Annali d'Italia, vol. 3 - 44

Dionisio; ma trovandosi debole in confronto di que' Barbari, bisognò
cacciarli via a forza di danari. Nè qui terminarono le di lui
disavventure. Fece egli parimente in quest'anno un armamento contro di
_Nomenoio_ duca della minor Bretagna, il quale, secondo il solito di
quella gente di nazion diversa dalla franzese, di tanto in tanto si
andava ribellando. In persona marciò contra di quei popoli il re Carlo,
ma non con quelle forze che occorrevano al bisogno. Però in vece di
domarli, riportò da essi vergogna e busse, e gli convenne tornarsene
indietro con tutta fretta nel paese del Maine. Circa questi tempi,
siccome racconta Giovanni Diacono[1045], i Saraceni venivano con grande
armata di navi per prendere l'isola di Ponza. _Sergio_ valoroso duca di
Napoli insieme con quei di Amalfi, Gaeta e Surrento, messa la sua
speranza nel divino aiuto, andò ad incontrarli, e ne riportò un'insigne
vittoria. Gli riuscì ancora di cacciarli dall'isola di Licosa. Adirati
per questo quegl'infedeli, fatti dei gran preparamenti in Palermo,
tornarono poi con una formidabile flotta, e s'impadronirono del castello
di Miseno, da dove cominciarono ad infestare i litorali cristiani. Un
placito tenuto in quest'anno per ordine del re Lodovico II, figlio
dell'Augusto Lottario, da Garibaldo giudice palatino[1046] nella _corte
ducale di Trento_, ci fa vedere in quelle parti _Liutifredo duca_, senza
ch'io sappia dire se questo titolo di _duca_ a lui provenisse dalla
Carintia, a cui fosse unita la marca di Trento, o pure dal medesimo
Trento.
NOTE:
[1042] Annal. Francor. Bertiniani.
[1043] Mabillonius, in Annal. Benedictin.
[1044] Annal. Francor. Metenses.
[1045] Johann. Diac. in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum
Italicarum.
[1046] Antiquit. Ital. Dissert. pag. XXXI, 97.


Anno di CRISTO DCCCXLVI. Indiz. IX.
SERGIO II papa 5.
LOTTARIO imper. 27, 24 e 7.
LODOVICO II re d'Italia 3.

Cresceva ogni dì più la superbia dei Saraceni, dacchè ebbero conquistata
la Sicilia e la Calabria; e tanto più perchè miravano i due emuli
principi di Benevento andarsi rodendo tra loro le viscere. A tanto
vennero, che in quest'anno partiti dall'Africa, o pure dal castello di
Miseno, dove già s'erano annidati, con un potente stuolo di navi, ed
entrati nel Tevere, arrivarono fin sotto Roma. Negli Annali
bertiniani[1047] son chiamati _Saraceni_, _Maurique_. Col nome di
_Saraceni_ vuol quell'autore significar gli Arabi maomettani,
conquistatori e padroni allora dell'Africa; e col nome di _Mori_ gli
Africani stessi lor sudditi, che aveano nondimeno abbracciata la falsa
legge di Maometto. Si tenne forte la città di Roma fortificata allora
abbastanza; però sfogarono que' Barbari la lor crudeltà nei contorni, e
spezialmente a la loro ingordigia sopra la sacra basilica di s.
Pietro[1048], ch'era in questi secoli fuori della città, con asportarne
tutti gli ornamenti, e quanto di prezioso vi trovarono; ma senza far
male alla fabbrica. Se vogliam credere a Leone Ostiense[1049], allo
stesso crudel trattamento soggiacque anche la basilica di s. Paolo.
