
e Piacenza, Corrado fattili prendere, gli esiliò: azione riprovata dallo
stesso Wippone, con dire: _Quae res displicuit multis, sacerdotes
Christi sine judicio damnari_. Anzi soggiugne che lo stesso re Arrigo
suo figliuolo in segreto detestò la risoluzione presa dal padre contra
dell'arcivescovo e dei tre suddetti vescovi, persone tanto venerabili
fra i cristiani, e pur condannate e punite senza processo e senza una
legale sentenza. Altri autori, che riferirò fra poco, mettono più tardi
la disgrazia di questo prelato. Fu dunque consegnato l'arcivescovo
Eriberto a _Poppone patriarca_ d'Aquileia e a _Corrado duca_ di Carintia
e marchese di Verona, acciocchè ne avessero buona custodia. Il
condussero essi a Piacenza, o piuttosto fuori di Piacenza presso al
fiume Trebbia sotto buona guardia; e intanto l'imperadore se n'andò a
Ravenna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 d'aprile, con ispedire i
suoi messi a far giustizia per tutto il regno. Nel dì 5 di maggio del
presente anno si truova _Ermanno arcivescovo_ di Colonia, che per ordine
di esso Augusto tiene un placito[537] nel borgo d'Arbia del contado di
Siena. Un altro placito tennero nel dì primo di marzo, per testimonianza
di Girolamo Rossi[538], _Arrigo_ ed _Ugo_ messi dell'imperador Corrado
nel territorio d'Osimo.
Mentre soggiornava esso augusto in Ravenna, gli venne la disgustosa
nuova che Eriberto arcivescovo di Milano era fuggito. Wippone scrive
che, postosi uno de' familiari dell'arcivescovo nel di lui letto,
ingannò le guardie; e in questo mentre Eriberto, travestito e salito
sopra un cavallo, che gli fu condotto, spronò forte finchè fu in sicuro.
Il Cronografo sassone[539] attribuisce il colpo ad un monaco che solo
era stato lasciato a' servigii d'esso arcivescovo. Ma par bene che più
fede in questo si possa prestare a Landolfo seniore, storico milanese di
questo secolo. Secondo lui[540], Eriberto, che ben conosceva la
ghiottoneria de' Tedeschi, e quanta parzialità avessero pel vino, spedì
con buone istruzioni un suo fedele alla badessa di san Sisto di
Piacenza, per concertare la maniera di rimettersi in libertà. Inviò essa
all'arcivescovo venti some di varie carni e dieci carra di diversi
squisiti vini. Può essere che fossero meno, e certo non occorreva tanto
al bisogno. Fu fatta una sontuosa cena: tutte le guardie si
abboracchiarono ben bene; il sonno col ronfare tenne dietro ai votati
bicchieri; e nel più proprio tempo l'arcivescovo se la colse felicemente
con trovare in Po una barca preparata che il condusse in salvo. Arrivato
a Milano, non si potrebbe esprimere la gioia di quel popolo: segno
ch'egli era ben veduto e stimato da tutti. Ma neppur si può dire quanto
affanno e rabbia recasse all'Augusto Corrado la fuga d'Eriberto. Tosto
immaginò la ribellione di Milano, nè si ingannò. Corse coll'esercito suo
ad assediare quella città, città forte di mura e di torri, città ricca
di popolo, e popolo risoluto di difendere fino all'estremo il suo
pastore. Vedesi ampiamente descritto quell'assedio dal suddetto Landolfo
seniore; e sappiamo da Wippone e da Ermanno Contratto, ch'esso durò, non
già per tutto quest'anno, nè pel susseguente, come scrisse il Cronografo
sassone, e, prima di lui, l'autore degli Annali d'Ildeseim, ma solamente
poche settimane. Perciocchè Milano si trovò osso troppo duro, si andò
intanto sfogando la rabbia tedesca sopra le castella e ville di quel
territorio. La terra di Landriano specialmente rimase un monte di
pietre. Nel dì dell'Ascensione fecero una vigorosa sortita i Milanesi, e
nel fiero combattimento, per attestato di Arnolfo[541], fra gli altri un
nobile tedesco (forse quel nipote dell'imperatore di cui parla il
suddetto Landolfo) _et Wido italicus marchio, signifer regius, inter
media tela confixi sunt_. Probabilmente questo _Guido_ marchese era uno
degli antenati della casa d'Este, e fratello del marchese _Alberto Azzo
I_ progenitore d'essi Estensi, per quanto ho io detto altrove[542]. Di
lui si ha memoria in uno strumento dell'anno 1029, accennato dal
Guichenon nella Storia genealogica della real casa di Savoia. Ora
accadde, che trovandosi l'imperadore Corrado nel sacro dì della
Pentecoste all'assedio di Corbetta, castello poco distante da Milano,
all'improvviso s'alzò un temporale sì furioso di pioggia, gragnuola e
fulmini, che andarono per terra tutte le tende dell'esercito[543], e vi
restò, oltre a molti uomini, estinta una prodigiosa quantità di cavalli
e di armenti con isbalordimento universale di tutta l'armata. Fu creduto
miracoloso un sì funesto accidente, e che santo Ambrosio in questa
maniera liberasse la città[544] e l'arcivescovo dall'ingiusta
persecuzion di Corrado. Certo di più non ci volle, perchè l'imperadore,
veggendo sì conquassata l'armata sua, si ritirasse a Cremona. Io non so
bene se prima o dopo l'assedio suddetto, ovvero se esso durante,
l'arcivescovo Eriberto facesse una spedizione ad _Odone conte_ ossia
duca di Sciampagna, cioè a quel medesimo che avea disputato il regno
della Borgogna all'Augusto Corrado.
