Annali d'Italia, vol. 3 - 14

GREGORIO III papa 6.
LEONE Isauro imperad. 20.
COSTANTINO Copronimo Augusto 17.
LIUTPRANDO re 25.
ILDEBRANDO re 1.

Accadde che sul principio di questo anno gravemente s'infermò il re
_Liutprando_ di tal malore, che arrivò ai confini della vita, e
comunemente si credè ch'egli fosse spedito[311]. Raunatasi per questo la
dieta de' signori longobardi, di comun consentimento fu eletto e
proclamato re _Ildebrando_, ossia _Ilprando_, nipote del medesimo re
Liutprando. Seguì tal funzione fuori della città di Pavia nella chiesa
di s. Maria alle Pertiche. E perchè era in uso di conferire questa
sublime dignità con presentare un'asta al nuovo re, accadde che un
cuculo, uccello, venne a posarsi su quell'asta, mentre Ildebrando la
teneva in mano. Dai saggi di quel tempo, che badavano forte agli
augurii, fu preso questo maraviglioso accidente (se pure s'ha da credere
vero) per un prognostico che di niun uso sarebbe il principato d'esso
Ildebrando. Si riebbe il re Liutprando dalla sua pericolosa malattia, e
venuto in cognizione di quanto avevano operato i Longobardi, se l'ebbe a
male. Tuttavia come principe prudente lasciò correre il fatto, ed
accettò per collega il nipote, e negli strumenti si cominciarono a
contare gli anni ancora di lui. S'era creduto in addietro dal Sigonio e
da altri che l'elezion d'Ildebrando fosse accaduta nell'anno 740, perchè
Paolo Diacono spesse volte confonde l'ordine de' tempi; ma Francesco
Maria Fiorentini con rapportar le note cronologiche[312] di uno
strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, da me poscia dato alla
luce[313], mise in chiaro che nel _marzo_ del corrente anno correva
l'_anno primo_ del medesimo _re Ildebrando_. Sarebbe nondimeno restato a
me non poco dubbio che negli ultimi mesi dell'anno 735 fosse conferito
ad esso Ildebrando il titolo di re, dopo aver io osservato nel suddetto
archivio lucchese altre memorie che sembrano insinuarlo. Veggasi la
dissertazione de Servis[314] nelle mie antichità italiane. Ed avrei ciò
tenuto per indubitato, se non mi fossi incontrato in una pergamena,
scritta nel dì _primo di febbraio_ del presente anno, in cui si vede
notato l'_anno XXIV_ del re Liutprando, senza che vi si parli del re
Ildebrando. A questi tempi mi fo io lecito di riferire la restituzione
fatta dal castello di Gallese da _Trasmondo_ duca di Spoleti, narrata da
Anastasio bibliotecario[315]. Era dianzi questa terra pertinenza del
ducato romano, l'avevano occupato i Longobardi Spoletini, e per cagion
d'essa passavano continue risse fra esso ducato romano e quello di
Spoleti. Studiossi il buon papa _Gregorio III_ di metter fine a queste
contese, e una considerabil somma di danaro sborsato al duca Trasmondo
quella fu che l'indusse a renderla ai Romani: con che cessò ogni nimistà
e dissapor fra loro.
NOTE:
[311] Idem, ibid., c. 57.
[312] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.
[313] Antiq. Italic., Dissert. XXVIII, p. 769.
[314] Ibid., Dissert. XIV.
[315] Anastas., in Gregor. III.


Anno di CRISTO DCCXXXVII. Indiz. V.
GREGORIO III papa 7.
LEONE Isauro, imperad. 21.
COSTANTINO Copronimo Augusto 18.
LIUTPRANDO re 26.
ILDEBRANDO re 2.