Parrebbe che no, perchè lo Annalista di s. Bertino scrive che una parte
di essi infedeli, andando per dare il sacco a quel sacro luogo, restò
tagliata a pezzi dalle genti di campagna di Roma. Ma Giovanni Diacono,
poco dianzi da me allegato, scrittore troppo autentico, perchè di questi
medesimi tempi, asserisce che costoro _Romam supervenerunt, ecclesias
Apostolorum, et cuncta, quae extrinsecus repererunt, lugenda pernicie et
horribili captivitate diripuerunt_. Con questo scrittore va d'accordo
ancora Anastasio nella vita di Leone IV papa. Partiti dalle vicinanze di
Roma, secondo il suddetto Ostiense, e per la via Appia arrivati alla
città di Fondi, la presero, la diedero alle fiamme, trucidarono parte di
quel popolo, e il resto condussero in ischiavitù. Andarono poi a
fermarsi ed attendarsi sotto Gaeta. Portate sì funeste nuove a _Lodovico
II_ re d'Italia, diede solleciti ordini alle milizie di Spoleti di
marciare contra di sì nefandi masnadieri. Il conte Campelli[1050], come
se si fosse trovato presente a que' fatti, ci descrive i viaggi, i
disagi e il conflitto dell'esercito spoletino. Giovanni Diacono narra
che Lottario _re de Franchi_, sotto il cui nome tutto si operava dal re
Lodovico suo figliuolo, inviò una feroce armata contra de' suddetti
Saraceni, che li perseguitò fino a Gaeta. Ma i furbi Africani, messi in
aguato molti de' loro ai passi stretti delle montagne, stettero
aspettando i Cristiani; e sbucando all'improvviso sopra i poco
avvertiti, uccisero l'alfier sulle prime: il che bastò perchè andasse
vergognosamente in rotta tutto l'esercito de' Fedeli, e ne restassero
assaissimi estinti nella fuga. Peggio anche avveniva, se _Cesario_,
figliuolo di _Sergio duca_ di Napoli, ch'era accorso colle brigate di
Napoli e di Amalfi, non avesse attaccata battaglia anch'egli coi
Saraceni, con obbligarli a desistere dal perseguitare i fuggitivi
Cristiani. Negli Annali di s. Bertino noi leggiamo _Hludovicus Hlotharii
filius rex Italiae cum Saracenis pugnans, victus vix Romam pervenit_. Ma
Giovanni Diacono, che ne sapea più di quell'Annalista, nulla parlando
del re Lodovico in questa occasione, e parlandone poi ad un'altra
spedizione, fa assai conoscere ch'egli punto non intervenne a quella
sfortunata azione. Nell'inseguire i fuggitivi Cristiani arrivarono le
brigate saracene, secondochè avvertì Leone Ostiense, fin presso al fiume
Garigliano, in vicinanza del monistero Cassinese. Non era loro ignota la
ricchezza di quel sacro luogo (l'abbiam già veduto fieramente pelato da
Siconolfo), e già la divoravano coi desiderii; ma colti dalla notte, si
fermarono alla riva del suddetto fiume con pensiero di fare un buon
sacco la mattina seguente. Stettero i monaci, scorgendo il pericolo
imminente, tutta la notte in orazione, e furono poi rincorati
dall'_abbate Bassacio_, uomo di santa vita, che disse d'aver avuta una
rivelazione della lor sicurezza. Erano nel dì innanzi l'acque del
Garigliano sì basse, che dappertutto si poteano guadare a piedi; era il
ciel sereno. Quella notte venne un temporale con folgori e pioggia tale,
che nella seguente mattina si trovò sì gonfio il fiume, che usciva fuor
del suo letto. Restarono ben beffati i Saraceni, quando, fatto giorno,
andarono per valicarlo, e mordendosi le dita per la preda che loro era
fuggita dalle mani, se ne tornarono al loro campo sotto Gaeta. Restò
quella città assediata, e fecero quei Barbari ogni sforzo per entrarvi;
ma, per testimonianza di Giovanni Diacono, il soprallodato Cesario,
figliuolo di Sergio duca di Napoli, colle sue navi e con quelle degli