Certa è la spedizione, per attestato di Glabro Rodolfo[545], degli
Annali d'Ildeseim[546] e d'altri autori. Esibivano questi legati
lombardi il regno d'Italia ad esso Odone, il quale intanto volendo
profittare della lontananza dell'imperadore, con una possente armata
entrò nella Lorena, prese il castello di Bar, e fece un mondo di mali
dovunque arrivò. Volle la sua disgrazia che _Gozelone duca_ di Lorena,
con forze grandi ito ad incontrarlo, gli diede battaglia, e lo
sconfisse, con restar trucidato il medesimo Odone. Stavano aspettando
gli ambasciatori italiani l'esito di quella guerra, per far calar esso
Odone in Italia: al che si mostrava egli dispostissimo. Ma inteso il suo
miserabil fine, e perdute tutte le speranze riposte in lui, se ne
tornarono indietro coll'afflizione dipinta ne' loro volti. Peggio ancora
ai medesimi avvenne. Imperciocchè, siccome abbiamo dal Cronografo
sassone[547] e dall'Annalista sassone[548], _socrus Herimanni Suevorum
ducis, legatorum conventum rescivit, missisque satellitibus suis, omnes
simul comprehensos, reique veritatem confessos, imperatori, ubi in
publico conventu, eisdem praenominatis tribus episcopis praesentibus,
consederat, transmisit._ La suocera di Erimanno duca di Suevia era
_Berta_, vedova del fu _Maginfredo_ marchese di Susa, e sorella dei
marchesi _Ugo, Alberto Azzo I_, e _Guido_, antenati della casa d'Este,
siccome ho dimostrato altrove[549]. I tre vescovi accusati furono,
siccome già dissi, quei di Vercelli, Cremona e Piacenza, che perciò
ebbero a patire l'esilio in Germania. Ma già s'è veduto coll'autorità di
Wippone, il più accreditato storico delle imprese di Corrado Augusto,
esser questo già succeduto prima, e che irregolare fu la lor condanna, e
dispiacque fino al re Arrigo figliuolo del medesimo imperadore: il quale
Augusto, per far dispetto all'arcivescovo Eriberto, diede nell'anno
seguente la chiesa di Milano ad un canonico di quella cattedrale per
nome _Ambrosio_, e pare eziandio che il facesse consacrare in Roma. Male
nondimeno per questo ambizioso canonico, perchè mai arrivò a sedere in
quella cattedra; e i Milanesi, che tennero sempre saldo per Eriberto,
devastarono tutti quanti i di lui beni[550]. Venne _papa Benedetto_ a
ritrovar Corrado in Cremona. Fu ricevuto con grande onore, e dopo aver
trattato de' suoi affari, se ne tornò a Roma, senza che apparisca il
motivo di questo suo viaggio, se pur non fu quello che ci additerà
Glabro all'anno seguente. Passò l'imperadore la state nelle montagne per
ischivare il soverchio caldo di quest'anno, e sul finire d'esso venne a
Parma, dove solennizzò la festa del santo Natale. Ma in questa città
ancora avvenne la solita calamità, di cui sarà permesso ai Tedeschi di
darne la colpa ai cittadini, e a me di credere che provenisse dalla poca
disciplina, avidità o bestialità allora dei medesimi lor nazionali.