Per attestato di Andrea Dandolo[316], essendo nata una civile discordia
fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor duca _Orso_;
e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo
duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad
un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E
questi fu _Domenico Leone_, primo ad esercitar quella carica. Crede il
medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto,
raccontato da Paolo Diacono[317], ma che forse appartiene ad alcuno
degli anni precedenti. Era tuttavia duca del Friuli _Pemmone_, postovi
dal re Liutprando; era patriarca di Aquileia _Callisto_. Ora nei tempi
addietro avvenne che _Fidenzio_ vescovo della città di Giulio-Carnico,
capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a
cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai
precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal
di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo
questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris[318].
Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu eletto _Amatore_,
che seguitò a tenere la residenza in quella città. Nella Cronica de'
patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce[319], si legge che a
Fidenzio succedette _Federigo_, e a Federigo _Amatore_. Gran tempo era
che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città
disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle
isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona[320], terra
della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un
vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed
abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e
fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli
era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee.
Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e
forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del
Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo
vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi
serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca
Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca,
e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco
che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e
contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si
nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega
violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato
Pemmone, e conoscendo _Ratchis_ suo figliuolo per uomo valoroso, il creò
duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di
fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il
figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza
che non gli sarebbe fatto male; e però coi figliuoli e con tutti quei
nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò
alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli
tutti ammessi, donò a Ratchis _Pemmone_ di lui padre, ed inoltre
_Ratcait_ e _Astolfo_ di lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua
sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili.
Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa
ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re;
ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a
que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè
inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella
basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza,
meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una
lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarca _Callisto_,
liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica
suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s.
Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in
quest'anno _Teoderico IV_, re de' Franchi, e per cinque anni stette la
Francia senza re, governando gli stati _Carlo Martello_, il quale è da
maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso
Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de'
Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione
del Continuator di Fredegario[321], s'impadronirono della città di
Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse
con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca,
posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i
Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città.
Tra essi e l'esercito di Carlo seguì un sanguinoso fatto d'armi colla
sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi
vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la
Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne
tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono[322] fa menzione di questa
vittoria.
NOTE:
[316] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[317] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.
[318] Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.
[319] Anecdot. Latin., tom. 4.
[320] _Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio
abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati
dell'imperadore._
[321] Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.
[322] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.


Anno di CRISTO DCCXXXVIII. Indiz. VI.
GREGORIO III papa 8.
LEONE Isauro imper. 22.
COSTANTINO Copronimo Augusto 19.
LIUTPRANDO re 27.
ILDEBRANDO re 3.

Venne a Roma nel presente anno per la terza volta l'insigne vescovo ed
apostolo della Germania s. _Bonifacio_[323], le cui continuate fatiche
per piantare in mezzo a tanti popoli pagani la fede di Gesù Cristo non
si possono leggere senza stupore. L'accoglienza a lui fatta dal
pontefice Gregorio III e da tutto il popolo romano fu corrispondente al
merito di quel mirabile coltivator della vigna del Signore. Dopo aver
ricevuto dal buon papa molti regali, e quante sacre reliquie seppe
dimandare, accompagnato ancora da tre lettere scritte da esso pontefice
ai popoli della Germania, convertiti di fresco da lui alla vera fede, se
ne partì contento alla volta della sua greggia. Nel cammino, o
spontaneamente o invitato, passò a Pavia, dove il re Liutprando gli fece
un bel trattamento, e il ritenne seco per qualche tempo, godendo e
profittando dei di lui santi insegnamenti. Secondo i conti di Paolo
Diacono[324], _Gregorio_ duca di Benevento, nipote del re Liutprando,
venne in quest'anno a morte, dopo aver governato quel ducato per _sette
anni_. Gli succedette _Godescalco_ duca, che solamente per _tre anni_
tenne quel ducato, ed ebbe per moglie _Anna_. Fu allo incontro di parere
Camillo Pellegrino[325] che la morte del suddetto Gregorio accadesse
nell'anno 729, e che Godescalco campasse _quattro anni_ nel ducato:
tempo appunto assegnatogli nella Cronica di santa Sofia presso
l'Ughelli. Finalmente il signor Bianchi[326] e il signor Sassi[327]
pensano che _Gregorio_ terminasse i suoi giorni nell'anno 740, e che gli
succedesse allora _Godescalco_. Forse che i fatti a noi somministrati
dalla storia, andando innanzi, ci porgeran qualche lume in mezzo a
queste tenebre. Abbiamo ancora dal Dandolo[328], che nell'anno presente
fu governata Venezia da _Felice Cornicola_ maestro de' militi, o vogliam
dire generale dell'armi, uomo umile e pacifico, il quale colle sue buone
maniere rimise la concordia in quel popolo, ed ottenne che _Deusdedit_,
ossia _Diodato_, figliuolo del duca Orso ucciso, fosse liberato
dall'esilio, e se ne tornasse alla patria.
NOTE:
[323] Othon., in Vit. S. Bonifacii, lib. 1, cap. 28.
[324] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 56.
[325] Camil. Peregrinus, Hist. Princ. Langob. tom. 2 Rer. Italic.
[326] Blancus, in Notis ad Paul. Diac., tom. 1 Rer. Ital.
[327] Saxius, in Notis ad Sigonium, de Reg. Ital.
[328] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.