Amalfitani venne a stanziare nel porto di Gaeta, e saldo alla difesa di
quei cittadini, non lasciò mai prevalere la forza e rabbia degl'infedeli
cani. Avvenne in questi tempi, che mentre l'imperador Lottario dimorava
in Aquisgrana[1051], _Giselberto_, soldato, o pur vassallo del re _Carlo
Calvo_, rapì una figliuola d'esso Augusto, e condottala in Aquitania, la
prese per moglie. Il nome di questa principessa nol dicono gli antichi
storici. Per tale insolenza concepì Lottario non poco odio contra d'esso
re Carlo, il quale informatosene, scrisse intorno a ciò a _Lodovico_ re
di Germania, affinchè placasse il fratello. Pubblicamente protestarono
amendue di non avere avuta parte in quel rapimento, e ne scrissero anche
al fratello Lottario; ma egli continuò nella sua amarezza. Abbiamo poi
dal Dandolo[1052], che bramando _papa Sergio_ di comporre le differenze
tuttavia bollenti tra _Venerio patriarca di Grado_, e _Andrea patriarca
di Aquileia_, scrisse ad amendue, con ordinar loro di comparire al
concilio ch'egli avea proposto di tenere, e vi doveva assistere
l'imperadore. Ma non ebbe effetto il suo piissimo disegno, perchè la
morte il rapì nell'anno seguente, siccome diremo. Rapì essa nel presente
anche _Pacifico_ arcidiacono della cattedral di Verona, di cui feci
menzione nell'anno 789. Il suo epitaffio, pubblicato dall'Ughelli, ma
più corretto ed intero dal marchese Maffei[1053], tuttavia si legge in
quella città. E n'era ben degno, perchè uomo di mirabil industria in
questi tempi. Di lui spezialmente quivi è detto:
QVICQVID AVRO VEL ARGENTO
ET METALLIS CETERIS,
QVICQVID LIGNIS EX DIVERSIS
ET MARMORE CANDIDO,
NVLLVS VMQVAM SIC PERITVS
IN TANTIS OPERIBVS.
HOROLOGIVM NOCTVRNVM
NVLLVS ANTE VIDERAT.
ET INVENIT ARGVMENTVM
ET PRIMVM FVNDAVERAT.
NOTE:
[1047] Annales Francor. Bertiniani.
[1048] Annal. Franc. Metens. Fuldens. Bertiniani.
[1049] Leo Marsicanus. Chron. Casinens., lib. 1, cap. 29.
[1050] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.
[1051] Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Fuldenses.
[1052] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[1053] Maffejus, in Praef. ad Complex. Cassiodor.


Anno di CRISTO DCCCXLVII. Indiz. X.
LEONE IV papa 1.
LOTTARIO imper. 28, 25 e 8.
LODOVICO II re d'Italia 4.

Venne a morte in quest'anno _Sergio II_ romano pontefice nel giorno 27
di gennaio, secondo i conti del padre Pagi[1054], e in luogo suo fu
eletto _Leone IV_ prete, ossia cardinale de' santi quattro Coronati.
Vuole esso padre Pagi che la sede restasse vacante _due mesi e quindici
giorni_, e che il novello pontefice fosse consecrato solamente nel dì XI
d'aprile. Sì lunga vacanza della cattedra apostolica non la so credere
io, perchè non si accorda con quanto ci vien narrato da Anastasio
bibliotecario[1055]. Le parole sue con queste: _Romani quoque novi
electione pontificis congaudentes, coeperunt iterum non mediocriter
contristari, eo quod sine imperiali non audebant auctoritate futurum
consecrare pontificem, periculumque romanae urbis maxime metuebant, ne
iterum, ut olim, aliis ab hostibus fuisset obsessa. Hoc timore et futuro
casu perterriti, eum sine permissu principis praesulem consecraverunt;
fidem quoque illius, sive honorem post Deum per omnia et in omnibus
conservantes._ Cioè si trovarono i Romani in uno non lieve imbroglio in
tal congiuntura. Dall'un canto per non tirarsi addosso l'ira del
principe, cioè dell'imperadore lor sovrano, non osavano senza la
permissione od approvazione di lui di consecrare il papa eletto.