Nello stesso dì del Natale s'attaccò rissa fra essi Tedeschi e i
Parmigiani. Vi restò morto Corrado coppiere dell'imperadore. Perciò fu
in armi tutto l'imperiale esercito, e col ferro e col fuoco infierì
contro della misera città. Volle inoltre l'imperadore, cessato che fu
l'incendio, che si smantellasse una gran parte delle mura della città,
onde imparassero i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli
oltramontani. Con tali notizie non so io accordare ciò che scrive
Donizone con dire[551] che l'imperadore Corrado assediò Parma, e che gli
furono uccisi alcuni de' suoi più cari. Perciò ordinò a _Bonifazio_
marchese di Toscana di accorrere colle sue truppe, per espugnare
l'ostinata città. Appena comparve egli, che cadde il cuore per terra ai
Parmigiani, e corsero a buttarsi a' piedi dell'imperadore. Poscia
Bonifazio giurò fedeltà ad esso Augusto, il quale ordinò:
_.... quod Marchia serviet ipsi._
E all'incontro Corrado anch'egli giurò di conservar la vita e la dignità
_absque dolo_ al medesimo Bonifazio: cosa veramente insolita, di modo
che lo stesso poeta soggiugne:
_Nullus dux unquam meruit tam foedera culta._
_In charta scriptum jusjurandum fuit istud._
Pare che Donizone avesse sotto gli occhi la carta di un tal atto. Nè si
vuol tacere che in questo anno, trovandosi lo stesso imperadore in
_Canedolo juxta_ flumen Padi[552], nel dì 31 di marzo confermò i suoi
privilegii ad _Itolfo vescovo_ di Mantova. Inoltre fece quella legge
spettante ai feudi che si truova fra le longobardiche e nel libro quinto
de' Feudi. La data d'essa, da me scoperta, è tale: _V kalendas junii,
Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII_ (così dee scrivere
_MXXXVII_, o qui è adoperato l'anno pisano), _anno autem domni Chuonradi
regis XIII, imperantis XI. Actum in obsidione Mediolani_. Confermò il
medesimo Augusto al monistero di san Teonisto del Trivigiano i suoi beni
e privilegii con diploma[553] dato _II idus julii, anno dominicae
Incarnationis MXXXXII, Indictione V, anno autem domni Chuonradi secundi
regni XIII, imperii XI. Actum Veronae ad sanctum Zenonem_.
NOTE:
[534] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[535] Chronographus Saxo apud Eccardum.
[536] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 12.
[537] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.
[538] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[539] Cronographus Saxo apud Eccardum.
[540] Landulfus Senior., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 22 et seq.
[541] Arnulfus., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 13.
[542] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
[543] Wippo in Vita Conradi Salici. Chronographus Saxo, Arnulf., Hist.
Mediol. Landulfus. Senior, Hist. Mediol.
[544] Sigebertus, in Chronico.
[545] Glaber, Hist., lib. 3, cap. 7.
[546] Annales Hildesheim.
[547] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[548] Annalista Saxo apud Eccardum.
[549] Antichità Estensi, P. I.
[550] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[551] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 10.
[552] Antiquit. Italic., Dissert. XI.
[553] Ibid., Dissert. XXX.


Anno di CRISTO MXXXVIII. Indizione VI.
BENEDETTO IX papa 6.
CORRADO II re di Germania 15, imperadore 12.

Cessato il rigore del verno, marciò nella primavera di quest'anno
l'Augusto Corrado per la Toscana alla volta di Roma coll'esercito suo.
Se vogliamo credere a Glabro[554], ebbe bisogno della di lui venuta
_Benedetto IX_ papa, perchè alcuni de' baroni romani tramavano congiure
ed insidie contra la di lui vita. _Sed minime valentes, a sede tamen
propria expulerunt. Tam pro hac re, quam aliis insolenter patratis,
imperator illuc proficiscens, propriae illum sedi restituit_. Niun altro
autore abbiamo che parli di questa cacciata e restituzione d'esso
pontefice. Quivi fece che il papa fulminò la scomunica contra di
_Eriberto arcivescovo_ di Milano. Ma altro recipe ci volea che questo
per guarire quella cancrena. Eriberto co' Milanesi tranquillamente
seguitò a difendersi. Passò dipoi Corrado a Monte Casino[555], dove da
que' monaci gli fu rinfrescata la memoria de' tanti aggravii e danni
recati al loro imperial monistero da _Pandolfo IV_ principe di Capoa,
con disprezzo dell'augusta sua maestà: lamenti anche molto prima portati
al di lui trono. Per questo avea già spedito l'imperadore a Capoa i suoi
legati, con intimare a quel malvagio principe il risarcimento e la
restituzione di tutto ai monaci casinesi. Si trovò indurato l'animo di
Pandolfo nell'antica malizia: laonde Corrado, dopo essere stato a Monte
Casino, passò colle armi alla volta di Capoa nuova, e v'entrò nella
vigilia della Pentecoste, cioè nel dì 15 di maggio. Erasi ritirato
Pandolfo nella forte rocca di sant'Agata; ma per tornare in grazia
dell'imperadore, gli fece esibir trecento libbre d'oro, e per ostaggi
una figliuola e un nipote: offerta che fu accettata. Poco nondimeno
stette a scoppiare che Pandolfo tuttavia macchinava delle novità per la
voglia e speranza di ricuperar la città, subitochè se ne fosse partito
Corrado. Il perchè esso imperadore col parere de' principali di Capoa
diede quel principato a _Guaimario IV_ principe di Salerno, cioè ad un
principe, a cui non mancassero forze per sostener quell'acquisto. Così