Anno di CRISTO DCCXXXIX. Indiz. VII.
GREGORIO III papa 9.
LEONE Isauro imperad. 23.
COSTANTINO Copronimo Augusto 20.
LIUTPRANDO re 28.
ILDEBRANDO re 4.

Più vigorosi che mai tornarono in quest'anno i Saraceni ad infestare la
Francia. Presero, per attestato di Paolo Diacono[329], la città d'Arles,
e portarono la desolazione per tutta la Provenza. Carlo Martello,
governator d'essa Francia, stimò bene in questa congiuntura di chiamare
in aiuto il re Liutprando, e a questo fine gli spedì ambasciatori con
dei regali. Liutprando tra per la stretta amicizia ch'egli saggiamente
mantenne sempre colla nazione franca, e perchè non gli piacea d'avere
per confinanti al suo regno quegl'infedeli sempre ansanti dietro a nuove
conquiste, montò senza dimora a cavallo, e con tutta la sua armata
marciò in soccorso dell'amico principe. Fu cagion questa mossa che i
Saraceni, abbandonata la Provenza, si ritirarono nella lor Linguadoca.
Si sa dal Continuatore di Fredegario[330] che Carlo Martello anch'egli
con tutto il suo sforzo venne in Provenza, ricuperò quelle terre e
città, e, secondo l'uso suo, come se fossero paese di conquista, le unì
al suo dominio. Cessato il bisogno, Liutprando se ne tornò col suo
esercito a casa. Truovasi in quest'anno la fondazione dell'insigne
monistero della Novalesa a piè del monte Cenisio, diocesi allora del
vescovo di Morienna. Lo strumento fu dato alla luce dal p.
Mabillone[331], e, siccome egli e il p. Pagi[332] hanno osservato, le
note cronologiche di quel documento appartengono all'anno presente, in
cui il fondatore _Abbone_, ricchissimo signore, donò a quel sacro luogo
un'immensa quantità di beni, posti in varii contadi di qua e di là
dall'Alpi Cozie. Crebbe poscia quel monistero in credito di santità, e
molto più in ricchezze, come era in uso di questi tempi, ne' quali gran
copia di stabili colava ogni dì nelle chiese e ne' monisteri _pro
redemptione animae suae_. Si legge ancora la cronica antica d'esso
monistero, pubblicata dal Du-Chesne, e da me accresciuta[333] nel corpo
_Rerum Italicarum_, ma contenente fra molte verità non poche favole. E
perciocchè il prurito d'ingrandir l'origine delle città e delle
famiglie, passò talvolta anche nei monaci per dare maggior lustro alla
fondazione de' lor monisteri, non bastò a quei della Novalesa di avere
_Abbone_, uomo privato, per lor fondatore; vollero ancora che questo
_Abbone_ fosse patrizio romano, gran dignità in questi tempi, ma sognata
in esso Abbone. Ho io osservato altrove[334], che anche in Padova col
tempo fu spacciato per fondatore del celebre monistero di santa Giustina
_Opilione patrizio_, ma con documenti che non sussistono. Quello della
Novalesa, benchè servisse con parte delle sue sostanze a fondare il
cospicuo monistero di _Breme_, o _Bremido_ nel Monferrato, e tuttochè
decaduto dall'antico splendore, pure conserva alcuna delle sue
prerogative, perchè ornato di autorità diocesana, ridotto per altro in
commenda, di cui oggidì è abate commendatario il signor Carlo Francesco
Badia, insigne fra i sacri oratori. Circa questi tempi _Ratchis_ duca
del Friuli, forse irritato da qualche insolenza de' vicini Schiavoni, e
perchè essi negavano un annuo tributo solito a pagarsi da essi al
principe d'esso Friuli[335], col suo esercito entrò nella Carniola da
essi posseduta, e fece un gran macello di quella gente, e devastò tutto
il loro paese. Accadde che una brigata d'essi Schiavoni venne addosso al
medesimo Ratchis senza lasciargli tempo da farsi dare la lancia dal suo
scudiere. Ma egli colla mazza che aveva in mano sì fieramente percosse
sul capo al primo che se gli appressò, che lo stese morto a terra, e
questo colpo bastò a sbrigarlo dagli altri. Fu nell'anno presente,
secondo l'asserzione di Andrea Dandolo[336], creato maestro de' militi,
cioè governatore di Venezia, _Deusdedit_ figliuolo del duca _Orso_,
ucciso già nelle fazioni di quel popolo. Questo onore a lui fu fatto in
ricompensa delle ingiurie e dei danni in addietro sofferti.
NOTE:
[329] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.
[330] Continuator Fredegar., apud Du-Chesne, tom. 1.
[331] Mabill., Append. de Re Diplomatica.
[332] Pagius, ad Annal. Baron.
[333] Rer. Ital. P. II, tom. 2.
[334] Antiquit. Ital., Dissertat. XXXIV.
[335] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 52.
[336] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.