Dall'altro canto erano spronati dalla necessità di veder sul trono un
papa che accudisse ai bisogni importanti della città coll'autorità del
governo, a cagione de' Saraceni che aveano poco dianzi portata la
desolazione ne' contorni di Roma, per paura dell'arrivo di altri simili
corsari africani. Che dunque fecero? Senza aspettare il consenso
dell'imperadore, passarono alla consecrazione del papa, ma con solenne
protesta fatta nel concistoro di non aver intenzione di offendere con
ciò l'onore dell'imperadore, nè di mancare in guisa alcuna alla fedeltà
ed ubbidienza che dopo Dio a lui professavano. Pare che questo saggio
ripiego, preso in tempi sì pericolosi per la città di Roma, li scusasse
abbastanza, e fosse preso in bene da _Lottario Augusto_. Certo non si sa
ch'egli ne facesse risentimento alcuno. Ciò posto, non è già verisimile
che si differisse per due mesi e mezzo la consecrazione di papa _Leone_:
prima perchè si scorge che i Romani si affrettarono a consecrarlo per
l'apprensione in cui erano di nuova invasion de' Saraceni; e
secondariamente perchè in tanto tempo sarebbe venuta l'approvazione del
_re Lodovico_ luogotenente del padre negli affari d'Italia; e quella
ancora, se fosse bisognata, del medesimo Lottario Augusto; giacchè non
sussiste, come pensa il Pagi, che a cagion delle scorrerie dei Normanni
in Francia non fossero sicuri i cammini. Fecero que' corsari gran danno
nella Bretagna minore nell'anno presente[1056]; non minore l'apportarono
alla Aquitania; presero anche nella giurisdizione dell'imperador
Lottario Durostadio e un'isola dell'Olanda. Tutto il resto del regno
oltramontano di Lottario godeva una buona quiete. Però a me par da
preferire l'asserzione di Tolomeo da Lucca[1057], che dopo _quindici
giorni_ di sedia vacante mette l'ordinazion di papa Leone, se pur questa
non seguì anche prima.
Continuavano intanto i Saraceni l'assedio di Gaeta, quando si sollevò
una fiera burrasca in mare che mise in pericolo tutto il loro
naviglio[1058]. Perciò mandarono pregando _Cesario_, figliuolo di
_Sergio duca_ di Napoli, che volesse permettere alle lor navi di
approdare al lido, con promessa di andarsene via subito che si fosse
rasserenato il cielo. Ne spedì Cesario sollecitamente l'avviso al padre,
che gli suggerì di prender buona precauzione contra gl'inganni di
quegl'infedeli. Si eseguì il trattato, e venuto il sereno, levato il
campo, s'imbarcarono e se n'andarono, ma non con Dio. Per viaggio furono
sorpresi da un'orribil tempesta, per cui quella flotta quasi tutta
interamente perì, come attestano ancora Anastasio bibliotecario e Leone
Ostiense. Questa lieta nuova arrivò a Roma in tempo che era eletto, e
non per anche ordinato papa Leone IV. Seguì in Francia, o, per dir
meglio, in Germania a Coblentz[1059] un abboccamento fra l'imperadore
_Lottario_ e _Lodovico_ re di Germania suo fratello. Pare che non
riuscisse a Lodovico di riconciliare con _Carlo Calvo_ Lottario Augusto,
tuttavia sdegnato per l'ingiuria fattagli da Giselberto nel rapimento
della figliuola. Ma se son veramente fatti in quest'anno a Marsne presso
a Mastricht alcuni capitoli di lega e concordia fra i suddetti tre
fratelli _Lottario_, _Lodovico_ e _Carlo_, che furono pubblicati dal
padre Sirmondo e dal Baluzio[1060]; bisogna credere che si rimettesse
fra tutti e tre una buona armonia. In quest'anno poi si comincia a
trovare in Toscana _Adalberto duca_ di quella contrada. Egli è chiamato
negli Annali di Fulda all'anno 878 _Albertus Bonifacii filius_, e da
Pietro bibliotecario[1061] nella storia abbreviata dei Franchi
_Adalberthus Bonifacii filius_. E in un documento dell'anno 884, da me
prodotto nelle Antichità estensi[1062], vien detto _Adelbertus in Dei
nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii olim comitis_;
di maniera che non si può dubitare ch'egli sia stato figliuolo di
_Bonifazio II_, da noi veduto di sopra conte di Lucca, e verisimilmente
marchese e duca di Toscana. Già si osservò che _Bonifazio II_, per aver
condotta dall'Italia la imperadrice Giuditta all'imperador Lodovico Pio,
era caduto in disgrazia dello imperador Lottario, e perciò si era
ritirato in Francia. O sia ch'egli ricuperasse il governo nella Toscana,
oppure che Lottario ammollitosi esercitasse la sua generosità verso il
figliuolo: certo è che _Adalberto duca_ in questi tempi comandava alla
Toscana, ciò risultando da un placito tenuto in Lucca[1063] nell'_anno
XXV_ di Lottario imperadore, correndo l'_indizione_ X, cioè nell'anno
presente, dove si legge: _Dum Adalbertus illustrissimus dux una cum
Ambrosio venerabili episcopo istius civitatis lucensis, et residentibus
hic civitate Luca, curte dicta ducalis_, ec. In questi tempi ancora
_Radelgiso principe_ di Benevento[1064] trasse in aiuto suo Massar duca
de' Saraceni con alcune masnade di quegl'infedeli. Costui neppure
portava rispetto agli stessi Beneventani; diede il guasto al monistero
di santa Maria in Cinghia; prese il castello di san Vito; forzò alla
resa la città di Telese, e saccheggiò tutti i suoi contorni. Fu creduto
miracolo ch'egli non molestasse il monistero di Monte Cassino,
quantunque vi arrivasse fino alla porte. Si sentì inoltre nell'anno
presente un fiero tremuoto per tutto il ducato di Benevento, che quasi
tutta diroccò la città d'Isernia, e fece altri mali. Roma anch'essa, per
attestato d'Anastasio[1065], provò una brutta danza in tal occasione.
NOTE:
[1054] Pagius, in Critic. Baron.
[1055] Anastas., in Vit. Leonis IV.
[1056] Annal. Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metens. Annal. Francor.
Fuldenses.
[1057] Ptolemaeus Lucensis, Hist. Eccl., tom. II Rer. Ital.
[1058] Johann. Diac., in Vit. Episc. Neap., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1059] Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Fuldens.
[1060] Baluz., Capitolar., tom. 2.
[1061] Petrus Biblioth., tom. 3. Du-Chesne.
[1062] Antichità Estensi, P. I, cap. 22.
[1063] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.
[1064] Leo Ostiensis, lib. I, cap. 28.
[1065] Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.


Anno di CRISTO DCCCXLVIII. Indiz. XI.
LEONE IV papa 2.
LOTTARIO imperad. 29, 26 e 9.
LODOVICO II re d'Italia 5.

Bollivano forte in questi tempi fra _Rabano Mauro arcivescovo_ di
Magonza e Gotescalco monaco alcune famose controversie intorno alla
divina predestinazione. Era venuto in Italia Gotescalco pieno di boria,
e per dovunque passava, andava seminando le opinioni sue. Fermossi
costui presso di _Eberardo_ duca, ossia marchese del Friuli, il cui nome
e titolo si comincia circa questi tempi ad udire. Rapporta
l'Ughelli[1066] una lettera scritta da esso Rabano a _Notingo_ vescovo,
non già eletto vescovo di Verona, ma bensì di Brescia, intorno a questo
monaco; e un'altra pure scritta _ad Heberardum ducem_, a cui poscia sul
principio dà il titolo solamente di _conte_, secondo il rito d'allora,
trovandosi i _duchi_ altre volte appellati _marchesi_ ed altre _conti_.
In essa gli dice di essergli stato riferito, _quemdam sciolum nomine
Gotaschalcum apud vos manere, qui dogmatizet_, ec. Che questo _Eberardo_
fosse veramente _duca_ o _marchese del Friuli_, ne fa fede Andrea prete
nella Cronichetta pubblicata dal Menchenio e da me[1067] ristampata.