Anno di CRISTO DCCXL. Indizione VIII.
GREGORIO III papa 10.
LEONE Isauro imperad. 24.
COSTANTINO Copronimo Augusto 21.
LIUTPRANDO 29.
ILDEBRANDO re 5.

S'imbrogliarono in quest'anno non poco gli affari d'Italia, ma senza che
a noi sia pervenuta notizia de' veri motivi di questa turbolenza. Altro
non sappiamo da Paolo Diacono[337], se non che _Trasmondo_ duca di
Spoleti si ribellò contra del re Liutprando. Però esso re passò a quella
volta coll'esercito, affine di dargli il dovuto gastigo. Alle forze di
questo re, e re bellicoso, non potè resistere Trasmondo, e lasciato in
balia di lui tutto il paese, scappò a Roma: dopo di che Liutprando creò
duca di Spoleti _Ilderico_ suo fedele. Ascoltiamo ora Anastasio[338], o
chiunque sia l'autore della Vita di papa Zacheria, che ci ha conservato
varie particolarità di quegli avvenimenti. Scrive egli che l'Italia e il
ducato romano furono in gran turbazione, perchè essendo perseguitato dal
re Liutprando Trasmondo duca di Spoleti, questi si rifugiò in Roma. Fece
istanza il re per averlo nelle mani, perchè probabilmente v'era
convenzione fra l'uno e l'altro stato di darsi vicendevolmente i ribelli
e servi fuggitivi. Ma papa _Gregorio III_ e _Stefano_ patrizio e duca, e
l'esercito romano ricusarono di darlo. Per questo rifiuto, irritato il
re, entrò nel ducato romano, e colla forza s'impadronì di quattro città
romane, cioè di Amelia, Orta, Polimarzo (ossia Bomarzo, creduto da altri
Palombara) e Blera, ossia Bleda. Ciò fatto, e lasciate quivi delle buone
guarnigioni, se ne tornò a Pavia, correndo il mese d'agosto della
_Indizione II_. Convengono gli eruditi in credere che s'abbia quivi a
scrivere nella _Indizione VIII_ corrente fino al settembre dell'anno
presente. Ma da che si vide Liutprando allontanato cotanto da quelle
contrade, Trasmondo fatta lega coi Romani, e tirato in essa anche
_Godescalco_ duca di Benevento, si mise all'ordine per ricuperare il
perduto ducato. Raunossi a questo effetto quanto v'era di soldatesche
nel ducato romano, e da due parti entraron quegli armati nelle terre di
Spoleti. I primi a darsi furono quei di Marsi, di Forconio, di Valva e
di Penna, terre d'esso ducato, oggidì del regno di Napoli. Entrati gli
altri nella Sabina (parte allora del medesimo ducato), trovarono il
popolo di Rieti ubbidiente ai loro cenni. Così felici successi furono
cagione che Trasmondo senza fatica ricuperasse anche la città di
Spoleti, e tutto insieme il restante del ducato. Il conte di
Campello[339], a cui la immaginazione sua forniva tutti i colori per
descrivere quei fatti, come se vi fosse stato presente, quantunque
confonda non poco i tempi e le imprese, scrive che _Ilderico_, posto dal
re Liutprando per duca in quelle contrade, restò ucciso in questi
contrasti. Onde l'abbia egli preso nol so, nè si veggono le citazioni
ch'egli qui aveva promesso. Ora certo è che quel ducato ritornò
all'ubbidienza di Trasmondo. Nel registro del monistero di Farfa si
legge una donazione d'esso duca, fatta _mense januario Indictione VIII_,
che potrebbe appartenere a quest'anno prima della ribellione. Chi poi di
sua testa vuol qui farci credere che Liutprando altro motivo per
imprendere questa guerra non avesse fuorchè l'ansietà di sottomettere al
suo totale dominio i duchi e ducati di Spoleti e Benevento, e che Leone
Isauro avesse mano in questi torbidi per opprimere i papi contrarii alle
sue perverse opinioni, parlano in aria, qualora non adducano la autorità
degli antichi. In quest'anno, per attestato del Dandolo[340], fu
governata Venezia da _Gioviano_, o _Giuliano_ Ipato, cioè _console
imperiale_, uomo nobile e cospicuo per le molte sue virtù, in riguardo
delle quali egli meritò un sì fatto onore[341]. Ciò che significhi
questo titolo, già ce lo ha detto il Dandolo, siccome ancora chi lo
conferisse. Ma c'è un bel passo a noi conservato da Francesco Sansovino,
che egregiamente dà lume ad esso e a noi cognizione dello stato di
questi tempi. Parla de' popoli dell'Istria, i quali nell'anno 804
sottoposti a Carlo Magno e a Pippino suo figliuolo re d'Italia, si
lagnavano in una scrittura di _Giovanni_ duca, loro governatore[342].
_Ab antiquo tempore_, diceano essi, _dum fuimus sub potestate Graecorum
imperii, habuerunt parentes nostri consuetudinem habendi actus
tribunati, domesticos, seu vicarios, necnon loci servatores. Et per
ipsos honores ambulabant ad communionem, et sedebant in consessu
unusquisque pro suo honore. Et qui volebant meliorem honorem habere de
tribuno, ambulabant ad imperium_ (imperatorem), _qui illum ordinabat
hypatum. Tunc ille, qui imperialis erat hypatus, in omni loco secundum
illum magistratum militum praecedebat._ Così noi troviamo nelle città di
Napoli, di Gaeta e di Amalfi, sottoposte ai greci Augusti, i governatori
di esse, col titolo ora di _duchi_, ora d'_ipati_, ossia di _consoli_ ed
ora di _maestri de' militi_.
NOTE:
[337] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.
[338] Anastas. Biblioth., in Zacharia, tom. 12 Rer. Italic.
[339] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 13.
[340] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
[341] _Gl'imperadori di Costantinopoli, amici ed alleati dei Veneziani,
sovente davano questo titolo, allora di molto onore, ai capi della
repubblica._
[342] Sansovino, Venezia illustrat., lib. 13, facciata 356.