Fiorì Andrea in questo medesimo secolo, e le sue parole sono tali:
_Multam fatigationem Langobardi et oppressionem a Sclavorum gente
sustinuerunt, usquedum imperator Forojulianorum Eberhardum principem
constituit._ Nè altri è questo Eberardo, ossia Everardo, se non lo
stesso, a cui Frodoardo[1068] dice scritta una lettera da _Hincmaro
arcivescovo_ di Rems, cioè _viro illustrissimo Eberardo ex principibus
Lotharii_. Ho anch'io, a mio credere, bastevolmente provato[1069] che da
lui viene la Raccolta delle leggi longobarda, salica, etc. che si
conserva nell'antichissimo Codice della cattedrale di Modena. In un
diploma dell'anno 855, riferito dal padre de Rubeis[1070], egli è
chiamato da Lodovico II imperadore _Eurardus illustris comes,
dilectusque compater noster_. Parleremo anche più abbasso di questo
medesimo principe, bastando per ora di sapere ch'egli fu marito di
_Gisela_ ossia _Gisla_ figliuola di Lottario Augusto, e fu padre di
Berengario, poscia duca o marchese anch'esso del Friuli, finalmente re
d'Italia ed imperador de' Romani. I soli Annali di san Bertino[1071]
quei sono che sotto il presente anno hanno le seguenti parole:
_Exercitus Hlothari contra Saracenos Beneventum obtinentes dimicans,
victor efficitur._ Non sussiste già che i Saraceni si fossero
impadroniti di _Benevento_. Solamente alcune brigate di essi vi erano
state chiamate in soccorso da Radelgiso principe. Altro non vuol dire
quello scrittore colla parola Beneventum, se non una parte del ducato
beneventano, occupata dai Saraceni; oppure in vece di _obtinentes_, s'ha
da scrivere _obsidentes_. Contra di quei Maomettani l'imperador Lottario
dovette comandare al figliuolo Lodovico re d'Italia di procedere con una
buon'armata, alla quale, secondo i suddetti Annali, riuscì di dar loro
una sconfitta. Sul fine poi di questo anno, soggiugne il medesimo
storico, che _Mauri denuo Beneventum invadunt_. Nella storia del regno
di Napoli è celebre la pace che finalmente fu conchiusa tra i due
competitori nel ducato di Benevento _Radelgiso_ e _Siconolfo_.
Erchemperto[1072] e Leone Ostiense[1073] raccontano che _Landone conte_
di Capua, Adelmario, e _Bassacio abbate_ di Monte Cassino, veggendo
troppo assassinate quelle contrade per la lunga nemicizia di quei due
principi, e per l'insaziabil crudeltà de' Saraceni abitanti in Bari, ed
anche presi al suo servigio da Radelgiso, si portarono a _Lodovico
Augusto_ (che nondimeno fin qui tale non era) figliuolo di Lottario,
supplicandolo di metter fine a tanti malanni. Colà pertanto si portò in
persona lo stesso re Lodovico, e fattisi consegnare per forza tutti i
Saraceni abitanti in Benevento, nella vigilia di Pentecoste condotti
costoro fuori della città, a cadauno fece tagliar la testa. Poscia
interpostosi fra i due principi litiganti, compose le lor differenze,
con dividere il ducato suddetto fra loro nella forma che vien descritta
dall'Anonimo salernitano[1074], e con restare sottoposta a _Siconolfo_
Capua col suo distretto, la quale nondimeno da lì a non molto scosse il
giogo; con che di un solo si vennero a formare tre principati, cioè di
Benevento, di Salerno e di Capua. Il solo Leone Marsicano quegli è che
chiaramente dice accaduta questa divisione nell'anno 851; ed
Erchemperto, col chiamare _Augusto_ in quel tempo il suddetto Lodovico,
sembra concorrere nella medesima opinione. Ma Camillo Pellegrino ebbe
sospetto che ciò seguisse all'anno 850, ed io più di lui vo sospettando
che anche prima possa essere succeduta una sì importante avventura. Sì
Erchemperto che Leone Ostiense molta accuratezza non mostrano nel
racconto di quel fatto dacchè mettono la venuta di _Lodovico II_ a
Benevento dopo la morte dell'_imperador Lottario_ suo padre: il che non
può stare, perchè Lottario mancò di vita solamente nell'anno 855. Però
non è maraviglia se su questo supposto amendue danno il titolo
d'_imperador_ e ad esso _Lodovico II_ in quella occasione.
Ora in quest'anno sembra a me più verisimile che Lodovico II re d'Italia
invitato e venuto a Benevento coll'esercito suo, dividesse quel ducato.
Nella parte che resta dello strumento d'essa divisione, pubblicata dal
suddetto Pellegrino[1075] Radelgiso dice: _Et praesentialiter antequam
domnus Ludogvicus rex cum suo exercitu exeat de ista terra, do in vestra
potestate gastaldatum Montellam_, ec. In quest'anno abbiam veduto che
l'esercito d'esso re Lodovico era nel ducato di Benevento, nè ci resta
memoria che negli anni 850 e 851 esercito alcuno franzese militasse in
quelle parti. Adunque piuttosto in questo, che in quegli anni, seguì
l'accordo fra i principi litiganti del regno di Napoli. Oltre a ciò, qui
_Lodovico_ è appellato solamente _re_: notizia che, siccome dissi
all'anno 843, abbastanza indica non potersi quel fatto riferire all'anno
851, perchè Lodovico sarebbe stato allora appellato _imperatore_. Ma
quel che più fa animo alla mia conghiettura, e forse la rende opinione
certa, si è l'autorità di Giovanni Diacono, che fiorì e scrisse ne'
medesimi tempi. Dopo aver egli narrato il naufragio della flotta
saracenica, di cui s'è parlato nell'anno addietro, seguita a dire[1076]:
_Eodem quoque anno, supplicatione hujus Sergii, principumque
langobardorum, direxit Lotharius imperator filium suum Ludogvicum, bonae
adolescentiae juvenem, propter catervas Saracenorum Apuliae sub rege
commanentes, et omnium fines populantes. Qui adveniens, coelesti
comitatus auxilio, de illis Hismahelitis triumphavit, et sagaciter
ordinata divisione Beneventani et Salernitani principum victor reversus
est_. O sia dunque che nell'anno prossimo passato venisse l'armata
franzese col re Lodovico a Benevento, ma vincesse e trionfasse nel
presente; oppure che _eodem anno_ voglia significare non per anche
spirato un anno dopo il naufragio de' Saraceni: abbastanza intendiamo
che in quest'anno il _re Lodovico_ pose fine alle lunghe contese dei
principi beneventani, e non già nell'anno 850 o pure 851. Era intanto il
popolo romano, ma più il buon _papa Leone_, preso da grave malinconia sì
per la fresca ricordanza del sacco dato dai Mori e Saraceni alla
basilica vaticana, come pel timore d'altri simili insulti in avvenire.
Mosso perciò il Magnanimo pontefice[1077] dal comune lamento, e
maggiormente ancora dal suo zelo, determinò di fabbricare intorno ad
essa basilica e al borgo una città colle sue mura, porte e
fortificazioni per sicurezza della medesima. Era prima di lui stato
formato questo disegno da papa _Leone III_; anzi ne aveva egli anche in
molti luoghi poste le fondamenta; ma sorpreso dalla morte, non potè
continuarne la fabbrica. Ora Leone IV comunicò la presa risoluzione
all'imperadore, e questi non solamente l'approvò e lodò, ma tanto egli
come i re suoi fratelli mandarono a Roma una buona somma di danaro per
dar principio al lavoro. _Quod nutu dei, Francique juvamine regis_, dice
Frodoardo[1078], cioè di Lottario, fu intrapreso. Ordinò il papa che da
tutte le città del ducato romano, da tutti i poderi del pubblico e da
ogni monistero si mandassero, secondo la tassa uomini atti a faticare in
quella operazione. E così nell'anno presente si cominciò la fabbrica
grandiosa di questa nuova città, e nello spazio di quattro anni se ne
vide il compimento. Tanto si adoperò in questo anno _Lodovico_ re di
Baviera, che ottenne da _Lottario_ Augusto a _Giselberto_ il perdono pel
rapimento della figliuola di esso imperadore. Tiene l'Eccardo[1079] che
da questo Giselberto discendesse quel _Giselberto duca_ di Lorena che fu
poi celebre nel secolo X.
NOTE:
[1066] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.
[1067] Antiqit. Ital., Dissert. II.
[1068] Frodoardus, Hist. Remens, lib. 3, cap. 26.
[1069] Antiquit. Ital., Dissert. XXII.
[1070] De Rubeis, Monum. Eccl. Aquilejens., cap. 49.
[1071] Annales Franc. Bertiniani.
[1072] Erchempertus, Hist., cap. 19.
[1073] Leo Ostiensis, lib. I, cap. 29.
[1074] Anonym. Salernit. Paralip., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1075] Camill. Peregrin., Hist. Princ. Longobard.
[1076] Johann. Diacon., Chron. P. II, tom. 1, Rer. Ital.
[1077] Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.
[1078] Frodoardus in Vitis Pontific. Roman.
[1079] Eccard., Rer. Franc. lib. 30.


Anno di CRISTO DCCCXLIX. Indizione XII.
LEONE IV papa 3.
LOTTARIO imper. 30, 27 e 10.
LODOVICO II imperadore 1.

Succedette in quest'anno una perfetta riconciliazione fra l'_imperador
Lottario_ e _Carlo Calvo re_ della Francia orientale, il quale nell'anno
antecedente era stato accettato per loro re anche da buona parte de'
popoli dell'Aquitania, e nel presente entrò in possesso di non poco
paese in quelle contrade. Giacchè non apparisce che i Mori e Saraceni
avessero per mare contrasto alcuno da' Cristiani, a man salva andavano
coloro infestando tutto il littorale del Mediterraneo. Qual fosse la
loro crudeltà ne fece in quest'anno pruova la città di Luni in Toscana,
che da essi presa e data a sacco, talmente restò desolata, che da lì
innanzi non risorse mai più. Il suo vescovato fu trasferito a Sarzana,
città nata dalle rovine dell'altra. Anche tutta la spiaggia del mare,
partendosi dal fiume Magra sino alla Provenza, ebbe che piangere per gli
sbarchi e saccheggi di quegl'infedeli. Crede il p. Pagi[1080] che
nell'anno presente _Lottario imperadore_ dichiarasse Augusto e collega
nell'imperio _Lodovico II_ primogenito suo e re d'Italia, deducendolo da
alcuni diplomi del monistero di santa Giulia di Brescia[1081], dove
s'incontra un'epoca d'esso imperadore cominciata prima dell'anno 850.
Così ha immaginato esso Pagi, perchè egli pretende seguita la
coronazione romana di questo principe nel dicembre dell'anno seguente; e
però trovandosi che prima di quel dì Lodovico II conta gli anni
dell'imperio, secondo lui, convien ammettere un'epoca precedente ad essa
coronazione. Ma di ciò si parlerà all'anno seguente. Dico intanto aver
anch'io osservato nell'archivio archiepiscopale di Lucca una pergamena
scritta, _ regnante D. N. Hlothario augusto, anno imperii ejus, postquam
in Italia ingressus est, trigesimo tertio, et filio ejus D. N.
Hludowico, idemque imperator, anno sexto, X kal. octubris, Indict.
quarta_, cioè nell'ano 855. Un'altra scritta colle medesime note, ed
_anno sexto. III kal. julii, Indictione III_, il che fa vedere mutata
l'indizione del settembre. Un'altra scritta _anno XXIX Hlotharii, et II
Hludowici, quarto idus septembris, Indictione XV_, cioè nell'anno 851.