Anno di CRISTO DCCXLI. Indizione IX.
ZACHERIA papa 1.
COSTANTINO Copronimo imperadore 22 e 1.
LIUTPRANDO re 30.
ILDEBRANDO re 6.

L'ultimo anno della vita di _Leone Isauro_ imperadore fu questo.
Un'idropisia il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno,
con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui
cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperio
_Costantino Copronimo_, principe peggiore e più crudele del padre, de'
cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci[343]. Ma sul
principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita.
Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quando _Artabasdo_ o
_Artabaso_, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona
di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che
Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il
popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il
creduto defunto Augusto. Anche il patriarca _Anastasio_, uomo iniquo,
che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato
mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con
giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle
orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadore
_Artabasdo_, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove,
per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le
sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato
alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di
Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche
qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi
sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in
collera il re _Liutprando_ contra di Trasmondo per avere, ad onta di
lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che
s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor
forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui
sogliono i re uscire per far guerra, con una poderosa armata s'incamminò
verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra
dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono[344], poco
curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il
re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio,
fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile
che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re
giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco
situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano
posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo.
Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli
data la retroguardia a _Ratchis_ duca del Friuli e ad _Astolfo_ suo
fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso
de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani.
Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente
a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli
avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti
alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più
valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato
per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire,
e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito;
ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando
di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la
fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi
Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli
alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno
giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo
rotolar giù nel fiume.
Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno
728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè
dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea
l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene,
prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere a
_Carlo Martello_ reggente della Francia, potentissimo e prode guerriero
de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo
Anastasio[345], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso.
Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papa
_Gregorio III_ per l'impegno preso dai Romani in favore del duca di
Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il
ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal
continuatore di Fredegario[346] ch'esso papa spedì in quest'anno l'una
dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per
l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro
con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio[347] faccia
menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le
dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che
Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei
Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di
levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea
soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma
col titolo di _console_, ossia di _patrizio_. Carlo Martello con
ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de'
suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii
indietro, unì con loro _Grimone_ abbate di Corbeia, e Sigeberto monaco
rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non
dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che
chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al
medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal
Baronio[348] e nelle raccolte de' concilii, dove dice: _Conjuro te per
Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis
beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam
regum Langobardorum amori principis Apostolorum_, ec. E negli Annali di
Metz presso il Du-Chesne[349] si legge che in tal occasione papa
Gregorio III mandò a Carlo Martello una lettera _col decreto de'
principali Romani_, contenente che il popolo romano, _relicta
imperatoris dominatione_, desideravano di mettersi sotto la difesa ed
invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico
del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora